M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 1 di 158 
V Colóquio Internacional. 
TRADIÇÃO E MODERNIDADE NO MUNDO IBERO-AMERICANO 
Rio de Janeiro 28-30 de maio de 2008. 
MASSIMO MORIGI 
CYBERFASCISMUS: 
IL DOMANI APPARTIENE A NOI 
( AESTHETICA FASCISTICA IV )* 
*Per ragioni legate alla pesantezza del file originale, la presente versione di Repvblikanismvs Geopoliticvs Fontes Origines et 
Via è stato alleggerito dei file video FLV posti all’altezza dei link presenti in Cyberfascismus: il domani appartiene a noi 
(Aesthetica Fascistica IV). Chi volesse vedere questi file video, talvolta indispensabili per l’inattivazione di molti link presenti 
nel testo e, comunque, al di là di questi aspetti tecnici, importanti per la comprensione, anche estetica, di Cyberfascismus, può 
andare all’indirizzo https://archive.org/details/RepvblicanismvsGeopoliticvsFontesOriginesEtViaMassimoMorigi attraverso 
il quale potrà scaricare il file originale di Repvblikanismvs Geopoliticvs e così prendere visione dei file video.
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 2 di 158 
Ascolta il ruscello che sgorga lassù 
ed umile a valle scompar 
e guarda l'argento del fiume che 
sereno e sicuro va. 
Osserva dell'alba il primo baglior 
che annuncia la fiamma del sol 
ciò che nasce puro più grande vivrà 
e vince l'oscurità. 
La tenebra fugge i raggi del sol 
Iddio dà gioia e calor 
nei cuor la speranza non morirà 
il domani appartiene 
il domani appartiene 
il domani appartiene a noi. 
Ascolta il mio canto che sale nel ciel 
verso l'immensità 
unisci il tuo grido di libertà 
comincia uomo a lottar. 
Chi sfrutta nell'ombra sapremo stanar 
se uniti noi marcerem 
l'usura ed il pugno noi vincerem 
il domani appartiene 
il domani appartiene 
il domani appartiene a noi 
La terra dei Padri, la Fede immortal 
nessuno potrà cancellar 
il sangue, il lavoro, la civiltà 
cantiamo la Tradizion 
La terra dei Padri, la Fede immortal 
nessuno potrà cancellar 
Ah, love, let us be true il popolo vinca dell’oro il signor 
To one another! for the world, which seems il domani appartiene 
To lie before us like a land of dreams, il domani appartiene 
So various, so beautiful, so new, il domani appartiene a noi 
Hath really neither joy, nor love, nor light, 
Nor certitude, nor peace, nor help for pain; Il domani appartiene a noi 
And we are here as on a darkling plain 
Swept with confused alarms of struggle and flight, 
Where ignorant armies clash by night. 
Matthew Arnold, Dover Beach
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 3 di 158 
“ E qui noi siamo come su un’oscura pianura/Percorsa da allarmi 
confusi di lotta e di fuga,/Dove armate ignoranti si scontrano nella 
notte.” Non solo col dissolvimento delle metanarrative e lo 
svuotamento di ogni telos la condizione postmoderna si presenta 
sul proscenio della storia. Non solo con la fine della storia ( fine 
intesa non sul piano puramente événementielle, autentico 
ossimoro di Fukuyama, ma , molto più inquietante, come 
scomparsa di ogni pretesa di “filosofia della storia”), possono 
essere mestamente archiviati il Novecento e il secolo che da poco 
è iniziato. In realtà l’oscura pianura del nostro tempo è anche 
attraversata da bagliori di scontri e di lotte, inquietanti 
sicuramente, ma che proprio non ci consentono di riposare nella 
triste ( ma anche riposante ) condizione di un mondo giunto al 
massimo ( ed irreversibile) grado entropico. Forse si era stati 
troppo precipitosi nel proclamare la finis avanguardiae (Poggioli 
1968 ; Bürger 1984) e forse non si avvertiva che la fusione fra 
arte e vita, il cui punto di non ritorno fu costituito dalla fascistica 
estetizzazione dell’arte, ha perso la sua connotazione strettamente 
elitaria per divenire oggi una possibilità ( speranza, dannazione ? ) 
ampliamente diffusa. Ma dove, sul piano strettamente effettuale, è 
possibile tracciare questi tentativi di reviviscenza delle 
metanarrative e del telos della storia? Ovviamente non nei classici 
grandi mezzi di informazione i quali proprio per la loro natura di 
massa e di trasmissione unidirezionale - quando anche sul piano 
dei contenuti non sono che il distillato dell’ideologia della “fine 
della storia” - non possono che presentarsi come la radicale 
antitesi di ogni pulsione integralmente avanguardistica e di 
estetizzazione integrale. Ed è infatti al Web che è assegnato il 
compito di smentire - anche se, come vedremo, con assai 
inquietanti bagliori - la fosca visione di una postmodernità dove 
avanguardia sia semplicemente un termine da manuale di storia 
dell’arte. Ma dove bisogna ben guardarsi dall’ingenuo errore di 
disvelare nel mondo virtuale anche solo una semplice
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 4 di 158 
trasposizione cibernetica di quanto tramandato da questi manuali. 
Vale a dire che la vera novità della rete non è tanto dare la 
possibilità a gruppi che si riconoscono esplicitamente come 
avanguardia di portare avanti e diffondere i propri programmi 
artistici e/o di vita ( esiste anche questo aspetto ma è il meno 
interessante ) ma questa consiste nel rapporto non più 
unidirezionale fra le avanguardie – si riconoscano o meno in 
questo termine poco importa – e i loro fruitori, i quali così 
arrivano ad apportare nuovi e più intensi significati al messaggio 
originale e mutandosi pertanto a loro volta da massa ad 
“avanguardia” essi stessi. Il lato tragico, nel senso classico della 
parola, di questo processo è che, come vedremo, l’intensificazione 
del messaggio è il preludio alla sua sclerotizzazione e alla 
sconfitta, in definitiva dell’avanguardia stessa ( che così viene 
rigettata nelle contraddizioni del passato dove la fusione fra arte e 
vita si conclude nel dissolvimento dell’arte nella politica - 
dimensione pubblica, e quindi banalizzata, della vita - altrimenti 
detta estetizzazione della politica). Il lato positivo è che, per 
l’ennesima volta, si è sollevato il velo di Maya ad un mondo solo 
apparentemente pacificato e non ancora in procinto ( nonostante le 
migliori intenzioni buoniste e democratiche) di dimettersi dalla 
storia. 
Cliccando su http://it.youtube.com/watch?v=JbB1s7TZUQk 
possiamo avere accesso al video “Life is life” del gruppo 
musicale Laibach1. I Laibach non rispondono però ai classici 
canoni della rock band. Tanto per iniziare essi non sono sorti per 
fini meramente commerciali ma costituiscono l’espressione 
musicale del gruppo avanguardististico NSK ( Neue Slowenische 
Kunst ) , il cui programma estetico-politico è l’impiego dei 
procedimenti dell’arte totalitaria al fine di arrivare ad un rifiuto del 
1 Il video musicale presso questo indirizzo e tutti i successivi citati in questa 
comunicazione, vista la natura volatile delle fonti internettiane, sono stati “salvati” 
presso l’ “Archivio Storico Digitale Massimo Morigi-Stefano Salmi” e sono perciò 
senza alcun problema impiegabili come fonti primarie.
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 5 di 158 
totalitarismo sia nell’arte che nella politica (Dahal 1999; Kenney 
2002; Bazzocchi 2003; Erjavec, Jay, Groïs 2003, Monroe, Zizek 
2005; ). Sia come sia “Life is life” dimostra di aver fatto tesoro dei 
dettami della propaganda hitleriana. La musica, un arrangiamento 
di “Live is life” del gruppo degli anni ’80 Opus, dimostra quanto 
in sé sia poco importante l’originalità di un’idea quanto la sua 
elaborazione. La dolciastra e stucchevole “Live is life” che a 
tempo di reggae suggeriva le dolcezze caraibiche del carpe diem, 
si è tramutata in una terribilmente coinvolgente marcia , al suono 
della quale i componenti del gruppo musicale Laibach - che nel 
video nell’abbigliamento intendono richiamare un manipolo di 
giovani nazisti durante un’escursione ( unica eccezione il capo del 
gruppo ed anche capo nella realtà della band che indossa uno 
strano copricapo che lo avvicina sinistramente a Dracula ) - si 
inoltrano in un bosco, simbolo evidente ed anche molto efficace 
delle forze della natura da cui il puro ariano trae la forza e la sua 
legittimazione al dominio. Al di là degli innumerevoli simboli di 
cui è cosparso il video ( la donna arciere dei primi frame, che dà il 
la retorico a quanto segue, una specie di Diana cacciatrice che ci 
richiama alla nozione nietzschiana della spietatezza e al tempo 
stesso della feroce bellezza della vita, alla cascata in cui l’acqua 
invece di scendere sale, simbolo del tempo che torna indietro e 
quindi dell’eterno ritorno sempre nietzschiano , o sul versante di 
una simbologia nazionale più propriamente slovena, come, per 
esempio, i cervi) e delle parole della canzone che richiamano alle 
nozioni nazionalsocialistiche di terra, sangue, popolo, tradizione, 
etc. , quello che colpisce maggiormente ( e delizia anche da un 
punto di vista estetico) è la perfetta fusione fra l’estremamente 
coinvolgente marcia , cadenzata al suono di tamburi e 
accompagnata da squillanti suoni di tromba, e l’espressione 
estatica dei giovani nazisti che immersi nella natura e guidati dal 
loro leader col copricapo alla Dracula elevano a squarciagola il 
loro inno alla vita, “Life is life”, appunto.
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 6 di 158 
Se l’obiettivo era dimostrare che l’estetica nazionalsocialista 
qualora impiegata per fini artistici possa raggiungere le vette del 
sublime, allora questo obiettivo è stato raggiunto ( peraltro, non 
c’era bisogno dei Laibach per saperlo, basti pensare a Leni 
Riefensthal, su cui torneremo in seguito, e a questo proposito 
veramente risibili e bacchettone ci paiono le considerazioni della 
Sontag (1980) ) . E se il proposito era conseguentemente 
dimostrare che dal male assoluto nazionalsocialista bisogna trarre 
l’insegnamento che da questo baratro va salvato l’entusiasmo che 
esso sapeva suscitare, per poi indirizzarlo verso finalità non 
totalitarie, siamo in presenza di una lettura certamente non triviale 
della vicenda della Germania nazista, sicuramente 
avanguardistica per i mezzi con cui è stata raggiunta, l’impiego a 
fini artistici dei tropi nazionalsocialisti per l’indottrinamento di 
massa , sfidando così coraggiosamente il maggiore tabù espressivo 
post seconda guerra mondiale che vuole messo al bando, se non 
per fini puramente storiografici, qualsiasi riferimento al 
nazionalsocialismo ( al confronto fanno veramente ridere, quando 
non fanno pena, le goffe e stanche provocazioni delle pretese 
odierne avanguardie: vedi la “merda di artista” in scatola, 
epigonale, sciatto e disgustoso - ma in fondo innocuo - richiamo 
di un ormai esangue e ripetitivo surrealismo o le insignificanti 
performance di un Beuys, che più della critica d’arte avrebbero 
dovuto richiamare l’attenzione degli psichiatria ed altre simili 
mirabilia…). 
Sia come sia i Laibach sono stati a più riprese accusati di essere 
fascisti e questo faceva certamente parte del loro piano di 
provocazione ( “Life is life”, è solo il più famoso video dell’intera 
produzione del gruppo: in altri simili, anche se meno popolari, le 
canzoni vengono cantate in tedesco e ogni riferimento è 
puramente non casuale ). Ma certamente faceva molto meno parte 
del loro piano di provocazione che, grazie alle nuove possibilità 
date dall’informatica per dilatare l’espressività e l’esibizionismo
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 7 di 158 
di massa - leggi U Tube - “Life is life” fosse posta come 
sottofondo per un video composto da materiale tratto direttamente 
dal Triumph des Willens di Leni Riefenstahl, commissionato da 
Hitler alla cineasta tedesca per celebrare la definitiva vittoria del 
nazionalsocialismo in Germania . 
Cliccando su http://it.youtube.com/watch?v=vVHq0gViMLU 
davanti ai nostri occhi si snoda un video musicale in cui nella 
prima parte le bellissime immagini girate da Leni Riefenstahl sul 
congresso di Norimberga del partito nazista traggono una ancor 
più potente suggestione dalle note di “Life is life”2. Varrebbe poco 
a questo punto affermare che siamo in presenza di un’operazione 
che nulla ha a che spartire con gli originari intenti demistificatori 
e/o di approfondimento del fenomeno totalitario che sono propri 
dei Laibach. Se dal punto di vista politico siamo in presenza di 
una flagrante crassa apologia nazista, dal punto di vista estetico è 
proprio questa sfacciata apologia nazista a rendere ancora più 
inquietante il risultato estetico che non solo è pienamente 
raggiunto ma che si dimostra ancor più inquietante proprio in 
ragione del degradato messaggio che si presta espressamente di 
veicolare. Si è quindi di fronte ad una resa dei conti in cui siamo 
richiamati alla nostra responsabilità morale e all’impossibilità, 
almeno per quanto riguarda l’uso di estetiche totalitarie, di 
scindere la forma dai contenuti ? Siamo quindi in presenza del 
disvelamento del significato intimo del progetto dei Laibach ( e 
degli altri che qui di seguito tratteremo) , un orrido sguardo di 
Medusa in cui il totalitarismo non significa solo fittizia 
attribuzione, attraverso mere tecniche di indottrinamento e di 
ripetizione del messaggio, di un valore estetico a ciò che 
apparentemente sembrerebbe la sua radicale antitesi ma anche, e 
soprattutto, che questo indottrinamento deve unirsi 
2 Nella seconda parte, invece, per cercare di evitare al video accuse di neonazismo 
vengono mostrate le devastazioni sulla Germania del secondo conflitto mondiale.
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 8 di 158 
simbioticamente a solide ed indiscusse basi estetiche per risultare 
fino in fondo convincente e vitale ? 
Siamo, in altre parole, di fronte al lato tragico di queste nuove 
avanguardie dell’era digital-telematica, le quali in virtù del 
cyberspazio in cui si trovano ad operare, sono ineluttabilmente 
trascinate - volenti o non - a dilatare enormemente le possibilità 
delle avanguardie storiche, le quali non potevano certo contare - e 
del resto non l’avrebbero nemmeno voluto, se non altro per 
ragioni puramente elitarie - sulla generazione telematica di 
un’avanguardia di massa, la quale se certamente mette 
radicalmente in crisi la postmoderna afasia narrativa lo fa a tutto 
rischio del ricadere in una ancor più pericolosa afasia totalitaria. 
Un nuovo fascismo cibernetico quindi come l’inaccettabile pegno 
della possibilità di rompere con le logiche della fine della storia? 
Prima di cercare di rispondere forse è più opportuno continuare il 
nostro viaggio nella rete. 
Il gruppo tedesco dei Rammstein non nasce con le stesse 
pretese avanguardistiche dei Laibach. I Rammstein non si 
propongono di demistificare l’ideologia totalitaria nazista e 
quando dai vari intervistatori viene fatto loro notare che la loro 
musica e la loro pubblica immagine costituiscono un diretto 
richiamo al nazismo, la loro risposta è che questo è un totale 
travisamento, suggerito dal fatto che essi sono tedeschi e che come 
tali traggono ispirazione dalla tradizione tedesca dalla quale 
proviene, anche se come un figlio indesiderato, anche il nazismo. 
Nell’identificare i Rammstein come nazisti saremmo quindi in 
presenza del classico fraintendimento che, più o meno in buona 
fede, vorrebbe fare di ogni tedesco un nazionalsocialista. Non ci 
rimane quindi che compiere la solita verifica. 
All’indirizzo http://it.youtube.com/watch?v=eZrLn9HhhjQ 
possiamo accedere al video ufficiale della canzone “Stripped ” dei
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 9 di 158 
Rammstein. Come nel caso di “Life is life” dei Laibach, si tratta di 
una cover essendo “Stripped” un pezzo originariamente dei 
Depeche Mode. E come nel caso dei Labaich anche questa cover è 
immensamente superiore all’originale. Mentre nei Depeche Mode 
abbiamo un esempio di pop elettronico stanco e ripetitivo, dopo la 
la “cura” Rammstein la ripetitività della melodia, l’incalzare del 
ritmo ( e la straordinaria voce cavernosa del leader del gruppo Till 
Lindemann, che ricorre anche a tecniche operistiche ) lo rendono 
uno dei motivi più coinvolgenti ( ed orecchiabili ) che siano mai 
apparsi sulla scena della pop music. Inoltre, le immagini del video 
ufficiale sono tratte - e da chi altri se no - da Olympia della solita 
Leni Riefenstahl. L’abbinamento fra la sublime esaltazione 
cinematografica dei perfetti corpi “ariani” di Olympia con la 
straordinaria interpretazione di “Stripped” dei Rammstein e di Till 
Lindemann rappresenta forse la più perfetta rappresentazione 
dell’ideologia nazista della superiorità della razza tedesca, una 
rappresentazione tanto più pericolosa quanto più veicolata 
attraverso un’estetica di grande valore ( e in questo caso anche 
non immediatamente revulsiva, necessitando le immagini di 
Olympia, al contrario delle due versioni video di “Life is life” 
anche un buon livello culturale per essere decrittate). 
Dove invece non è proprio necessario un buon livello culturale per 
comprendere che ci si trova di fronte ad una diretta apologia del 
nazismo è nella versione “improved fan video”di “Stripped” 
(secondo la definizione dataci da U Tube stesso). Ora la versione 
“migliorata” dei fan dei Rammstein apporta profondi cambiamenti 
nel video (la nuova versione all’indirizzo 
http://it.youtube.com/watch?v=YcGJFvaQM0s). Pur rimanendo in 
parte il materiale tratto da Olympia , questo viene intercalato con 
filmati e foto propagandistiche naziste ( adunate di massa, discorsi 
di Hitler, etc.) e mentre il video ufficiale dei Rammstein terminava 
con un tripudio di perfetti corpi umani in movimento ( che può 
costituire anche un astuto riferimento all’idea della supremazia
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 10 di 158 
razziale ma che molto più semplicisticamente può essere 
interpretato come un riferimento all’eternità dell’ideale olimpico 
in quanto gli ultimi frame sono costituiti da una dissolvenza di 
questi corpi con le eterne rovine del Partenone, una dissimulazione 
probabilmente molto sottile per sventare le accuse di filonazismo) 
, nella versione migliorata il video termina con una bandiera con la 
svastica che viene bruciata su un falò e un busto integro di Hitler 
posto su un cumulo di macerie della Berlino in fiamme ( siamo di 
nuovo, evidentemente, di fronte ad un depistaggio: 
apparentemente queste due immagini starebbero a significare la 
sconfitta totale del nazismo, ma in realtà la svastica che arde 
richiama potentemente l’idea della Fenice mentre il busto integro 
sul cumulo di macerie sta a significare che nonostante l’avverso 
destino rimangono intatte le possibilità di un ritorno, eterno 
possibilmente) . Ed anche in questo caso, ritornano le medesime 
considerazioni fatte a proposito dei Laibach : alla banalizzazione 
del messaggio politico apportato nel video alterato dai fan non 
corrisponde un abbassamento del livello estetico. In altre parole e 
ripetendoci. L’estetizzazione operata dall’avanguardia originale 
non subisce il minimo degrado quando questa viene in contatto ed 
assimilata dalla più vasta cerchia della fruizione internettiana. 
(Anche nel caso in specie dei Rammstein, che immettendo nel 
circolo del Web materiale del III Reich ma non palesemente 
nazista riescono ad operare un’esaltazione del totalitarismo 
tedesco ed innescano la risposta di alcuni loro fan nazisti che 
producono un video politicamente inaccettabile ma esteticamente 
comunque di grande valore). 
Ma dove l’esaltazione del nazismo raggiunge livelli di 
intensissima fascinazione l’abbiamo col video non ufficiale dei fan 
dei Rammstein dove le immagini commentano la canzone “Reise 
Reise” ( all’indirizzo http://it.youtube.com/watch? 
v=HdCJzfi3dY4). “Reise Reise” è una metafora della intrinseca 
violenza della vita umana e descrive il drammatico incontro di un
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 11 di 158 
pescatore con una grossa preda che viene trafitta dall’arpione. In 
questo video non ufficiale, la magistrale ed intensissima 
interpretazione di Till Lindemann , che ininterrottamente 
scandisce il ritornello “Reise Reise”, fa da tappeto musicale alle 
immagini tratte dal Triumph des Willens di Leni Riefenstahl. Si 
tratta probabilmente del più abile video di propaganda nazista mai 
prodotto. Perfetta la fusione fra le immagini e le parole della 
canzone, che proprio per la loro valenza metaforica sulla tragicità 
della vita si adattano benissimo a fare da commento alla tragica 
esperienza nazista ( anche se questo destino finale non compare 
nelle immagini, che anzi esaltano il nazismo nel momento del suo 
trionfo, è presente nel video un latente senso da 
Götterdämmerung della Germania nazista, solo che questo per i 
fanatici nazisti viene visto non come una fine ma come un 
momento di un eterno ritorno, vedi la svastica-fenice di cui si è già 
detto). E perfetto anche il tono epico della musica di “Reise Reise” 
che conferisce alle immagini di Leni Riefenstahl la degna ( o 
indegna se si vuole) colonna sonora. “ Reise Reise” , insomma 
come la più chiara rappresentazione del momento in cui 
l’intensificazione del messaggio originario estetizzante ed 
avanguardistico si muta, ad opera di un’elite di fruitori, in 
fascismo cibernetico tout court, nel quale avviene sì un degrado 
della valenza metaforica, tramutandosi in crassa propaganda, ma 
dove questo degrado non ingenera una decomposizione del 
risultato estetico globale ma semmai un suo innalzamento. Anche 
se solo a livello virtuale, siamo così forse in presenza al grado 
ultimo e definitivo dell’estetizzazione della politica, dove non solo 
il messaggio politico totalitario per essere trasmesso e recepito 
con successo deve rivestirsi di forme accattivanti e/o 
sessualmente sadomasochistiche (Sontag 1980 ) ma dove 
condizione ineludibile per la sua esistenza e trasmissione è che 
questo messaggio totalitario divenga esso stesso effettivamente 
momento estetico. Va da sé che questa nuova estetizzazione della 
politica rispetto a quella attuata dai regimi fascisti e nazisti
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 12 di 158 
accanto ad analogie presenta due sostanziali differenze. La prima, 
la più scontata, è che siamo in presenza di fenomeni che si 
svolgono all’interno del Web e non sulla carne viva di reali 
comunità politiche ( anche se sarebbe veramente ingenuo 
presupporre una soluzione di continuità fra mondo virtuale e 
quello reale ed anzi tutte le evidenze empiriche ci suggeriscono un 
sempre più veloce lievitare del primo a discapito del secondo). La 
seconda, molto meno scontata, che mentre le estetizzazioni 
politiche che videro la loro realizzazione nell’Italia fascista e nella 
Germania nazista avevano sì sullo sfondo il trauma della 
rivoluzione bolscevica ma non certo un tramonto delle ideologie, 
questa seconda estetizzazione politica sorge in un contesto 
postmoderno di fine delle ideologie e della metanarrative. E’ 
ovvio che attribuire a questa intensificata estetizzazione un 
carattere – al di là del ributtante messaggio politico che veicola – 
di resistenza al carattere afasico della postmodernità oppure 
giudicarla esclusivamente come l’unica possibilità residuale di 
diffusione del fascismo e del nazismo, non potendosi sul piano 
storico concreto altro che registrare la dimensione di “fine della 
civiltà” che accompagnarono il fascismo e il nazismo, è questione 
che così impostata può essere difficilmente sciolta e destinata a 
rimanere insoluta. Più utile a noi sembra piuttosto rispondere alla 
domanda che informa tutto il nostro discorso e cioè se è possibile 
che un’estetica che è comunque espressione di una ideologia di 
fine di civiltà possa essere annoverata fra le risposte possibili 
all’afasia del postmoderno. 
Una prima risposta ci può venire allargando l’orizzonte oltre ai 
casi da cui è partito il nostro discorso. Se con i Laibach e con i 
Rammstein3 siamo in presenza di un fenomeno dove alla ricchezza 
3 Medesime considerazioni come quelle svolte sui Laibach e i Rammstein si 
potrebbero svolgere riguardo a molti altri gruppi del 
genere industrial-fascist-rock. Rinviamo per tutti ai Ministry e al video della 
canzone “The Land of Rape and Honey” , dove al seguente indirizzo 
http://it.youtube.com/watch?v=HJCHFCvMCC8 al ritmo incessante del ritornello
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 13 di 158 
della proposta estetica originaria fa riscontro un risposta sul Web 
altrettanto , se non di più, esteticamente valida ed 
indissolubilmente però legata ad un profondissimo degrado del 
messaggio, cosa che ci suggerisce l’idea che la forza eversiva 
rispetto alla postmodernità consista in una sorta di drammatica 
narrazione dello scacco cui viene sottoposto il momento estetico 
qualora s’insignorisca totalmente del momento politico, gettare lo 
sguardo sui numerosi gruppi fascio-rock porta sicuramente a 
ridimensionare l’ipotesi formulata originariamente del Web come 
luogo di espressione e/o creazione di avanguardie. 
L’ esempio classico è la canzone “Tomorrow Belongs to Me” dal 
film Cabaret. La canzone, il cui titolo è stato non letteralmente 
tradotto in italiano con “Il domani appartiene a noi” ( un “a noi” 
molto significativo ed anche il resto della traduzione pur 
rispettando lo spirito “ agreste-reazionario” dell’originale in 
inglese se ne discosta ancor più profondamente: per il testo 
integrale della versione italiana vedi in esergo) ebbe in origine 
l’effetto perverso di costare il taglio di una scena del film. In 
questa scena veniva rappresentato un biondo giovanotto della 
Hitlerjugend che ad una festa in un giardino di una birreria intona 
“Tomorrow Belongs to Me” immediatamente seguito da quasi 
tutti i presenti ( i pochi che non cantano dovevano rappresentare, 
evidentemente, coloro che non intendevano piegarsi al nazismo) . 
Il culmine viene raggiunto quando il giovane alza il braccio destro 
fasciato dalla svastica e questo nell’intenzione dello sceneggiatore 
avrebbe dovuto significare il pericolo del totalitarismo che si serve 
anche di mezzi apparentemente innocenti, come può essere una 
canzone sulle bellezze della natura quale “Tomorrow Belongs to 
“Sieg Heil” ripetuto senza sosta, possiamo leggere una feroce critica alla società 
statunitense mentre all’indirizzo http://it.youtube.com/watch?v=8bvgy08jPf4 , 
accanto a scene di un concerto dei Ministry dove con intenti irrisori viene sventolata 
la bandiera statunitense, compaiono Hitler e scene della conquista al potere del 
nazismo. L’intendo probabile è paragonare il Terzo Reich agli Stati Uniti . Il tutto è 
veramente molto godibile ma, come al solito, permane l’impressione di una apologia 
del nazifascismo.
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 14 di 158 
Me”, per insinuarsi nella mente degli uomini ( la scena tagliata 
può essere vista su http://it.youtube.com/watch? 
v=ZMVql9RLP34) . Ora, come si dice, delle buone intenzioni 
sono lastricate le strade che portano all’inferno e la scena fu 
originariamente tagliata perchè giudicata una involontaria 
apologia del nazismo ( e se si deve deprecare qualsiasi forma di 
censura, c’è da dire che veramente proprio grazie all’orecchiabilità 
dell’aria e all’abilità con cui era stata realizzata e recitata, questa 
scena funziona, in effetti, più come propaganda che come 
condanna del nazismo). Ma le cose, purtroppo, non finiscono qui. 
Probabilmente grazie a questa goffa censura ed anche al fatto che 
la scena tagliata era, in effetti, una potente apologia del nazismo, 
ora ovunque a livello planetario non c’è gruppo neofascista o 
neonazista degno di questo nome che dilettandosi nel cyberhate 
( il termine internazionalmente adottato per definire i gruppi 
estremisti di destra che impiegano il Web per diffondere l’odio 
razziale o, comunque, l’idea della supremazia della razza bianca, 
versione ariana , ovviamente ) non metta in rete un suo video e 
una sua versione di “Tomorrow Belongs to Me”, che così per la 
destra estrema ha assunto il rango di una specie di inno 
internazionale . Ma in questo caso il risultato estetico è veramente 
deprimente4. 
4 Solo per quanto riguarda l’Italia, segnaliamo alcuni gruppi e cantanti fascisti che si 
sono cimentati con questa canzone : http://it.youtube.com/watch?v=vLYVoBGLqy8 
è l’indirizzo presso il quale si assiste all’interpretazione del “Domani appartiene a 
noi” della cantante di origini abruzzesi Aufidena ( già Viking), al secolo Francesca 
Ortolani. Il lato notevole – o buffo – della prova canora di Aufidena-Viking- 
Francesca Ortolani è che essa, pur proclamandosi una accanita sostenitrice 
dell’identità nazionale italiana ( e, ovviamente, odiatrice in servizio permanente 
effettivo degli ebrei ) , in realtà non canta “Il domani appartiene a noi” ma l’originale 
inglese “Tomorrow belongs to me”. Dalla “vichinga” d’ Abruzzo dagli occhi e capelli 
scuri - ragazza dai tratti mediterranei e che nell’aspetto potrebbe anche essere 
scambiata per una tipica bella figliola d’Israele - passiamo ad un altro momento 
involontariamente comico delle interpretazioni italiane del “Domani appartiene a 
noi”. All’indirizzo http://it.youtube.com/watch?v=I3fCd2kL_-o 
La compagnia dell’anello, questo il pomposo nome tolkieniano della band in 
questione, strimpella allegramente e fascisticamente sul “ruscello che sgorga lassù/e
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 15 di 158 
Cliccando su http://it.youtube.com/watch?v=1hSpWo50gj0 
vediamo un video di Saga, cantante svedese di estrema destra, 
dove sulle note di “Tomorrow Belongs to Me” scorrono immagini 
di svastiche, soli che sorgono, fiori di prato, bimbi e neonati 
biondissimi ed altre delizie naturalistiche del genere. Per quanto 
sia impossibile risalire ad una responsabilità diretta della cantante 
umile a valle scompar […] l’usura ed il pugno [che] noi vincerem [ …] La terra dei 
Padri, la Fede immortal” ed altre commoventi e profonde insulsaggini. L’aspetto 
divertente di tutta la faccenda, è che sul palco è stato invitato anche Gianni 
Alemanno, componente di spicco di quell’Alleanza Nazionale il cui sforzo principale 
è stato fin dal Congresso di Fiuggi accreditarsi come forza responsabile di destra che 
ha tagliato tutti i ponti col fascismo. E il suo volto comicamente contratto, che 
tradisce una folle paura che alla fine della canzone si prorompa in un “a noi” ( che per 
sua fortuna , se stiamo al video, pare non sia stato pronunziato ) , vale più di mille 
discorsi su un passato che ancora non è definitivamente passato. Terminiamo con un 
gruppo che potremmo definire fascio-rock-futurista e non per segnalare l’ennesima 
ridicola interpretazione del “Domani appartiene a noi” ma semplicemente perché 
questa band si distacca indubbiamente dal punto di vista qualitativo dal panorama 
italiano della musica identitaria ( questa la definizione che l’odierna musica giovanile 
che si ispira al fascismo e dintorni vuole darsi). Si abbia allora la compiacenza di 
cliccare su http://it.youtube.com/watch?v=bpNYH5wl4E8 e sul bel filmato 
tratto dall’Istituto Luce sulla Trasvolata Atlantica del Decennale di Italo Balbo, si può 
ascoltare “Idrovolante”. Le parole di “Idrovolante” di pretta ispirazione futurista 
indicano una terribile spinta verso una forma di libertà anarchicamente intesa e 
realizzata in una spasmodica e disperata simbiosi con la macchina volante. La musica 
proprio nel suo rifuggire da facili linee melodiche sottolinea meravigliosamente il 
frustrato e mai definitivamente concluso rapporto uomo-macchina.. Il tutto è di una 
bellezza lancinante e commovente e Marinetti avrebbe sicuramente approvato. Come 
avrebbe sicuramente approvato “Squadristi”( http://it.youtube.com/watch? 
v=mB0rx5Yklqc ). Bellissime e torve foto di squadristi con un testo le cui 
sprezzanti ed inaccettabili parole sulla superiorità fisica e morale degli squadristi 
vengono scandite con finissima abilità da crooner. Musica ancora una volta che nulla 
concede alla facile orecchiabilità ma che nel suo lento e ritmato svolgersi trasmette 
semmai, sovrapponendosi alle foto degli squadristi, un premeditato senso di paura e 
sgomento. Il video è a cura del Blocco Studentesco Castelli Romani Production. A 
parte l’ilarità che può suscitare questa denominazione che può richiamare lo 
strampalato linguaggio ed atteggiamento di Ferdinando Mericoni ( Alberto Sordi), il 
protagonista di Un Americano a Roma (“Yogurt, marmellata, mostarda… questa è 
roba che magnano l’americani, roba sana, sostanziosa… ammazza che zozzeria!!”, 
recita con impareggiabile vis comica Alberto Sordi: un atteggiamento molto poco
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 16 di 158 
in questo prodotto (opera di suoi fan neonazisti, ovviamente) si 
deve rilevare accanto ad un eccellente fattura formale del video 
( girato con lo stile dello spot televisivo del Mulino Bianco ed 
anche dal punto di vista della tecnica della dissolvenza e della 
qualità delle immagini si capisce che dietro c’è una mano 
professionale ), una totale mancanza di contenuti estetici ( a meno 
che per contenuti estetici non si intenda la bellezza “ariana” dei 
soggetti rappresentati ma qui non siamo dalle parti di Olympia di 
Leni Riefenstahl ma , appunto, del Mulino Bianco5). 
Un altro esempio di totale fallimento estetico ( ma sarebbe meglio 
dire di totale disinteresse per l’estetica), l’abbiamo sempre con la 
cantante Saga in “The Snow Fell”. Cliccando su 
http://it.youtube.com/watch?v=UGxP-KtqN1M, a presentazione 
del video compare nel primo frame la scritta “Do not be fooled 
into thinking Hitler was the Beast/Stalin was pure Scum/Wake up 
& get educated by fact not fiction”. Parte il video e la musica fa da 
sottofondo ad immagini dove si alternano fiocchi di neve che 
mestamente e pietosamente coprono le tragedie del popolo russo 
travolto dal comunismo, immagini di bianchissimi e purissimi 
unicorni, di Stalin con su scritto “Beast”, di un Hitler che saluta 
consono agli emuli odierni degli squadristi), su questo Blocco Studentesco Castelli 
Romani Production c’è – nel bene e nel male – assai poco da ridere, dimostrando di 
essere in possesso, oltre ad un’ideologia del tutto inaccettabile, di finissimi strumenti 
culturali in cui l’incontro fra estetica e politica ( cioè l’estetizzazione della politica) 
costituisce uno dei momenti più rilevanti. 
5 Il Mulino Bianco è una linea di prodotti da forno di una nota casa italiana del settore 
agroalimentare. Gli spot di questi prodotti sono molto noti presso la vasta platea dei 
consumatori ed hanno attirato anche l’attenzione degli addetti lavori alla pubblicità 
per il loro stile teso a creare attorno ai prodotti del Mulino Bianco un’aura di mondo 
incantato e fatato in cui la natura è sempre e comunque buona e mai matrigna. 
L’espressione “Mulino Bianco” sta quindi ad indicare atteggiamenti e forme 
espressive e/o retoriche in cui l’ottimismo non è minimamente basato sulla realtà dei 
fatti.
