Post di Lorenzo Brufani

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Competence Founder & CEO, Crisis & Reputation Advisor, Speaker. Expert in PR, Corporate & Internal Comms, ESG, Legal Mktg. Biz School Lecturer, Personal Branding & Public Speaking Trainer, Counselor. EACD Country Lead.

Dopo il recente caso di Prada - il sandals scandal - che aveva visto protagonisti i sandali in pelle da uomo che ricordavano le pantofole indiane “Kolhapuri” - adesso tocca ad #Adidas. La multinazionale tedesca ha chiesto pubblicamente scusa a una comunità indigena del #Messico dopo le polemiche legate a un nuovo modello di scarpa. La sneaker, chiamata Oaxaca Slip-On, riprende le linee degli #huaraches, i tradizionali sandali di cuoio realizzati da artigiani locali, scatenando accuse di appropriazione culturale. La vicenda ha assunto grande risonanza, tanto che persino la Presidente messicana Claudia Sheinbaum è intervenuta per commentarla. Durante una cerimonia ufficiale, Karen González, responsabile legale di Adidas Messico, ha riconosciuto che il design della scarpa si ispirava a un modello tipico della comunità di Villa Hidalgo Yalalag. “Comprendiamo che questo possa aver generato malessere e ci scusiamo pubblicamente”, ha dichiarato, aggiungendo che in futuro l’azienda punterà a collaborare direttamente con le comunità locali per valorizzare la loro cultura e il loro artigianato. Il modello, lanciato ad agosto, è stato subito rimosso dal catalogo online. Intanto, il governo messicano ha annunciato l’intenzione di chiedere un risarcimento economico all’azienda tedesca. Ma come è possibile che nell'era dei social questi giganti possano ancora pensare di poter calpestare i diritti delle comunità locali senza che la cosa venga fuori? Non ditemi che non abbiano pensato ad un possibile scandalo...ma ormai temo che il marketing nei big agisca in modo autonomo da chi gestisce la reputazione del brand. Non sarebbe piu efficace invece valorizzare le meravigliose creazioni di queste realtà con dei progetti di partnership e di co-creazione che arrecherebbero vantaggi ad entrambe? In questo caso poi hanno avuto un impatto anche a livello istituzionale...e mi auguro che davvero siano costretti a pagare. Magari un bel dazio? 😀 Commenti? Patrick Trancu, CBCI Luca Poma Franco Carlo Guzzi Daniele Chieffi Competence Communication Cristiano Callegari

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Daniela Granata

Marketing | Digital Marketing | Branding | Intersectionality | Women Empowerment | #IAmRemarkable Facilitator

5 giorni

Ciao Lorenzo, sempre molto belli i tuoi post. A volte ho la sensazione che esistano ancora correnti di pensiero che ritengono si possa fare marketing tralasciando il valore culturale e il conseguente impatto reputazionale che il marketing porta con sé.

Daniele Chieffi

Giornalista, comunicatore, reputation manager, docente. Partner fondatore di Bi Wise. Ceo The Magician. Presidente NoaCom

4 giorni

Lorenzo Brufani non conosco certo le dinamiche interne di Adidas ma qualcosa sul funzionamento delle grandi aziende l'ho visto. La mia ipotesi (perché tale è) è questa: dipende tutto dal fatto che i vari compartimenti lavorino in maniera impermeabile e, in particolare, in aziende fortemente B2C, il "prodotto" guida, comanda, impera. L'obiettivo è vendere e spesso, come sai, il marketing non considera proprio gli aspetti di rischio reputazionale. Nella storia recente i casi sono tanti, quindi niente di nuovo, il che, di per sé, non è certo una buona notizia.

Fabiana Magazzino

Internal & Animal Health Communications Manager Boehringer Ingelheim | Corporate Communication | Digital & innovation

4 giorni

È il chiaro esempio del cambio culturale che va ancora fatto (anche e soprattutto nelle aziende più note e “grandi”)… la strada è lunga e questo esempio di non collaborazione e reciproco riconoscimento di valore tra marketing e corporate brand lo dimostra!

Stefania Spallanzani

Addetto marketing e comunicazione presso ilFotoalbum

5 giorni

È quasi surreale che aziende di queste dimensioni continuino a inciampare sempre sugli stessi errori. Da un lato parlano di heritage, storytelling e autenticità, dall’altro fanno copia-incolla di tradizioni che appartengono a comunità vive e radicate. La cosa buffa (si fa per dire) è che la soluzione migliore sarebbe anche la più semplice: collaborazione, valorizzazione reciproca, progetti condivisi. Non solo eticamente corretti, ma pure più intelligenti dal punto di vista del brand. Alla fine, se non altro, resta la speranza che questi scivoloni servano da lezione… e che un po’ di “dazio” costringa i big a pensare due volte prima di lanciare un prodotto senza considerare chi quella cultura la porta addosso da secoli.

Claudio Lauretti

+24k followers | CEO & CTO; Ethical Hacker; Consulente IT & Manager

4 giorni

Bisogna eliminare il socialismo dalla faccia del pianeta. C’è poco da fare e/o da aggiungere.

Patrick Trancu, CBCI

Crisis management advisor & evangelista. Curatore e co-autore de «Lo Stato in Crisi. Pandemia, caos e domande per il futuro» (2021). Seguimi su Twitter @patricktrancu

5 giorni

Certo "sarebbe". C'è un diffuso problema di cultura che a mio giudizio è legato ai tempi che viviamo.

Eliana Torretta

Marketing & Communications Manager, life-long learner

5 giorni

Lorenzo, ho goduto nel vedere la cerimonia. Ogni tanto possiamo dire che sono stati fatti dei passi avanti! 👏👏

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