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 17 di 158 
nazisticamente ( da interpretare ovviamente come un simbolo 
positivo ), il tutto in un guazzabuglio poco omogeneo di 
riferimenti e simboli che se riescono a rendere ben chiaro come la 
pensa l’autore del video6 (che, ovviamente, anche in questo caso è 
impossibile collegare direttamente a Saga, anche se a pensar male 
– come disse un certo italiano – si fa peccato ma ci si azzecca… ) 
denotano pure una totale insipienza estetica. 
Si potrebbe continuare con esempi sempre di Saga e di una 
miriade di altri gruppi di cyberhaters che sembrerebbero 
palesemente smentire l’ ipotesi di partenza che nelle Web sussiste 
la possibilità che l’estetizzazione della politica uscita sconfitta dal 
secondo conflitto mondiale possa comunque e per vie oblique 
produrre quegli anticorpi che possano costituire una prima risposta 
alla fine di ogni telos del postmoderno. Con Saga e con moltissimi 
altri gruppi neonazisti di cyberhaters siamo in presenza anche dal 
punto di vista estetico all’implosione e collassamento totale di 
ogni spazio per controbattere alla fine delle narrazioni della 
storia. “Il futuro appartiene a noi” risolto pianamente in chiave 
razzistica e di esaltazione dello stato totalitario, e che costituisce 
l’intimo convincimento dei cyberhaters e degli autentici 
neofascisti, nel suo facile ed ottuso ottimismo costituisce la 
radicale antitesi del tragico rapporto fra avanguardie estetizzanti 
ed il rischio del disvelamento/inveramento del messaggio politico 
fascista intimamente connesso con la sua intensificazione estetica 
da parte delle avanguardie internettiane dei suoi fruitori . Se 
quest’ ultimo caso può assumere la forma della “tragedia”, 
potenzialmente in grado di rimettere in moto la storia ( non 
diciamo verso le “magnifiche sorti e progressive” ma più 
6 
E per non correre il rischio che il messaggio non sia stato chiaro, il video termina 
con lo scorrimento di queste deliranti parole : “ Communism is deadly/National 
socialism is security/ Safe and prosperity for the aryan race/ Thats [sic] why the jews 
want it abolished/ NS can never be killed/ And is on the rise again/ Learn the truth 
about national socialism today/ For the sake of the white race.”
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 18 di 158 
modestamente verso la possibilità che ci siano ancora storie da 
raccontare, e non necessariamente a lieto fine), lo scenario affine 
al primo è lo stupido e pornografico film già visto del 
totalitarismo del Novecento. Dipenderà dalla nostra capacità di 
ascolto ed anche nel sapere accettare la drammaticità della storia 
se sapremo evitare di ricadere negli errori di un passato che in 
fondo non è mai passato e se ci saremo meritati di udire nuovi 
racconti. 
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI 
Bazzocchi, Claudio ( 2003): La balcanizzazione dello sviluppo. 
Nuove guerre, società civile e retorica umanitaria nei Balcani 
(1991-2003). Bologna: Il Ponte. 
Bürger, Peter (1984): Theory of the Avant-Garde. Minneapolis: 
University of Minnesota Press. 
Dahal, Göran ( 1999) : Radical Conservatorism and the Future 
of Politics. London: SAGE. 
Erjavec, Alĕs; Jay, Martin; Groïs, Boris (2003): Postmodernism 
and the Postsocialist Condition. Politicized Art Under Late 
Socialism. Berkeley: University of California Press. 
Kenney, Padraic ( 2002): A Carnival of Revolution. Central 
Europe 1989. Princeton ( N.J. ): Princeton University Press. 
Monroe, Alexei; Zizek, Slavo ( 2005): Interrogation Machine. 
Laibach and NSK. Cambridge ( Mass.): MIT Press. 
Poggioli, Renato ( 1968): The Theory of the Avant-Garde. 
Cambridge ( Mass.): Belknap.
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 19 di 158 
Sontag, Susan ( 1980): Under the Sign of Saturn. New York: 
Farrar-Straus-Giroux. 
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SEMINÁRIO INTERNACIONAL DA RIBEIRA GRANDE – AÇORES 
Autoritarismos, Totalitarismos e Respostas Democráticas 
ideologias, programas e práticas 
Universidade dos Açores 
Ribeira Grande 26 a 29 de Novembro de 2008
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 20 di 158 
MASSIMO MORIGI 
NEUE SLOWENISCHE KUNST ( NSK ) ET AL. : LA 
CYBERAVANGUARDIA FRA FASCISMO E 
TRAGEDIA ( AESTHETICA FASCISTICA VI E 
PRIMI ELEMENTI PER UNA TEORIA 
NEOREPUBBLICANA ) 
*Massimo Morigi è Dottorando presso la FLUC. 
I was around when Jesus Christ 
had his moment of doubt and pain 
And I made damn sure that Pilate 
washed his hands, and sealed his fate 
Pleased to meet you, hope you guess my name 
But what's puzzling you is the nature of my game 
I stuck around St. Petersburg, 
when I saw it was time for a change 
I killed the Car and his ministers 
Anastasia screamed in vain 
I rode a tank, held a General's rank 
When the Blitzkreig raged, 
and the bodies stank 
Pleased to meet you, hope you guess my name 
But what's puzzling you is the nature of my game 
I watched with glee while your kings and queens
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 21 di 158 
fought for ten decades, for the God they made 
Shouted out "Who killed the Kennedys?" 
When after all... it was you and me 
Let me please introduce myself 
I'm a man of wealth and taste 
And I lay traps for troubadours 
Who get killed before they reach Bombay 
Pleased to meet you, hope you guess my name 
But what's puzzling you is the nature of my game 
Pleased to meet you, hope you guess my name 
But what's puzzling you is the nature of my game 
Just as every cop is a criminal 
and all the sinners saints 
As heads is tails, just call me Lucifer 
'Cause I'm in need of some restraint! 
So if you meet me, have some courtesy 
Have some sympathy, and some taste 
Use all your well-learned politics 
Or I'll lay your soul to waste! 
Laibach, Sympathy For the Devil (Time for a Change ) 
La tradizione degli oppressi ci insegna che lo 
“stato di emergenza” in cui viviamo è la 
regola. Dobbiamo giungere ad un concetto 
di storia che corrisponda a questo fatto. 
Avremo allora di fronte , come nostro 
compito, la creazione del vero stato di 
emergenza; e ciò migliorerà la nostra 
posizione nella lotta contro il fascismo. 
Walter Benjamin, Tesi di filosofia della storia
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 22 di 158 
Per quanto nella sua Teoria estetica arrivasse ad affermare che “L’esperienza artistica 
è messa in azione dalla contraddizione scaturita dall’immanenza della sua sfera 
estetica e allo stesso tempo dall’ideologia che l’indebolisce”7 e che quindi per il suo 
romantico attaccamento ad una visione di assoluta autonomia dell’arte Adorno abbia 
dovuto scontare il pressoché unanime giudizio di aver pagato un pesantissimo tributo 
all’idealismo operando tuttalpiù su questo un travestimento con una fraseologia 
marxista, certamente, al di là delle sue affermazioni che avevano il difetto di mettere 
chiaramente le carte in tavola, non si può certo dire che l’idealismo - anche se en 
travesti - del massimo esponente della scuola di Francoforte non abbia avuto 
proseliti, anche se pur loro farebbero ( o avrebbero fatto ) carte false pur di negare 
questa imbarazzante genealogia. Che ad Adorno proprio in virtù di questo ingenuo 
indebitamento idealistico fosse completamente preclusa la comprensione delle 
avanguardie artistiche del Novecento è un dato di fatto che di per sé non dovrebbe 
destare soverchia sorpresa, né, al di là della filologia filosofica, troppo interesse ( se 
non per l’industria culturale che sui francofortesi ha sempre molto marciato ). 
Purtroppo, rubricare l’incomprensione delle avanguardie solo come il combinato 
disposto di concreti interessi del mondo cultural-editoriale e di insensibilità 
idealistica verso le categorie della modernità, non ci porta certo a comprendere il 
motivo per cui anche quegli autori che espressamente si sono sempre tenuti distanti 
dalle categorie idealistiche hanno ritenuto ( e ritengono ) l’avanguardia come un 
momento ormai definitivamente storicizzato. 
Al di là delle profonde differenze che infatti le animano, tutte le maggiori 
interpretazioni delle avanguardie novecentesche ( i.e. Guillermo della Torre, Renato 
Poggioli, Hans Magnus Enzensberger, Peter Bürger, Alfredo Giuliani, Edoardo 
Sanguineti, Elio Pagliarani, Angelo Guglielmi, Fausto Curi, Ferruccio Masini, Adrian 
Marino, Gregor Gazda, Stefan Morawski ) non fanno in pratica che ripetere la triste 
litania della finis avanguardiae. Certamente se ci si limita a considerare le 
avanguardie storiche, quelle che operarono essenzialmente a cavallo fra le due guerre 
mondiali e poi le loro stracche prosecuzioni del secondo dopoguerra, in cui delle 
avanguardie storiche si mantenevano ( e si mantengono tuttora ) solo i procedimenti 
formali ma per abbandonare completamente l’anelito alla Gesamtkunstwerk e 
all’inveramento del momento estetico in quello politico, non si potrebbe non 
concludere che fra le macerie della modernità verso le quali l’Angelus Novus di 
Benjamin è impotente ad operare una sua restitutio ad integrum, l’avanguardia 
costituisce uno dei ruderi più tristi e totalmente inadatti a fornire un sia pur minimo 
rifugio. Non importa siano neo o trans o qualsiasi altra aggettivazione si voglia 
apporre davanti al nome e non importa che tutte queste neo, trans od altro 
avanguardie continuino a praticare l’uso dell’allegoria, del montaggio e della 
citazione, se ci si limitasse a considerare solamente le esperienze estetiche 
sviluppatesi nell’ambito delle società industriali avanzate post seconda guerra 
mondiale la conclusione, se proprio non si vuole cadere in un’interpretazione 
idealistica all’Adorno dove l’arte non viene data per morta unicamente per il fatto che 
7 T. Adorno, Aesthetic Theory, Minneapolis, University of Minnesota Press, 1997, p.349.
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 23 di 158 
si presenta come antitesi e momento totalmente altro rispetto all’ideologia e alla 
struttura economica ( e a questo punto sarebbe più onesto ricorrere ad Hegel che già 
molto prima in una sorta di avanguardismo rovesciato ed ante litteram dava l’arte per 
morta, per lui assorbita dalla filosofia ma noi potremmo dire dal trionfare del 
disincanto del mondo ), si sarebbe comunque costretti ad accettare, de facto, il 
trionfo della postmodernità, appunto caratterizzata dall’ uso spregiudicato della 
tradizione reinterpretata attraverso l’allegoria, la citazione e il montaggio ma in cui 
questi procedimenti sono ridotti a puro gioco combinatorio dove, al contrario delle 
avanguardie storiche, è completamente assente l’eroica tensione costruttiva verso la 
Gesamtkunstwerk e ad una mutazione antropologica che investi direttamente anche il 
politico. 
Ma come si era suggerito, questa impostazione denunzia innanzitutto una sorta di 
fallacia interpretativa intorno all’intima teleologia dell’avanguardia, in cui i 
procedimenti espressivo-linguistici altro non sono appunto che gli strumenti per 
operare un rovesciamento del disincanto del mondo capitalistico, un rovesciamento 
che, ne fossero più o meno consapevoli, è stato l’autentico primum movens di tutti i 
movimenti di protesta politica ed esistenziale che hanno costantemente turbato la 
stabilizzazione capitalistica del secondo dopoguerra. E un rovesciamento che, come 
nelle avanguardie storiche - anche se con minore consapevolezza teorica ma come in 
una sorta di tacita eredità culturale - sempre attraverso i principali procedimenti 
creativi delle avanguardie storiche questi movimenti continuavano ( e continuano ) a 
perseguire. 
Mentre in alcuni autori questo legame non viene rilevato limitandosi le loro 
interpretazioni a denunziare l’esaurimento delle avanguardie, per una sorta di ironia 
della storia il giudizio liquidatorio verso questi movimenti di protesta viene dato da 
colui che meglio di ogni altro ha saputo individuare questo nesso. Scrive infatti Hans 
Magnus Enzensberger nelle Aporie dell’avanguardia: 
E’ a Jack Keruac, il supremo comandante della setta Beatnik, canonizzato dai suoi 
partigiani come il Santo Jack, che noi dobbiamo la seguente massima, centrale nel suo 
“Credo”, insieme ad una indispensabile lista di infallibili procedimenti per lo scrittore : “ Sii 
sempre idiotamente distratto”. Questa frase può essere il motto per la corrente produzione 
di massa del tachismo, dell’arte informale, dell’acting painting, della poesia concreta, come 
pure di una larga parte della musica più recente.8 
Se si è ad un passo dall’ “arte degenerata”, possiamo almeno dire che in 
Enzensberger, a differenza ad esempio che in Bürger,9 tutto proteso a formulare una 
8 H. M. Enzensberger, “The Aporias of the Avant-Garde”, in P. Rahv (ed.), Modern Occasions, 
New York, The Noonday Press, 1966, p. 89. 
9 P. Bürger, Theory of The Avant-Garde, Minneapolis, University of Minnesota Press, 1984. Oltre 
al saggio di Bürger, l’altro testo assolutamente seminale per una “teoria” dell’ avanguardia è R. 
Poggioli, The Theory of the Avant-Garde, Cambridge, Mass., Belknap, 1968. Secondo Poggioli l’ 
essenza dell’avanguardia poggia sulla resistenza dell’artista all’alienazione capitalistica. Le note
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 24 di 158 
“teoria dell’avanguardia” risolta unicamente nella critica alle avanguardie storiche e 
nell’assorbimento della loro carica antisistema nell’ambito dell’organizzazione 
commerciale e museale del mondo artistico, emerge chiaramente il legame fra 
avanguardia e le spinte radicali di critica al sistema. Che poi queste “aporie 
dell’avanguardia” siano viste come una sorta di “distruzione della ragione” questo fa 
parte dell’incapacità del marxismo classico ( ma sarebbe meglio dire scolastico ) di 
capire il cambiamento e della sua conseguente deriva verso il totalitarismo. Ma oltre 
al mancato abbinamento fra avanguardia e spinte antisistema ( Bürger ) o quando 
questo viene effettuato ad una sua valutazione di fondo negativa ( Enzensberger ), le 
classiche teorie dell’avanguardia soffrono di un elementare quanto fondamentale 
problema, il soffermarsi cioè unicamente sul mondo occidentale sviluppato retto da 
forme di stato liberaldemocratiche o presunte tali. E così fino a non molto tempo fa 
venivano totalmente ignorate tutte quelle esperienze avanguardistiche che nascevano 
al di fuori dell’Europa occidentale e degli Stati Uniti d’America ( considerando 
tuttalpiù distrattamente la sua diretta dépendance dell’America latina ). Hic sunt 
leones quindi per l’Africa e l’ Asia e scarsa e superficiale conoscenza anche per 
quanto avveniva oltrecortina, per l’ apparentemente ovvia ma anche del tutto errata 
considerazione che col realismo socialista non poteva svilupparsi alcuna forma d’arte 
diversa da quella consacrata ed autorizzata dallo stato . Se per quanto riguarda il 
cosiddetto “ Terzo mondo” sarebbero una buona volta da intraprendere, sul modello 
degli studi giuspubblicistici, serie ed approfondite indagini in merito al vicendevole 
scambio e recezione col “Primo mondo” dei modelli estetici e delle dinamiche della 
sociabilità dei gruppi dediti alla produzione artistica ( e il fatto che ciò non sia 
avvenuto è da attribuire al persistere di una superficiale mentalità coloniale ed anche 
al fatto che, almeno, fino a non molto tempo addietro, i cosiddetti studi culturalistici e 
di genere avevano una profondissima idiosincrasia verso tutto quello che avesse il pur 
minimo sentore di discorso estetico ), per quanto riguarda l’est Europa si doveva, da 
un lato, fare i conti con la narrazione liberaldemocratica per la quale tutto quanto 
veniva prodotto nei sistemi comunisti o era viziato all’origine per aver dovuto 
sottostare al diktat totalitario o doveva essere unicamente catalogato come dissenso, 
dissolvendo in questa comoda definizione tutte le varie soggettività e particolarità 
artistiche, e per l’altro, si doveva scontare lo storico ritardo della sinistra marxista per 
la quale affrontare l’argomento era, per farla breve, come parlare di corda in casa 
dell’impiccato. E invece, per una sorta di eterogenesi dei fini, possiamo affermare che 
se ci fu un luogo nelle coordinate spazio-temporali novencentesche dove 
l’avanguardia ha saputo mantenere vive le sue possibilità di trasmissione e 
reviviscenza dopo la caduta del muro di Berlino e attraverso ( come vedremo ) le reti 
digital-cibernetiche questo è il mondo dell’ex socialismo reale. Gesamtkunstwerk 
che seguiranno, pur facendo proprie le considerazioni di Adorno e Poggioli intorno all’ineludibilità 
del problema strutturale nel determinare il fenomeno arte e/o avanguardia, intendono indicare la 
possibilità di un rapporto autenticamente dialettico fra arte e momento strutturale, dove fra arte e il 
“resto del mondo” deve esistere ed esiste veramente la possibilità di un reciproco scambio ed 
influenza.
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 25 di 158 
Stalin,10 oltre il titolo del saggio nel quale Boris Groys magistralmente mette in 
rilievo che le avanguardie russe non lamentavano al sistema comunista la poca libertà 
ma la troppa libertà ( in quanto questa contrastava con la spinta totalitaria di 
rimodellamento ab imis della società su cui puntavano queste avanguardie ), sono due 
parole il cui potere euristico si spinge ben al di là della descrizione della situazione 
sovietica e in generale dei paesi comunisti e che ci forniscono anche la chiave 
interpretativa fondamentale del fenomeno avanguardistico e della produzione 
culturale più in generale: e cioè che storicamente ed empiricamente parlando le 
liberaldemocrazie mature non sono ambienti propizi per lo sviluppo di grandi imprese 
spirituali. E comunque, oltre alla mera evidenza che fu proprio in Unione Sovietica 
che l’avanguardia giocò la sua ultima carta di rimodellamento del mondo e oltre 
anche all’ altra ovvia ( ma non secondaria ) considerazione che l’arte nell’ex URSS e 
nel mondo sovietizzato fu sottratta coattivamente all’influenza, anch’essa totalitaria 
almeno nelle sue conseguenze, del “libero” mercato dell’arte ( possiamo paragonare 
la committenza dei partiti comunisti a quella praticata un tempo dalla Chiesa 
cattolico-romana, con tutti gli svantaggi ma anche i vantaggi che questa situazione 
comportava ), ciò che deve essere con forza sottolineata è la profonda affinità fra la 
mentalità totalitaria politicamente intesa e la mentalità totalitaria nel campo dell’arte 
d’avanguardia. Non fu legato a circostanze fortuite che i futuristi abbiano svolto 
un’azione parallela e di collaborazione/concorrenza col fascismo e non fu un caso che 
i suprematisti russi fossero, in un certo senso, più comunisti e totalitari di Stalin. 
Questo non significa, come vorrebbe una certa facile vulgata ma non ancora del tutto 
estinta, che i futuristi fossero fascisti e i suprematisti comunisti. Molto più 
semplicemente significa che le avanguardie vollero politicamente sposare sempre 
soluzioni politiche totalitarie11 perchè in queste vedevano la traduzione nella sfera 
pubblica dei loro ideali estetici. ( E in realtà i futuristi e i suprematisti potevano 
essere indifferentemente fascisti e comunisti, se non contemporaneamente sia l’uno 
che l’altro. Insomma, tutto fuorché liberali ). 
Come si sa, il “gioco” a chi era più totalitario alla fine risultò vincente per i 
totalitarismo politico e nel campo delle arti plastiche e figurative la sola arte 
consentita fu quella del realismo socialista. Ma questo non significa che una volta 
abbattuto il muro di Berlino, il disgregarsi del sistema sovietico comportasse una 
omologazione ai modelli occidentali. E se questa mancata omologazione a livello 
politico ha significato la fallita democratizzazione che sarebbe perfettamente inutile 
deprecare ( sarebbero semmai da spedire con pratica accelerata nella famosa 
pattumiera della storia tutti coloro che avevano predetto “la fine della storia”12 stessa, 
10 B. Groys, Gesamtkunstwerk Stalin. Die gespaltene Kultur in der Sowjetunion, München-Wien, 
Carl Hanser Verlag, 1988 ( traduzione in italiano: Lo stalinismo ovvero l’opera d’arte totale, 
Milano, 1992 ). 
11 Id., “More Total than Totalitarianism”, in Irwin (ed.), Kapital, Ljubljana, 1991; A. Hewitt, 
Fascist Modernism: Aesthetics, Politics, and the Avant-Garde, Stanford, Stanford University 
Press, 1993. 
12 F. Fukuyama, The End of History and the Last Man, New York, Free Press, 1992.
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 26 di 158 
beotamente risolta nell’ oppiaceo e definitivo sistema liberaldemocratico ), a livello 
artistico ha permesso il riemergere di quelle avanguardie che erano sì state 
ferocemente represse dal totalitarismo comunista ma la cui persecuzione non aveva 
significato tanto una loro cancellazione ma bensì una loro ibernazione nelle profonde 
e oscure caverne delle società del socialismo reale.13 
La Neue Slowenische Kunst ( NSK ) è l’esempio più convincente che la finis 
avanguardiae è stato un luogo comune della critica che, perlomeno, doveva rimanere 
confinato all’ Europa occidentale, e che questo errato giudizio non può essere salvato 
nemmeno ricorrendo all’adozione di un modello pluralistico a livello topologico 
(cioè affermando che, comunque, anche se limitata al mondo non comunista, la 
consunzione dell’esperienza storica di queste avanguardie aveva assunto un carattere 
più generale perché la loro fine era stata accompagnata anche dell’ esaurimento non 
solo sul piano pratico ma soprattutto teorico delle possibilità di un’espressione 
avanguardistica ), perché la NSK, fin dalla sua nascita agli inizi degli anni ’80, si 
propone non più solo come avanguardia ma molto più concretamente come 
retroavanguardia. Non si pensi di essere di fronte ad un giochino di parole, come 
quello inventato ad uso commerciale dai galleristi e dai critici d’arte, tipo post o 
transavanguardia. Se nel caso della post, della trans, o quant’altro si possa escogitare 
come specchietto per le allodole, si è di fronte, nella migliore delle ipotesi, a fiacche e 
svirilizzate fotocopie di quelle che furono le vere avanguardie ( e ad un qualche 
nuovo nome più o meno accattivante per ragioni di marketing del sistema artistico-commerciale 
occidentale si doveva pur ricorrere ), la definizione retro apposta 
davanti ad avanguardia significa nel caso dell’ NSK una duplice consapevolezza, 
teorica intorno al suo modus operandi e storica riguardo la sua responsabilità nei 
riguardi della società. Teorica innanzitutto perché se è vero come è vero che la 
caratteristica principale delle avanguardie del Novecento è stata la citabilità di tutti 
gli stili che le avevano precedute, questa libertà ed anche cinismo verso la tradizione 
deve riguardare, secondo la NSK, da un lato anche l’avanguardia storica stessa e 
dall’altro, non solo il realismo socialista ma anche l’arte totalitaria fascista e nazista e 
questo per l’assoluta buona ragione che sia il realismo socialista che l’arte totalitaria 
fascista e nazista frutto altro non furono della Gesamtkunstwerk politico-totalitaria 
profondamente affine all’arte totale delle avanguardie. Una applicazione pratica di 
questo retroprincipio della citabilità rivolto anche - se non soprattutto - alla negatività 
storica del nazismo e del socialismo reale fu da parte della sezione arti grafiche della 
13 Per le forme di resistenza delle avanguardie durante i lunghissimi anni che in URSS e 
nell’Europa sovietizzata fu vigente la dura lex del realismo socialista, fondamentale Inke Arns, 
Subversive Affirmation. On Mimesis as Strategy of Resistance. Attualmente su 
http://www.projects.v2.nl/~arns/Texts/Media/Arns-Sasse-EAM-final.pdf . Per quanto invece 
riguarda la condizione dell’arte nell’ultimo scorcio di vita del socialismo reale, fondamentale A. 
Erjavec, J. Martin, B. Groys, Postmodernism and the Postsocialist Condition. Politicized Art under 
Late Socialism, Berkeley, University of California Press, 2003.
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 27 di 158 
NSK ( la NSK è composta da varie sezioni, i cui nomi ed anche le suddivisioni stesse 
sono cambiati nel corso del tempo ma che nel loro insieme, pur mantenendo ciascuna 
di queste ripartizioni una loro autonomia, intendono rappresentare unitariamente 
l’intera gamma di tutte le forme di espressione artistica), la produzione nel 1987 di un 
manifesto in occasione della celebrazione annuale della giornata della gioventù 
iugoslava. Il manifesto vinse il primo premio divenendo l’immagine propagandistica 
ufficiale dei festeggiamenti e, con grande sfortuna della nomenklatura politica e 
culturale che l’aveva scelto, subito dopo si scoprì che il manifesto altro non era che 
una copia quasi letterale di un manifesto nazista degli anni Trenta. In pratica, il tiro 
mancino dell’NSK consistè nel riprodurre tale e quale un baldo ed atletico giovanotto 
ariano che a torso nudo e in posa plastica esaltava “le magnifiche sorti e 
progressive” del Reich millenario, sostituendo la bandiera tedesca che questo reggeva 
con la bandiera della federazione iugoslava e l’aquila nazista in cima all’asta con una 
pacifica colomba. Ne seguì un enorme scandalo, poco mancò che i componenti della 
NSK non venissero incarcerati ma il triste epilogo della storia ( almeno per coloro 
che ancora credevano nella vitalità della federazione iugoslava ) fu che il 1987 fu 
l’ultimo anno che questi festeggiamenti vennero celebrati. Quale il senso 
dell’operazione montata in quell’ormai lontano 1987 dalla NSK? Sul piano 
meramente artistico, l’ integrale applicazione del retroprincipio che si basa sulla 
piena citabilità di ogni frammento espressivo del passato ( in questo caso dell’arte 
nazista che con sottile e feroce ironia la NSK dimostrava essere del tutto affine alla 
retorica figurativa comunista ). Ma se si fosse trattato solo di questo, tanto di cappello 
al coraggio dimostrato - si rischiavano anni di carcere per fortuna poi non scontati in 
ragione della incombente dissoluzione della federazione jugoslava - ma si sarebbe 
trattato solo di un’operazione di demistificazione dell’autoritarismo comunista 
dell’establishment iugoslavo giocando sull’ignoranza dell’arte nazista da parte della 
commissione giudicatrice del concorso. Una sorta, insomma, di goliardata, che, se 
anche molto rischiosa, non avrebbe colpito al cuore l’immaginario dell’ideologia 
comunista. Si trattava, invece, di qualcosa di altro e di ben diverso. Se da un lato, al 
livello più esteriore, gli autori del manifesto intendevano segnalare una affinità 
iconografica fra l’arte comunista e quella nazista, dall’altro, alla luce del 
retroprincipio che impone la piena e reale citabilità di ogni stile artistico, compresi 
quelli totalitari, essi non volevano ironicamente indicare che l’arte nazista e quella 
comunista fossero per le loro similitudini entrambe da condannare ma, al contrario, 
in solido da salvare, o almeno da citare. Si trattava, insomma, di un “balzo di tigre” 
verso il passato, solo che ora dal Jetztzeit benjaminiamo scaturiva una inquietante 
monade che non univa più la rivoluzione ad un momento della storia oggetto da 
sempre della mitizzazione da parte dell’ideologia rivoluzionaria di sinistra ( come ad 
esempio il movimento spartachista, la Roma repubblicana, la Rivoluzione francese o 
la Rivoluzione sovietica ) ma con quello che da sempre è considerato il suo 
demoniaco rovescio, il fascismo ed il nazismo e , ancor peggio, ciò non al fine di 
dimostrare almeno la loro comune negatività ( una analogia che in finale di partita 
della repubblica federale iugoslava poteva trovare, almeno in linea di principio, dei
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 28 di 158 
sostenitori ) ma di dimostrare la piena citabilità, artistica in primo luogo ma poi anche 
politica, di entrambi. 
Se come dicono gli inglesi, il giudizio se un budino è buono lo si può formulare solo 
assaggiandolo e se adottando per analogia lo stesso principio empiristico il giudizio 
sulla bontà di un’avanguardia è la sua dimostrata capacità di operare provocazioni 
non solo esteriori ma anche, e soprattutto, nell’ inespresso inconscio dei nostri sogni 
ed incubi, l’operazione che fu condotta col manifesto dall’ NSK era stato il segnale 
della resurrezione dell’avanguardia. Ma a questo punto sorgeva un problema, sulla 
cui soluzione - o, come vedremo, sulla sua perenne non soluzione - si giocava tutta la 
credibilità della NSK. Riguardo infatti alla responsabilità verso la società, un punto 
fondamentale era - in quanto da vera avanguardia la NSK non poteva rifugiarsi nella 
turris eburnea dell’arte per l’ arte o, se vogliamo, nella provocazione per la 
provocazione - come metterla col fatto che il retroprincipio rischiava di trasformarsi 
nella piena citabilità del nazismo ?, e cioè per parlare con un chiaro linguaggio 
politico, che il retroprincipio sembrava presentarsi come il più pericoloso tentativo - 
perché portato avanti con strumenti espressivi raffinatissimi che non erano certo 
quelli dei naziskin e del revivalismo nazifascista - di rendere rispettabile e riproporre 
il più bestiale totalitarismo del Novecento? 
Come s’è detto la soluzione fu appunto una non soluzione ma non nel senso che si 
volle evitare di affrontare il problema ( ciò avrebbe avuto l’inevitabile risultato di 
rubricare la NSK o come una larvata apologia del nazifascismo o al più, come una 
bizzarra manifestazione di nazicomunismo il cui interesse in sede teorica sarebbe 
semmai stato simile a quello che in campo bioetico si potrebbe avere intorno al 
problema se sia più o meno lecito mantenere in vita in laboratorio i bacilli del vaiolo, 
la vexata quaestio, cioè, se si sarebbe dovuta tollerare l’ esistenza dell’ennesimo 
gruppuscolo neonazifascista ) ma nel senso che la NSK adottò ogni azione possibile 
perché il problema fosse al contempo pubblicamente all’ordine del giorno ( e chiarito 
in senso antifascista ) ma rimanesse costantemente nella pratica artistica 
ambiguamente irrisolto. Concretamente cosa significò questo ? Da una parte significò 
che l’ NSK non indietreggiò di un solo millimetro nell’ impiego delle fonti estetiche 
comuniste e nazifasciste ( con provocatorie contaminazioni nelle arti figurative, negli 
happening teatrali ed anche nella musica pop, di cui parleremo fra breve ), che 
continuarono ad essere assemblate in una inestricabile fantasmagoria nazicomunista. 
Ma dall’altra significò anche disvelare apertis verbis la strategia comunicativa del 
gruppo, il cui scopo non era assolutamente compiere sgangherate ed orribili apologie 
ma dimostrare la pericolosità del totalitarismo, evidenziata però non attraverso la sua 
ridicolizzazione ma facendo emergere quegli elementi di fascinazione che 
costituiscono l’appeal delle estetiche e delle politiche totalitarie. Si trattava insomma, 
di una sorta di inversione ad U della strategia del teatro epico brechtiano dello 
straniamento dove all’emersione del problema attuata attraverso una 
rappresentazione distaccata che impedisce l’immedesimazione e che è quindi 
propedeutica ad un approccio razionale e al conseguente superamento del problema,
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 29 di 158 
si preferisce, al contrario che in Brecth, una integrale identificazione con lo stesso, 
anzi, per usare la terminologia della NSK, una sovraidentificazione. 
Il compito di rendere nota questa strategia del gruppo fu affidata all’oggi notissimo 
filosofo politico Slavoj Zizek, il quale in numerosi suoi interventi pubblici 
(interviste, saggi, articoli ) volle dimostrare perché la NSK non ha nulla a che spartire 
con il fascismo ma è da considerarsi invece come uno dei suoi più sottili e temibili 
avversari.14 A tutt’oggi non sappiamo se ci fu un espresso incarico affidatogli dalla 
NSK o se questo fu un ruolo che Zizek volle ritagliarsi di sua iniziativa e poi 
accettato dalla NSK ( Zizek non appartiene infatti strictu sensu alla organizzazione e 
le interviste rilasciate dai membri del gruppo e dallo stesso Zizek non aiutano a 
risolvere il problema ), quello che invece importa è che attraverso Zizek il 
retroprincipio della citabilità anche dell’incitabile acquista una sua cittadinanza nel 
mondo del polically correct in combinazione con il principio della 
sovraidentificazione, la cui applicazione permette d’esperire e rivivere i momenti 
estetici del totalitarismo che sono poi propedeutici ad una successiva presa di 
distanza dallo stesso. 
Questa è la teoria su cui si può più essere o meno d’accordo ( noi la riteniamo 
convincente sia per quanto riguarda le “buone” intenzioni politiche del gruppo sia dal 
punto di vista teorico ) ma che, un po’ come il fantoccio benjaminiamo del 
materialismo storico che necessita per vincere del nano della teologia che si nasconde 
sotto il tavolo, ha bisogno per essere funzionante di un elemento che la teoria non può 
né dire né renderci visibile: e cioè che, pena la riduzione della sovraidentificazione 
totalitaria in una grottesca, disgustosa ed inutile mascherata nazifascista, la 
sovraidentificazione deve poter comprendere il rischio concreto che si trasformi in 
reale apologia di quello che sinceramente si voleva dominare e sconfiggere. 
Abbiamo detto che NSK è una sigla che comprende diversi gruppi avanguardistici 
presenti nei vari settori delle arti e uniti dai medesimi ideali e procedimenti artistici. 
Ora, la sezione della NSK dove il principio della sovraidentificazione ha avuto più 
larga applicazione ed anche il maggior successo ed impatto di pubblico è il gruppo 
musicale Laibach. Abbiamo altrove già parlato dei Laibach15 e basti dire che la loro 
musica appartiene al genere industrial, un industrial, nel caso specifico di questa band 
slovena, in cui la parte ritmica sovente richiama marce o motivi militari e la 
costruzione armonica riecheggia la lezione wagneriana. Se considerati dal punto di 
vista di una propria produzione originale, il gruppo potrebbe esibire un palmarès 
14 A. Monroe ( foreword by Slavoj Zizek ), Interrogation Machine. Laibach and NSK, Cambridge, 
Mass., MIT Press, 2005. Tuttavia possiamo considerare l’intervento più importante di Zizek intorno 
al problema Laibach-fascismo Everything Provokes Fascism ( an Interview with Slavoj Zizek), 
reperibile presso l’indirizzo internet 
http://sitemaker.umich.edu/herscher/files/everything_provokes_fascism.pdf . 
15 M. Morigi, S. Salmi, Cyberfascismus: il domani appartiene a noi ( Aesthetica Fascistica IV ), 
relazione presentata al V Colóquio Internacional Tradição e Modernidade no Mundo Ibero- 
Americano. Rio de Janeiro 28-30 de maio de 2008.
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 30 di 158 
particolarmente deludente, in quanto i suoi maggiori successi sono delle cover, che 
nella terminologia dell’industria dicografica significa semplicemente il rifacimento di 
pezzi musicali composti da altri. Poco varrebbe a questo punto rammentare che uno 
dei principali moduli espressivi delle avanguardie è la disinvolta citazione degli stili 
ed anche dei concreti prodotti artistici del passato e ancor meno varrebbe, per quanto 
riguarda la NSK, giustificarsi col retroprincipio, che, abbiamo già detto, significa 
portare il principio della citabilità alle sue estreme ( e pericolose ) conseguenze, se in 
tutti questi anni le proposte musicali dei Laibach non fossero risultate altro che pigri 
rifacimenti di cose fatte da altri. Ma il punto è proprio questo. Molto spesso non solo 
le cover dei Laibach risultano molto migliori degli originali ( già solo questo potrebbe 
essere un ottimo risultato ma al quale si potrebbe replicare con la considerazione che 
chi viene dopo anche se nano vede più lontano di un gigante perchè si arrampica sulla 
sua testa ) ma queste cover riescono letteralmente a capovolgere, fornendo un’intensa 
coloritura fascista e marziale, lo spirito originale dei pezzi, che in ossequio alla 
cultura pop sono sempre inni ad una visione non gerarchizzata della società nella 
quale siano bandite l’autorità, la guerra e la repressione sociale. Uno dei più perfetti 
esempi di totale rovesciamento del senso musicale e culturale operato dai Laibach è 
“Live is Life” degli Opus. Per farla breve, nella versione originale degli Opus, “Live 
is Life” era una stucchevole canzoncella reggae-pop che esaltava un facile carpe 
diem. Nelle mani dei Laibach, come altrove abbiamo già sottolineato,16 “Life is Life” 
( il nuovo titolo leggermente modificato dal gruppo ) diviene un terribilmente 
coinvolgente inno ai peggiori miti fascisti e nazionalsocialisti. Le nuove parole del 
testo non parlano più della bellezza del “lasciarsi andare” ma esaltano la terra, il 
sangue, il popolo e la sublimità dell’eterno ritorno ( cosa importa infatti se il 
nazifascismo è stato l’incarnazione del male ed è stato alla fine sconfitto se ha saputo 
sviluppare attimi ineffabili di eternità, questo è l’evidente messaggio ) e la musica 
che accompagna, pur rispettando quasi alla lettera l’originale degli Opus, in virtù di 
una geniale orchestrazione ( uso dei fiati anziché delle chitarre e percussioni 
bandistiche al posto della batteria ) si trasforma in una delle più coinvolgenti marce 
militari che siano mai state udite. Se quello che si cercava ( ed era proprio quello ) era 
una sovraindentificazione con i miti nazifascisti, il risultato è stato pienamente 
raggiunto perché anche a costo di vergognarsene ( ed anzi il proposito era proprio 
far provare un profondo piacere estetico verso una cosa che razionalmente si 
disprezza ), dopo aver ascoltato “Life is life” non si può, a meno di non essere 
insinceri verso sé stessi, non rimanere assolutamente affascinati da questa 
fantasmagoria nazifascista.17 Un altro esempio di pari forza degli stravolgimenti 
operati dai Labach è “Geburt einer Nation”, che è la cover di “One Vision” dei 
16 Ibidem. 
17 Anche Susan Sontag se ne sarebbe vergognata ma, contrariamente alle nostre tesi, avrebbe risolto 
il problema dicendo che “Life is Life” non è altro che un monumento al peggior kitsch neonazista. 
Per un visione del pensiero della Sontag in merito sul rapporto fra arte, nazismo e fascinazione che 
questo può indurre anche in chi non lo è ma anche su quanto una impostazione rigidamente 
politically correct ( quella della Sontag per intenderci), pur animata dalle migliori intenzioni, sia 
“propedeutica” a sviluppare un bel paio di paraocchi, cfr. il celeberrimo e, ahinoi, troppo celebrato 
S. Sontag, Under the Sign of Saturn, New York, Farrar-Straus-Giroux, 1980.
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 31 di 158 
Queen. Se c’ è da dire che a ben guardare già in “One Vision” si potevano cogliere 
vischiosi grani di spirito fascista ( ma non ci risulta che nessuna critica musicologica 
abbia evidenziato che la pulsione per un pensiero unico di “One Vision” contenesse 
germi di autoritarismo e questo comunque la dice lunga sul livello culturale dell’ 
odierno stato dell’arte nel campo ), “Geburt einer Nation” risulta essere la prima 
esplicita ( e terribilmente coinvolgente) messa in musica degli “ideali” del 
totalitarismo nazista sfruttando ( e stravolgendo) gli stilemi espressivi ed ideologici 
del pop ( mentre “Life is Life” esaltava piuttosto i miti - terra, sangue, popolo, 
eterno ritorno - che precedono tale ideologia ). Per non dilungarci nell’esegesi che in 
parte riprenderebbe quanto già detto per “Life is Life” basterà accennare al fatto che 
il titolo “Geburt einer Nation” è un’espressa citazione del celebre film “Birth of a 
Nation” di Griffith e per rimanere in tema Stati Uniti quel che più importa è che le 
prime note di “Geburt” sono un diretto calco, con una ironicamente spiazzante 
riscrittura metallica e marziale, dell’attacco di “ The Star Spangled Banner”, l’inno 
nazionale degli USA. Segue poi senza soluzione di continuità l’usuale e riuscitissimo 
stravolgimento, in questo caso di “One Vision”, che ancora una volta ci fa capire a 
quale livello di fantasmagoria nazifascista possa precipitarci la cinica, spietata e 
geniale applicazione dei procedimenti del retroprincipio e della sovraidentificazione. 
La data di pubblicazione sia di “Life is Life” che di “Geburt einer Nation” è il 1987 e 
al periodo furono tratti da questi due brani anche due videomusicali ( e che vedevano 
i membri del gruppo Laibach in pose e abbigliamenti marziali e richiamanti 
l’immaginario nazionalsocialista ), di cui tralasciamo la descrizione tranne che per 
dire che contribuivano assai incisivamente alla narrativa nazionalsocialista già molto 
efficacemente ( e terribilmente ) svolta dalla musica.18 Fin qui tutto bene ( o tutto 
male se si vuole ma noi siamo convinti tutto bene perchè il totalitarismo fu 
l’espressione di profondissime e radicate pulsioni e nessuno meglio delle produzioni 
artistiche della NSK e della musica dei Laibach è capace di farcelo comprendere ) ma 
i problemi posti dalla sovraidentificazione erano destinati a riproporsi decuplicati con 
il tumultuoso sviluppo del Web. E per quanto riguarda in particolare i Laibach, 
accade ora che le loro produzioni videomusicali che se certamente non riservate ad 
una ristretta élite non per questo si può proprio dire che raggiunsero la vastissima 
popolarità cui possono attingere i tradizionali gruppi pop, sono state immesse nella 
rete, - in particolare tramite il website You Tube - e sono così alla portata di tutti, 
anche di coloro che con l’avanguardia, il retroprincipio e la sovraidentificazione non 
hanno apparentemente nulla da spartire. Se da un certo punto di vista il non essere a 
conoscenza di questi principi - o esserne estranei culturalmente - porta l’esperimento 
estetico all’espressione massima della sua entelechia, in quanto come abbiamo già 
rilevato il gioco della sovraidentificazione non ha senso, pena la sua trasformazione 
in una stupida mascherata nazifascista, se non si materializzasse concretamente il 
rischio effettivo e reale che il significante totalitario estratto dal suo contesto storico 
18 Cliccando su http://www.youtube.com/watch?gl=IT&hl=it&v=1YE_j0xIsJA 
si può prendere visione del videomuisicale di “Geburt einer Nation”. Per il videomusicale di “Life 
is Life” si veda nota successiva.
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 32 di 158 
anziché operare un disvelamento del suo significato totalitario operi con esso un 
ricongiungimento, se non esistesse cioè il rischio che la sovraidentificazione 
totalitaria si traducesse in una autentica adesione al totalitarismo, questo rischio, 
quando la platea di fruizione era in fondo abbastanza ridotta ed anche 
sufficientemente informata, era da un lato remoto ed anche qualora in qualche 
sporadico caso si fosse manifestato ( come talora è accaduto ), costituiva comunque 
una vicenda di ridotte dimensioni e di relativamente facile gestione politica. Con 
l’immissione dei videomusicali dei Laibach nella rete il discorso cambia 
radicalmente. E che cambi radicalmente non è solo un nostro timore suscitato 
dall’immenso allargamento della platea di ascolto ma anche dal fatto che questi 
videomusicali possono prima essere modificati dai gruppi cyberfascisti che popolano 
la rete per poi venire di nuovo immessi nel Web. Come è accaduto per esempio per 
“Life is Life” dove nella nuova versione immessa in You Tube non dai Laibach ma 
da alcuni utenti nazisti della rete, le immagini originali di riferimento ( già cariche di 
forte simbologia nazifascista ma che esigevano comunque uno sforzo interpretativo e 
quindi ponevano un limite alla sovraidentificazione ) sono state sostituite con le 
bellissime immagini del “Triunph des Willens” di Leni Riefensthal. Bellissime ma 
anche dannatamente ed espressamente naziste, attraverso la visione delle quali si può 
concludere senza tema di essere stati precipitosi che in questo caso la 
sovraidentificazione è sfociata nell’apologia e che quindi “Life is Life” è stata fatta 
propria o da qualcuno che si è convinto, non conoscendo le basi teoriche del gruppo 
avanguardistico NSK e dei Laibach, della bontà del nazismo attraverso la visione 
ingenua del loro video originale o da qualcuno che già nazista ha ritenuto comunque 
il videomusicale “Life is Life” un buon punto di partenza per propagandare il suo 
infame credo. E il problema in tutta questa vicenda non consiste tanto nello 
stravolgimento delle intenzioni dei Laibach ma piuttosto nel fatto che, per assurdo, è 
avvenuto il suo esatto contrario in quanto, in primo luogo, non ci si può certo 
appellare ad un concetto di autorialità in quanto il principio avanguardistico della 
(retro)citazione tende a dissolvere e il concetto di opera originale e della personalità 
individuale dell’artista su cui poggiava la vecchia concezione dell’ opera d’arte 
( “Life is Life” è tutto fuorché un originale e se c’è una cosa che manca a questo 
prodotto artistico è l’auraticità ) e, in secondo luogo, è tutto da dimostrare che questa 
mutazione maligna della sovraidentificazione in un’accettazione tout court del 
nazismo sia un effetto non desiderato dai Laibach19 e questo non perché essi siano 
nazisti ma per la semplice buona ragione ( anche se dura da accettare ) che la 
segnalazione degli eterni pericoli della mentalità totalitaria risulta estremamente 
difficile, se non impossibile, se alla fine questo totalitarismo sprofonda 
nell’inconscio e abbandona apparentemente del tutto il campo del politico. 
19 Il video originale “Life is Life” dei Laibach è reperibile presso l’ indirizzo 
http://www.youtube.com/watch?v=JbB1s7TZUQk mentre “Life is Life” ad opera dei fan nazisti 
della band slovena e dopo la “cura” Leni Riefensthal è sempre presso You Tube cliccando su 
http://www.youtube.com/watch?gl=IT&hl=it&v=vVHq0gViMLU .
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 33 di 158 
Se le cose stanno come le abbiamo ipotizzate è allora di tutta evidenza che il Web 
rappresenta per il gruppo Laibach una sorta di definitiva ed ultima frontiera sulla 
quale collocare il loro progetto avanguardistico e aggiungendo una ultima e 
sostanziale differenza rispetto alle avanguardie storiche del Novecento, le quali, 
limitate dalla tecnologia del tempo proponevano le loro ricerche espressive a ristrette 
élite e superando sempre con grande difficoltà il ristretto limes della nazione. Ora, di 
fatto, il progetto avanguardistico dei Laibach si mostra all’immenso transnazionale 
mare magum degli utenti del Web. Questo sovvertimento dei luoghi di fruizione del 
messaggio avanguardistico reimposta nei Laibach radicalmente i termini 
dell’estetizzazione della politica ( l’obiettivo ultimo delle avanguardie storiche ), che, 
da obiettivo da realizzarsi in primo luogo all’interno dei confini nazionali e poi 
successivamente extra moenia, trova ora la sua epifania ineluttabilmente traslata e 
inverata sulle reti telematiche. Questa traslazione dà a sua volta origine ad una sorta 
di avanguardia di secondo livello che, a differenza dei fruitori delle avanguardie 
storiche, in virtù delle nuove possibilità della tecnologia informatica, opera ed 
interagisce sui risultati di quella che possiamo ora chiamare l’avanguardia di primo 
livello. Se nel progetto dei Laibach il Web svolge quindi l’importantissimo ruolo del 
disvelamento e della riattivazione del “lato oscuro” del principio di 
sovraidentificazione ( che rischiava di perdere la sua efficacia sia perché ormai 
troppo conosciuto - e quindi di fatto disinnescato - ed anche perché dopo gli anni 
Ottanta era avvenuta la dissoluzione del mondo totalitario comunista - non avendo 
molto più senso sovraidentificarsi con una mentalità totalitaria che non trovava più i 
suoi referenti politico-statali ), innescando un inedito rapporto fra un’avanguardia di 
primo livello e una di secondo livello ( al di là dell’inaccettabilità del messaggio, i 
prodotti estetici ottenuti attraverso la citazione dei lavori “originali” dei Laibach, 
sono, come abbiamo visto, anch’essi di assoluto alto livello e denunziano, da parte 
dei cyberfascisti, non la conoscenza teorica ma, nella prassi, sicuramente l’ormai 
consolidata intuitiva applicazione dei procedimenti tipicamente avanguardistici ), i 
Laibach operano in questo modo una affascinante ( ma anche estremamente 
pericolosa ) mutazione dell’originale messaggio di estetizzazione della politica, così 
come era stato svolto all’inizio nell’era preinternet da questa avanguardia slovena. 
Mentre i Laibach erano e sono profondamente consapevoli dei pericoli insiti nel 
rapporto fra estetizzazione della politica e fascismo, è di tutta evidenza che queste 
avanguardie di secondo livello intendono ripercorrere tout court, e a livello estetico 
ed anche di politiche pubbliche, le esperienze totalitarie fasciste del Novecento. 
Quello che perciò si può dire della odierna strategia dei Laibach riguardo al Web è 
che ponendosi come cyberavanguardia di primo livello ci mettono così di fronte ad 
un progetto che ha abbandonato totalmente ogni legame con una seppur minima 
Aufklärung, perché si basa sull’evidente degrado morale del messaggio 
avanguardistico innescato dalla sua trasmissione/reimmissione sulle reti telematiche 
ma, al tempo stesso, in una sorta di estrema fedeltà al proprio mandato artistico, nel 
mantenimento delle valenze estetiche di questo messaggio, che vengono comunque 
recepite, e a volte anche potenziate, dalle avanguardie di secondo livello, che pur
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 34 di 158 
avevano ingenerato il suo azzerramento morale. 
Questa nuova dialettica fra superidentificazione/abbassamento etico del 
messaggio/innalzamento della potenza estetica rende del tutto incomparabile l’ 
operazione dei Laibach con quella di altre formazioni industrial presenti nel Web, 
magari simili a livello di scelte di genere musicale ma in cui l’esplicito ed 
inequivocabile viraggio totalitario operato attraverso i gruppi cyberfascisti non viene 
assolutamente accettato ( il riferimento cade inevitabilmente sul gruppo musicale 
Rammstein direttamente responsabile di videomusicali di chiara e torva - ancorché 
debolmente dissimulata - ispirazione nazista, vedi il caso di “Reise Reise” dove viene 
utizzato “Das Triunph des Willens” di Leni Riefenstahl o di “Stripped” dove sempre 
si ricorre per il supporto d’immagine alla Riefensthal con “Olympia” ma che, quando 
i supporter si permettono di mettere in rete una versione “migliorata” di “Stripped”, 
ancor più apologetica dell’originale, dove accanto ad “Olympia” scorrono le 
immagini della presa al potere del nazismo, per esempio il rogo dei libri - visto da 
questi fan nazisti in chiave del tutto positiva - dopo non molto il video viene ritirato 
per ordine, evidentemente, dei Rammstein stessi, i quali così facendo dimostrano una 
notevole coda di paglia e certamente intenti poco avanguardistici ma molto 
commerciali, i.e. non curandosi delle terribili conseguenze, sfruttare cinicamente i 
gruppi neonazisti che infestano la Germania e l’ Europa ma, nel contempo, praticare 
un’occhiuta sorveglianza sui propri videomusicali per potersi salvare dall’accusa di 
essere nazionalsocialisti ed evitare così probabili boicottaggi ).20 
In conclusione, l’odierno progetto dei Laibach riguardo al Web si ricollega 
direttamente, più che ad un’idea costruttivistica tipica delle vecchie avanguardie 
20 “Stripped” in una versione autorizzata dai Rammstein: http://www.youtube.com/watch? 
v=bbUej2HRKaY e l’indirizzo You Tube che ospitava la versione “migliorata” dai fan ma rimossa 
su disposizione degli stessi Rammstein: http://www.youtube.com/index? 
ytsession=ZELk2n3MdkWV2Asyjlkf4Vrn7aSnyIRi88wp1QWaoVjYVN-DQHp1deI8BjkV_ 
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6LeHYGmeIYc6f7t3crmqR9kLY. Prima di tale 
rimozione abbiamo comunque provveduto a scaricare questa versione presso il nostro Archivio 
Storico Digitale Massimo Morigi-Stefano Salmi ( ASDMMSS ).
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 35 di 158 
( futurismo, suprematismo, surrealismo ) all’origine filosofica dell’avanguardia 
storica, a Nietzsche e al suo amor fati, verso il quale il miglior suggello del suo 
percorso filosofico ed esistenziale - e Stella Polare anche della band slovena - 
potrebbe esser ben riassunto nel suo “naufragium feci, bene navigavi”. Si tratta di un 
passo decisivo rispetto alle vecchie estetizzazioni politiche tipiche delle avanguardie 
novecentesche, in cui il totalitarismo non veniva vissuto come incombente tragedia 
ma solo come possibilità superomistica e in cui era completamente assente la 
percezione della dimensione demoniaca di fine di civiltà che alla fine doveva essere 
innescata da una Gesamtkunstwerk politico-estetica che senza mediazioni si volle 
riversare sul corpo vivo della società. In questo modo l’azione dei Laibach continua a 
mantenere anch’essa un altissimo livello di potenzialità tragiche ( come abbiamo 
visto la risposta sul Web che essi suscitano da parte di gruppi cyberfascisti è 
terribilmente angosciante ) ma risulta anche radicalmente sovversiva verso una piatta 
stabilizzazione liberaldemocratica e la sua ideologia che ha a tutt’oggi dimenticato 
ogni seppur minima genealogia con l’idea, dinamica e responsabilizzante, dell’antica 
Res Publica costantemente armata e all’erta contro i pericoli esteriori ed interiori che 
continuamente minacciano di dissolverla, configurandosi perciò questa azione 
“totalitaristicamente” eversiva riguardo tutte le ipotesi di fine della storia e di 
cessazione postmoderna delle narrative, una afasia sociale, storica e politica che, di 
fatto, si presenta come la negazione più assoluta di una pubblica Vita Activa e quindi 
come il peggiore dei fascismi. In questo senso l’ operato dei Laibach più che un 
servizio reso al totalitarismo, come vorrebbero i loro detrattori ( secondo i quali il 
gioco della sovraidentificazione sarebbe sostanzialmente scappato di mano ) si 
configura, questo sì sul solco delle avanguardie storiche, come una “interrogation 
machine”21 le cui domande e citazioni, proprio perchè inquietanti, le nostre ormai 
perse e confuse liberaldemocrazie non possono certo illudersi di poter ignorare se 
vogliono darsi un’estrema possibilità di ripercorrere la loro antica strada repubblicana 
per ora del tutto smarrita. 
Encuentros en el Sur 
PODER, COMUNICACIONES Y PROPAGANDA 
Sala de Juntas, Edificio Millares Carlo, Campus del Obelisco, Universidad de Las 
Palmas de Gran Canaria 
Desde 25-11-2009 hasta 26-11-2009 
MASSIMO MORIGI 
21 A. Monroe ( foreword by Slavoj Zizek), Interrogation Machine, cit.
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 36 di 158 
DIALETTICA DEL POSTMODERNISMO: SUI VECCHI 
(E NUOVI) FASCISMI E LA FINE E (L’INIZIO) DI 
VECCHIE (E NUOVE) MESSIANICHE METARRAZIONI 
Indubbiamente, se non rischiasse di risultare irriguardoso per le vittime, paragonare una vicenda, 
il fascismo, che fu il catalizzatore della catastrofe per antonomasia della civiltà occidentale con una 
Weltanschauung, il postmodernismo, che è rimasta dopotutto confinata, anche nei momenti della
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 37 di 158 
sua maggiore fortuna, a ristretti ambiti accademici, si potrebbe ben dire con Marx che la storia si 
ripete sempre due volte: “la prima volta come tragedia, la seconda volta come farsa”.22 Ma, 
nonostante l’inevitabile ritegno che ci tratterrebbe dall’accostare una tragedia che ha distrutto e 
devastato milioni di vite umane con una pagliacciata che ha direttamente danneggiato solo il 
cervello di un relativamente ristretto numero di intellettuali,23 parte dei quali per soprammercato, 
con lo “scherzetto” del postmodernismo ha potuto lucrare su comode carriere universitarie ed anche 
su una visibilità pubblica come maîtres à penser, riteniamo che l’accostamento debba essere 
mantenuto, e questo non solo per la semplice buona ragione che fra fascismo ed ideologia del 
postmoderno siamo in presenza di analogie che ad una analisi un po’ meno che superficiale 
emergono evidenti ma perché, molto di più, il postmodernismo, oltre alla sua evidente espressività 
sintomatologica dell’attuale fase postideologica, deve essere inquadrato come il più subdolo 
tentativo di “rimozione” di quello che ha significato la II guerra mondiale e il fascismo che ne è 
stato all’origine. In realtà, mai come in questo caso, la farsa si presenta così strettamente intrecciata 
alla tragedia, una sorta di sua caricatura che per darsi importanza indossa i coturni ed atteggia la 
voce ed il portamento, ma se vogliamo usare un’allegoria ancor più perspicua al nostro caso, il 
postmodernismo altro non è che il nano nascosto dentro l’automa che gioca a scacchi. Con una non 
piccola differenza rispetto alla prima tesi di filosofia della storia di Benjamin. Qui il nano 
postmoderno è tutt’altro che infallibile (alla fine sbaglia tutte le mosse) e sarebbe stato quindi del 
tutto sconsigliabile da parte del fascismo assumerne i servizi.24 Ma siccome fra i due compari più 
che una sorta di collaborazione vige, ancor più di un rapporto simbiotico, un rapporto speculare 
anche se mediato da uno specchio deforme riflettente distorte immagini (infatti, non c’è nessun 
pensatore postmodernista, che non si sia dichiarato – e probabilmente superficialmente in buona 
fede – come il più fiero avversario di ogni totalitarismo, fascismo compreso ça va sans dire), questo 
servizio anche se non richiesto, di fatto, è sempre stato reso. 
Che la “cattiva coscienza” del postmodernismo non sia solo rilevata dalla sua presuntuosa 
certificazione di morte di ogni metarrazione fatta eccezione, ovviamente, per la propria (una 
affermazione che al di là delle dichiarazioni di facciata antitotalitarie, lascia però in vita una sola 
metanarrazione, quella postmoderna appunto. Almeno il pensiero reazionario nel rifiuto della 
rivoluzione francese manteneva la barra dritta sulla trascendenza e quindi la possibilità di una 
dialettica fra terreno ed ultraterreno e per il fascismo il rifiuto del mondo scaturito dall’ ’89 
significava sì l’abbandono delle idee universalistiche ma un abbandono attuato attraverso una 
dialettica almeno tutt’altro che pacifica e condivisa) ma si manifesti, anche al di fuori della sue 
elucubrazioni, come un sorta di sintomo più rivelatore di mille trattati di psichiatria è del resto la 
storia dei suoi fasti (e nefasti ) a rendercene chiaramente edotti. Certamente di fronte al “Il n’y a 
pas de hors-texte” sostenuto con tanto zelo da Derrida, il primo istinto sarebbe quello di applicare a 
22 Karl Marx, Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte, Roma, Editori Riuniti, 1991, p.7. 
23 Richard Wolin, The seduction of unreason: the intellectual romance with fascism: from Nietzsche to postmodernism, Princeton 
(N.J.), Princeton University Press, 2004; Fredric Jameson, Tardo marxismo. Adorno, il postmoderno e la dialettica, Roma, Manifesto 
Libri, 1994; Id., Postmodernismo ovvero la logica culturale del tardo capitalismo, Roma, Fazi Editore, 2007; Terry Eagleton, Le 
illusioni del postmodernismo, Roma, Editori Riuniti, 1998. 
24 “Si dice che ci fosse un automa costruito in modo tale da rispondere, ad ogni mossa di un giocatore di scacchi, con una 
contromossa che gli assicurava la vittoria. Un fantoccio in veste da turco, con una pipa in bocca, sedeva di fronte alla scacchiera, 
poggiata su un’ampia tavola. Un sistema di specchi suscitava l’illusione che questa tavola fosse trasparente da tutte le parti. In realtà 
c’era accoccolato un nano gobbo, che era un asso nel gioco degli scacchi e che guidava per mezzo di fili la mano del burattino. 
Qualcosa di simile a questo apparecchio si può immaginare nella filosofia. Vincere deve sempre il fantoccio chiamato “materialismo 
storico”. Esso può farcela senz’altro con chiunque se prende al suo servizio la teologia, che oggi, com’è noto, è piccola e brutta, e che 
non deve farsi scorgere da nessuno.” (Walter Benjamin, Tesi di filosofia della storia, in Id., Angelus Novus. Saggi e frammenti, a cura 
di Renato Solmi, Torino, Einaudi, 1995, p.75). Al contrario di Benjamin che per far vincere il materialismo storico voleva assumere a 
servizio la piccola e brutta teologia, al nuovo fascismo rappresentato dall’attuale fase postdemocratica e turbocapitalistica può 
inizialmente essere stata funzionale l’assunzione a mezzo servizio dell’ideologia postmodernistica. Ma allo scadere del Secolo breve 
questa sgangherata e grottesca liaison si era già dissolta per il semplice motivo che, al contrario della teologia benjaminiana (e anche 
di quella schmittiana), il postmodernismo non è piccolo e brutto ma, semplicemente, è stupido. E noi tutti sappiamo qual è sempre 
stato il destino degli utili idioti…
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 38 di 158 
questa “singolare” affermazione le stesse categorie in uso alla psicopatologia – se non fosse per il 
fatto che la psichiatria e la medicalizzazione del dissenso e del diverso sono state le armi principali 
dei regimi totalitari –, e cioè concludere che siamo di fronte ad un interessante caso di autismo che 
anziché colpire una mente infantile si è accanita contro un povero filosofo ma se poi vediamo che 
questa singolare forma di nichilismo testuale viene non solo fatta propria in Francia e negli Stati 
uniti da interi dipartimenti di filosofia politica ma soprattutto è funzionale a far passare 
definitivamente – ma nel peggior modo, rimuovendolo – un passato che si ostina a non passare, più 
che la psichiatria è bene chiamare in nostro soccorso la commedia dell’arte italiana dove Arlecchino 
prova ad essere servitore di due padroni. E il primo padrone è il pensiero antilluminista e 
irrazionalista che travolto dal disastroso esito della II guerra mondiale, è riuscito a sopravvivere e a 
prosperare, nonostante la fine come movimenti di massa del fascismo e del nazismo, proprio 
nell’ideologia postmodernista. Quando Derrida nell’ambito dei suoi assalti “decostruttivi” si scaglia 
contro il “logocentrismo”, sembra proprio di veder riassunto con uno slogan di facile presa tutto il 
senso della battaglia della “rivoluzione conservatrice” degli Ernst Jünger, Arthur Moeller van den 
Bruck ed Ernst Niekisch, o per essere ancor più precisi, si esempla direttamente, celando la fonte, 
Der Geist als Widersacher der Seele (l’intelletto nemico dell’anima) di Ludwig Klages.25 E quando 
Lyotard paragona il consenso con il terrore non siamo solo di fronte ad una generica seppur 
radicale svalutazione del metodo democratico – che molto difficilmente potrebbe essere avvicinata 
al timore tocquevilliano per cui una democrazia in cui predomina il conformismo finisce per 
comprimere de facto gli spazi di libertà dell’individuo – ma si attinge direttamente alla demonologia 
antidemocratica di Carl Schmitt, il giuspubblicista fascista per il quale la decisione sta al di sopra 
della norma e la decisione fondamentale costituente il politico è quella della discriminazione fra 
amico e nemico. Come del resto di diretta filiazione schmittiana è la derridiana “fondazione mistica 
dell’autorità”26 dove con linguaggio da decostruttore e con molto meno coraggio del giurista 
principe del nazionalsocialismo vengono scimmiottate le tesi della Politische Theologie.27 Si 
25 Ludwig Klages, Der Geist als Widersacher der Seele, Leipzig, Barth, 1929-1932. 
26 Jacques Derrida, “ Force of Law: The ‘Mystical Foundation of Authority’ ”, Cardozo Law Review 11, 1990, pp. 920-1045. 
27 Carl Schmitt, Politische Theologie. Vier Kapitel zur lehre von der Souveränität, München und Leipzig, Duncker und Humblot, 
1922. E come Carl Schmitt fu un grande ed acuto cultore di Thomas Hobbes (Carl Schmitt, Der Leviathan in der Staatslehre des 
Thomas Hobbes: Sinn und Fehlschlag eines politischen Symbols, Hamburg, Hanseatische Verlagsanstalt, 1938), similmente alla 
scimmiottatura del giuspubblicista di Plettenberg si può anche leggere il tradimento di Derrida riguardo all’ autore del Leviatano 
nella Bestia e il Sovrano (cfr. Jacques Derrida, Séminaire: La bête et le Souverain, Vol. I (2001-2002), a cura di Michelle Lisse, 
Marie-Louise Mallet, Ginette Michaud, Paris, Éditions Galilée, 2008, trad. it. Jacques Derrida, La Bestia e il Sovrano, Vol. I (2001- 
2002), Milano, Jaca Book, 2009), il titolo dell’ultimo seminario di Derrida prima della sua scomparsa e che può essere considerato 
come il condensato e la chiara esplicitazione della filosofia politica di Derrida, insomma una sorta di suo tristo testamento morale: 
“[…] non dovremmo mai accontentarci di dire, malgrado qualche tentazione, qualcosa come: il sociale, il politico, e in essi il valore o 
l’esercizio della sovranità non sono che manifestazioni mascherate della forza animale o conflitti di forza pura, di cui la zoologia ci 
rende la verità, cioè in fondo la bestialità o la barbarie o la crudeltà umana”. ( Ibidem, p. 34) “[per cui] nella sovrapposizione 
metaforica delle due figure, la bestia e il sovrano, [si] intuisce l’opera di una profonda ed esistenziale coppia ontologica”. ( Ibidem, 
p.38). Una scimmiottatura perché l’uscita dalla ferinità dello stato di natura avviene per Hobbes attraverso un patto che istituisce la 
società e che crea il Leviatano. Hobbes quindi, pur asserendo che il punto di partenza è l’homo homini lupus, attraverso il patto 
prefigura una società ed un sovrano designati ad oltrepassare la violenza iniziale degli uomini, anche se lo scotto da pagare è la fine 
della libertà ad opera del sovrano assoluto Leviatano. In Derrida, invece, siamo alla presenza di uno stato di natura al quale non c’è 
alcun rimedio e dove la metafora che più si addice al sovrano assoluto non è il Leviatano di Hobbes (immagine mitico-zoologica di 
origine biblica e che nell’elaborazione simbolica hobbesiana assume la forma di un enorme essere artificiale e composito, le cui unità 
cellulari sono i suoi sudditi che hanno deciso di conferire la propria libertà individuale al sovrano assoluto Leviatano, una 
elaborazione metaforica che parte da un mito inizialmente ferino ma che lo oltrepassa ed è, quindi, in polare antitesi con 
l’interpretazione animalesca datane da Derrida e che rimanda inequivocabilmente, piuttosto, all’invincibilità terrena – si passa, 
infatti, dalla ferinità del biblico Leviatano al Leviatano hobbesiano, essere artificiale, composito e che non conosce eguali su questa 
terra: “Dio mortale”, lo chiama Hobbes, perché è sottomesso solo al Dio immortale; invincibile, perché il suo immenso corpo nasce e 
prende forma dalla somma dei corpi giuridici e politici di tutti gli uomini, i quali, tramite un patto razionale definito per accordo fra 
tutti loro come irrevocabile e mai più negoziabile, hanno deliberato di spogliarsi della propria libertà individuale, possibile solo nello 
stato di natura dalla quale hanno deciso di uscire, per traslarla in toto al sovrano Leviatano, la cui nascita significa l’automatica 
fuoruscita dallo stato di natura e la nascita della società civile) ma la bestia tout court, cioè l’uomo del tutto privo di morale e di 
vincoli sociali e culturali. Come si vede, con l’ultimo Derrida il nazismo rivela la sua piena entelechia e, se Schmitt fu sì il giurista 
del nazismo ma la sua formazione di cattolico reazionario gli sbarrò la strada a diventare un intellettuale organico del regime 
hitleriano (quello che all’inizio, il nazismo, gli era sembrato una buona rappresentazione del Katechon, il frenatore dell’Anticristo –
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 39 di 158 
potrebbe continuare su questo registro ed osservare, per esempio, che i simulacri baudrillardiani28 
potrebbero anche cogliere una parte di verità sulla realtà odierna dominata dai media ma così 
facendo ometteremmo fatalmente il punto che può riassumere tutto il discorso postmodernista: e 
cioè che quando tutte queste varie “decostruzioni” non riescono (perché non vogliono) separare il 
momento descrittivo da quello prescrittivo, quello che inevitabilmente accade è che la descrizione 
della crisi della civiltà sorta dall’Illuminismo si risolve in una astoricizzata ed anacronistica 
condanna senza appello dei Lumi, come del resto accade nel pensiero controrivoluzionario e 
reazionario dal quale il postmodernismo trae diretta ispirazione. Il culmine di questo essere servo 
del padrone chiamato pensiero antilluminista lo abbiamo però in due casi. Il primo riguarda 
Heidegger. Nel tentativo di sottrarre quello che se non può essere chiamato il filosofo del nazismo 
(infatti il nazismo di tutto aveva bisogno tranne che di filosofia e/o di filosofia politica e a questo 
proposito si veda la misera fine che fecero, in seguito alla presa del potere del nazionalsocialismo, 
molti esponenti della rivoluzione conservatrice che con sincerità e con sicuramente meno brama od 
abilità per il potere dei nazisti avevano avversato con tutte le loro forze il mondo sorto dall’ ’89), 
certamente fu il pensatore che meglio seppe esprimere la parte antimodernista della 
Weltanschauung nazionalsocialista, l’ineffabile Derrida arriva a sostenere sulla falsariga della 
Arendt (la quale però, come ben sappiamo, aveva fondati e privati motivi per prendere questo 
abbaglio) che in realtà Heidegger non fu che un nazista per caso, che non aveva assolutamente 
capito la vera natura del nazismo e che nel nazismo aveva creduto per troppa generosità avendo 
visto il movimento come una sorta di nuovo umanesimo in grado di ricomporre le scissioni 
caratteristiche della modernità e in cui il Dasein avrebbe potuto superare la sua condizione di essere 
“gettato” ed esercitare così la sua decisione fondamentale di vivere nel mondo. A riprova di questa 
ardita tesi, Derrida arriva ad affermare che il cambiamento del giudizio del filosofo sul nazismo fu 
chiaramente formulato nella sua dottrina in seguito alla Kehre, la svolta con la quale Heidegger 
inizia la sua riconversione antiumanista e in cui al Dasein viene in pratica sottratta qualsiasi azione 
sul mondo per porlo unicamente in condizione di ascolto dell’essere. Ora su questa ardita 
ricostruzione c’è semplicemente da affermare quanto segue. Vero è che Heidegger vide 
Anticristo che tradotto nella situazione politica tedesca del tempo aveva per Schmitt preso le sembianze della rivoluzione bolscevica 
–, in brevissimo tempo assunse sempre più le sembianze dell’Anticristo stesso anziché quelle del suo Katechon, e a Schmitt, 
nonostante la sua ambizione di rimanere ai vertici dello stato totalitario, non riuscì l’operazione di dissimulare questa sua dimensione 
sì cattolico-reazionaria ma intrisa di profondissime suggestioni bibliche), in Derrida questa assoluta mancanza di una qualsiasi 
dimensione etica sia a livello individuale che sociale e culturale (Schmitt avrebbe giudicato “Il n’y a pas de hors-texte” come una 
delle moderne manifestazioni dell’Anticristo, un non esserci nulla al di fuori del testo animato degli stessi propositi di annichilimento 
della dimensione storica, tradizionale e religiosa del tutto simili a quelli che ebbe il nazismo) sfocia nella zoolatrica sovrapposizione 
fra bestia e sovrano, operazione ideologica del tutto analoga a quella del nazismo che unendo il più criminale darwinismo sociale alle 
pseudomitologie nordiche e allo stupido e volgare mito nietzschiano della “bestia bionda” (“Al fondo di tutte queste razze scelte 
non è da disconoscere l'animale da preda, la splendida bestia bionda che si aggira avida di preda e di vittoria; per questo fondo 
nascosto c’è bisogno di tanto in tanto di uno sfogo, la belva deve di nuovo venir fuori, deve tornare nell’aperta natura – nobiltà 
romana, araba, germanica, giapponese, eroi omerici, Vichinghi scandinavi – in questo bisogno sono tutte eguali tra loro. Sono le 
razze aristocratiche che si sono lasciate dietro su tutte le loro orme, dovunque siano andate, il concetto di “barbaro”; anche la loro più 
alta cultura attesta una consapevolezza e perfino una fierezza di ciò (per esempio quando Pericle dice ai suoi Ateniesi, nella sua 
famosa orazione funebre: “il nostro ardimento si è aperto la strada in ogni terra e su ogni mare, innalzando dappertutto monumenti 
imperituri nel bene e nel male”.”) (Friedrich Wilhelm Nietzsche, Genealogia della morale, a cura di Sossio Giametta, Milano, BUR, 
2009, p. 75)), aveva fatto della delirante convinzione della supremazia razziale ariana il principale strumento di conquista e 
mantenimento del potere, un potere totalitario in cui il Führerprinzip altro non significava che il diritto al comando assoluto ed 
incontrastato da parte di quel sovrano/bestia i cui requisiti zoologici risultavano carismaticamente superiori a quelli del resto del 
branco (nel caso in questione, a quelli di tutto il resto del popolo tedesco). L’unica “piccola” differenza fra il postmodernismo à la 
Derrida e il nazismo è che il secondo fu un movimento politico reale mentre il primo non fu nemmeno una ideologia reale ma bensì 
virtuale, visto che i suoi seguaci non furono che una sparuta schiera di intellettuali naufraghi nel disastro dell’epoca 
turbocapitalistica, non abbastanza coraggiosa ed intelligente per elaborare i “fondamentali” dialettici della critica alla società 
capitalistica (per questo del resto in buona compagnia anche col pensiero neoliberale) e desiderosa di reazionari ritorni ma senza 
doverne pagare lo scotto (da qui l’esaltazione di una soggettività “selvaggia” che non deve passare attraverso il momento della 
socialità). 
28 Jean Baudrillard, Le Système des Objets: la consommation des signes, Paris, Gallimard, 1968; Id., Simulacre et simulation, Paris, 
Éditions Galilée, 1981.
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 40 di 158 
inizialmente il nazismo (e poi anche in seguito, rimanendo infatti egli fino alla fine intimamente 
legato al movimento) come lo strumento politico in virtù del quale il Dasein poteva assumere la sua 
decisione fondamentale di vivere nel mondo ma è altrettanto vero che questa decisione 
fondamentale per Heidegger comportava sul piano ontico il diretto rifiuto del lascito storico e 
filosofico dell’Illuminismo, con le conseguenze politiche che è inutile ripetere. Vero è, infine, che 
con la Kehre si evidenzia uno scollamento di Heidegger dal nazismo ma questo raffreddamento non 
avviene perché Heidegger si è accorto dei frutti avvelenati del nazionalsocialismo (Heidegger non si 
mostrò mai toccato dalle violenze del movimento e, per quanto di sua competenza, colloborò 
attivamente come rettore di Friburgo, anche tramite delazioni ad personam, alle brutali ed 
anticulturali politiche hitleriane) ma perché aveva giudicato alla fine il nazionalsocialismo troppo 
borghese ed umanista. E, infatti, la Kehre, fu sì una svolta ma una svolta antiumanista (ed 
antitecnologica: se si fosse dato ascolto ad Heidegger non avremmo avuto la Germania nazista così 
come la conosciamo ma una sorta di Medioevo dove però al posto del cristianesimo e della filosofia 
tomistica avremmo avuto un neofeudalesimo dominato da una filosofia razzista-esistenzialista), una 
svolta antiumanista ed antitecnologica che però non aveva fatto i conti con il modernismo 
reazionario29 che risultò essere la componente ideologica (e la prassi) egemone all’interno del 
nazismo. E giusto per la cronaca, è proprio l’Heidegger della Kehre quello che ha pesantemente 
influenzato il poststrutturalismo, solo che molto più semplicemente che in Heidegger, il rifiuto di 
articolare un discorso con la storia non viene più risolto tramite il Volk misticamente trascinato 
dall’auscultazione dei vati che indicano imperscrutabili destini (Heidegger individuò in Hölderin 
questa funzione profetica) e dall’assorta meditazione dei nuovi miti neopagani (per Heidegger i miti 
generatori erano: cielo, terra, immortali, mortali) ma si affronta più radicalmente eliminando la 
storia tout court (il “ non c’e niente al di fuori del testo” di Derrida). 
Ora se l’essere servitore di questo padrone antilluminista nella modalità che qui si è illustrata 
potrebbe avere, da un punto di vista meramente estetizzante e di rassicurazione psicologica, una sua 
logica (se si possiede una Weltanschauung incentrata sull’esistenza del soggetto cartesiano, il 
soggetto monadico e anelante alla salvezza della tradizione cristiana che celebra i suoi fasti – e 
inizio tramonto – con l’idealismo e che poi con Nietzsche inizia la sua irreversibile e consapevole 
decadenza,30 Heidegger potrebbe sembrare l’ultima carta da giocare per questo soggetto messo in 
crisi dai processi di secolarizzazione e massificazione che, prendendo slancio con la prima 
rivoluzione industriale, hanno ora assunto caratteristiche di chiaro segno totalitario ad opera delle 
odierne moderne società postindustriali, turbocapitalistiche, postdemocratiche e come non si era 
mai visto nella storia umana, antitradizionali – e, soprattutto, come non mai, liberticide –, mentre 
invece se si propende verso soggettività multiple e decentrate non si vede proprio cosa dovremmo 
farcene di tutto questo sgangherato armamentario di poeti e profeti e di questi fondi di bottiglia e 
rimasugli mitico-archeologici di mortali, immortali, terra e cielo, grotteschi saldi di fine stagione 
dell’irrazionalismo e della teratogenesi ideologica nazifascista), incontestabile emerge però il fatto 
che attraverso il rifiuto della storia, il postmodernismo si dimostra di fatto come il più inusitato 
tentativo di superare l’ancora non sanato profondissimo trauma generato dal fascismo. Un trauma 
che a differenza del becero revisionismo negazionista (Faurisson, Irving & C. per intenderci, e, per 
29 Jeffrey Herf, Il modernismo reazionario: tecnologia, cultura e politica nella Germania di Weimar e del Terzo Reich, Bologna, Il 
Mulino, 1988. 
30 “Solo per il fatto di dimenticare quel mondo primitivo di metafore, solo per l’indurirsi e irrigidirsi della massa originaria delle 
immagini sgorganti con ardente fluidità dalla facoltà originale della fantasia umana, solo per la fede invincibile che questo sole, 
questa finestra, questo tavolo siano verità in sé, insomma solo per il fatto che l’uomo si dimentica come soggetto, come soggetto 
artisticamente creativo, egli riesce a vivere con una certa calma, sicurezza e coerenza. Se potesse, anche solo per un momento, uscire 
dalle pareti di questa prigione della fede, la sua “autocoscienza” si dissolverebbe in un lampo. Gli costa più fatica ammettere che 
l’insetto o l’uccello percepiscano un tutt’altro mondo che l’uomo, e che la questione: quale delle due percezioni sia più giusta, sia del 
tutto priva di senso, dato che a tal fine bisognerebbe misurare col metro della percezione giusta, cioè un metro che non esiste.” 
(Friedrich Wilhelm Nietzsche, Su verità e menzogna in senso extramorale, in Id., Verità e menzogna, a cura di Sossio Giametta, 
Milano, BUR, 2006, p. 178).
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 41 di 158 
essere chiari discorso totalmente a parte – ed in larga misura positivo – per De Felice ed anche in 
parte diverso per Nolte, il quale però, al contrario del primo, non può essere totalmente staccato da 
una strategia di occultamento e rimozione), non intende negare i dati della storia ma la storia stessa, 
la possibilità, cioè, attraverso una narrazione potenzialmente condivisibile dal punto di vista 
culturale e/o politico, di compiere un pubblico resoconto sulle vicende umane che abbia una minima 
pretesa di approssimazione al dato événementielle e di conferimento di senso per l’uomo. 
Che il rifiuto della “metafisica della presenza” (sostenere cioè da parte di Derrida e in 
condivisione con gli altri pensatori postmodernisti e poststrutturalisti che la presenza di un qualcosa 
al di là del testo, la storia cioè, è pura metafisica), potesse presentarsi come un buon servizio reso 
alla rimozione del fascismo è suggerito dal fatto che, proprio attraverso questo rifiuto “metafisico”, 
emerge chiaramente la “cattiva coscienza” non solo di questi intellettuali ma di tutta una società 
capitalistica che vuole dimenticare (e quindi per un certo verso è sinceramente dimentica) quello 
che è stato il fascismo e il Secolo breve (ed anche il lungo Ottocento). Il problema è che qui, a 
differenza del crasso cinismo e malafede dei negazionismi alla Faurisson o alla Irving, impermeabili 
ai fatti perché nati e costruiti su una consapevole menzogna, la cattiva coscienza postmodernistica, 
in quanto frutto di una reale e sincera sofferenza traumatica, non può che mostrarsi interiormente 
inadeguata di fronte alla lezione della realtà. 
E la realtà, il momento della verità, nel caso del decostruzionismo postmodernista, fu costituito 
dal caso Paul de Man. 
Paul de Man, di origine belga, si era trasferito negli Stati uniti nel 1948 dove aveva intrapreso la 
carriera universitaria contribuendo in maniera decisiva a diffondere in quel paese il credo 
poststrutturalista e decostruzionista del suo collega ed amico Jacques Derrida. Secondo de Man il 
significato di un testo scritto è puramente ed unicamente riconducibile alle sue figure retoriche e, va 
da sé, che per de Man nell’ermeneutica del testo vanno rigorosamente escluse sia l’intenzione 
dell’autore che il contesto (sia culturale che tradizionale e storico) in cui questo testo ha avuto la 
ventura di venire al mondo. Sia come sia (sia cioè quanto questa tesi possa apparire cervellotica ed 
irreale), verso la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta il decostruzionismo di de Man- 
Derrida raggiunse una vasta eco ed influenza, finché alla sua morte, giunta nel 1983, il mondo 
accademico statunitense celebrò de Man come uno dei suoi più illustri esponenti e la rivista Yale 
French Studies, nel 1985, dedicò interamente un suo numero per illustrare la sua grande influenza 
pedagogica. 
Ma, come si suol dire, il diavolo (il postmodernismo) fa la pentole (la decostruzione, il rifiuto 
della “metafisica della presenza”) ma non i coperchi (la possibilità che la decostruzione possa 
opporsi non alla storia intesa come discussione dei massimi sistemi che da questa promanerebbero 
ma ad una storia con la s minuscola che è fatta dalle concretissime presenze al mondo di tanti 
uomini che in questo mondo hanno sofferto ed agito). Il 1° dicembre 1987 il New York Times diede 
alle stampe la scoperta di una intensa attività letteraria collaborazionista e nazista di de Man.31 Il 
ricercatore Ortwin de Graef rese così noto che de Man aveva scritto sulle colonne dell’ampiamente 
diffuso quotidiano belga Le Soir 169 articoli, fra recensioni di libri, di concerti e di conferenze. In 
questi articoli, de Man si mostrava favorevole all’occupazione tedesca del Belgio ed esprimeva 
convinzioni filonaziste. Fra questi, particolarmente imbarazzante e vergognoso risultava l’ articolo 
“Le Juifs dans la littérature actuelle”, articolo che, nonostante la vergognosa indifendibilità delle 
tesi antisemitiche che vi si sostenevano, causò nel 1988 il goffo tentativo “decostruttivo” e 
difensivo di Derrida,32 evidentemente non perché la causa fosse in sé difendibile ma perché 
31 Cfr. Richard Wolin, The seduction of unreason, cit., p. 10 e Id., “Deconstruction at Auschwitz: Heidegger, de Man, and the New 
Revisionism”, in Labyrinths: Explorations in the Critical History of Ideas, Amherst, University of Massachusetts Press, 1995. 
32 Jacques Derrida, “Like the Sound of the Sea Deep Within a Shell: Paul de Man’s War”, Critical Inquiry, 14(2), 1988, pp. 590-652.
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 42 di 158 
bisognava comunque far qualcosa per salvare le sorti del decostruzionismo che rischiava di crollare 
assieme all’annichilimento morale di uno dei suoi principali esponenti (un’altra spiegazione della 
maldestra difesa di Derrida è che il supremo reggitore del decostruzionismo intendesse non tanto 
difendere de Man – impossibile, viste le prove addotte agli atti – o il decostruzionismo ma in 
definitiva volesse difendere Derrida stesso dall’accusa di criptonazismo). 
Come abbiamo detto, mission impossible e come tale dovette essere consegnata alla storia. 
Dopo aver cercato di ingraziarsi la benevolenza del lettore affermando che si condivideva la 
costernazione ed anche l’orrore che promanavano dallo scritto di de Man (un profondissimo 
imbarazzo che comunque risultava come chiara smentita della critica alla “metafisica della 
presenza” perché questi sentimenti derivavano non dalla qualità meramente letteraria del testo di de 
Man ma dal contesto da cui questo testo traeva forza ed ispirazione), Derrida credé di aver trovato 
la chiave di volta della difesa di de Man in quanto ad un certo punto del testo era presente la 
condanna all’ “antisemitismo volgare”. Ma dalla lettura del testo di de Man è del tutto chiaro che 
non siamo in presenza della condanna dell’antisemitismo in quanto ideologia volgare ma di quelle 
particolari forme di antisemitismo istintive che non sarebbero sorrette da una dovuta 
consapevolezza culturale (chissà, da questo singolare punto di vista, che giudizio si potrebbe dare 
sui Protocolli dei savi anziani di Sion…). 
Volendo, con questo si potrebbe anche concludere la storia del postmodernismo inteso come 
ideologia serva di irrazionalismo e di Lete che ha imperversato fino ai primi anni Novanta per poi 
miseramente terminare nel discredito ed irrisione generali di questi primi anni del XXI secolo. 
Quella che aveva l’ambizione di presentarsi come l’ideologia che, proprio in virtù del suo definitivo 
affrancamento dai vincoli della ragione ma rifiutando nel contempo una visione iocentrica e 
superomistica tipica della destra, avrebbe dovuto operare una emersione nel “politico” e nella vita 
di tutti i giorni del “sublime” e della creatività, altro non si è dimostrato che un goffo tentativo di 
rimuovere un trauma, il fascismo ed il nazismo, una ferita particolarmente bruciante in alcune 
ristrette élite accademiche delle società capitalistiche del secondo dopoguerra, di anno in anno 
sempre più ristrette per l’inesorabilità della legge biologica (per non parlare del fatto che il 
fascismo, se con fascismo intendiamo il disprezzo per il meccanismi partecipativi della Vita Activa 
e l’esaltazione del “tecnico” che deve dominare – e nell’attuale fase postdemocratica, domina – sul 
“politico”, può essere giudicato come il tratto identitario fondante – seppur negato e apparentemente 
gettato in “oscure e profonde prigioni” – il “profilo di personalità” delle odierne società 
postdemocratiche a guida turbocapitalistica). Da questo punto di vista non c’è che da tristemente 
rallegrarsi per la pietosa estinzione ad opera della natura del postmodernismo. Ma il trauma del 
totalitarismo del Secolo breve non è stato inventato con il postmodernismo e la “coscienza 
infelice”33 della “condizione postmoderna”, se vogliamo riprendere il titolo del testo seminale 
33 Oltre alla veramente “inqualificabile” difesa di de Man, un altro dolente sintomo in Derrida di questa “coscienza infelice” è 
Jacques Derrida, Spectres de Marx. L’État de la dette, le travail du deuil et la nouvelle Internationale, Paris, Éditions Galilée, 1993, 
trad. it. Id., Spettri di Marx. Stato del debito, lavoro del lutto e nuova Internazionale, Milano, Raffaello Cortina Editore, 1994, dove 
Derrida rileggendo Marx via Stirner e Benjamin vorrebbe compiere la singolare impresa di annettersi Marx ma rifiutando, sia dal 
punto di vista della teoria che della prassi, la lotta di classe. Ora se in un empito di irrazionalismo scagliato contro il materialismo 
dialettico ha una sua logica arruolare il solipsista Max Stirner per dare conforto alla sgangherata chiesuola postmodernista (che poi 
che senso abbia abbinare colui che pensò i rapporti di classe come categoria gnoseologica fondante con colui, Stirner, che 
filosofeggiò pensando unicamente al proprio io isolato, sol Dio lo sa, o meglio lo sa il dio dei postmodernisti, evidentemente molto 
ansioso sia di arruolare nel Pantheon della scuoletta tutto e il contrario di tutto sia di annullare una “metafisica della presenza” di un 
pensatore e di una dottrina molto presente e assai poco metafisica), è addirittura ridicolo e indegno utilizzare anche Benjamin per 
questo scopo: “Benjamin [associa il materialismo storico con una debole forza messianica] in un testo che qui ci interessa per quel 
che sin dall’inizio dice, tra tante altre cose, dell’automa. Ci riferiremo più di una volta alla figura dell’automa, specialmente quando 
arriveremo a quel che dice Il Capitale di un certo tavolo: figura del valore commerciale, spettro autonomo e insieme automa, origine 
irriducibile delle capitalizzazioni, se non del capitale. Qui Benjamin comincia con l’evocare “la leggenda dell’automa costruito in 
modo tale da rispondere a ogni mossa di un giocatore di scacchi, con una contromossa che gli assicurava la vittoria”. Quest’automa 
sta su una “tavola” che un sistema di specchi dà l’illusione di attraversare. Poi Benjamin cerca “una replica” ( Gegenstück) filosofica 
di questo “apparecchio” (Apparatur). Si tratta del “fantoccio chiamato ‘materialismo storico’ ”: “esso può farcela senz’altro con 
chiunque se prende al suo servizio la teologia, che oggi, com’è noto, è piccola e brutta e non deve farsi scorgere da nessuno.” Il
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 43 di 158 
lyotardiano,34 mantiene, almeno sul piano descrittivo, tutto il suo valore di monito. E certamente 
non ci aiutano ad uscire da questa condizione né le attuali versioni rivedute e corrette del marxismo, 
che non approfondendo – se non del tutto abbandonando – il materialismo storico/dialettico e 
operando sul canone marxiano estemporanei e non meditati innesti guadagnano forse un glamour da 
showbiz delle ideologie ma perdono la terribile incisività ed anche la commovente aura epica del 
marxismo delle origini,35 né il liberalismo rielaborato in chiave neorepubblicana che, come 
dimostrano le sue ultime vicende teoriche, non sembra certamente molto più che la traduzione – e/o 
la strategia di occultamento – con nostalgie, linguaggi e pensieri antiquari e neoclassici di una 
commedia (o meglio di una tragedia) oggi scritta dalla trionfante economia globalizzata.36 Da 
questo punto di vista, i problemi sollevati dal postmodernismo (in una dialettica “segnalatore 
d’incendio” e incendio al tempo stesso e non certo di anamnesi/diagnosi della malattia: una 
paragrafo seguente nomina il messianismo o, più precisamente, il messianico senza messianismo, una “debole forza messianica” 
(“eine schwache messianische Kraft”, corsivo di Benjamin). Citiamo questo passo per la sua consonanza, malgrado tante differenze e 
fatte le debite proporzioni, con ciò che tenteremo di dire qui di una certa indigenza messianica, in una logica spettrale dell’eredità e 
delle generazioni, ma una logica rivolta, in un tempo eterogeneo e disgiunto, tanto verso l’avvenire quanto verso il passato.” (Ibidem, 
pp. 225-226). “Malgrado tante differenze e fatte le debite proporzioni”. Lasciando perdere, per carità di patria, la finta modestia delle 
debite proporzioni fra Benjamin e Derrida, un si parva licet componere magnis che è una vera e propria excusatio non petita, 
accusatio manifesta che denuncia la coda di paglia di Derrida riguardo al tradimento di Benjamin che sta compiendo, sono le “tante 
differenze” non debitamente esplicitate che mettono a nudo la strumentalità dell’operazione Spettri di Marx riguardo a Benjamin e, 
più in generale, riguardo al marxismo. Quando Derrida parla di “tempo eterogeneo e disgiunto, tanto verso l’avvenire quanto verso il 
passato”, compie certamente una rappresentazione plastica e veritiera della Weltanschauung poststrutturalista; purtroppo, 
contrariamente a quanto vorrebbe suggerire, questo tempo non ha nulla a che fare con quello di Benjamin, il quale pur non 
condividendo una visione lineare del tempo di stampo positivista, parla sempre di Jeztzeit (il Tempo-ora), cioè di quell’istante-eternità 
in cui erompe quella forza messianica che opererà una rivoluzionaria restituito ad integrum verso tutte le vittime ed i vinti 
della storia e della modernizzazione capitalista. Nulla di tutto ciò in Derrida e nel postmodernismo che intendono sì scompaginare la 
linearità del tempo ma questo per far posto non a una “debole forza messianica” (una debolezza che in prospettiva davidico-veterotestamentaria 
richiama l’idea di forza) ma a una “indigente forza messianica”, cioè ad una Lumpenproletariat forza 
messianica, la quale non ha nemmeno i mezzi per provvedere a sé stessa (che è proprio il caso del postmodernismo, che finché ha 
avuto corso legale non poteva letteralmente “stare in piedi” senza offrire i suoi servigi di destrutturazione culturale alla violenta 
opera di destrutturazione sociale portata avanti dal turbocapitalismo). Detto in altre parole: gli Spettri di Marx evocati dal pensatore 
principe del postmodernismo e del poststrutturalismo stanno al pensatore di Treviri quanto gli spettri che abitano le antiche dimore 
stanno a coloro che un tempo le avevano abitate. Con quest’ultimi non hanno alcun rapporto ma sicuramente lo hanno con coloro che 
attraverso la credulità organizzano il business della visite turistiche e con i gonzi che dai rivenditori all’ingrosso di emozioni 
esoterico-spiritual-spiritistiche si lasciano facilmente abbindolare. Insomma, il desiderio nemmeno tanto nascosto di Derrida e di 
tutto il postmodernismo ed il poststrutturalismo era che perdere “deve sempre il fantoccio chiamato “materialismo storico” ”, lo 
stesso obiettivo di quello che oggi con mezzi più diretti e più efficaci (la deificazione della finanza internazionale anziché il puerile 
tentativo del postmodernismo che, manifestatosi agli esordi direttamente e senza infingimenti, provò – come nel caso degli Spettri di 
Marx – nella sua ultima fase terminale, visto il precedente scarso esito di diventare una ideologia largamente condivisa, di 
insinuarsi parassitariamente nel corpo del materialismo dialettico per proporsi come solipsistica nuova teologia che avesse 
paralizzato la lotta di classe) continuano a portare avanti le postdemocrazie turbocapitalistiche. 
34 Jean-François Lyotard, La condizione postmoderna: rapporto sul sapere, Milano, Feltrinelli, 1981. 
35 Un approfondimento del canone marxiano e dello snodo fondamentale della dialettica che ha avuto in Ludovico Geymonat un 
protagonista di livello internazionale, il quale, nei tempi in cui l’intellighenzia occidentale, soprattutto quella di sinistra, assieme 
all’acqua sporca del totalitarismo del blocco comunista era ansiosa, con molta codardia e totale opportunismo, di buttare via anche il 
bambino dell’analisi marxista del modo di produzione capitalistico, ebbe il coraggio di tornare a riflettere sui classici del pensiero 
marxista, vedi le acute analisi di Geymonat su Materialismo ed empiriocriticismo di Lenin (cfr. V. I. Lenin, Materialismo ed 
empiriocriticismo, Roma, Editori Riuniti, 1978 e, a proposito delle riflessioni di Geymonat su Materialismo ed empiriocriticismo e 
sul ruolo fondamentale che il materialismo dialettico gioca sia sullo sviluppo delle scienze – che una inveterata tradizione idealistica, 
dimentica della dialettica, vorrebbe ancora ontologicamente suddivise ed operativamente compartimentate (e incomunicanti) in 
scienze della natura e scienze umane – sia della filosofia della scienza, cfr. Ludovico Geymonat, Del marxismo. Saggi sulla scienza 
e il materialismo dialettico, a cura di Mario Quaranta, Verona, Bertani, 1987, fondamentale per comprendere come una vera filosofia 
della scienza non possa arenarsi nelle secche empiriocriticistico-neopositiviste ma sia di sua natura intrinsecamente dialettica) e poco 
importa se il Lenin in questione era stato anche colui che aveva guidato una rivoluzione che la stragrande maggioranza 
dell’intellighenzia di “sinistra” italiana ed internazionale giudicava ex post e con un senso storico molto simile a quello dei 
postmodernisti, del tutto sbagliata se non all’origine dell’ “impero del male”. Certamente avere il coraggio morale ed intellettuale di 
affermare che il “rispecchiamento” leniniano poteva essere una metafora e/o una teoria gnoseologica valida per rappresentare il 
rapporto dialettico che intercorre fra l’attività conoscitiva e l’oggetto della conoscenza, così come non fu gradito dai machisti dei 
tempi di Vladimir Ilyich Ulyanov, non fu nemmeno molto gradito dalla stragrande maggioranza degli intellettuali italiani ed 
occidentali di sinistra ai quali il neopositivismo à la Popper, al di là del falsificazionismo di facciata ma infettato dalla totale sfiducia 
sulla possibilità di una rappresentazione globale della realtà naturale e storica (cfr. il non si sa nemmeno se definire più ridicolo od 
ignobile Karl R. Popper, Miseria dello storicismo, Milano, Feltrinelli, 1988), consentiva un ritorno ad un nuovo machismo, che 
avendo a suo tempo asserito la totale mancanza di rapporto fra rappresentazione scientifica della realtà e la realtà stessa costituiva 
agli occhi di Lenin il viatico perfetto per il disimpegno degli intellettuali, così come alcuni decenni dopo è oggi del tutto lecito
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 44 di 158 
soggettività resa sempre più superflua da un capitalismo sempre più pervasivo e totalitario, una 
ragione di stampo borghese-illuminista “ingenuamente” ignara della dimensione storica e materiale 
della cultura e dell’economia umane, la quale, al di là dei suoi roboanti enunciati, quando non si 
presta spudoratamente alla copertura di espliciti ed immediati sordidi interessi è, comunque, 
costantemente al traino e succube della più oppressiva, totalitaria e fascista de facto, cultura 
neoliberista), sono comunque attuali anche se l’annuncio postmodernistico della fine della 
metanarrazioni è da tempo caduto nel ridicolo innanzitutto perché questa “cattiva novella” della 
fine mostrava molto chiaramente in sé la sua messianica contraddizione, la fede nella fine 
dell’annuncio stesso. Una fede messianica in vecchie (e nuove) metanarrazioni che, non per colpa 
dell’oggi morto postmodernismo, è purtroppo ancora in attesa di resurrezione. 
“Una delle caratteristiche più notevoli dell’animo umano, – scrive Lotze, – è, 
fra tanto egoismo nei particolari, la generale mancanza di invidia del 
presente verso il proprio futuro”. La riflessione porta a concludere 
che l’idea di felicità che possiamo coltivare è tutta tinta del tempo 
a cui ci ha assegnato, una volta per tutte, il corso della nostra vita. Una 
gioia che potrebbe suscitare la nostra invidia, è solo nell’aria che abbiamo 
respirato, fra persone a cui avremmo potuto rivolgerci, con donne che 
parlare di trahison des clercs, visto il loro del tutto ridicolo e meschino entusiasmo per il deresponsabilizzante, antistoricistico ed 
antidialettico popperismo. Insomma, gira e rigira, si è sempre dalle parti della postmodernistica critica alla “metafisica della 
presenza”, solo che dalle parti del Bel Paese – ed anche nel resto del mondo occidentale – anziché ricorrere alle fantasiose 
decostruzioni postmodernistiche si era preferito (e si preferisce tuttora) da parte della schiacciante maggioranza degli intellettuali 
accodarsi dietro all’apparentemente più strutturato popperismo. Oltre al coraggio politico di aver preso sul serio un autore che per 
ragioni “politiche” del tutto illegittime (o legittime se ci si schiera da parte del pensiero irrazionalista, ma questo bisogna dichiararlo 
apertamente e non collocarsi opportunisticamente a sinistra) era stato messo all’indice, è stato di Ludovico Geymonat anche 
l’indubbio merito di aver sottolineato come il materialismo dialettico consenta di affrontare il rapporto fra la produzione culturale 
dell’uomo (un concetto globale di cultura quello di Geymonat che, a livello epistemologico, non permette di scindere 
antidialetticamente le scienze della natura dalle scienze umane perché, quale che sia il settore investito dall’attività conoscitiva, il 
risultato sarà sempre una modificazione dialettica sia dell’oggetto indagato e/o della sua rappresentazione che del soggetto che 
compie l’indagine e questo processo di feedback soggetto/oggetto è comune in tutti i campi del sapere) e la rappresentazione 
scientifica della realtà: attraverso, appunto, il rispecchiamento leniniano, un rispecchiamento che pur lasciando all’uomo piena libertà 
interpretativa sul giudizio dell’immagine (la rappresentazione scientifica della realtà) non consente alcuna fuga dalla responsabilità 
compiuta attraverso la negazione dell’immagine stessa (non consente cioè di dire che la rappresentazione scientifica della realtà è 
totalmente arbitraria – fra realtà e sua rappresentazione sussiste infatti un rapporto dialettico, un rapporto quindi proprio per questa 
sua intima dialetticità sempre in continua e dinamica evoluzione ma non al punto da negare la realtà stessa –, uno scollamento fra 
realtà e sua rappresentazione così profondo nel machismo e nel postmodernismo che in entrambi si arriva addirittura a negare 
l’esistenza di una realtà esterna all’attività conoscitiva, o detto molto più semplicemente, si afferma – come da caricatura fumettistica 
dell’alienato mentale – che la realtà non esiste tout court). Una fuga dalla responsabilità come invece avrebbero voluto i 
postmodernisti e come ancora vogliono molti che, in Italia come nel resto del mondo, furono abbastanza furbi da non dichiararsi a 
suo tempo aderenti alla ridicola scuoletta postmodernistica ma che oggi non sono abbastanza astuti per ammettere che il mondo sorto 
dall’abbattimento del muro di Berlino non è un “brave new world” ma cela, invece, l’oscuro e orribile “cuore di tenebra” 
tecnocratico, fascista e totalitario del turbocapitalismo postdemocratico. 
36 “L’illuminismo, nel senso più ampio di pensiero in continuo progresso, ha perseguito da sempre l’obiettivo di togliere agli uomini 
la paura e di renderli padroni. Ma la terra interamente illuminata splende all’insegna di trionfale sventura.” (Max Horkheimer, 
Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno, Dialettica dell’illuminismo, Torino, Einaudi, 1966, p. 11). Su l’attuale fase 
postdemocratica contrassegnata dalla “trionfale sventura” della vittoria del totalitaristico turbocapitalismo finanziario, vera e propria 
nemesi economica, politica, sociale e culturale per una “ragione” che si ostina a non comprendere l’intimo legame dialettico fra 
l’economia e la cultura umane (una ingenuità che, al di là delle contumelie postmodernistiche contro i Lumi, accomuna 
l’Illuminismo settecentesco con il postmodernismo, con la “piccola” differenza che nel Settecento si poteva – e non in certo senso si 
doveva – essere ingenui mentre in finale di Secolo breve l’ingenuità postmodernistica ha avuto tratti del tutto diabolici e di 
occultamento di strategie autoritarie che ora, ad inizio del XXI secolo, sono pienamente ed anche pubblicamente dispiegate, con la 
sola avvertenza che quello che una volta veniva detto “fascista” ora lo si è ribattezzato come “tecnico”: qualsiasi riferimento al caso 
italiano è puramente casuale…), ci si è già diffusi altrove ed individuando nella dialettica repubblicanesimo/marxismo e lungo la 
linea di immanentismo assoluto Machiavelli/Marx il momento per il suo superamento all’insegna di un ritrovato senso marxista 
della Vita Activa. Su ciò si preferisce però non fornire indicazioni bibliografiche e non per una sorta di apprezzamento per l’ 
“ermeneutica della reticenza” di straussiana memoria: per chi voglia confrontarsi con questa problematica, il Web fornisce 
ineguagliabili strumenti dialettici per farlo e, se si vuole, di reale prassi integrativa per l’inizio di autenticamente nuove 
metanarrazioni (e che perciò, al contrario di quelle del postmodernismo, non siano per niente dimentiche del passato e della “qualità 
de’ tempi”).
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 45 di 158 
avrebbero potuto farsi dono di sé. Nell’idea di felicità, in altre parole, vibra 
indissolubilmente l’idea di redenzione. Lo stesso vale per la rappresentazione 
del passato, che è il compito della storia. Il passato reca seco un indice 
temporale che lo rimanda alla redenzione. C’è un’intesa segreta fra le 
generazioni passate e la nostra. Noi siamo stati tutti attesi sulla terra. 
A noi, come ad ogni generazione che ci ha preceduto, è stata data in dote una 
debole forza messianica, su cui il passato ha un diritto. Questa esigenza non si 
lascia soddisfare facilmente. Il materialista storico lo sa. 
Walter Benjamin, Tesi di filosofia della storia 
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Pvblica, arte degenerata, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Degenerate Art , Degenerate Art, Massimo Morigi, Degenerate Art,, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Degenerate Art , Autore: Massimo Morigi. Principali autori di riferimento: Machiavelli, Marx, Hannah Arendt, Walter Benjamin, Horkheimer, Adorno, Filippo Tommaso Marinetti. Critica neomarxista e neorepubblicana sul paracosmo ideologico nazista del ‘Entartete Kunst per una teoria critica e politica della Vita Activa per la Res Publica, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, avantgarde , Avantgarde, Massimo Morigi, Avantgarde, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, avantgarde, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, avant-garde , Avant-garde, Massimo Morigi , Avant-garde, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, avant-garde, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, avanguardia, Avanguardia, Massimo Morigi, Avanguardia, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, avanguardia, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Avanguardia artistica , Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, 
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Arendt, Walter Benjamin, Horkheimer, Adorno, Filippo Tommaso Marinetti, Carl Schmitt, Martin Heidegger, Leo Strauss. Nota finale sinteti ca di Gesamtkvnstwerk Res Pvblica e criterio ispiratore di tutti gli scritti filosofi co-politici di Massimo Morigi: romanticismo politico inteso a superare le artificiose e ridicole suddivisioni fra le varie scien ze politiche e orientato verso uno storicismo assoluto e ad una cri tica neomarxista e neorepubblicana sull’esteti zzazione della politica per una teoria critica materialistico-dialettica della Vita Activa contro il totalitarismo, per la rivolu zione italiana democratica e nonviolenta , per un rinnovamento del repubblicanesimo italiano e per la Res Publica democratica ed antifascista intesa come Gesamtkunstwerk (opera d’arte totale) politica. Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Repubblicanesimo italiano, Italienische Republikanismus, républicanisme italien, republicanismo italiano, Italian Republicanism, Repubblicanesimo italiano, Italienische Republikanismus, républicanisme italien, republicanismo italiano, Italian Republicanism, 
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VI Colóquio Internacional 
TRADIÇÃO E MODERNIDADE NO MUNDO IBERO-AMERICANO 
Sala de S. Pedro, Biblioteca Geral da Universidade de Coimbra 
19 a 23 de Outubro de 2009
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 46 di 158 
MASSIMO MORIGI 
APOSUBLIME NOW : DAL TERRORE DELL’AESTHETICA 
FASCISTICA ALL’ ORRORE POSTMODERNO DELLA 
FINE DELLE METANARRAZIONI ELEMENTI PER UNA 
TEORIA NEOREPUBBLICANA DEL SUBLIME 
In England we have not been completely emboweled 
of our natural entrails; we still feel within us, and we 
cherish and cultivate, those inbred sentiments which 
are the faithful guardians, the active monitors of our 
duty, the supporters of al liberal and manly morals. 
We have not been drawn and trussed, in order that we 
may be filled, like stuffed bird in a museum, with chaff 
and rags, and paltry, blurred shreds about the rights of 
man. 
Edmund Burke, Reflections on the Revolution in France
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 47 di 158 
“ ... No, it is impossible, it is impossible 
to convey the life-sensation on any given 
epoch on one’s existence - that which 
makes its truths, its meaning - its subtle 
and penetrating essence. It is impossible. 
We live, as we dream - alone ...” 
Joseph Conrad, Heart of Darkness 
Indubbiamente, se l’ Angelus novus di Benjamin, proprio per il suo essere volto unicamente 
verso il passato non potrà mai essere in grado di offrirci alcuna narrazione della storia, questa 
allegoria è assai adatta ad illustrare la mentalità di coloro che con la storia ritengono di avere un 
conto aperto ed intendono risolverlo strappando alla storia la sua stessa essenza, la possibilità cioè 
di connettere in una narrazione le vicende umane, ed assegnarlo invece ad una riflessione che 
prescinda, in ultima istanza, dalla umilissima qualità tutta umana del racconto. Se in Benjamin la 
fascinazione dell’allegoria dell’angelo deriva dalla drammaticità espressa dalla nona tesi (un 
paesaggio di rovine, la storia, e l’incapacità del messaggero di Dio di guardare verso il futuro e di 
soffermarsi sulle rovine stesse, le sole cose, fra l’altro, di cui l’angelo riesca ad avere visione ) e 
anche da una nascosta contraddizione all’interno dell’ allegoria stessa ( nascosta perché dubitiamo 
che Benjamin stesso ne fosse consapevole ), e cioè che è perlomeno singolare far rappresentare il 
rifiuto ad una visione unificante del processo storico ad un angelo, che altro non è che l’araldo di 
Dio e quindi, tradotto in termini di filosofia della storia, dell’ idealismo hegeliano e/o del 
materialismo dialettico marxiano, nell’ultima incarnazione in terra dell’ allegoria, il 
postmodernismo, la fascinazione è, come dire, completamente evaporata per lasciare in terra non 
delle rovine sulle quali piangere mentre un impetuoso vento ci strappa via ma una sorta di 
maleodorante fanghiglia sulla quale è veramente poco opportuno indulgere in malinconie düreriane 
ma è meglio chiamare gli addetti al risanamento locali e alle pulizie. E se non è certamente da tutti 
votarsi ad una dimensione messianica della storia ( aver vissuto, come Benjamin, direttamente il 
tragico fallimento storico e filosofico della soteriologia marxista ed aver vissuto male e poi alla fine 
morire in virtù della reazione fascista alla stessa è un privilegio che giustamente non si augura a 
nessuno ), altrettanto a molti ( se non a tutti ) dovrebbe essere interdetto spacciare quelli che altro 
non sono che giochini di parole o strizzatine d’occhio per verità rivelate che col vero Messia hanno 
lo stesso rapporto delle illustrazioni del Salvatore dei catechismi per i bambini. 
Questo è per esempio il caso del differénd, concetto alla base della filosofia politica di Lyotard. 
Per l’autore del testo seminale del postmodernismo, il diretto portato della condizione 
postmoderna37 è l’anomia della società e degli individui, i quali non possono quindi più riconoscersi 
in alcuna etica condivisa. Tuttavia in Lyotard l’osservazione della fine de facto nelle nostre 
moderne società secolarizzate dell’universalismo nel campo dell’ etica non è l’ avvio, come per 
esempio in Nietzsche, di una riflessione sulla genealogia della morale nè del tentativo, come per 
esempio nella Arendt, di sostituire all’ideale della vita contemplativa, dalla quale derivano le norme 
della vecchia morale, una vita activa, che trovi nella dimensione pubblica e nella sanzione estetica 
37 Jean-François Lyotard, La condizione postmoderna : rapporto sul sapere, Milano, Feltrinelli , 1981.
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 48 di 158 
della gloria terrena la sua ragion d’ essere, ma costituisce la base per un grigia costruzione 
pseudonormativa. In Au Just: Conversation38 e in The differend 39 viene così presentata una inedita 
teoria postmoderna della giustizia che sic et simpliciter sostiene che, vista la molteplicità delle 
comunità linguistiche ed etiche che stanno l’ una accanto all’altra ma completamente incapaci di 
instaurare una comunicazione di qualsiasi genere ( e dove empiricamente Lyotard abbia mai potuto 
osservare una situazione del genere solo Dio lo sa, perché, al limite, anche l’ odio presuppone una 
forma di comunicazione, ma quando si dice completa mancanza del senso della storia, forse 
capiamo perché l’ angelo piange ), la massima ingiustizia che possa essere commessa non è tanto il 
fatto che il crimine, risulti più o meno punito attraverso una legge di tipo universale, è comunque 
irredimibile, ma perché per giudicare non si tiene conto della differente visione etica della due parti 
nel processo: 
I would like to call differend the case where the plaintiff is divested of the means to argue and becomes for 
that reason a victim. If the addressor, the addressee, and the sense of the testimony are neutralized, 
everything takes place as if there were there were no damages. A case of differend between two parties takes 
place when the regulation of the conflict that opposes them is done in the idiom of one of the parties while 
the wrong suffered by the other is not signified in that idiom.40 
Come un procedimento legale possa tenere conto del différend lo si è appena visto ( o sarebbe 
meglio dire lo si è visto ma non lo si è capito) ma è altrettanto interessante notare che la scoperta del 
différend non è solo per Lyotard impiegabile in sede di dottrina giuspubblicistica e di pratica 
processuale ma trova un’altra pregevole applicazione in campo estetico, nel senso che viste le 
insormontabili differenze degli ambiti comunicativi della società, il compito dell’arte è appunto 
supplire a questa mancanza. Ma a differenza delle teorie estetiche più tradizionali, a partire da 
Schiller per finire con Adorno, dove l’arte rappresentava comunque la speranza del superamento 
del momento negativo, per Lyotard all’arte non spetta la costruzione di una narrazione ma, come 
nel caso della giustizia, non deve minimamente nemmeno sognarsi un superamento del différend. E 
se nel caso della giustizia questo significava, in pratica, una impossibilità di giudicare, per quanto 
riguardo l’arte questo comporta un rifiuto dell’estetica del bello ( in quanto, in linea con la lezione 
kantiana, il bello viene assimilato ad un processo narrativo che da un soggetto definito si proietta su 
un oggetto altrettanto definito nel tempo e nello spazio ) e l’elevazione del sublime come la 
categoria principe dell’estetica postmoderna. Ora, se è un indubbio merito di Lyotard 
l’individuazione del sublime come uno degli elementi fondativi dell’ ideologia dell’avanguardia ( e 
quindi rispetto a Kant il sublime non viene più impiegato solo per dar conto del rapporto estetico 
dell’ uomo con le forze della natura, che si risolve nell’ impossibilità della loro rappresentazione ), è 
del tutto fuorviante innanzitutto sussumere tutta l’avanguardia sotto la categoria del sublime ( sono 
infatti esistite forme d’avanguardia che non volevano essere sublimi, generare cioè un discorso 
estetico che fosse al di là della comunicazione, ma produrre invece nuove forme di comunicazione, 
pensiamo ad esempio al futurismo; che volevano, insomma, essere moderne e non certo 
postmoderne ) e , in secondo luogo, è totalmente ridicolo considerare il sublime solo come una 
sorta di traduzione artistica dell’impossibilità di una qualsiasi azione comunicativa e in cui il 
risultato di questa afasia non sarebbe un inevitabile cupissimo generale ed indistinto autismo ma l’ 
38 
Jean-François Lyotard, Jean-Loup Thebaud, Au Juste : conversations, Paris, C. Bourgois, 1979. 
39 
Jean-Franco̧is Lyotard, The differend : phrases in dispute, Minneapolis, University of Minnesota Press, 
1988. 
40 Jean-Franco̧is Lyotard, The differend, cit., p.9.
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 49 di 158 
emersione fra le fratture delle monadi incomunicanti della società di estatiche manifestazioni del 
sublime. 
In altre parole, non è che facendo della società una specie di imago avanguardiae ( e di una 
avanguardia che è astoricamente appiattita sul sublime) che riusciamo a superare le aporie della 
storia e tantomeno quelle dell’avanguardia stessa.41 Se però il sublime non può essere, come 
vorrebbe Lyotard, una specie di Lancia di Longino, che apre e al tempo stesso risana le ferite che ha 
procurato, non per questo le estetiche basate sull’ irreducibile scarto fra capacità rappresentative e 
realtà non cessano forse di essere il migliore “segnalatore d’incendio”42 di una condizione storica 
che dopo la rivoluzione francese molto difficilmente potrà essere ricomposta. Il problema riguardo 
al postmodernismo è che, mentre nei momenti più significativi della tradizione culturale della 
modernità questa segnalazione d’incendio costituiva comunque un reale momento di disagio che 
trovava manifestazione in alte espressioni artistiche e filosofiche, in cui la tragedia e lo scacco 
definitivo erano comunque virilmente contemplati, nel postmodernismo il grido dall’ allarme viene 
del tutto depotenziato e de/realizzato. E’ po’ come se invece della rappresentazione di una tragedia 
fossimo di fronte ad una farsa o come se invece di un racconto giallo ci fosse rappresentata una 
storia a fumetti di Topolino detective. Ed è forse proprio per la loro intima serietà che “questi 
segnalatori d’incendio” sono praticamente o ignorati o travisati dalla critica postmodernista. 
Se si considerassero separatamente il suo trattato sul bello ed il sublime43 e le sue riflessioni sulla 
rivoluzione francese44 di Burke, in fondo, ci potremmo in buona sintesi ridurre a dire o 
semplicemente che la sua Philophical Inquiry è uno dei testi seminali che s’inserisce nella 
tradizione del conferimento di un valenza filosofico-conoscitiva al sensibile ( tendenza che 
culminerà nell’ideologia avanguardista del Novecento ) oppure, se ci riferiamo alla Reflections sulla 
rivoluzione francese, si potrebbe liquidare il nostro autore affermando che la sua particolarità, 
rispetto alla mainstream del pensiero reazionario, è che qui un discorso sui diritti non viene in 
assoluto rifiutato, purché di diritti sviluppati nel corso di una tradizione storica ( quella inglese) si 
tratti e non di diritti dell’uomo e del cittadino astrattamente universalistici come nel caso della 
rivoluzione francese. Tuttavia Burke è molto di più della matematica aggiunta di questi due 
momenti della sua produzione. Nelle sue Riflessioni sulla rivoluzione francese, Burke metterà in 
opera i principi estetici della sua Indagine filosofica sul bello e sul sublime e nella descrizione del 
terrore rivoluzionario fatta da Burke dobbiamo sì vedere l’autentica indignazione e disgusto di un 
conservatore per le follie, le idiozie e la ferocia della rivoluzione ma al di sotto di questo manto di 
sincera ripulsa, riluce anche il profondo teorico del bello e del sublime il quale è consapevole che 
una delle vie maestre per suscitare una sensazione sublime è la rappresentazione artistica di uno 
stato di terrore e/o di orrore. Uno dei passaggi più incisivi dove terrore ed orrore vanno a braccetto 
è quando Burke con una immagine grottesca e raccapricciante afferma che i diritti universalistici 
della rivoluzione francese hanno la stessa funzione degli stracci e delle cartacce che si mettono 
dentro gli animali impagliati, dopo che questi sono stati debitamente eviscerati. Va da sé che in 
questa corrusca e lugubre allegoria le viscere estratte dal corpo non sono altro che le tradizioni 
storiche buttate a mare dalla rivoluzione francese e il suo inquietante significato è che se si avesse la 
malaugurata idea di essere abbagliati dalla ideologia rivoluzionaria si farebbe la fine dei francesi 
che in virtù di questa brillante operazione svolta sulle interiora corporis della tradizione sono finiti 
come raccapriccianti animali imbalsamati in un museo di scienze naturali. Difficilmente nella 
pubblicistica politica della modernità, il momento descrittivo è più intimamente legato alla 
41 Hans Magnus Enzensberger, “The Aporias of the Avant-Garde”, in P. Rahv (ed.), Modern Occasions, 
New York, The Noonday Press, 1966. 
42 Michael Löwy, Segnalatore d'incendio : una lettura delle tesi sul concetto di storia di Walter 
Benjamin, Torino, Bollati Boringhieri, 2004. 
43 Edmund Burke, Philosophical inquiry into the origin of our ideas of the Sublime and Beautiful : with an 
introductory discourse concerning taste, London, T. Noble, 1845. 
44 Edmund Burke, Reflections on the revolution in France and on the proceedings in certain societies in 
London, relative to that event in a letter intended to have been sent to a Gentleman in Paris, London, 1790.
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 50 di 158 
prescrizione e mai, come in questa allegoria, è fondamentale l’uso della consapevolezza estetica 
burkiana che sul sublime e sull’orrore/terrore ha svolto fondamentali riflessioni. Se si volesse 
pensare male, si potrebbe dire che la fondamentale trascuratezza degli autori postmoderni verso il 
grande conservatore inglese, visto il discorso sul sublime sviluppato da Burke che avrebbe invece 
dovuto indurli ad un grande interesse, è dovuta a tre ordini di motivi. Il primo riguarda 
l’incontestabile unicità di Burke che non solo fu un teorico del sublime ma che di questa 
conoscenza dei meccanismi del sublime fece anche uno strumento di grandezza letteraria ( le 
Riflessioni, fra le altre cose, potrebbero anche essere considerate come uno dei più riusciti esempi 
della letteratura dell’orrore, per non parlare come una specie di Urtext dei procedimenti 
avanguardistici, visto il pastiche fra i vari linguaggi, da quello giuridico a quello delle classi alte a 
quello del popolo, con cui le Riflessioni vengono costruite : il “montaggio” non è stato 
un’invenzione delle avanguardie novecentesche). Una grandezza letteraria che non avrebbe fatto 
che suscitare l’invidia dei principali autori postmoderni, visto che le loro sparate teoriche, 
comunque le si voglia giudicare ( cioè male ) non sono state accompagnate da nessun risultato 
estetico di rilievo. Il secondo, più che alle personali debolezze umane degli autori postmoderni, si 
rivolge alla falsa coscienza del postmodernismo, che ambirebbe essere una filosofia di liberazione 
mentre in realtà è forse la visione più conservatrice che mai mente umana abbia concepito, mentre 
le Riflessioni, in apparenza un testo ultrareazionario, è in realtà un inno alle libertà autenticamente 
vissute e non solo astrattamente proclamate ( compito che fra l’altro avrebbe dovuto assumersi il 
postmodernismo se invece di compiere una giusta critica ai principi dell’ ‘89 in base, come fece 
Burke, a riflessioni storiche – ma questo costa fatica – non avesse preferito proclamare astratte 
scemenze come il différend o la “metafisica della presenza” come ha fatto Derrida). Il terzo motivo 
dell’ estraneità del postmodernismo da Burke può essere considerato affine al secondo ma è la 
conseguenza più che della percezione di una classe intellettuale che si sente minacciata ed 
emarginata e che quindi elabora una dottrina, qualsiasi essa sia, formalmente di sinistra ma che in 
realtà anela all’assoluto immobilismo, è, ancor più, la conseguenza del vero “cuore di tenebra” del 
postmodernismo, e cioè della intima e profondissima Weltanschauung totalitaria da cui questo trae 
la sua più vera ispirazione ( mentre, invece, tutto di Burke si può dire tranne che fosse attratto da 
soluzioni totalitarie). Non si tratta qui della semplice osservazione che un’ideologia che proclama la 
fine di tutte le metanarrative ( tranne, ovviamente, la propria), non solo è contraddittoria e dal punto 
di vista epistemologico ridicolmente insensata; non è solo infatti solo questa inconcussa volontà di 
“farsi largo” un indice abbastanza eloquente ed inquietante di una profonda volontà omicida. C’ è 
molto di più e più specifico. E questo di più deriva direttamente dall’ incontestabile dato che il 
postmodernismo nasce dalla fusione della filosofia nietzschiana dell’estasi dionisiaca con 
l’impostazione che il pensiero heideggeriano ebbe dopo la Kehre. Riguardo a questa questione 
genealogica, basti dire che contrariamente a quello che vorrebbe la vulgata postmodernista 
derridiana, la Kehre non significò una svolta antinazista di Heidegger ma bensì la formulazione di 
una visione che il filosofo tedesco giustamente definì antiumanista perché, se con Essere e tempo al 
Dasein era comunque lasciato una spazio per una decisione fondamentale ( e tradotto in campo 
politico la decisione fondamentale significava l’adesione al nazionalsocialismo, gesto autolesionista 
che comunque necessitava preliminarmente di una dimensione volitiva), dopo la svolta veniva 
accentuato il momento della critica alla “metafisica della presenza”. Questa critica che in versione 
poststrutturalista avrà la sua più gloriosa manifestazione in Derrida e nel suo “non c’è nulla al di là 
del testo” ( e questo “ Il n’ y a pas de horse-texte ”45 è già il segno dell’impossibilità del 
45 Jacques Derrida, De la grammatologie, Paris, Minuit, 1967, p. 227. Che il rifiuto della “metafisica 
della presenza” ( sostenere cioè da parte di Derrida e in condivisione con gli altri pensatori postmodernisti e 
poststrutturalisti che la presenza di un qualcosa al di là del testo, la storia cioè, è pura metafisica ) potesse, in 
definitiva, presentarsi come un buon servizio reso alla rimozione del fascismo è suggerito dal fatto che, 
molto probabilmente, solo attraverso questo rifiuto “metafisico” emerge chiaramente la “cattiva coscienza” 
non solo di questi intellettuali ma di tutta una società che vuole dimenticare ( e quindi per un certo verso è 
sinceramente dimentica ) di quello che è stato il fascismo e il secolo breve. Il problema è che, a differenza
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 51 di 158 
poststrutturalismo di pensare la storia ), in Heidegger significava la diretta cancellazione di una 
qualsiasi dimensione sociale e al Dasein non veniva nemmeno più lasciata alcuna decisione 
fondamentale che comportasse un atto volitivo ( tanto Hitler era già giunto al potere) ma bensì solo 
la possibilità di ascoltare la voce del vate Hölderin sulla futura Germania e di perdersi nell’ assorta 
meditazione dei nuovi miti heideggeriani: terra, cielo, mortali immortali ( versione altamente 
poetica, se vogliamo, di Blut und Boden e della natura celeste del nazionalsocialismo e del suo 
sommo Führer ). 
Ma una critica alla “metafisica della presenza” che troppo timidamente ancora avesse accettato 
come compagni di viaggio le “mitiche” presenze di vati e di divinità uraniche e, dall’altro, di 
uomini tellurici nel senso etimologico della parola, era da un lato assolutamente troppo agreste per 
poter essere compresa da un mondo dove sempre più dominava la rivoluzione dell’informazione e 
del crasso cinismo e malafede dei negazionismi alla Faurisson o alla Irving, impermeabili ai fatti perché nati 
e costruiti su una consapevole menzogna, la cattiva coscienza, in quanto frutto di una reale e sincera 
sofferenza traumatica, non può che mostrarsi inadeguata di fronte alla lezione della realtà. E la realtà nel caso 
del decostruzionismo postmodernista fu costituito dal caso di Paul de Man. Paul de Man, di origine belga, si 
era trasferito negli Stati uniti nel 1948 dove intraprese la carriera universitaria contribuendo in maniera 
decisiva a diffondere in quel paese il credo post strutturalista e decostruzionista del suo collega ed amico 
Jacques Derrida. Secondo De Man il significato di un testo scritto è puramente ed unicamente riconducibile 
alle sue figure retoriche e va da sé che per De Man nell’ermeneutica del testo vanno rigorosamente escluse 
sia l’intenzione dell’autore che il contesto ( sia culturale che tradizionale e storico ) in cui questo testo ha la 
fortuna di venire al mondo. Sia come sia ( sia, cioè, quanto questa tesi possa apparire cervellotica ed irreale ) 
verso la fine degli anni Settanta e l’ inizio degli anni Ottanta il decostruzionismo di De Mann-Derrida 
raggiunse una vasta eco ed influenza, finché alla sua morte giunta nel 1983 il mondo accademico statunitense 
celebrò De Man come uno dei suoi più illustri esponenti e la rivista Yale French Studies, nel 1985, dedicò 
interamente un suo numero per illustrare la sua grande influenza pedagogica. Ma, come si suol dire, il 
diavolo ( il postmodernismo ) fa la pentole ( la decostruzione, il rifiuto della “metafisica della presenza” ) ma 
non i coperchi ( la possibilità che la decostruzione possa opporsi non alla storia intesa come discussione dei 
massimi sistemi che da questa promanerebbero ma ad una storia con la s minuscola che è fatta dalle 
concretissime presenze al mondo di tanti uomini che in questo mondo hanno sofferto ed agito ). Il 1° 
dicembre 1987 il New York Times diede alle stampe la scoperta di una intensa attività letteraria 
collaborazionista e nazista di De Man. Il ricercatore Ortwin de Graef rese così noto che De Man aveva 
scritto sulle colonne dell’ ampiamente diffuso quotidiano belga Le Soir 169 articoli, fra recensione di libri, di 
concerti e di conferenze. In questi articoli, De Man si mostrava favorevole all’occupazione tedesca del 
Belgio ed esprimeva convinzioni filonaziste. Fra questi, particolarmente imbarazzante e vergognoso, 
risultava l’ articolo “Le Juifs dans la littérature actuelle”, articolo che nonostante la vergognosa 
indifendibilità delle tesi antisemitiche che vi si sostenevano, diede origine, nel 1988, al goffo tentativo 
“decostruttivo” e difensivo di Derrida ( Jacques Derrida, “Like the Sound Deep Within a Shell: Paul de 
Man’s War”, Critical Inquiry, 14(2)[1988]: 590-652), evidentemente non perché la causa fosse in sé 
difendibile ma perché bisognava comunque far qualcosa per salvare le sorti del decostruzionismo che 
rischiava di crollare assieme all’annichilimento morale di uno dei suoi principali esponenti ( un’altra 
spiegazione della maldestra difesa di Derrida è che il supremo reggitore del decostruzionismo non tanto 
intendesse difendere il decostruzionismo stesso e/o De Mann – una difesa all’onorabilità dello studioso 
scomparso impossibile, viste le prove addotte agli atti – ma, in definitiva, volesse difendere Derrida stesso 
dall’accusa di criptonazismo). Come abbiamo detto “mission impossible” e come tale dovette essere 
consegnata alla storia. Dopo aver cercato di ingraziarsi la benevolenza del lettore affermando che si 
condivideva la costernazione ed anche l’orrore che promanavano dallo scritto di De Mann ( un 
profondissimo imbarazzo che comunque risultava come chiara smentita della critica alla “metafisica della 
presenza” perché questi sentimenti derivavano non dalla qualità meramente letteraria del testo di De Man ma 
dal contesto da cui questo testo traeva forza ed ispirazione ), Derrida crede di aver trovato la chiave di volta 
della difesa di De Man in quanto ad un certo punto del testo compare la condanna all’ “antisemitismo 
volgare”. Ma dalla lettura del testo di De Mann è del tutto chiaro che non siamo in presenza della condanna 
dell’ antisemitismo in quanto ideologia volgare ma di quelle particolari forme di antisemitismo istintive che 
non sono sorrette da una dovuta consapevolezza culturale. Volendo con questo si potrebbe anche concludere 
la storia del postmodernismo inteso come ideologia serva di irrazionalismo e di Lete che ha imperversato
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 52 di 158 
dall’altro rivelava nemmeno troppo copertamente le sue pulsioni totalitarie. Occorreva quindi 
un’opera di make-up. Detto fatto. Ecco allora che sotto la critica alla “metafisica della presenza”, 
versione Derrida, non rimaneva più nulla, se non il semplice testo, autoreferenziale, che ora 
risplendeva in splendido isolamento. E non rimaneva nemmeno più un soggetto che di questo 
elaborato avrebbe dovuto costituire almeno il minimun del contesto perché il postmodernismo nasce 
dalla fusione di Heidegger con Nietzsche, il Nietzsche soprattutto della Nascita della tragedia, dove 
però al posto di nascita della tragedia si dovrebbe scrivere, per quanto riguarda la sua versione 
postmodernista, di nascita della farsa. La nascita della tragedia è il testo seminale 
dell’estetizzazione politica nel quale si propone la più radicale controvisione della modernità 
politica ed antropologica così come ci viene consegnata dalla Rivoluzione dell’ ‘89. All’etica 
dell’egualitarismo e della libertà originata dagli universali diritti dell’uomo, nella Nascita della 
tragedia viene contrapposta una visione aristocratica e gerarchica dell’umanità, dove i diritti 
dell’uomo non sono altro che un ridicolo succedaneo per le masse degli schiavi che sono 
consapevoli della morte di Dio ma che non vogliono per questo perdere i diritti politici ed 
individuali che il vecchio Dio, soprattutto nella versione en travesti rivoluzione francese dei diritti 
dell’uomo e del cittadino, paternamente loro accordava. Contro questa morale, definita da 
Nietzsche da schiavi, assolutamente chiaro è il messaggio lanciato dalla Nascita della Tragedia. Il 
mondo appartiene ai forti, a coloro che non solo hanno accettato la morte di Dio ma che da questa 
hanno tratto la forza per costituire una visione estetica della vita, in cui come nella tragedia greca, i 
due elementi costitutivi siamo il momento apollineo, l’ordine, la forza, la volontà di darsi contro il 
caos una forma, e il momento dionisiaco, il riconoscimento che la vita su cui deve ergersi 
l’apollineo è caos, disordine, estasi - in altre parole il sublime -, tutto quello, cioè, che non può 
essere espresso dalla soggettività tutelata dal vecchio Dio, una forza eversiva ma anche positiva che 
così diviene generatrice sotto il dominio e la guida dell’apollineo ed in seguito al suo costituirsi 
come polo alternativo ma complementare al momento apollineo. Come i Greci che dalla tragedia 
avevano appreso dell’inestricabile compresenza di questi due poli, così, secondo La nascita della 
tragedia, avrebbe dovuto comportarsi la nuova aristocrazia sorta in seguito alla morte di Dio e alla 
fine politica dei principi universalistici: consapevole che la vita va vissuta accettando la 
compresenza dell’apollineo e del dionisiaco e dal primo traendo la forza della costruzione di una 
nuova soggettività dominatrice che rifiuti il vecchio individualismo frutto di una mentalità da 
schiavi e dal secondo il gioioso riconoscimento che il vecchio io figlio di un Dio morto e di un’ 
ideologia che ha tentato di sostituirlo, l’egualitarismo sorto dalla Rivoluzione francese, è 
definitivamente sepolto e che quindi è necessario dire un sì al sublime, a tutti quegli elementi 
caotici ed al di là del logos che costituiscono la fonte della vita. E se sul piano teorico questo poteva 
risultare moto affascinante, sul piano pratico, ci troviamo così di fronte al primo schema di 
estetizzazione politica dell’epoca moderna dove la dionisiaca irrazionalità dell’estasi e del sublime 
si abbina con l’apollinea volontà di potenza dando così forma compiuta allo schema della 
mentalità fascista così come ci è stata consegnata dalla storia. 
Di questa forma originaria il postmodernismo prenderà ad un tempo molto e molto poco. Molto 
poco perché pur facendo propria la fine di ogni valore ( la fine delle metanarrazioni ), come al solito 
il postmodernismo non è che la caricatura di ciò da cui trae ispirazione, perché in Nietzsche al 
fino ai primi anni Novanta per poi miseramente terminare nel discredito ed irrisione generali di questi primi 
anni del XXI secolo. Quella che voleva presentarsi come l’ ideologia che, proprio in virtù del suo preteso 
definitivo affrancamento dai vincoli della ragione ma rifiutando nel contempo una visione iocentrica e 
superomistica tipica della destra, avrebbe posseduto le potenzialità per l’affioramento nel “politico” e nella 
vita di tutti i giorni del “sublime” e della creatività, altro non si è dimostrata che un goffo tentativo di 
rimuovere dal proprio orizzonte la tragicità del secolo breve, un sintomo, in definitiva, della sempre 
maggiore marginalizzazione ed emarginazione della classe intellettuale nei sistemi liberaldemocratici a 
capitalismo avanzato.
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fondo del suo nichilismo sta una trasvalutazione dei valori che da giudaico-cristiani devono 
compiere la mutazione etica aristocratica ed estetizzante basata sulla compresenza dell’apollineo e 
del dionisiaco così come ci sarebbe stata tramandata dalla tragedia greca. Al tempo stesso molto, 
perché in un certo senso viene incorporato il disegno estetizzante di Nietzsche basato sulla 
potenzialità tragica del sublime, solo che nel caso del postmodernismo al rifiuto dell’etica giudaica-cristiana 
( ed alla sua secolare e moderna traduzione politica negli ideali universalistici della 
rivoluzione francese) non segue nessuna trasvalutazione di valori ma un radicale rifiuto di basare 
su una qualsiasi operazione valoriale un seppur minimo discorso pubblico ( ed in particolare un 
radicale rifiuto viene opposto non solo alla religione, tanto ormai non importa più a nessuno... ma ai 
principi politici dell’ ‘89: questi a qualcuno importano ancora qualcosa e delle pulsioni omicidiarie 
del poststrutturalismo qualcosa abbiamo già detto) e della dialettica apollineo-dionisiaco si accoglie 
solo il momento estatico e sublime di rifiuto della soggettività e si espunge totalmente l’apollineo, 
tanto è ormai divenuto anacronistico parlare del “grande stile” della costruzione di un’identità 
forgiata dal senso tragico della vita, troppa fatica e non necessario, visto che per dominare bastano 
ormai paroline magiche come différend o différance o slogan prêt-à-porter come “metafisica della 
presenza”. Risultato?: una sorta di heideggerismo post Kehre strappato alle auscultazioni 
Höelderiniane e alle contemplazioni tellurico-uraniche al quale viene offerto come magra 
consolazione per queste mancate meditazioni non tanto il superuomo nietzschiano ( da questo punto 
di vista anche a buon ragione, visto che la traduzione storica di questo mito filosofico non è stata 
decisamente entusiasmante, e, comunque, palesemente impresentabile, almeno per qualche secolo a 
venire ) ma, come al solito nello stile postmoderno, una sua ridicola caricatura, l’ultimo uomo, 
quello che ha rinunciato ad ogni autentico slancio ma che non ha rinunciato non diciamo tanto 
all’estasi, al sublime e al “grande stile” ma alla loro truffaldina rappresentazione e contraffazione 
( la fine delle metanarrazioni e la facile eutanasia postmoderna dell’io ). 
Anche se però pulsa nel petto dell’ ultimo uomo, il cuore del postmodernismo è pur sempre un 
cuore di tenebra, quel Cuore di tenebra col quale Joseph Conrad non solo ci ha rappresentato l’ 
insostenibilità etica prima ancora che pratica del “fardello dell’uomo bianco” ma ancor di più ci 
fece da “segnalatore d’incendio” degli abissi in cui stava sprofondando una civiltà che sorta dai 
Lumi non si era più fermata a riflettere su sé stessa e sulla natura assai poco angelica, di tenebra per 
l’appunto, dell’ astratta proclamazione dei suoi principi universalistici ( che proprio in quanto 
astrattamente enunciati si traducevano nella concreta attuazione esattamente nella loro antitesi, il 
colonialismo e la mentalità autoritaria). 
Proprio per il suo evidente pessimismo sulla metanarrazione dell’illuminismo e il per il largo 
impiego di tropi basati sull’orrore, il terrore ed il sublime, Cuore di Tenebra sembrerebbe avere 
tutte le caratteristiche per essere considerato come una sorta di romanzo di formazione per il 
postmodernismo. In realtà, se si eccettuano sporadici commenti, Cuore di tenebra non ha mai 
costituito un “segnalatore d’ incendio” per tutti gli esegeti della decostruzione e della “metafisica 
della presenza”. Le ragioni di questo mancato incontro sono del tutto analoghe a quelle già discusse 
per Burke, con l’aggravante, però, che nel caso di Cuore di Tenebra, sembrano proprio riferirsi 
direttamente alla tara morale del postmodernismo. 
Di solito, quando un romanzo viene tradotto in un film, il massimo che ci si possa augurare è che 
la versione della settima arte non tradisca troppo l’ ispirazione originale del testo scritto. Questo 
tradimento si è verificato in parte anche nel caso di Apocalypse now, il film che trae diretta 
ispirazione dal romanzo di Conrad ( roboanti scene con elicotteri da combattimento che mitragliano 
villaggi al suono della Cavalcata delle Valchirie e un colonello pazzo Kilgore che in tutto questo 
macello – apocalisse nel senso più banale della parola – non trova niente di meglio che cavalcare 
un’ asse da surf mentre la giungla brucia sotto il napalm, tutta una fracassona e fiammeggiante 
spettacolarizzazione che pensiamo non sarebbe proprio piaciuta allo scrittore anglo-polacco) ma 
anche se fosse solo per la prima parola del titolo del film, Apocalypse, ( ma come vedremo 
Apocalypse now non si giustifica solo per il nome ), l’opera di Francis Ford Coppola potrebbe 
essere considerata come una continuazione del romanzo di Conrad perché, attraverso la sua
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 54 di 158 
sapiente costruzione simbolica, si presta pure perfettamente alla rappresentazione del “cuore di 
tenebra” del postmodernismo. Perchè anche se fosse solo per la prima parola del titolo, il film 
potrebbe essere considerato fedele, o meglio, rivelatore dell’intima moralità del racconto 
conradiano? Apocalisse viene dal greco apocalypsis, rivelazione o meglio svelamento, in altre 
parole l’apocalisse è un racconto che fa conoscere qualcosa che prima era tenuto nascosto. E, il 
romanzo di Conrad, in effetti, ci rivela molte cose attorno al cuore di tenebra che dovevano 
rimanere celate. Ci svela, innanzitutto, che c’è sempre stato e sempre ci sarà un muro invalicabile 
ad instaurare una “presa diretta” fra il linguaggio e la realtà, essendo il racconto del protagonista 
non rivolto direttamente al lettore ma indirizzato ad alcuni suoi ascoltatori, uno dei quali poi è la 
voce narrante che si rivolge al lettore del romanzo. Ci troviamo così di fronte ad una costruzione 
narrativa assolutamente capovolta rispetto a quella del narratore onnisciente del romanzo classico. 
In Cuore di tenebra non solo il narratore per questo suo parlare per relato non può certificare la 
veridicità della storia e del suo significato ma, addirittura, non sappiamo chi sia il vero narratore ( è 
Marlow che ci racconta della sua discesa nel cuore di tenebra della giungla e di Kurtz o è colui che 
nel romanzo ci parla di Marlow o è Conrad stesso che, attraverso l’impotenza in fondo mostrata dai 
due suoi narratori fittizi, vuole confessarci la sua impossibilità come uomo e come romanziere a 
raccontarci l’abisso che si sta di spalancando di fronte all’uomo? ). Il romanzo di Conrad quindi è 
un’apocalisse, una rivelazione, ma una rivelazione non solo in merito al cuore di tenebra del 
colonialismo ( e visto in chiave apocalittico-profetica anche di quello che di peggio ci ha 
consegnato il Secolo breve) ma è anche un’apocalisse come costruzione letteraria, in quanto la sua 
strutturazione non è altro che un’allegoria rivelatrice dell’impossibilità di una “presa diretta” fra 
linguaggio e realtà, o detto ancor meglio , è un’allegoria sulla tragicità del sublime che, come Kant 
ci insegna, è correlato ad una impotenza rappresentativa. Del resto, di questa funzione allegorica era 
pienamente consapevole Conrad stesso quando il narratore del racconto di Marlow dice al lettore 
che “Marlow non era un marinaio tipico ( a parte la sua tendenza a raccontare), e per lui il 
significato di una storia non si trovava all’interno come il gheriglio di una noce ma all’esterno, e 
avviluppava il racconto che lo generava unicamente come il calore genera una foschia, a 
somiglianza di uno di quei nebulosi aloni sovente resi visibili dalla luce spettrale della luna.”46 
Ma se il significato della struttura allegorica del romanzo non è che la sublime ( ed orribile ) 
impossibilità di vincere una reale solitudine esistenziale, vista l’impossibilita del linguaggio di 
trasmettere l’esperienza ( “ ‘… No, è impossibile; è impossibile – dice Marlow – trasmettere la viva 
sensazione di qualsiasi periodo della propria esistenza – ciò che costituisce la verità, il significato – 
l’essenza sottile e penetrante. E’ impossibile. Si vive, così come si sogna – soli...’ ”47 ), il 
disvelamento del romanzo in quanto racconto è l’ apocalittico incontro di Marlow con Kurtz, 
apocalittico non tanto per la situazione terminale di Kurtz alla cui radice Marlow individua la brama 
di potere e di ricchezza di questo agente impazzito del colonialismo ma apocalittico perché disvela 
la sublime impossibilità di Marlow di arrivare al fondo dell’animo di Kurtz e di capirne le ragioni 
profonde al di là delle evidenti e banali umanissime brame: 
“ ‘Non ho mai visto prima, e spero che non mi tocchi mai più di rivedere, niente che assomigli al mutamento 
prodottosi sul suo viso. Oh, non ero affatto commosso. Ero affascinato. Come se fosse stato squarciato un 
velo. Su quel volto d’avorio vidi un’espressione di orgoglio fosco, di forza spietata, di abietto terrore – di una 
intensa e irrimediabile disperazione. Forse che in quel momento supremo di perfetta conoscenza riviveva la 
sua vita in tutti i particolari del desiderio, della tentazione, e dell’abbandono? Gridò sussurrando ad una 
qualche immagine, ad una qualche visione – gridò due volte con un grido che era poco più di un sospiro: “ 
Che orrore! Che orrore!” [...] . Non m’accostai più a quell’uomo notevole che aveva pronunciato un 
giudizio sulle avventure terrestri dell’anima sua. La voce era scomparsa. E che altro c’era stato? Ma 
naturalmente so bene che l’indomani i pellegrini seppellirono alcunché in una fossa piena di fango. E poi per 
poco non seppellirono anche me. Tuttavia come vedete, non andai a raggiungere Kurtz seduta stante. No. 
46 Joseph Conrad, Al limite estremo ; Cuore di tenebre ; La linea d' ombra, Milano, Garzanti, 1978, p. 
154. 
47 Ibid., p. 183.
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Rimasi a sognare quell’incubo sino alla fine, e a mostrare ancora una volta la mia lealtà a Kurtz. Il destino. Il 
mio destino! Che cosa buffa è la vita – questo misterioso accomodamento della logica implacabile per un 
futile scopo. Il massimo che uno può sperare da essa è una certa conoscenza di se stesso – che giunge troppo 
tardi – messe di inestinguibili rimpianti. Ho combattuto con la morte. È la contesa meno emozionante che si 
possa immaginare. Si svolge in un grigiore impalpabile , senza nulla sotto i piedi, senza nulla intorno, senza 
spettatori, senza clamori, senza gloria, senza il grande desiderio della vittoria, senza la grande paura della 
sconfitta, in una debole atmosfera di tepido scetticismo, senza molta fede nel proprio diritto, e ancor meno in 
quello dell’avversario. Se tale è la forma della saggezza suprema, allora la vita è un enigma più grande di 
quanto non si creda. Mancò poco che mi fosse data l’occasione di pronunciare l’ultima parola, e scopersi 
con umiliazione che probabilmente non avrei avuto nulla da dire. Questa è la ragione per cui affermo che 
Kurtz era un uomo notevole. Egli aveva qualcosa da dire. La disse. E poiché anch’io ho lanciato un’occhiata 
di là dalla soglia, capisco meglio il significato del suo sguardo fisso, che non poteva vedere la fiamma della 
candela, ma era ampio abbastanza da abbracciare l’universo intero, abbastanza acuto da penetrare tutti i cuori 
che battono nelle tenebre. Egli aveva tirato le somme – aveva giudicato. ‘Che orrore!’ ’ ”48 
Marlow ha lanciato un’ occhiata al di là della soglia , capisce meglio il significato ma, nonostante 
questo, la sua apocalisse ( e quella del lettore del romanzo ) è la sublime impossibilità di 
rappresentare l’ insondabile abisso se non evocando l’infinito orrore che esso suscita . Con 
Apocalypse now siamo di fronte al disvelamento di Cuore di tenebra in quanto racconto. E 
l’apocalisse trova la sua risoluzione nella figura di Marlon Brando-Kurtz il cui capo completamente 
calvo altro non è che il ritratto iperrerealistico del Mussolini degli ultimi orribili anni di guerra, 
l’immagine di un capo rasato da condannato a morte e che già prefigura piazzale Loreto. L’epifania 
dell’orrore altro non è che , ci dice Apocalypse, il fascismo e ci fa comprendere che l’abisso di cui 
Marlow aveva presentito qualcosa gettandoci un’occhiata ma ritraendosi subito dopo con orrore 
altro non era che la stazione ultima dell’ uomo occidentale che, a partire dall’illuminismo, passo 
dopo passo fino ad arrivare a Nietzsche e alla sua traduzione nella religione politica nazifascista, 
altro non significava che l’annientamento di tutti i valori della civiltà giudaico-cristiana. 
Vista la natura del testo e delle potenzialità veramente “apocalittiche” del suo commentario non 
c’è da sorprendersi che nonostante apparentemente superficiali affinità nell’ambito dell’estetica del 
sublime, i decostruttori postmoderni abbiano mostrato una profonda indifferenza verso Cuore di 
tenebra. Gli ultimi uomini non possono infatti sopportare nemmeno un’occhiata al loro interno e, 
ancor peggio, elaborare la dura realtà di un’ estetica del sublime che se è una indispensabile chiave 
di lettura per comprendere la condizione esistenziale dell’uomo, si è fino ad oggi dimostrata carica 
delle più disastrose potenzialità totalitarie per quanto riguarda la vita pubblica, o qualsiasi cosa 
assimilabile a questa sia concepibile attraverso i loro ridicoli concetti di différend, différance o 
“metafisica della presenza”. 
In conclusione di queste note, è giusto però cogliere il fondamentale nocciolo di verità contenuto 
non tanto nell’estetica postmoderna ma in coloro che devono essere considerati non diremmo i loro 
precursori ( sicuramente Nietzsche ed Heidegger si offenderebbero a morte ad essere considerati 
tali) ma sicuramente i loro ispiratori. E la vera “apocalisse” che emerge dai due principali esponenti 
del pensiero antiilluministico è la consapevolezza che la ragione ha operato sul vissuto degli uomini 
e dei popoli profondissimi traumi, il “disincantamento” weberiano,49 e che non c’è nessuna 
48 Ibid., pp. 240-41. 
49 Un “disincantamento” del mondo moderno al quale però lo stesso Weber, contrariamente a quello che 
comunemente si insegna, non assegnava assolutamente alcun carattere di irreversibilità: “Die alten Götter, 
entzaubert und daher in Gestalt unpersönlicher Mächte, entsteigen ihren Gräbern, streben nach Gewalt 
über unser Leben und beginnen untereinander wieder ihren ewigen Kampf ”. (Cit. in Michael Ley, 
Apokalypse und Moderne. Aufsätze zu politischen Religionen, Wien 1997, p. 12. ). Max Weber scriveva 
queste parole nel 1890 e per lui “Gli antichi dei, disincantati” altro non erano che le religioni politiche 
moderne sorte dopo che la rivoluzione francese aveva abbattuto le due massime agenzie dell’ 
“incantamento”, il trono e l’altare. Conosciamo l’esito e le terribili conseguenze degli dei che poco dopo 
sorsero dalle loro tombe. Ma, con buona pace del fascismo e/o del postmodernismo che vorrebbero una 
fuoruscita dalla storia, la lotta fra questi dei, anche se essi non assumeranno le spoglie delle ideologie che
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 56 di 158 
ingegneria politica e sociale che possa porvi rimedio a meno che non si accetti di non ripensare 
radicalmente il brave new world sorto dalla rivoluzione francese. Se escludiamo le risposte fasciste 
( non solo quelle storicamente realizzatesi in vere e proprie forme di movimento politico o di 
governo ma anche quelle “virtuali” e di cui il postmodernismo è un esempio con potenzialità 
sottotraccia di pericolosità culturale e/o pubblica fra le più marcate, anche se l’ultimo decennio 
sembra segnare il definitivo declino di questa moda), le risposte nel perimetro liberaldemocratico al 
“disincanto” sono state particolarmente deludenti. Per non parare del comunitarismo, che 
difficilmente potrebbe essere inscritto nella tradizione liberaldemocratica ma semmai è un 
aggiornamento in veste lessicale delle vecchie ideologie nazionaliste, il neocontrattualismo alla 
Rawls, oltre a basare la nascita della politeia su un espediente logico introdotto unicamente per la 
costruzione della teoria stessa, la quale dovrebbe trovare il consenso non in virtù del 
riconoscimento pubblico che questa filosofia politica sia alla fine derivata da un accertamento 
induttivo ed empirico sulla natura della società nella sua concreta storicità ed antropologia ma su 
un suo astratto primato etico ( si vorrebbe che i decisori pubblici, a qualsiasi livello essi 
appartengano, ispirassero le loro scelte avendo come modello comportamentale di riferimento un 
ipotetico soggetto pienamente e consapevolmente deliberante per quanto riguarda la migliore 
ingegneria sociale da adottare il quale, però, nulla sa di sé stesso – in quanto pura mente e quindi 
non ancora facente parte di questo mondo – e quali siano le sue vere potenzialità e capacità una 
volta che questo soggetto da pura mente venga al mondo; si presuppone, in altre parole, una mente 
disincarnata, cioè una non mente, che dovrebbe costituire l’ideale parametro – proprio perché 
sarebbe la sua “disincarnazione” storica e biologica a garantirne la prudenza e moralità non 
potendo questa prendere decisioni contro i meno dotati perché in uno stato di assoluta ignoranza 
sulle sue reali capacità in quanto disincarnata dal bios e dalla storia – sul quale basare politiche 
pubbliche improntate alla giustizia), non è assolutamente in grado, proprio per la sua natura 
astrattamente formalistica, non diciamo di abbinarsi ad un soggetto politico che possa pensare di 
farne una sua bandiera ma anche solo di informare una cultura politica che possa avere un qualche 
peso nel dibattito pubblico. Quanto al neorepubblicanesimo, le sue ultime vicende stanno a 
dimostrarne l’ insabbiamento in considerazioni di archeologia politica e l’ abbandono, di fatto, di 
ogni pretesa di candidarsi come canone interpretativo e prescrittivo del “politico”. Quello che in 
altre parole necessita, non è tanto una politica che al disincanto risponda riproponendo nuove 
ideologie più o meno incantatrici ( sul versante autenticamente tragico Nietzsche, Heidegger, il 
fascismo, il nazismo e, per finire sotto il versante della parodia, il postmodernismo hanno già 
ampiamente dato...) ma qualcosa che consenta di rimettere la politica “in forma”, conferendo alla 
politica in sé e per sé e non attraverso estrinseche mitologie e/o ideologie quella carica 
incantatrice e sublime che, in seguito al trasferimento di sacralità operato dalla rivoluzione francese, 
era passata dal trono e dall’altare alle varie ideologie dell’Ottocento e del secolo breve.50 La 
hanno funestato il secolo breve, è veramente – come pensava Weber – “eterna” e dipenderà anche da un 
“incantamento” che sappia insediarsi direttamente e senza mediazioni ideologiche nella politica se questa 
non avrà gli esiti totalitari e distruttivi che si sono avuti nel Novecento. 
50 
Si mutua il concetto di “politica in forma” da “guerre en forme” secondo la lezione di Carl Schmitt: “ 
Ad entrambe, alla guerra di religione ed alla guerra civile, si contrappone la guerra puramente statale del 
nuovo diritto internazionale europeo, al fine di neutralizzare e quindi di superare i conflitti tra i partiti. 
La guerra diventa ora una “guerra in forma”, une guerre en forme, e ciò solo per il fatto che essa diventa
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 57 di 158 
direzione che qui allora si vuole indicare è quella tracciata da Hannah Arendt, che al di là di una 
mitologia della polis assolutamente datata, ha ripetutamente insistito sul fatto che una politica 
veramente umana ( che non voglia discendere da spietate tecnoburocrazie o da un mondo 
tradizionale ormai morto ) non può che avere al suo centro l’aspirazione dell’uomo a distinguersi tra 
i suoi simili e al raggiungimento della gloria terrena.51 Distinzione e gloria che sono concepibili solo 
attraverso una visione estetica della rappresentazione del politico e che altro non è che la 
politicizzazione per gli uomini di quel sublime “grande stile” che Nietzsche avrebbe voluto solo 
riservare ai superuomini. Ma questi, per nostra somma fortuna, sono morti e a vegliarne le mute 
spoglie ormai sono solo rimasti gli ultimi uomini del postmodernismo per i quali non c’è allegoria 
guerra tra Stati europei chiaramente delimitati sul piano territoriale, ovvero un confronto tra entità 
spaziali raffigurate come personae publicae, le quali costruiscono sul suolo comune d’Europa la 
“famiglia” europea e possono quindi considerarsi reciprocamente come justi hostes. La guerra può 
divenire così qualcosa di analogo a un duello, uno scontro armato tra personae morales determinate 
territorialmente che stabiliscono tra loro lo jus publicum Europaeum”. ( Carl Schmitt, Il nomos della 
terra nel diritto internazionale dello “Jus publicum Europaeum”, Milano, Adelphi, 2006, p. 165 ). 
Nonostante che tutta la filosofia politica del giuspubblicista nazista fosse ossessionata dal concetto del 
Katechon e quindi lo studioso di Plettenberg volesse rintracciare nella storia europea ogni possibile 
esempio di freno alla calata dell’anticristo ( cioè del disordine rivoluzionario e la guerre en forme sia 
oppure no un concetto con qualche valore euristico, si presta elegantemente a svolgere il ruolo di 
“frenatore”), anche noi come Carl Schmitt, anche se più che nella veste di “frenatori” ci piacerebbe 
immaginarci nel ruolo di “acceleratori”, intendiamo fornire alla politica – prima ancora che alla guerra 
– quella “forma” che secondo Carl Schmitt sembrava tralucere nelle relazioni tra gli stati europei ( e 
nella loro vita pubblica interna ) prima della rivoluzione francese. Si potrebbe a questo punto obiettare 
che i sistemi liberaldemocratici, al di là delle varie e diverse forme di governo da questi adottate, hanno 
già realizzato la “politica in forma”. Ma se si tiene presente che 1) giustamente il fascismo, il nazismo 
e il comunismo sono state definiti “religioni politiche” ma che non si capisce perché il liberalismo 
inteso come ideologia non debba subire lo stesso trattamento e che 2) l’attuale “sacralizzazione della 
politica” che aveva caratterizzato le liberaldemocrazie del secondo dopoguerra sta ora sempre più 
assumendo la forma di “sacralizzazione del potere politico” caratterizzante gli stati dell’ancien régime 
e, nella modernità, gli stati totalitari, ci si rende conto che il “trasferimento di sacralità”, che in origine 
era partito dal trono e dall’altare, sta ora tornando a nuovi troni ed altari che con la democrazia non 
hanno proprio molto a che fare. Il riconoscere che nella politica vi sono solo justi hostes non significa 
però compiere solo i soliti e retorici vacui riconoscimenti alla dignità dell’avversario politico di cui i 
teatrini delle varie liberaldemocrazie ci hanno da tempo abituati ma far rientrare nella politica 
democratica tutta quella carica sacrale che nei due secoli che si sono succeduti alla rivoluzione francese 
aveva trovato allocazione prevalentemente nelle religioni politiche. In altre parole, se non si avrà il 
coraggio di contaminare la politica con la dimensione del “numinoso” ( cfr. Rudolf Otto, Il sacro. 
L’irrazionale nell’idea del divino e la sua relazione al razionale ( 1917), Milano, Feltrinelli, 1989 ), il 
“mysterium tremendum et fascinans” della ricerca della gloria terrena rimarrà schiavo del momento 
economico e/o tornerà a rifluire dentro le ideologie ( che, infatti, nonostante quello che pretende il 
postmodernismo, solo apparentemente sono “fuori forma” e il cui ruolo attuale , al di là delle 
dichiarazioni di facciata di decesso delle stesse, non è altro che favorire l’attuale globalizzazione sotto il 
segno del turbocapitalismo ). 
51 Hannah Arendt aveva aggiunto che la ricerca della gloria terrena attraverso la politica aveva come 
necessario complemento la capacità di perdono: “ Il rimedio contro l’irreversibilità e l’imprevedibilità del 
processo avviato dall’azione non scaturisce da un’altra facoltà superiore, ma è una delle potenzialità 
dell’azione stessa. La redenzione possibile dell’aporia dell’irreversibilità – non riuscire a disfare ciò che si è
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 58 di 158 
né narrativa che possa loro strappare il “cuore di tenebra” e fargli gridare “ ‘Che orrore!, Che 
orrore! ’ ” 52 
silenzioso, nella posa di un Budda meditabondo. Per un po’ nessuno si mosse. ‘Abbiamo perduto il primo 
riflusso della marea ’ osservò ad un tratto il consigliere d’amministrazione. Alzai la testa. L’orizzonte era 
sbarrato al largo da un nero banco di nuvole, e quel tranquillo corso d’acqua che portava ai confini estremi 
della terra fluiva cupo sotto un cielo oscuro – pareva condurre nel cuore di una tenebra immensa.” 
fatto anche se non si sapeva, e se non si poteva sapere, che cosa si stesse facendo – è nella facoltà di 
perdonare. Rimedio all’imprevedibilità, alla caotica incertezza del futuro, è la facoltà di fare e mantenere 
delle promesse. Le due attività si completano, poiché una, il perdonare, serve a distruggere i gesti del 
passato, i cui “peccati” pendono come la spada di Damocle sul capo di ogni nuova generazione; l’altra, il 
vincolarsi con delle promesse, serve a gettare nell’oceano dell’incertezza, quale è il futuro per definizione, 
isole di sicurezza senza le quali nemmeno la continuità, per non parlare di una durata di qualsiasi genere, 
sarebbe possibile nelle relazioni tra gli uomini.” (Hannah Arendt, Vita Activa. La condizione umana, Milano, 
Bompiani, 1999, p. 175). Riteniamo Il passo appena citato di Hannah Arendt uno dei migliori esempi di 
“reincantamento della politica”. Non tanto la messa in scena di superuomini, di miti alla Heidegger e/o di 
ideologie, ma assegnare alla politica, ai suoi gesti e al suo linguaggio ( nella condizione attuale da riscrivere 
totalmente ) quella funzione “religiosa” di tenere unito in un vincolo solido eppure flessibile i mutevoli ma 
eterni aspetti della condizione umana avendo come ideale regolativo quello zoon politikon che costituisce 
la categoria più caratterizzante e tradizionale ( ed al tempo stesso più rivoluzionaria ) del pensare il 
“politico” in occidente. “Politica in forma” e nient’altro. Forse politica sublime. 
52 Joseph Conrad, Al limite estremo ; Cuore di tenebre ; La linea d' ombra, cit., p. 250. Conrad e Marlow 
sono pienamente consapevoli che l’Apocalisse è una conquista dolorosa e difficile, iniziatica, che deve 
essere ai più risparmiata. In conclusione del viaggio nel cuore di tenebra, Marlow incontra la fidanzata di 
Kurtz, la quale accoratamente gli chiede di riferirle degli ultimi momenti di vita del folle duce della giungla: 
“ ‘ ‘Sino alla fine,’ dissi, con voce scossa. ‘ho ascoltato le sue ultime parole…’ Tacqui allarmato. 
‘Ripetetele,’ disse lei con tono accorato. ‘Ho bisogno – bisogno – di qualcosa – di qualcosa – con cui – con 
cui possa vivere.’ Ero sul punto di gridarle, ‘Ma non le udite?’ Il crepuscolo le andava ripetendo un 
mormorio insistente tutt’intorno a noi, in un mormorio che sembrava gonfiarsi minaccioso come il primo 
mormorio del vento che si alza. ‘Che orrore! Che orrore!’ ‘ ‘L’ ultima sua parola – con cui possa vivere’ 
insistette. ‘Non capite che io l’amavo – l’amavo – l’amavo!’ Ripresi animo e parlai lentamente. ‘ L’ultima 
parola che pronunciò fu – il vostro nome.’ ’ […] Marlow tacque, e restò seduto in disparte, indistinto e 
silenzioso, nella posa di un Budda meditabondo. Per un po’ nessuno si mosse. ‘Abbiamo perduto il primo 
riflusso della marea ’ osservò ad un tratto il consigliere d’amministrazione. Alzai la testa. L’orizzonte era 
sbarrato al largo da un nero banco di nuvole, e quel tranquillo corso d’acqua che portava ai confini estremi 
della terra fluiva cupo sotto un cielo oscuro – pareva condurre nel cuore di una tenebra immensa.”
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 59 di 158 
SEMINÁRIO INTERNACIONAL DE COIMBRA 
ESTADOS AUTORITÁRIOS E TOTALITÁRIOS E SUAS REPRESENTAÇÕES 
PROPAGANDA, IDEOLOGIA, HISTORIOGRAFIA E MEMÓRIA 
Coimbra, Arquivo da Universidade 
28, 29 e 30 de Novembro de 2007 
MASSIMO MORIGI
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 60 di 158 
ARTE E MODERNITA’. I DUE PERCORSI COMUNI 
DEL FASCISMO E DELL’ESTADO NOVO 
( AESTHETICA FASCISTICA III ) 
* Massimo Morigi è Dottorando presso la FLUC. 
MANIFESTO ANTI-DANTAS E POR EXTENSO 
por José de Almada-Negreiros 
POETA D'ORPHEU FUTURISTA e TUDO 
BASTA PUM BASTA! 
UMA GERAÇÃO, QUE CONSENTE DEIXAR-SE REPRESENTAR POR UM DANTAS É UMA GERAÇÃO QUE NUNCA 
O FOI! É UM COIO D'INDIGENTES, D'INDIGNOS E DE CEGOS! É UMA RÊSMA DE CHARLATÃES E DE 
VENDIDOS, E SÓ PODE PARIR ABAIXO DE ZERO! 
ABAIXO A GERAÇÃO! 
MORRA O DANTAS, MORRA! PIM! 
UMA GERAÇÃO COM UM DANTAS A CAVALO É UM BURRO IMPOTENTE! 
UMA GERAÇÃO COM UM DANTAS À PROA É UMA CANÔA UNI SECO! 
O DANTAS É UM CIGANO! 
O DANTAS É MEIO CIGANO! 
O DANTAS SABERÁ GRAMMÁTICA, SABERÁ SYNTAXE, SABERÁ MEDICINA, SABERÁ FAZER CEIAS P'RA 
CARDEAIS SABERÁ TUDO MENOS ESCREVER QUE É A ÚNICA COISA QUE ELLLE FAZ! 
O DANTAS PESCA TANTO DE POESIA QUE ATÉ FAZ SONETOS COM LIGAS DE DUQUEZAS! 
O DANTAS É UM HABILIDOSO! 
O DANTAS VESTE-SE MAL! 
O DANTAS USA CEROULAS DE MALHA! 
O DANTAS ESPECÚLA E INÓCULA OS CONCUBINOS! 
O DANTAS É DANTAS! 
O DANTAS É JÚLIO! 
MORRA O DANTAS, MORRA! PIM! 
O DANTAS FEZ UMA SORÔR MARIANNA QUE TANTO O PODIA SER COMO A SORÔR IGNEZ OU A IGNEZ DE 
CASTRO, OU A LEONOR TELLES, OU O MESTRE D'AVIZ, OU A DONA CONSTANÇA, OU A NAU CATHRINETA, 
OU A MARIA RAPAZ! 
E O DANTAS TEVE CLÁQUE! E O DANTAS TEVE PALMAS! E O DANTAS AGRADECEU! 
O DANTAS É UM CIGANÃO!
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 61 di 158 
NÃO É PRECISO IR P'RÓ ROCIO P'RA SE SER UM PANTOMINEIRO, BASTA SER-SE PANTOMINEIRO! 
NÃO É PRECISO DISFARÇAR-SE P'RA SE SER SALTEADOR, BASTA ESCREVER COMO DANTAS! BASTA NÃO 
TER ESCRÚPULOS NEM MORAES, NEM ARTÍSTICOS, NEM HUMANOS! BASTA ANDAR CO'AS MODAS, CO'AS 
POLÍTICAS E CO'AS OPINIÕES! BASTA USAR O TAL SORRISINHO, BASTA SER MUITO DELICADO E USAR 
CÔCO E OLHOS MEIGOS! BASTA SER JUDAS! BASTA SER DANTAS! 
MORRA O DANTAS, MORRA! PIM! 
O DANTAS NASCEU PARA PROVAR QUE, NEM TODOS OS QUE ESCREVEM SABEM ESCREVER! 
O DANTAS É UM AUTOMATO QUE DEITA PR'A FÓRA O QUE A GENTE JÁ SABE QUE VAE SAHIR... MAS É 
PRECISO DEITAR DINHEIRO! 
O DANTAS É UM SONETO D'ELLE-PRÓPRIO! 
O DANTAS EM GÉNIO NUNCA CHEGA A PÓLVORA SECCA E EM TALENTO É PIM-PAM-PUM! 
O DANTAS NÚ É HORROROSO! 
O DANTAS CHEIRA MAL DA BOCA! 
MORRA O DANTAS, MORRA! PIM! 
O DANTAS É O ESCARNEO DA CONSCIÊNCIA! 
SE O DANTAS É PORTUGUEZ EU QUERO SER HESPANHOL! 
O DANTAS É A VERGONHA DA INTELLECTUALIDADE PORTUGUEZA! O DANTAS É A META DA DECADÊNCIA 
MENTAL! 
[…] 
E OS CONCERTOS DO BLANCH! E AS ESTATUAS AO LEME, AO EÇA E AO DESPERTAR E A TUDO! E TUDO O 
QUE SEJA ARTE EM PORTUGAL! E TUDO! TUDO POR CAUSA DO DANTAS! 
MORRA O DANTAS, MORRA! PIM! 
PORTUGAL QUE COM TODOS ESTES SENHORES, CONSEGUIU A CLASSIFICAÇÃO DO PAIZ MAIS ATRAZADO 
DA EUROPA E DE TODO OMUNDO! O PAIZ MAIS SELVAGEM DE TODAS AS ÁFRICAS! O EXILIO DOS 
DEGRADADOS E DOS INDIFERENTES! A AFRICA RECLUSA DOS EUROPEUS! O ENTULHO DAS 
DESVANTAGENS E DOS SOBEJOS! PORTUGAL INTEIRO HA-DE ABRIR OS OLHOS UM DIA - SE É QUE A SUA 
CEGUEIRA NÃO É INCURÁVEL E ENTÃO GRITARÁ COMMIGO, A MEU LADO, A NECESSIDADE QUE 
PORTUGAL TEM DE SER QUALQUER COISA DE ASSEIADO! 
MORRA O DANTAS, MORRA! PIM! 
José de Almada-Negreiros 
POETA D'ORPHEU 
FUTURISTA 
e 
TUDO 
José de Almada-Negreiros, Manifesto Anti-Dantas e por Extenso 
[…] E a musica cessa como um muro que desaba,/ A bola rola pelo despenhadeiro dos meus sonhos 
interrompidos,/e do alto dum cavallo azul, o maestro, jockey amarello tornando-se preto,/Agradece, 
pousando a batuta em cima da fuga d’um muro/E curva-se sorrindo, com uma bola branca em cima 
da cabeça, /Bola branca que Ihe desapparece pelas costas abaixo… 
Fernando Pessoa, Chuva Oblíqua 
Nel segno della fine delle narrazioni sorta dagli orrori totalitari del Novecento e dai 
quasi altrettanto inquietanti inizi del secolo che gli è succeduto, nel segno tecnologico 
dell’afasia di significato dell’era dell’iperriproducibilità elettronica e nel segno della 
crisi di civiltà che forse tutti li riassume della finis avanguardiae53 si svolge il nostro 
racconto delle strategie propagandistiche di due regimi politici, il fascismo italiano e 
l’Estado Novo salazarista, che, al di là dei diversi stili e mezzi comunicativi 
dispiegati, condivisero il medesimo proposito di generazione di un uomo nuovo. Un 
uomo nuovo che se per Mussolini doveva “credere, obbedire e combattere” per 
53 A questo proposito risultano seminali R. Poggioli, Theory of the Avant-Garde, Cambridge, 
Mass., Belknap, 1968 e P. Bürger, Theory of the Avant-Garde, Minneapolis, University of 
Minnesota Press, 1984.
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 62 di 158 
Salazar, al di là della scontata accettazione dell’estremo sacrificio patriottico, era 
decisiva una sua supina accettazione dei valori tradizionali e cristiani ( “Non 
discutiamo - ripeteva incessantemente l’autocrate portoghese - Dio e la virtù. Non 
discutiamo la Patria e la sua storia. Non discutiamo l’autorità e il suo prestigio. Non 
discutiamo la famiglia e la sua morale. Non discutiamo la gloria del lavoro”54, ecc…). 
Ed anche noi accettando supinamente il “non discutiamo” salazariano ma 
rivolgendolo sia contro di lui che contro Mussolini avremmo pronta a questo punto 
la conclusione, veramente molto conclusiva perché assolutamente liquidatoria e 
rassicurante, che più o meno suonerebbe in questo modo : fascismo e salazarismo 
perseguirono, pur nella diversità dei metodi adottati ( la mobilitazione di massa per il 
fascismo, l’apatia di massa nel salazarismo) il medesimo obiettivo di risolvere in via 
dittatoriale e/o totalitaria le tensioni che scaturirono dalla crisi dei regimi liberali del 
primo dopoguerra. Sotto questo punto di vista, se dal punto politico è sempre 
necessario mantenere alta la guardia contro nostalgici ritorni di soluzioni autoritarie, 
dal punto di vista storico non si può non sottolineare che ciò ebbe origine nel quadro 
della crisi del primo dopoguerra del liberalismo è per sempre consegnato appunto alla 
storia55 senza possibilità alcuna di ritorno. E come si dice, e tutti vissero felici e 
contenti. Felici e contenti gli odierni (neo)fascisti che se nel privato continuano a 
coltivare onirici sogni di “uomini forti” ( nel caso del Portogallo un sondaggio 
televisivo certamente non scientifico ma sicuramente significativo ha eletto Salazar 
come “ o maior português de sempre”), pubblicamente possono dedicarsi a costruirsi 
un’immagine di difensori di quell’ordine liberale che in un non troppo lontano 
passato tanto s’impegnarono per distruggerlo. Altrettanto felici quelli della 
controparte di sinistra, che ormai non chiedono altro che di “glissare” sulla storia dei 
totalitarismi del Novecento per proporsi anch’essi come gli unici difensori della “vera 
fede” liberal-liberista emersa trionfante dalle macerie post ’89 della caduta del muro 
di Berlino. E felici e contenti, alla fine, anche gli “addetti ai lavori” alle narrazioni 
(per intenderci : gli storici e più in generali gli intellettuali) che, ammesso che non 
siano compresi ( e/o presi) nelle problematiche e nelle ambasce delle categorie prima 
citate, dalla storicizzazione integrale del recente passato hanno se non altro da 
guadagnare una riposante ridefinizione del ruolo , che da coscienza critica viene 
convertito a più o meno gradevole cantastorie da fiera dell’era digital-televisiva. 
Purtroppo ( o per fortuna, se si vuole ) se sembra essere perduta la capacità di 
costruire narrative, non altrettanto si verifica per le possibilità di accadimento di 
vicende significative che anzi nel segno del postmoderno assumono una capacità 
riproduttiva inversamente proporzionale alla inanità nel rappresentarle. 
Evidentemente la (relativa) tranquillità evocata dalla “fine della storia”56 presenta 
rischi di agitati risvegli per evitare i quali , pensiamo, siano altrettanto errate sia la 
54 
Parole del dittatore che ora riecheggiano tramite You Tube anche nel web. 
55 
Nelle forme, cioè, che il totalitarismo assunse dopo il primo dopoguerra. 
56
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 63 di 158 
strategia di storicizzazione integrale che relegherebbe il passato recente in una 
tranquillizzante preistoria senza più alcun significato a gloria ed edificazione di un 
presente (ed infinito) neolibelirismo sia la demonizzazione integrale delle varie 
manifestazioni degli autoritarismi e/o totalitarismi del Novecento ( nel nostro caso in 
specie il fascismo italiano ed il salazarismo), che seppur mantiene tutta la sua validità 
assiologica a livello di proposizione delle politiche pubbliche, rivela anche una 
profonda incapacità di contrapporsi efficacemente alla fine delle narrazioni che 
sembra lo stigma ineliminabile della condizione postmoderna ( una condizione 
postmoderna di afasia, come vedremo, anche storicamente correlata all’irrisolto - ed 
irresolubile in ultima istanza – rapporto fra estetica ed estetizzazione della politica 
tipico di questi regimi).57 
1932. Siamo alle prime avvisaglie dell’Estado Novo e Antonio Ferro nell’ambito 
della sua autopromozione d’immagine per proporsi di fronte a Salazar come il futuro 
responsabile dell’arte e della propaganda del nuovo regime, invita a Lisbona Filippo 
Tommaso Marinetti. L’incontro più importante Marinetti lo avrà con Júlio Dantas, lo 
scrittore provinciale e casereccio che nel 1916 Almada Negreiros aveva messo 
simbolicamente e giocosamente a morte nel Manifesto Anti-Dantas e por 
Extenso 
F. Fukuyama, The End of History and the Last Man, New York, Free Press, 1992. Sarebbe 
ingeneroso rilevare come gli scenari rappresentati dal fantasioso funzionario del Dipartimento di 
Stato siano stati letteralmente ridicolizzati dalle fortissime “turbolenze” degli anni che sono seguiti 
alla caduta del muro di Berlino. Piuttosto, è più significativo sottolineare come il sogno ( o meglio 
l’incubo) di una fine della storia, anche se in salsa neoliberilista, altro non è che l’ultima edizione 
dell’utopia secolarizzata hegeliana e marxiana che nella fine di ogni narrativa storica e sociale 
vedevano l’obiettivo cui immancabilmente avrebbero portato le loro filosofie e la massima 
realizzazione delle potenzialità dell’uomo. Se è perciò ironico che in questo caso il sogno 
totalitaristico sia stato concepito in un “perimetro” di pensiero politico, quello liberale, che in 
passato era stato ritenuto ( forse troppo affrettatamente) come assolutamente “altro” rispetto alle 
pulsioni totalitarie ( per un pensiero liberale che rifiuta le lusinghe liberiste e intende risalire alle 
fonti della filosofia politica classica cfr. G. Giorgini, Liberalismi eretici, Trieste, Edizioni 
Goliardiche, 1999 ), ci deve anche risultare non di piccolo sollievo che la produzione di anticorpi 
contro questa nuova versione di pensiero unico non sia affidata alle lusinghe dei cantori del 
postmoderno ma in particolare a coloro che nella necessità della continuazione delle narrazioni, 
della memoria e della metafora hanno incentrato la loro antropologia e la loro attività come storici 
ed intellettuali. Accanto quindi ad una visione “culturalistica” del fenomeno del fascismo e del 
totalitarismo e dei rapporti con le avanguardie artistiche ( vedi nota 5), la presente comunicazione è 
ugualmente debitrice verso il magistero di Ricoeur ( per una incisiva sintesi ed elaborazione del 
quale si rimanda a F. Catroga, Memória, História e Historiografia , Coimbra, Quarteto Editora, 
2001) che alla memoria e alla possibilità della metafora e della poiesis di generare nuove narrazioni 
affida le speranze dell’uomo del XXI secolo. 
57 
Fondamentale, per affrontare sul piano storico ma anche politologico e della filosofia politica il 
rapporto fra fascismo, avanguardie artistiche ed elaborazione dei linguaggi estetici del modernismo 
A. Hewitt, Fascist Modernism. Aesthetics, Politics, and the Avant-Garde, Stanford, Stanford 
University Press, 1993, opera che sta alla base dell’impostazione ideologica “culturalistica” del 
presente lavoro e di quelli che l’hanno preceduto (cfr. nota 26).
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 64 di 158 
( il primo manifesto futurista portoghese). Ora, indignato da questo incontro, 
preannuncio, a suo giudizio , di una mediocre politica antiavanguardistica che in 
campo artistico rischiava di intraprendere il regime, Almada Negreiros, la cui 
ideologia, come del resto di tutta l’avanguardia artistica portoghese, è 
antidemocratica e autoritaria ma che sa ben sa distinguere la teoria dalle sue ricadute 
pratiche ( nel caso in specie, il realistico scenario di una involuzione conservatrice del 
regime nelle scelte estetiche), prorompe in questo amarissimo sfogo: 
Esattamente 23 anni dopo il Movimento Futurista, è venuto in Portogallo il suo capo e 
creatore F. T. Marinetti. Meglio tardi che mai. In realtà, per i futuristi portoghesi ( perché ce 
ne furono e ce ne sono ancora ) ciò che Marinetti ha portato loro l’altro ieri alle Belle Arti è 
vecchio di 23 anni e un giorno, né più né meno. E per chi non è futurista il compito del capo 
dev’essere stato splendidamente inutile o un bel numero di varietà […] . L’ammirevole 
creatore del Futurismo è in quella fase accademica e nella relativa età che si prestano 
bellamente ad essere maneggiate dai putrefatti e dagli archivisti. Il più grave è che Marinetti 
non ignora che il Portogallo è l’unico paese latino, oltre l’Italia, in cui ci sia stato un 
movimento futurista. Ebbene, da parte di Marinetti non c’è stato un unico e semplice saluto 
ai suoi compagni del Portogallo e al contrario, ben custodito dagli austeri “pompiers” 
nazionali, è venuto in frac a stabilire più confusione di quanta già non ci fosse qui tra coloro 
che amano equivocare e fra gli eterni soggetti agli equivoci. Quanto all’ammirevole e 
sempre muovo creatore del Futurismo, F.T. Marinetti, deploriamo noi, futuristi portoghesi, 
la sua amnesia relativamente al Portogallo, la sua mancanza di memoria su quanti nomi 
eroici del Futurismo hanno fatto qui su questa terra, in una lotta senza tregua contro i 
semifreddi in panciotto. Deploriamo, noi futuristi portoghesi, che il grande cosmopolita 
Marinetti abbia per disgrazia il grande e irreparabile difetto di non saper viaggiare, per lo 
meno in Portogallo. Per finire noi, futuristi portoghesi, salutiamo con il maggiore dei nostri 
entusiasmi il sempre nuovo creatore del Futurismo in questo suo passaggio per la capitale 
del nostro paese e gli auguriamo il felice viaggio di ritorno alla sua grande patria, dove lo 
attente il suo posto ben meritato di accademico del fascio italiano.58 
Almada Negreiros aveva tutte le sue buone ragioni per deplorare l’imborghesimento 
di Marinetti che giungeva in Portogallo al traino di istanze artistiche decisamente 
poco promettenti e certamente connotate da mediocrità conservatrice di cui Dantas 
rappresentava la sintesi suprema; molto meno, purtroppo, a parlare con un “noi” 
collettivo a nome dei futuristi portoghesi, i quali anche nel momento del loro 
pubblico manifestarsi nel 1917 attraverso il numero unico di “Portugal Futurista” non 
furono, in fondo, che uno sparuto gruppo di individui da potersi contare sul palmo di 
una mano o poco più ( Santa-Rita Pintor, Almada Negreiros, Amadeo de Souza- 
Cardoso, Raul Leal, Fernado Pessoa - o meglio il suo eteronimo Álvaro De Campos 
- , mentre il grande amico di Pessoa e compartecipe col massimo poeta portoghese 
contemporaneo dell’avventura dell’ “Orpheu” , Sá-Carneiro, suicidandosi nel 1916 
in una indifferente Parigi protesa allo sforzo bellico, era già passato a miglior vita ); 
uno sparuto gruppo che per soprammercato non diede mai l’impressione, al contrario 
58 L. Stegagno Picchio, Nel segno di Orfeo. Fernando Pessoa e l’Avanguardia portoghese, 
Genova, il melangolo, 2004, pp.116-117.
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 65 di 158 
dei futuristi italiani, di essere una compatta compagine tesa ad imporre al mondo 
ostile il proprio credo estetico ( o meglio estetico-politico trattandosi di futuristi). 
Prendiamo ad esempio Almada Negreiros. Il Manifesto Anti-Dantas e por Extenso 
dal punto di vista formale rispecchia tutti i canoni dell’irriverenza del manifesto 
futurista ( l’uso sprezzante di rozza carta da imballaggio per stamparlo, l’ironico 
impiego di procedimenti onomatopeici, il “pim” molto più ripetuto del “pum”, a 
significare che Júlio Dantas, in definitiva, non meritava nemmeno un colpo di pistola; 
una pistola a sua volta rappresentata dall’indice puntato di una manina nera, un 
simbolo usato per gli annunci commerciali e ritenuto evidentemente da Almada 
Negreiros più atto della rappresentazione di una pistola vera a freddare il maggiore 
esponente di un’ arte venduta e commerciale quale era Júlio Dantas) ma rispetto al 
modello italiano, nel Manifesto Anti-Dantas non è un gruppo di futuristi che si 
scaglia contro l’odiato simbolo della mediocrità artistica ma solo Almada Negreiros. 
Ricordiamo l’incipit del manifesto riportato in esergo : “MANIFESTO ANTI-DANTAS 
E POR EXTENSO/ por José de Almada Negreiros/ POESTA D’ORPHEU, 
FUTURISTA e TUDO.” Solo e unicamente Almada Negreiros, il quale in mancanza 
di un senso collettivo di gruppo si sente - od è costretto , non sappiamo - di 
riassumere nel suo solo nome tutto il futurismo portoghese. E ancora Almada 
Negreiros, questa volta in riferimento a “Portugal Futurista”. Dove sfogliando il 
numero unico della rivista del futurismo portoghese ci appare all’improvviso un 
guizzante e fiammeggiante Almada in tuta aviatorio-paracadustitica . L’immagine ci 
restituisce un senso di militarità e dinamismo veramente futurista, peccato solo che a 
differenza del modello italiano, dove i futuristi marzialmente agghindati si facevano 
fotografare in gruppo mentre volontari partivano per il fronte,59 qui il povero 
Almada appare in totale solitudine, a gloria ed edificazione della sua immagine 
pubblica, certamente, ma trasmettendo un’impressione di un così profondo 
solipsismo non certo benaugurante per le sorti del movimento. Un solipsismo 
addirittura con venature patetiche nel caso di Santa-Rita Pintor, dove sempre sulle 
pagine di “Portugal Futurista”, è fotografato in veste di lunare Pierrot con bombetta e 
con una tuta a quadri. Come nel caso di Almada Negreiros, anche questa fotografia 
ritrae un uomo solo e per di più la postura di Santa-Rita-Pierrot è esattamente agli 
antipodi di quello che dovrebbe essere un porgersi da vero futurista: seduto, con 
schiena ricurva e lo sguardo perso nel vuoto. Una desolazione, una tristezza, una 
solitudine, che evidentemente non dovevano essere il risultato di un’istantanea che 
non era riuscita a restituire un senso attivistico ed energetico della vita come 
avrebbero voluto i dettami futuristi ma che dovevano essere propri del disastro 
esistenziale che connotò la vita di Santa-Rita. Già a Parigi, dove soggiornava in veste 
di borsista di belle arti, aveva avuto modo di rendersi fastidioso a Sá-Carneiro 
dichiarandosi ultramonarchico, imperialista e alla ricerca di un uomo superiore 
( abbiamo già detto che i futuristi portoghesi erano pochi amanti del sistema 
liberaldemocratico ed erano ancor meno ben propensi verso la repubblica portoghese 
ma a tutto c’è un limite e questo guazzabuglio incoerente ed antiliberale di tradizione 
59 Per una chiara e dettagliata storia della vicende artistiche ed umane dei futuristi italiani, vedi E. 
Crispolti, Storia e critica del futurismo, Bari, Laterza, 1986.
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 66 di 158 
reazionaria e di nietzschianismo risultava particolarmente indigesto ai suoi 
interlocutori ) e non contento di questo pretenzioso biglietto da visita ideologico 
prima di ripartire nel 1914 per Lisbona affermava che il suo ritorno era legato 
all’incarico ricevuto direttamente da Marinetti di tradurre in portoghese i manifesti ed 
i proclami futuristi e di diffondere in patria il movimento.60 Veramente singolare la 
parabola esistenziale di questo autoproclamato ( ma non riconosciuto come tale dai 
suoi sodali ) capo del futurismo portoghese. Morirà molto giovane, non ancora 
trentenne, nel 1918 , non si sa bene se suicida o per la spagnola o per una via di 
mezzo fra il suicidio e la malattia ( in pratica si sarebbe lasciato morire rifiutando 
ogni cura) e lasciando come sua ultima volontà l’ordine di distruggere tutte le sue 
opere. Una fine assai poco futuristica ma molto romantica anche se gravata dal 
tragicomico sospetto che in realtà non ci sia mai stato quasi nulla da distruggere 
perché probabilmente Santa-Rita aveva dipinto pochissimo essendo le uniche opere 
sicuramente attribuibili al “protofondatore” del futurismo portoghese quelle 
apparse nel numero unico di “Portugal futurista”.61 
Per quanta poi riguarda il segno lasciato da Fernando Pessoa su “Portugal Futurista”, 
notiamo intanto che l’ Ultimatum di Alvaro De Campos apparso sul primo ed unico 
numero della rivista del futurismo portoghese è firmata appunto solo dallo stesso 
Alvaro de Campos, a conferma di una vera e propria idiosincrasia di questi futuristi di 
parlare coralmente ( e al di là dei giudizi letterario-estetici che si possano dare 
sull’uso degli eteronimi in Pessoa, è da sottolineare la singolarità di non concedere il 
proprio nome per diffondere il nuovo movimento, un atteggiamento, comunque, assai 
poco nella linea di Marinetti e compagni, per i quali l’affermazione del futurismo 
significava oltre che una martellante politica di immagine di gruppo anche 
l’affermazione e la definizione quasi maniacale delle singole personalità all’interno 
dello stesso). Per il resto l’ Ultimatum di Álvaro De Campos è abbastanza in linea 
con i dettami della casa madre futurista italiana. Per quanto riguarda la politica vi si 
propone l’ “Abolição total do conceito de democracia, conforme a Revolução 
60 
Un compito per il quale, comunque, si voglia o no dare credito alle affermazioni di Santa-Rita, il 
lunare artista Pierrot non ebbe la primogenitura in quanto il 5 agosto 1909 è il “Diário dos Açores” 
che accanto ad una intervista a Marinetti pubblica la prima traduzione in portoghese del Manifesto 
di fondazione del futurismo. 
61 
Per un primo approccio, in lingua italiana, sul futurismo portoghese cfr. Avanguardie e lingue 
iberiche nel primo Novecento, a cura di Stefania Stefanelli, Pisa, Edizioni della Normale, 2007 e I 
manifesti dell’avanguardia portoghese. Materiali d’avanguardia, a cura di Valeria Tocco, 
Viareggio-Lucca, Mauro Baroni, 2002. Per quanto riguarda invece una prima bibliografia 
portoghese di base sull’argomento cfr. Os Modernistas Portugueses. Escritos Públicos, 
Proclamações e Manifestos, Porto, Textos Universais, CEP, 1954; J. Alves das Neves, O 
Movimento Futurista em Portugal, Porto, Divulgação, 1966; José Augusto França, 
Cinquantenario do Futurismo em Portugal, “Colóquio”, 44, 1967 e id., Almada, o Português 
sem Mestre, Lisboa, Estúdios Cor, 1974; M. L. Machado De Sousa, O Futurismo de Portugal 
futurista in “Estudos Italianos em Portugal”, n. 38-39, pp.171-182; J. A. Seabra, Marinetti e o 
Futurismo em Portugal, in “Estudos Italianos em Portugal”, nn. 45-46-47.
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 67 di 158 
Franceza, pelo qual dois homens correm mais que um homem só, o que é falso, 
porque um homem que vale por dois é que corre mais que um homem só!”, anche 
se, molto eccentricamente rispetto al futurismo italiano il principale oggetto degli 
strali dell’ Ultimatum non è il vecchio modo di intendere la vita e la cultura che deve 
essere travolto a vantaggio di uno sfrenato dinamismo riassunto dal mito della 
macchina ma, bensì, la più significativa parte degli strali è diretta contro le potenze e 
la cultura straniere, impiegando verso il Portogallo una mano relativamente leggera . 
E se è vero che l’Ultimatum vuole fare piazza pulita dei vecchi soloni della cultura 
assunti a simbolo di passatismo, le cariatidi con cui se la prende Alvaro De Campos 
sono tutte straniere, a testimonianza, se non altro, che i vari Dantas locali riuscivano a 
suscitare, anche presso i novelli avanguardisti portoghesi, se non rispetto, certamente 
timore. La chiusa dell’ Ultimatum è culturalmente in riga coll’irrazionalismo di 
fondo del futurismo italiano, anche se nella proclamazione finale del superuomo 
prossimo venturo è completamente assente il mito della macchina sostituito appunto 
da un superuomo che più quell’individuo al di là della morale e del bene e del male 
vaticinato da Nietzsche sembra presentarsi piuttosto come un superumanista ( o forse 
come il sebastianico super-Camões versione futurista ) : “ E proclamo tambem: 
Primeiro: / O Superhomem será, não o mais forte, mas o mais 
completo! / E proclamo tambem : Segundo: / O Superhomem será, não o 
mais duro, mas o mais complexo! / E proclamo tambem: Terceiro:/ O 
Superhomem será, não o mais livre, mas o mais harmonico!” 
“Portugal Futurista” ospita inoltre anche un altro ultimatum, quello di Almada 
Negreiros. Sull’uso di questo sostantivo in ben due titoli dei manifesti futuristi 
portoghesi ebbe certamente un peso determinante l’ultimatum del 1890 
dell’Inghilterra, che per il Portogallo significò l’abbandono di ogni speranza di 
espansione coloniale e a livello interno l’avvio di una traumatica ed irreversibile crisi 
di legittimità delle istituzioni liberali. Ma al di là di questa notazione storica, che però 
evidenzia il fatto che i futuristi lusitani traducevano pesantemente in portoghese, se ci 
si può passare l’espressione, anche gli stimoli culturali più innovativi che giungevano 
dall’estero, l’ Ultimatum futurista ás gerações portuguezas do Seculo XX di Almada 
Negreiros è certamente più fedele ai modelli italiani. Vi troviamo il mito della 
giovinezza ( “Eu tenho 22 anos fortes de saude e de inteligencia”), l’esaltazione della 
guerra (“È a guerra que accorda todo o espirito de criação e de construção 
assassinando todo o sentimentalismo saudosista e regressivo”) ed anche, 
finalmente!, un accenno antitradizionalistico che se non può essere paragonato alla 
furia iconoclasta del futurismo italiano sintetizzata nell’ “uccidiamo il chiarodiluna”, 
alle tradizionaliste orecchie lusitane doveva risultare particolarmente sgradito, quasi 
una profanazione (“porque Portugal a dormir desde Camões ainda não sabe o novo 
significado das palavras”62). Una fedeltà, tuttavia, che, more solito , si differenzia in 
62 Certamente Pessoa che fin dal 1912 aveva iniziato “a dormir” evocando il super-Camões non era 
proprio dello stesso avviso di Almada. Un altro segno, comunque, della grande difficoltà dei 
futuristi portoghesi di proiettare un’immagine esterna di compattezza.
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 68 di 158 
un punto fondamentale rispetto al manifesto futurista italiano: anche qui è sempre e 
solo una voce che parla, in questo caso Almada Negreiros, e non la coralità dei 
futuristi. 
A questo punto il quadro del futurismo portoghese comincia a delinearsi più 
chiaramente e possiamo anche azzardare un’ipotesi in merito al tardivo viaggio ( il 
1932! ) di Marinetti in Portogallo. Marinetti, che mai si risparmiò in viaggi 
promozionali all’estero, non venne all’inizio in Portogallo semplicemente perché era 
assolutamente impossibile organizzare un gruppo di futuristi come era stato fatto in 
Italia. Esistevano certamente delle sensibilità avanguardiste ma si trattava di pochi 
individui ( i futuristi che abbiamo fin qui nominato se non esauriscono il novero di 
coloro che erano sensibili alle avanguardie estere certamente ne costituiscono la 
maggioranza) e per di più con una fortissima predisposizione all’isolamento,63 del 
tutto refrattari, quindi, al lavoro di gruppo che, almeno a livello promozionale, era 
solito imporre Marinetti. E se a questo aggiungiamo che il 1918 sarà segnato dalla 
morte di Amadeo de Souza- Cardoso e di Santa-Rita Pintor ben si comprende, dal 
punto di vista di Marinetti, l’inutilità di un viaggio in Portogallo in quel periodo. 
Un Almada Negreiros quindi sostanzialmente in errore quando di fronte al tardivo 
viaggio di Marinetti in Portogallo rivendica i meriti storici e presenti del futurismo 
lusitano? Questa perlomeno sembra essere la risposta di coloro che sostengono che in 
Portogallo il futurismo e l’avanguardismo fu un fenomeno d’importazione che 
indubbiamente servì per l’espressione e lo sviluppo di feconde personalità artistiche 
(in primis, ovviamente, Almada Negreiros e poi anche Pessoa ) ma che 
sostanzialmente fu un fatto imitativo e che non marcò “lo stato delle cose” della 
conservatrice repubblica delle lettere portoghese.64 Ma, a nostro giudizio, la tesi del 
modernismo e delle avanguardie portoghesi come il risultato di una “invenzione 
della tradizione” dei tardi anni Venti ad opera della rivista “Presença” non rende 
conto dei seguenti punti. Primo, su un piano generale, è del tutto scorretto affermare 
che siccome in una data realtà nazionale si sviluppano movimenti politici, letterari o 
religiosi con marcate peculiarità rispetto al modello originale, questi movimenti 
hanno poco o nulla a che fare con la realtà da cui hanno tratto lo spunto. Questo vale 
per il futurismo, per il fascismo, per il comunismo e per il liberalismo e così via. In 
altre parole: l’assunzione della categoria della “imitazione” a giustificazione della 
non comparabilità rispetto al modello originale renderebbe del tutto impossibile ogni 
più timido tentativo di narrativa storica. Si tratta di una scelta forse rispettabile ma 
63 
Un ulteriore esempio di questa tendenza all’isolamento è quella del futurista coimbrano Francisco 
Levita il quale pur mettendo in pratica tutti i dettami comportamentali ed estetici del futurismo non 
riuscì a saldare nessun significativo vincolo di colleganza artistica al di fuori dell’ambito 
strettamente locale. Per Levita cfr. R. Marnoto, A Obra de Francisco Levita, um Futurista 
Inconcluso, in “Estudos Italianos em Portugal”, 51,52,53, 1988-89-90, pp.145-162 e Levita, 
Almada e Dantas. O Feitiço contra o Feiticeiro, in “A Cidade”, n.s., 9, 1994, pp.7-21. 
64 In particolare, questa è la testi sostenuta in L. Stegagno Picchio, Nel segno di Orfeo, cit., pp. 
235-245.
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 69 di 158 
che proprio per il suo carattere postmoderno rifiutiamo metodologicamente alla 
radice. 
Secondo. Il fatto che la rivista “Presença” abbia ordinato ex post sotto la definizione 
di “modernismo” le avanguardie portoghesi degli anni Dieci e degli anni Venti del 
Novecento, questo non significa necessariamente che si sia di fronte all’invenzione di 
una genealogia ma, più ragionevolmente, che “Presenca” compì uno sforzo di 
riflessione teorica intorno ad una fenomeno culturale che continuava a persistere e 
che coinvolgeva “Presença” stessa. Detto altrimenti su un piano più generale: il fatto 
ad esempio che il termine “medioevo” fosse ignoto a coloro che vissero in quel 
periodo nulla toglie alle sue capacità euristiche. E questo vale anche per il fenomeno 
culturale che “Presença” volle definire come “modernismo”. 
Terzo e fondamentale. Un modernismo “inventato” se sotto il profilo della differenza 
delle suggestioni culturali dei futuristi portoghesi rispetto ai futuristi italiani e sotto 
il profilo dei modelli di sociabilità dei suoi componenti ( futuristi portoghesi solitari 
V/S foto di gruppo dei futuristi italiani e, più in generale, la tendenza delle 
avanguardie a presentarsi come compagini fortemente coese ed organizzate) può 
presentare qualche non banale spunto ermeneutico, rischia di oscurare il “momento” 
politico del modernismo portoghese; come infatti puntualmente avviene - e con 
risultati totalmente catastrofici - nella valutazione dell’avanguardia e del futurismo 
portoghesi, che del tutto analogamente a quanto accadeva nel resto d’Europa sorsero 
e si svilupparono all’insegna di una fusione fra arte e vita che correva parallela 
all’estetizzazione della politica, uno dei tratti distintivi dell’autoritarismo del 
Novecento. 
La prima e più illustre vittima di questo autentico disastro interpretativo è Fernando 
Pessoa. Del quale non si sa bene se all’insegna del politically correct o di una cinica 
politica commerciale ( molto verosimilmente per entrambi i motivi) si cerca di 
trasmettere un’immagine di letterato quasi totalmente estraneo al dibattito politico e 
politologico dell’epoca. Il culmine di questa obnubilamento esegetico è raggiunto da 
Luciana Stegagno Picchio, la quale citando una lettera che Pessoa scrisse nel 1935 
al “Diario de Lisboa” ( ma che il giornale si rifiutò di pubblicare), dove lo scrittore 
ironizzava contro la politica estera dell’ Italia fascista, ne conclude che Pessoa era per 
questo antifascista.65 Purtroppo questa interpretazione omette un fatto fondamentale, 
e cioè che la politica estera dell’Italia fascista aveva già da molto tempo e 
ripetutamente sollevato preoccupazioni nell’opinione pubblica portoghese riguardo a 
presunte mire dell’Italia riguardo le colonie portoghesi. E il fatto che fosse in corso la 
guerra d’aggressione contro l’Etiopia, un atto che comunque lo si volesse giudicare 
minacciava di destabilizzare il quadro del diritto internazionale ( un diritto 
internazionale che per il Portogallo era della massima importanza rimanesse sovrano 
nelle controversie fra stati non potendo questo paese contare sulla sua inesistente 
forza militare per mantenere le colonie) e lo scacchiere africano non migliorava certo 
65 Ibidem, pp.246-251.
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 70 di 158 
la situazione riguardo i timori che l’Italia fascista suscitava nell’opinione pubblica 
portoghese, timori che erano condivisi, se così ci vogliamo esprimere, sia a sinistra 
che a destra. 
Del resto quello appena citato non è nemmeno il maggiore degli infortuni 
interpretativi riguardo Pessoa e i modernisti portoghesi, che a dispetto dei fantasiosi 
giudizi di nascita virtuale a cura della rivista “Presença” , esistettero realmente e che 
conformemente ad ogni buona avanguardia europea cercarono costantemente di non 
tenere mai separato il momento prettamente creativo da quello pubblico, in una 
costante ricerca di fusione fra arte e vita che saltando a piè pari le mediazioni dello 
stato liberale conduceva ineluttabilmente all’esaltazione di soluzioni autoritarie. 
Per rimanere al profondo travisamento ( o meglio , occultamento) del pensiero di 
Pessoa. Se ovviamente sull’ Ultimatum di Alvaro de Campos non si può sorvolare 
cercando però di rubricare le affermazioni antidemocratiche qui espresse come 
trombonate retoriche dettate più dagli stilemi tipici del manifesto futurista che a reale 
convincimento ( e chissà perché Pessoa e compagni non devono essere presi sul serio 
mentre Marinetti e tutta la sua allegra brigata invece sì), per quanto riguarda invece Á 
memoria do Presidente-Rei Sidónio Pais (1920), l’ opuscolo O Interregno: Defesa 
e justificação da ditadura em Portugal del 1928, si preferisce omettere o se proprio 
se ne deve parlare, addebitare tutto al romantico sebastianesimo dello scrittore, quasi 
che rifarsi miticamente alla romantica figura del re Sebastião I, letteralmente 
scomparso all’età di 24 anni nel 1578 durante la battaglia di Alcácer-Quibir ( non 
venne trovata la salma e da qui la leggenda di un suo possibile ritorno ), possa di per 
sé costituire un antidoto riguardo a più moderne pulsioni autoritarie. Per quanto poi 
riguarda Mensagem, il solo volume di poesia in portoghese pubblicato in vita dallo 
scrittore, si è ancora in attesa di una spiegazione plausibile e non dissacratoria sul 
piano personale - ovviamente che non sia quella banale ma realistica di 
un’accettazione di fondo, nonostante le sue profonde riserve sulla personalità e su 
specifiche scelte del dittatore,66 di Pessoa all’ Estado Novo o perlomeno alla politica 
do espírito di Antonio Ferro - del perché Pessoa avesse accettato di far concorrere 
Mensangem al concorso Prémio Antero de Quental, premio che si svolgeva sotto lo 
stretto controllo del Secretariado da propaganda Nacional ( SPN) di António Ferro. 
66 Il principale motivo di disagio di Pessoa riguardo il nuovo regime riguardò la massoneria. Sul 
“Diario de Lisboa” del 4 febbraio 1935 è pubblicato un lungo ed argomentato articolo di Fernando 
Pessoa contro il progetto di legge del deputato José Cabral di scioglimento delle società segrete, 
legge che sarà promulgata il 21 maggio rendendo la massoneria fuorilegge fino alla caduta 
dell’Estado Novo. Anche se è assai verosimile rispondere affermativamente sull’appartenenza 
all’Ordine di Pessoa, non sappiamo, prove alla mano, se Pessoa fosse massone; quello che invece 
possiamo affermare è che l’esoterismo fu una componente importante della personalità dello 
scrittore (ebbe persino un incontro con Aleister Crowley), un aspetto della sua biografia privata ed 
intellettuale che attende ancora una seria ed approfondita indagine. Più in generale, per un primo 
approccio sul ruolo della massoneria in Portogallo, imprescindibile F. Catroga, As Maçonarias 
liberais e a politica, in MATOSO, José, História de Portugal, vol. 5, Lisboa, Circulo de Leitores, 
1993, pp.204-211.
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 71 di 158 
(António Ferro, che giova ricordarlo, anch’esso poteva vantare i suoi quarti di nobiltà 
davanti al gruppo avanguardistico-futuristico di cui Pessoa era stato il leader, avendo 
addirittura ricoperto appena diciannovenne il ruolo di direttore editoriale dell’ 
“Orpheu”. Ma su questo personaggio chiave ci dilungheremo in conclusione). 
Ma il culmine della rimozione su Pessoa lo si raggiunge riguardo alla sua 
collaborazione fra il maggio e l’agosto del 1919 alla rivista “Acção”. “Acçao” era la 
creatura di uno stretto amico di Pessoa, l’ingegnere minerario Geraldo Coelho da 
Jesus. Come quasi la totalità dell’intellighenzia del periodo era stato un convinto 
sidonista e dopo l’assassinio del dittatore si adoperò per diffondere le proprie idee 
politiche elitiste ed autoritarie. Lo strumento per compiere questa opera di 
propaganda fu appunto la nascita, aiutato dall’amico Pessoa, di “Acção”. 
Durante i primi due numeri la rivista tenne un relativamente low profile compiendo 
un’accorta opera di depistaggio con una linea editoriale improntata farisaicamente 
non tanto alla critica dei partiti in quanto tali ma, come diremmo oggi, ai guasti 
prodotti dalla partitocrazia. Ma col numero 3 furono svelate le vere intenzioni della 
rivista: sulla prima pagina campeggiava una gigantesca immagine dell’assassinato 
dittatore Sidonio Pais e alla base della foto una citazione in inglese scelta assai 
verosimilmente da Pessoa, tratta dall’Amleto di Shakespeare: “He was a man, take 
him for all in all / I shall not look upon his like again.” Alea iacta est , e per essere 
ancora più chiari, scriveva su questo numero, spalleggiato da Pessoa, Coelho de 
Jesus: 
Se procurarmos na vida nacional, qual a força capaz de concentrar patriotismo, qual a força capaz 
de, ao mesmo tempo, atingir as competências e o povo ( sendo assim um esboço de coesão 
nacional) , encontramos só uma: o sidonismo, o culto […] pela memória do chorado presidente 
Sidónio Pais. O resto é só bolchevismo […] ou o bolschevismo dos nossos pobres operários […] ou 
o bolchevismo disfarçado dos nossos partidos politicos […] . Ou sidonismo ou bolchevismo: o 
problema está nisto para quem queira ter acção política em Portugal. Nos […] vamos pelo 
sidonismo.67 
Un’ ultima notazione in merito al pensiero politico di Pessoa. E’ assolutamente certo 
che se anche di Coelho de Jesus queste parole rispecchiavano benissimo il pensiero di 
Pessoa. Il primo elemento che ci conforta in questo giudizio è che Pessoa già nel 
numero 2 di “Acção”, nell’articolo A Opinião Pública, pur non dichiarandosi 
esplicitamente sidonista, aveva decisamente espresso tesi elitiste e darwiniste 
giudicando la folla incapace di guidarsi da sola. Il secondo è il carteggio intercorso 
fra Pessoa e Coelho, dal quale si evince l’impegno del poeta per il compito che si era 
assunto di distribuire la rivista e l’entusiasmo per aver raggiunto un ottimo risultato 
in questa impresa. Del resto non è lo stesso Pessoa che altrove ebbe a scrivere : 
“entre um operário e um macaco há menos diferença que entre um operário e um 
67 Manuel Villaverde Cabral, The Aesthetics of Nationalism: Modernism and Authoritarianism in 
Early Twentieth-Century Portugal, in “Luso-Brazilian Review”, Vol.26, n.1, (Summer, 
1989), pp.27-28.
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 72 di 158 
homem realmente culto” ? Un’affermazione totalmente politicamente scorretta e 
profondamente elitista e antidemocratica che, del resto, fa benissimo il paio con 
quest’altra di Alvaro de Campos : “ A capacidade de pensar o que sinto,/ que me 
distingue do homem vulgar, / Mais do que ele se distingue do macaco.”68 
Analogamente e con le medesime conclusioni si potrebbe proseguire nel far affiorare 
le posizioni ideologico-politiche dei protagonisti del modernismo portoghese ( da 
Almada Negreiros che molto coerente con le sue idee elitiste ed antidemocratiche 
finì per collaborare, per quello che gli fu consentito ( cioè molto ), ad un Estado 
Novo per principio assolutamente conservatore in fatto d’arte, a Sá-Carneiro che, con 
sprezzo superomistico, nelle sue lettere a Pessoa arriva a definire i borghesi come 
“lepidotteri”; fino a giungere a Raul Leal ( che contribuì a “Portugal Futurista” con 
L’abstractionism futuriste - una sorta di delirante panegirico sull’arte di Santa Pintor 
- , omosessuale, fascista, mistico, che voleva fondare una nuova chiesa basata sullo 
spirito santo, che sul n. 8 di “Presença”, 1927, espose le sue idee di “Sindacalismo 
personalista” - idee che Almada Negreiros definì “speculazione trascendente su un 
Super Stato - e che nel 1959 fonderà “Tempo Presente”, rivista fascista e futurista 
dove Raul Leal cercherà, a suo modo modo, di fare i conti con Freud, Marinetti, 
Homem Christo Filho , arrivando a dichiarare a chiare lettere anche se con la sua 
solita enfasi mistica : “Presque tous les artistes et penseurs d’ “Orpheu”, dit-il, nous 
avions de fortes tendances monarchistes, bien que, pour ce qui me concerne, 
également sublimement anarchistes. Nous étions, par-dessus tout, de nobles amants 
de l’ Ordre Spirituel.”69 ) ma ora il vero problema non è tanto determinare se la 
generazione anvanguardista dell’ “Orpheu” e di “Portugal Futurista” sia stata 
omologa alle coeve avanguardie europee nel suo disprezzo per la Weltanschauung 
liberale e nella ricerca di una unione fra arte e vita che quasi ineluttabilmente portava 
a soluzioni politicamente autoritarie ma, piuttosto, la determinazione di come questo 
“momento” avanguardistico-autoritario portoghese sia confluito nell’ambito 
dell’Estado Novo salazarista. 
Il passaggio in Portogallo dallo stato liberale ad un sistema autoritario ebbe uno 
svolgimento assolutamente diverso dall’Italia e se ci si volesse soffermare sul diverso 
ruolo che ebbero nei due paesi i movimenti fascisti e/o le avanguardie intellettuali 
nella caduta dello stato liberale, ovviamente, il discorso potrebbe già qui finire. In 
fondo, il Portogallo non vide mai come in Italia un partito politico futurista e se pure 
vi fu chi volle ispirarsi direttamente al fascismo italiano ( i nazionalisti lusitani di 
João de Castro Osório, Rolão Preto, che a capo dei Nacionais Sindicalistas 
cercherà di contrapporre un modello fascista più vicino all’originale italiano al 
“fascismo dalla cattedra” di Salazar - ed anche Homem Christo Filho, probabilmente 
agente di Mussolini e che perì in Italia nel ’28 in un misterioso incidente stradale 
68 
Ibidem, p.29 
69 P. Rivas, Idéologies réactionnaires et séductions fascistes dans le futurisme portugais, in 
Giovanni Lista (a cura di), Marinetti et le Futurisme, L’Age d’Homme, Lausanne, 1977, p.189.
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 73 di 158 
mentre si recava in ad un incontro con il duce70 ) , la caduta della repubblica fu 
dovuta unicamente ai militari. Certamente una mentalità fascista e le suggestioni 
ideologiche che provenivano dall’Italia furono importanti nel determinare la crisi di 
fiducia nel sistema democratico-rappresentativo che minò alle fondamenta la 
repubblica ma il colpo di stato del ’26 fu unicamente opera dei militari e non di 
inesistenti squadracce nere e in questa svolta autoritaria fu fondamentale la misera 
prova di sé che fin dal 1910, anno della sua nascita, aveva dato la repubblica, e non 
certo l’azione di agguerrite e militarizzate minoranze come lo furono in Italia il 
fascismo e il futurismo.71 
Purtroppo questa ricostruzione trascura a nostro giudizio un elemento fondamentale. 
Intendiamo riferirci ad António Ferro e al ruolo che rivestì nell’ambito del 
Segretariado da Propaganda Nacional. La sola scorsa della sua scheda biografica 
dovrebbe già da sola dissipare una singolare vulgata che vorrebbe Ferro come un 
personaggio quasi macchiettistico in perenne ricerca di pubblicità personale e 
sostanzialmente privo di autentico spessore. Amico dal liceo di Sá-Carneiro, a 19 
anni giovanissimo direttore editoriale dell’ “Orpheu”, subirà ancora più di altri suoi 
sodali avanguardisti l’influsso autoritario della tragica figura di Sidonio Pais. Il 
rapido declino del futurismo portoghese, dovuto e alla prematura dipartita di molti dei 
suoi principali protagonisti e anche alla particolare sociabilità di questo gruppo, non 
lo lascia tuttavia inattivo. Nel ’19 si reca a Fiume ed è autore di una clamorosa 
intervista a D’Annunzio, che sarà il trampolino di lancio per le sue famose 
pirotecniche interviste con i maggiori personaggi internazionali dell’epoca, con una 
particolare predilezione per i dittatori. E, infatti, prima di arrivare alle famose 
70 
Fra le varie iniziative intraprese da questo “commesso viaggiatore” del mussolinismo e del 
totalitarismo, significativo per il nostro discorso fu la direzione di Christo Filho della rivista “A 
Idéia Nacional”. La rivista nata nel 1915 e che traeva ispirazione dal movimento nazionalista 
italiano ( il titolo richiamava direttamente l’organo del nazionalismo italiano “ L’idea nazionale” e 
nell’ “Idéia Nacional” vennero pubblicati articoli di Corradini e Federzoni) ospitò contributi, 
assieme a quelli dei massimi esponenti dell’Integralismo Lusitano, anche di Almada Negreiros, il 
quale fu l’autore di diverse copertine della rivista. Un’ennesima indicazione, se mai ce fosse ancora 
bisogno, verso quale parte politica batteva il cuore dell’avanguardia artistica portoghese. 
71 
Uno degli esempi più chiari del ruolo subordinato che a differenza che in Italia ebbero in 
Portogallo gli intellettuali antisistema, è la vicenda della rivista “Homens Livres”, pubblicata nel 
1923 e che fu un punto d’incontro fra integralisti, seareiros e modernisti. I fondatori di “Homens 
Livres” provenivano dalle riviste “Águia”, “Lusitânia”, “Monarquia”, “Integralismo Lusitano” e 
“Seara Nova”. Questi “uomini liberi” erano accomunati per il disprezzo verso la partitocrazia ( e 
nella maggior parte anche verso la democrazia) e la plutocrazia e per il favore comunque accordato 
ad una riorganizzazione elitista della società. Nel campo artistico gli “uomini liberi” erano a favore 
di un modernismo che avesse superato il naturalismo e il classicismo del XIX secolo. Tutti questi 
“buoni” propositi che avrebbero dovuto gettare un ponte fra destra e sinistra e portare 
all’affossamento dell’odiata repubblica vecchia naufragarono ingloriosamente quando due 
seareiros di “Homens Livres” aderirono al governo di Álvaro de Castro, un tradimento a favore del 
campo repubblicano che segnò la fine di questo esperimento d’ incontro fra le diverse componenti 
antisistema colla conseguente cessazione delle pubblicazioni.
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 74 di 158 
interviste con Salazar che costituiranno l’ultimo tassello per farsi investire come 
responsabile della politica culturale dell’ Estado Novo e dell’immagine pubblica 
dell’autocrate portoghese, Ferro nel ’23 e nel ’26 incontra Mussolini, raccogliendo 
queste interviste in Viajem a volta das dictaduras (1927) e Homens e Multidões , 
opera che riunisce anche le interviste ad Alfonso XIII, Primo de Rivera, Pio XI 
(dittatore del Vaticano per Ferro). Ma Ferro non disdegna nemmeno quello che oggi 
chiameremmo il jet set internazionale e nel 1929 con Praça da Concordia vengono 
riunite le sue interviste con Herriot, Farrère, Mistinguett, Cocteau, Citroën, Foch, 
Coty, Petain, Poincaré, Clémanceau. 
Le interviste, anche se parte fondamentale della sua attività, non completano però 
l’arco espressivo di questo singolare ma non per questo non meno importante 
versione mondan-fascista dell’avanguardia portoghese. Nel 1920 pubblica Theoria 
da Indiferença, una serie di paradossi ad imitazione degli aforismi di Cocteau; nel 
1923 A Arte de Bem Morrer, dove esprime “la sua visione modernista dell’arte e 
della morte e l’annullamento finale della stessa attraverso l’estasi”72; ancora, nel 
1923, A Idade do Jazz-Band, pubblicazione della sua conferenza tenuta in brasile sul 
jazz e che con idea molto avanguardistica era stata interrotta dall’irrompere di un 
banda jazz ed é sempre in Brasile che partecipando nel 1922 alla settimana di arte 
moderna di S. Paolo pubblicherà Nós, l’originale e personale contributo di Ferro al 
genere futurista del manifesto e che rivela tutte le ambiguità dell’inedito mondan-futurismo 
di Ferro. 
Ed è proprio quest’uomo che nel 1933 Salazar mette alla direzione dell’appena 
costituito SPN.73 Ora, se su questa scelta fecero sicuramente premio le aspettative 
per un radicale miglioramento della scialba immagine pubblica dell’autocrate, un 
miglioramento cui Ferro venne ritenuto tecnicamente all’altezza e le cui famose 
interviste del 1932 a Salazar erano state il primo riuscito banco di prova in questa 
direzione, sarebbe stato del tutto illogico da parte di Salazar investire della 
72 
P. Rivas, Idéologies réactionnaires, cit., p.188. 
73 
Su António Joaquim Tavares Ferro e il Segredariado da Propaganda nacional attraverso il quale 
si sarebbe dovuta realizzare una política do espírito che secondo il nostro mondan-futurista avrebbe 
omologato il Portogallo salazarista all’esperienza modernista dell’Italia fascista di sinergia fra arte 
e potere politico cfr. António Quadros, António Ferro, Lisboa, ed. Panorama, SNI, 1963, Gastão de 
Bettencourt, António Ferro e a política do Atlântico, Pernambuco, 1960, José Augusto França, O 
modernismo na arte portuguesa, Lisboa, Biblioteca Breve, 1979, C. Barreira , Nazionalismo e 
Modernismo, de Homem Cristo Filho e Almada Negreiros, Lisboa, ed. Assírio e Alvim, 1981, 
António Rodrigues, António Ferro. Na idade do Jazz-Band, Lisboa, Livros Horizonte, 1995, H. 
Paulo, Estado Novo e Propaganda em Portugal e no Brasil. O SPN/SNI e o DIP, Coimbra, 
Livraria Minerva, 1994 , A. Portela, Salazarismo e Artes Plasticas, Lisboa, Instituto de Cultura e 
Língua Portuguesa, 1982 e G. Adinolfi, Ai confini del fascismo. Propaganda e consenso nel 
Portogallo salazarista ( 1932-1944), Milano, Franco Angeli, 2007.
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 75 di 158 
delicatissima responsabilità della propaganda e della politica culturale un uomo come 
Ferro astraendo dal suo consolidato ed indiscutibile curriculum di rappresentante 
storico dell’avanguardia e del modernismo portoghesi ( anche se di un futurismo tutto 
virato sulla mondanità, il che dal punto di vista di Salazar, pur se personalmente 
totalmente avverso allo stile di vita rappresentato da Ferro, non doveva guastare, 
visto che l’ importantissimo posto di responsabile della cultura e della propaganda 
non poteva certo essere assegnato ad un puro esteta ma ad uno “scafato” ed esperto 
navigatore, ancorché esibizionista, nel mare tempestoso della cultura moderna da 
attrarre nell’orbita del regime). 
Di fatto, la lettura delle numerosissime iniziative intraprese da Ferro sotto l’egida del 
Segretariado da Propaganda Nacional ( le grandi esposizioni organizzate in 
Portogallo e all’estero,74 i numerosi premi artistici e letterari, i concorsi volti ad 
esaltare la cultura popolare e l’identità portoghesi,75 il cinema ed il teatro itineranti 
74 L’esposizione attraverso la quale l’ Estado Novo provò ad esercitare il maggior sforzo di 
mobilitazione popolare e d’investimento di immagine fu la grande “Exposição do Mundo 
Português” del 1940. In un’Europa travolta dalla guerra, il regime voleva così presentarsi di fronte 
alla nazione e al mondo intero come un’isola di pace e di speranza contrapposta ad un Vecchio 
continente in preda alla violenza. E alla luce del grande successo di partecipazione, certamente 
questo messaggio fu colto dal popolo portoghese (discorso assai diverso comprendere quanto fosse 
creduto ed assimilato, non potendosi risolvere il giudizio su un problema articolato e stratificato 
come quello del consenso in regime autoritario/dittatoriale solo sulla base della partecipazione ad 
occasioni di sociabilità più o meno eterodiretta, come ben sappiamo riguardo al caso del fascismo 
italiano). Quello che per noi è però importante da rilevare in questa sede è che, se è vero che 
l’allestimento dell’esposizione si giovò anche di coloro che non si riconoscevano in forme 
espressive tradizionalistiche, ciò - al contrario di quanto invece era accaduto in Italia con la 
“Mostra della Rivoluzione fascista”, nell’anniversario del decennale della marcia su Roma - non 
avvenne assolutamente all’insegna di un apprezzamento pubblicamente espresso di estetiche 
avanguardistiche od in vista di un loro inserimento in quanto tali nella narrativa retorica del regime. 
(Emblematico l’episodio di Salazar che visitando un’esposizione di arte moderna organizzata dal 
Secretariado Nacional de Informação - dal novembre 1944 l’acronimo SPN era stato mutato in 
SNI - e passando davanti un Retrato do meu Pai di Carlos Botelho aveva davanti a tutti esclamato: 
“Quem é o artista que tem um pai tão feio ?”, una reazione che sarebbe stata assolutamente 
inconcepibile in un Mussolini che aveva sempre “abbozzato”, se non addirittura espresso coram 
populo esplicito apprezzamento, anche di fronte alle deformazioni più caricaturali - a patto fossero 
animate da sincere e “fascistissime” intenzioni agiografiche - della sua stessa fisionomia da parte 
di artisti modernisti e futuristi , un atteggiamento tenuto, ovviamente, non in virtù delle sue 
profonde conoscenze estetiche ma solo per dimostrare che il duce era protettore di tutte le arti, 
anche quelle più avanguardistiche). Per l’ “Exposição do Mundo Português” cfr. M. Acciaiuoli, As 
exposiçoes do Estado Novo 1934-1940, Lisboa, Livros Horizonte, 1998 e H. Paulo, Estado Novo 
e Propaganda em Portugal e no Brasil, cit., che pur non addentrandosi sulla tematica del rapporto 
avanguardie artistiche e retoriche autoritarie è tuttavia fondamentale per comprendere l’importanza 
di questo tipo di manifestazioni per la politica propagandistica del regime. 
75 
Memorabile il concorso istituito dall’ SPN per premiare il paese che meglio avesse rappresentato 
una presunta portoghesità dal punto di vista architettonico, culturale e paesaggistico. Il regolamento 
per l’ Aldeia mais portuguesa de Portugal venne pubblicato il 7 febbraio 1938, richiedendo il 
bando come condizione basilare ed irrinunciabile che i paesi che concorrevano dovessero
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 76 di 158 
fino ad arrivare alla progettazione e designazione di particolari tipologie dei luoghi di 
accoglienza per i turisti stranieri) non può non rilevare come filo conduttore una 
precisa e mai risolta dialettica fra istanze moderniste e la visione integralmente 
conservatrice e reazionaria( e perciò non fascista ma piuttosto tradizionalista76) di 
Salazar e del suo regime. E che il mondan-fascio-futurista Ferro si trovasse di fronte 
a spinosi problemi per interpretare in Portogallo la lezione che sembrava provenire 
dall’Italia (in quel primo scorcio degli anni ’30 l’apparente felice e proficua 
convivenza fra le istanze avanguardiste e/o moderniste con lo stato fascista) la storia 
dei primi anni dell’ Estado Novo ne dà ampio riscontro.77 Innanzitutto, a differenza 
presentare negli aspetti della vita quotidiana (architettura delle abitazioni, arredi delle case, 
urbanistica delle località, modo di vestire ed in generale tradizioni folcloriche) una totale 
impermeabilità ad influenze estere e mostrare appunto una forte connotazione tipicamente 
portoghese. Seppur caso tipico di “invenzione della tradizione”, il concorso fu un autentico 
successo : ancor oggi il paese di Monsanto, che vinse il concorso, basa la sua economia turistica su 
quell’ormai lontana vicenda che lo indicò come l’ Aldeia mais portuguesa de Portugal e il Galo de 
Prata , il gallo d’argento che gli fu assegnato come segno tangibile di questo primato, è tutt’oggi 
fonte di orgoglio e di un forte senso di appartenenza. 
76 
Un deciso ed integrale tradizionalismo ideologico-estetico che tuttavia non impedì all’ Estado 
Novo di compiere dei veri e propri orrori in fatto di conservazione del patrimonio artistico, in 
questo emulo del peggiore esempio che proveniva dall’Italia fascista che , ad imperitura memoria 
del suo passaggio sulla scena della storia, impiegò nelle città italiane ( soprattutto Roma ma non 
solo ) il “piccone risanatore” per demolire vestigia ed anche interi quartieri medievali - ritenuti non 
sufficientemente fascisti - e per edificare al loro posto edifici di rappresentanza in stile littorio ( uno 
stile che tentava di fondere alcuni tratti di architettura modernista con pesanti reminiscenze 
classico-romane o presunte tali). Non differentemente si comportò l’ Estado Novo, vedi il caso di 
Coimbra, in cui il regime, facendosi beffe della sua proclamata fedeltà ai valori tradizionali, non si 
peritò di demolire gran parte della vecchia città universitaria per imitare, nello stile architettonico 
modernista impiegato per la costruzione della nuova città universitaria e nell’intenzione che 
animava tutta l’operazione ( lasciare un imperituro segno di sé), la triste lezione che proveniva 
dall’Italia sotto l’ombra del fascio ( una delegazione portoghese fu inviata a Roma per prendere 
visione diretta dell’architettura retorico-modernista piacentiniana, che così buona prova aveva data 
nella progettazione della città universitaria della capitale d’Italia). Fondamentale per comprendere 
questa vicenda connotata da hubris edificatoria, N. Rosmaninho ( coordenação e apresentação de 
Luís Reis Torgal), O princípio de uma “Revolução Urbanistica” no Estado Novo. Os Primeiros 
Programas da Cidade Universitária de Coimbra (1934-1940), Coimbra, Minerva Editora, 1996 e 
Id., O Poder da Arte. O Estado Novo e a Cidade Universitaria de Coimbra, Coimbra, Imprensa da 
Universidade, 2006. Sempre per quanto riguarda l’Università di Coimbra ma sul versante di una 
sempre più ridotta autonomia accademica durante l’ Estado Novo, fondamentale Luís Reis Torgal, 
A Universidade e o Estado Novo. O Caso de Coimbra (1926 -1961), Coimbra, Minerva, 1999. 
77 
Il segno che davanti alla política do espírito ci sarebbe stato un percorso tutto in salita ed irto di 
contraddizioni si ebbe già da subito nel 1934 con la pubblicazione e diffusione capillare ad opera 
dell’ SPN del decalogo dell’ Estado Novo che al punto 1 recitava: “ O ESTADO NOVO representa 
o acordo e a síntese de tudo o que é permanente e de tudo o que é novo, das tradiçoes vivas da 
Pátria e dos seus impulsos mais avançados. Representa, numa palavra, a vanguardia moral, social e 
política.” e al punto 10 : “ Os inimigos do ESTADO NOVO são inimigos da Nação. Ao serviço da 
Nação – isto é : da ordem, do interesse comum e da justiça para todos – pode e deve ser usada a 
força, que realiza neste caso a legítima defesa da Pátria.” Veramente un compito difficile quello
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 77 di 158 
dell’Italia, si poneva di fronte a Ferro il problema tutto portoghese dell’esiguità 
numerica del fronte modernista, che nel caso italiano fra novecentisti e futuristi 
poteva vantare falangi di artisti più o meno modernisti e tutti volenterosi di dare i loro 
particolari suggerimenti al duce in merito alla politica culturale. E così quella che 
Almada Negreiros volle interpretare come la volontà conservatrice di 
normalizzazione dell’avanguardia, stiamo parlando dell’invito di Ferro a Marinetti 
di visitare il Portogallo, altro in realtà non fu che un tentativo da parte del futuro 
direttore del Segretariado da Propaganda Nacional di tessere significative alleanze 
internazionali moderniste e di supplire così, in chiave di una inedita politica estera 
culturale, alla debolezza delle locali schiere dell’avanguardia. Un tentativo che si 
rivelò un fiasco totale visto che la ribalta fu presa da Júlio Dantas e Almada, cui le 
pulsioni avanguardistiche andavano di pari passo col desiderio - che venne del resto 
ampiamente appagato - di collaborare col regime , aveva piena ragione di dolersene. 
Le cose, evidentemente, presero una piega non prevista anche nel 1934 quando 
Fernando Pessoa venne sollecitato a pubblicare il suo primo volume di poesie, 
Mensagem, per presentarlo al Prémio Antero de Quental. La raccolta di tematica 
sebastianista e patriottica, le cui poesie furono composte dal 1913 fino allo stesso 
1934, l’opera quindi di una vita ed espressione autentica del suo mondo intellettuale 
e spirituale, si qualificò seconda, un vero disastro esistenziale per il poeta degli 
eteronimi e vaticinatore del super-Camões e la motivazione formale fu che il libro 
non poteva concorrere per il primo premio perché non contava il minimo delle 100 
pagine richieste. Si trattava di un’evidente scusa, significativa dimostrazione che il 
“pilotaggio” dei concorsi e dei premi letterari e artistici era ancora sotto il controllo 
dei vari Dantas che nel profondo conservatorismo dell’ Estado Novo trovarono l’ 
ambiente naturale per vivere e per prosperare ( e continuare ad esercitare il loro 
potere). Ma è sul piano dell’organizzazione dello stato e del consenso che le 
contraddizioni fra la concezione elitista e modernista di forme di partecipazione 
politica sempre più pervasive e penetranti e la politica salazarista, semplicemente 
reazionaria e del tutto refrattaria a concedere questi pericolosi spazi alle masse pur se 
eterodirette, che la politica do espirito dovette subire le più dolorose sconfitte. 
Rifiutando Salazar esplicitamente il modello italiano dello stato totalitario, venivano 
implicitamente anche messe fuori gioco - anche se talvolta dall’ Estado Novo 
timidamente e con poca convinzione praticate - tutte quelle pratiche di mobilitazione 
che indicava il decalogo: negli anni a venire Ferro e la sua política do espírito si sarebbero dovuti 
muovere da una parte fra gli imperscrutabili ossimori di tradizione e innovazione del punto 1 del 
decalogo e dall’altra fare i conti con le concrete promesse repressive del punto 10. Un 
prevedibilmente deludente esito finale della politica dello spirito già segnato dai suoi espliciti e 
pubblici esordi ma i quali non impedirono, tuttavia, una iniziale apertura di credito verso la política 
do espírito anche di coloro i quali obiettivamente avevano ben poco da aspettarsi dall’ Estado 
Novo: il riferimento d’obbligo cade sul poeta António Botto ( le cui Canções sull’amore 
omosessuale furono nel 1923 difese pubblicamente da Pessoa e Raul Leal, il quale a sostegno di 
Botto scrisse addirittura un pamphlet intitolato Sodoma divinizada, venne così a sua volta 
furiosamente attaccato - e ancora Pessoa intervenne contro queste manifestazioni di intolleranza e 
di omofobia) la cui adesione all’ Estado Novo non lo trarrà fuori dalla condizione di pariah 
emarginato dal potere in cui l’aveva gettato la sua evidente omosessualità.
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 78 di 158 
di massa tanto consone ( ed anche care) alle avanguardie, che nell’estetizzazione 
della politica (in pratica : nella direzione delle masse da parte di ristrette élite di 
superuomini) vedevano il compimento definitivo e ultimo del programma 
avanguardistico e futuristico dell’atto artistico totale di fusione dell’arte con la vita. 
Estetizzazione della politica pienamente raggiunta in Italia, quindi, mentre in 
Portogallo venne frustrata? In realtà sappiamo che le cose non andarono proprio in 
questo modo perché, come abbiamo detto altrove,78 se durante i primi anni Trenta 
l’Italia sembrò, sotto molti aspetti, quasi un alchemico laboratorio dove la feroce 
concussione delle libertà politiche poteva coesistere - ed anzi trarre vantaggio - con la 
libertà di ricerca formale delle avanguardie artistiche, il tentativo subito successivo di 
realizzare lo stato totalitario ( in fondo il sogno delle avanguardie che nel 
totalitarismo scorgevano il massimo atto estetico) si rivelerà letale anche per le 
possibilità di espressione di queste avanguardie. Lo stato totalitario ( o per essere più 
precisi: lo sforzo del regime per avvicinarsi a questo obiettivo) alla fine aveva sortito 
lo stesso effetto di depressione delle energie creative che nel Portogallo salazarista 
era stato raggiunto attraverso il calcolato rifiuto di questi modelli di integrale e 
pervasiva partecipazione politica. In entrambi i casi si trattò di un gioco a somma 
zero dove sia in Portogallo che in Italia risultarono sconfitte le avanguardie mentre 
vincente risultò lo spegnimento di qualsiasi anelito di autentica estetizzazione 
politica . In Italia, a causa dell’alleanza col nazismo, questa involuzione assunse 
coloriture più intensamente parodistiche con la pedissequa imitazione degli stilemi 
estetici nazionalsocialisti ( premio Cremona creato da Farinacci e condanna 
dell’avanguardia, del futurismo e anche del novecentismo in quanto ritenuti forme 
d’arte giudaica). In Portogallo, in assenza di eventi epocalmente negativi come 
l’alleanza col nazismo e la guerra, la sconfitta della politica do espirito assunse più le 
movenze di una rallentatissima slow- motion, tanto che il regime aspettò fino al ’49 
per rimuovere Ferro dalla direzione del Segretariado, giudicando ormai del tutto 
inutile continuare ad affidarsi per la politica culturale ad un personaggio dotato di 
indubbie doti istrioniche e di propagandista ma il cui pedigree ad un tempo 
avanguardistico nel campo dell’arte e filofascista per quanto riguarda la cultura 
politica, lo rendevano sempre più inutilizzabile per un regime con equilibri sempre 
78 Cfr. Massimo Morigi, Stefano Salmi, Aesthetica fascistica. Tradizionalismo e modernismo sotto 
l’ombra del fascio ( comunicazione inviata al convegno “Encontros a Sul 2007- Lisboa 
20, 21 e 22 setembro”) e Id. Aesthetica fascistica II. Tradizionalismo e modernismo sotto 
l’ombra del fascio ( comunicazione inviata al convegno “IV Colloquio Tradição e modernidade 
no mundo Iberoamericano – Coimbra 1, 2, 3 de outubro de 2007”).
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 79 di 158 
più arretrati79 e , per converso, impresentabile di fronte ad un mondo che aveva 
sconfitto il nazifascismo. 
“E a musica cessa como um muro que desaba,/A bola rola pelo despenhadeiro dos 
meus sonhos interrompidos,/ E do alto dum cavallo azul, o maestro, jockey amarello 
tornando-se preto,/Agradece, pousando a batuta em cima da fuga d’um muro,/E 
curva-se, sorrindo, com uma bola branca em cima da cabeça,/Bola branca que Ihe 
desapparece pelas costas abaixo…” 
L’esaurimento delle avanguardie, musica che s’interrompe come un muro che rovina, 
ha apparentemente consegnato all’inattualità qualsiasi discorso pubblico che conceda 
spazio all’estetizzazione della vita activa. Forse inevitabile pedaggio pagato per la 
sconfitta degli autoritarismi e totalitarismi che di questa esigenza fecero 
instrumentum regni per conculcare la libertà, l’occultamento delle pulsioni verso 
un’aiesthesis liberata ha anche prodotto l’incapacità di generare racconti 
integralmente umani e dotati di senso. Palla bianca che scompare dietro la schiena di 
un sorridente ( e dispettoso ) maestro, la risoluzione del problema posto 
dall’avanguardia portoghese, in questo del tutto simile a quelle degli altri paesi, di 
79 
Il 6 maggio 1949, incombente la sua rimozione dalla direzione dell’ SNI, alla XIII edizione dell’ 
Esposizione di Arte Moderna, António Ferro in difesa della sua politica do espirito e ribattendo ai 
suoi denigratori - i quali per altro erano assolutamente in linea con le opinioni su Ferro di Salazar - 
ebbe a pronunciare le seguenti amare parole: “ Os chamados clássicos […] acusam-nos de simpatia 
tendenciosa, parcial por todas as audácias , todos os vanguardismos, todas as acrobacias, todas as 
dissonâncias em matéria de cores ou de linhas […]. Os outros consideram igualmente nefasta a 
nossa obra porque não nos levam a bem que saibamos perfeitamente ( os nossos olhos e a nossa 
sensibilidade têm um largo treino destas viagens e miragens …) onde acaba a sinceridade e 
principia o bluff, onde termina o autêntico e principia o falso, onde finda a Arte Moderna, isto é , a 
arte que deve reflectir o seu tempo, e começa o antigo, ou antes, o já velho da arte moderna […]. A 
selecção dos quadros deste Salão nunca obedeceu, portanto, a um critério de extremo vanguardismo 
mas à aspiração do nível mínimo de bom-gosto e à recusa dum mínimo de personalidade. O mal-entendido 
residiu sempre na lamentável confusão que se faz ainda entre nós , apesar de tanto 
havermos lutado, entre arte avançada, que já não o é, e o simples bom-gosto contemporâneo , ou 
melhor, simples gosto contêmporaneo, simples sabor da época”. ( A. Portela, cit., p.105). Ma 
l’epoca degli equilibrismi fra tradizionalismo e modernismo era tramontata definitivamente e 
lasciata la direzione dell’SNI, in una sorta di vera e propria fuga dall’ingratitudine del regime e 
dall’incomprensione degli artisti modernisti che non gli riconoscevano più alcun ruolo di trait 
d’union con il potere salazarista, nel 1950 Ferro si farà nominare ambasciatore del Portogallo a 
Berna e, nel 1954, a Roma. “Sono solo … Così solo. Neppure con me stesso”, scriverà Ferro in 
Suadades de mim ( pubblicato postumo nel 1957, Ferro morirà nel 1956 a Lisbona a soli 61 anni, 
ricoverato d’urgenza per i postumi di un precedente intervento chirurgico ), l’ amaro e disperato 
redde rationem di una vita naufragata cercando di saldare, esibizionisticamente ma anche con 
profonda sincerità e in assoluta fedeltà ai dettami futuristi e dell’avanguardismo artistico, l’arte con 
una visione estetizzante del potere. Una sorta di profezia. I giornali portoghesi diedero limitatissimo 
spazio alla sua morte; Salazar, con un comportamento che forse non intendeva essere offensivo ma 
che è certamente significativo dell’abisso che al di là dei rapporti di mutua convenienza aveva 
sempre separato i due uomini, intervenne inizialmente al funerale ma non si degnò di accompagnare 
il feretro all’ultima dimora.
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 80 di 158 
attingere ad un momento creativo totale che confondesse le categorie di arte, vita e 
politica fu certamente frustrato. Ma il dispettoso maestro, sia questi Mussolini, 
Salazar, Stalin o qualsiasi altro autocrate o sia anche, più modestamente, 
l’impossibilità molto umana di essere all’altezza dei propri sogni, deve fare i conti 
con una possibilità, molto obliqua, ma non per questo meno reale, di trasformare 
attraverso la poiesis una sconfitta in una vittoria. E’ un insegnamento che Pessoa 
conosceva molto bene e che sarebbe opportuno fosse preso molto sul serio anche 
dagli odierni cantori postmoderni della fine delle narrazioni e della storia. 
ENCONTROS A SUL 2007 
LISBOA, 20, 21 e 22 SETEMBRO 
MASSIMO MORIGI 
AESTHETICA FASCISTICA I 
TRADIZIONALISMO E MODERNISMO L’OMBRA DEL FASCIO*
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 81 di 158 
________ 
*Per questa versione del paper immessa in questa fondativa giornata nel Web, mi è d’obbligo 
fare tre ringraziamenti: alla Biblioteca Oriani di Ravenna, centro di eccellenza italiano ed 
internazionale della cultura storica, per la pazienza del suo personale alle mie insistenti 
richieste di documenti, a Giovanni Giorgini, il cui magistero mi ricorda che il liberalismo è 
una forma di vita culturalmente non statica e che possiede al suo interno forti capacità di 
emendarsi (anche se non è proprio detto che il sottoscritto e Giorgini concordino sulle forme 
in cui questo possa avvenire) ed infine, a Ugo Uguzzoni per la sua disponibilità riguardo ad 
una mia richiesta di precisazioni intorno ad una parola, proveniente da un’altra disciplina, 
che ho introdotto in questa nuova versione del testo e che penso possieda un promettente 
campo semantico nell'ambito della filosofia politica; una richiesta che ad altri sarebbe 
risultata indubbiamente bizzarra ma che Uguzzoni, per le doti empatiche derivategli dalla sua 
professione ma, soprattutto, per la sua innata gentilezza, ha esaudito prontamente e con 
dovizia di riferimenti. In questo triste inverno per la democrazia in Italia ed in Europa, 
questa apparentemente piccola cortesia è stata personalmente un conforto non da poco. 
RAVENNA . DIES . NATALIS . SOLIS . INVICTI . ANNO . DOMINI . MMXI . POST . CHRISTVM . NATVM 
Si dice che ci fosse un automa costruito in modo tale da rispondere, ad 
ogni mossa di un giocatore di scacchi, con una contromossa che 
gli assicurava la vittoria. Un fantoccio in veste da turco, con una pipa 
in bocca, sedeva di fronte alla scacchiera, poggiata su un’ampia 
tavola. Un sistema di specchi suscitava l’illusione che questa tavola fosse 
trasparente da tutte le parti. In realtà c’era accoccolato un nano gobbo, che 
era un asso nel gioco degli scacchi e che guidava per mezzo di fili la 
mano del burattino. Qualcosa di simile a questo apparecchio si può 
immaginare nella filosofia. Vincere deve sempre il fantoccio chiamato 
“materialismo storico”. Esso può farcela senz’altro con chiunque se 
prende al suo servizio la teologia, che oggi, com’è noto, è piccola e
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 82 di 158 
brutta, e che non deve farsi scorgere da nessuno. 
Walter Benjamin, I Tesi di filosofia della storia 
In quella che è stata definita l’epoca della fine delle metanarrative, è 
inevitabile il senso di alienazione che attraversa coloro che dovrebbero 
officiare la narrativa magistra vitae per eccellenza e questo spaesamento 
risulta essere ancora più profondo quando la storia si imbatte in 
problematiche la cui tradizione e costruzione teoretica nasce “altra” 
rispetto a quella della scienze di Clio. 
In altre parole: l’impiego di una prospettiva “culturalistica” in storiografia 
può prendere due direzioni. La prima è quella semplicemente di un 
incremento ed affinazione della strumentazione atta a produrre nuove 
versioni delle vecchie narrazioni, e questo è sicuramente tanto più 
necessario ora che le vecchie concezioni economicistiche e/o sociologiche 
(poco importa se di matrice liberale o marxista) hanno imboccato un 
(apparentemente) irreversibile viale del tramonto. La seconda, invece, è 
quella che cerca di farsi direttamente ed esplicitamente carico anche del 
problema della fine della metanarrative (in primis, quindi, di quelle di un 
marxismo meccanicamente e deterministicamente inteso e di un 
liberalismo che nei due decenni che sono seguiti alla caduta del muro di 
Berlino si è dimostrato ancora più illusorio nelle sue promesse di felicità 
del socialismo reale), per narrare e costruire nuovi e più profondi 
racconti che nel contrasto della postmodernistica afasia combinino 
dialetticamente, generando una rinnovata spinta creativa ed affabulatoria, 
la più che bimillenaria tradizione della filosofia politica occidentale (di 
cui ora il repubblicanesimo costituisce potenzialmente il nucleo più 
promettente di fecondi sviluppi) alla tradizione della Scuola di
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 83 di 158 
Francoforte della Teoria critica di analisi delle contraddizioni della 
società.80 
Fascismo, avanguardie, novecentismo, modernismo, tradizione possono 
costituire la traccia per nuovi discorsi non solo ristretti alla comunità dei 
produttori professionali di storia e di quella (anch’essa molto ridotta) dei 
loro lettori? E, se vogliamo porre un problema che certamente non 
afferisce alla prima maniera di scrivere storia (non importa se rivolta a 
nuovi soggetti come nel caso del culturalismo o focalizzata su protagonisti 
più tradizionali) ma che certamente ha molto a che fare con la seconda e 
col tentativo del conferimento di senso oltre il discorso storico 
strettamente inteso, cosa può dirci a noi afflitti dal postmodernismo un 
80 Pur individuando come Leo Strauss nella tradizione uno dei punti focali attorno al 
quale svolgere il racconto filosofico-politico ( impossibile concepire la dialectica in 
assenza di traditio ), siamo sideralmente distanti dal suo concetto archeologico e 
statico della stessa. Il problema in Leo Strauss non è tanto - o non solo - la torsione 
tradizionalista e conservatrice dello svolgimento del tema della tradizione ( e infatti 
non a caso Leo Strauss viene considerato un landmark dal neoconservatorismo 
statunitense ) , ma il fatto che in questo autore, per tanti versi molto significativo 
perché seppe intendere, anche oltre l’ambito strettamente filosofico-politico, 
l’insensatezza ed il carattere alienante del mito del progresso ( in un discorso che 
presenta più di una sotterranea simpatia con la Dialettica dell’illuminismo di 
Horkheimer e Adorno e della Scuola di Francoforte ) il pensiero dialettico ( o, più 
semplicisticamente, il non ragionare per comparti stagni ) fosse del tutto atrofizzato, 
risultandone alla fine una sorta di contromito dove dimoravano in una sintesi 
azzardata solo i massimi esponenti del pensiero del mondo classico illuminati dalle 
fioche luci di pensatori religioso-filosofici islamici ed ebraici animati da una 
supposta “ermeneutica della reticenza”, una “ermeneutica della reticenza” in cui le 
sconclusionate considerazioni che partendo da questa il Nostro traeva su Machiavelli 
( rendendo di pubblico dominio gli arcana imperii del potere politico, il segretario 
fiorentino - e, al suo seguito tutto il pensiero politico moderno - si sarebbe 
volontariamente e malvagiamente reso responsabile di un tragico tracollo etico delle 
società moderne sia sul piano dei comportamenti privati che di quelli pubblici, quasi 
che la rimozione del problema sia la soluzione, quasi che una nevrosi traslata sul 
piano culturale e politico-sociale sia un contributo alla tradizione, mentre più 
propriamente dovrebbe essere chiamata alienazione , una alienazione che nell’attuale 
sistema capitalistico non opera proprio a favore del recupero dei valori della 
tradizione) , altro non rivelano tutta la profonda - ed antidialettica nevrosi - che 
sempre animò il pensiero di Leo Strauss. Oltre che per il suo indiscutibile valore di 
messa in discussione del mito del progresso, anche - se non soprattutto - per questo 
lato nevrotico ed alienante, il pensiero di Leo Strauss si presenta paradigmatico 
dell’attuale stato del pensiero storico e filosofico e, attraverso il suo rovesciamento, 
indica la via per uscire dall’attuale afasia antidialettica e postmoderna.
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 84 di 158 
momento fondativo - seppur degenerativo - della nostra storia, il fascismo, 
dove la generazione di un comune sentire, totalitaristicamente inteso, fu 
il compito cui si votò e alla fine si immolò il regime?81 Un racconto che 
qualora venisse detto ed attentamente ascoltato si presenterà con più 
significati, perché se dal punto di vista delle pulsioni totalitarie le 
avanguardie artistiche europee non furono certamente seconde rispetto ai 
movimenti politici totalitari del Novecento,82 in Italia col futurismo siamo 
in presenza di un’avanguardia il cui esplicito proposito è il suo diretto 
81 Il grande ed incontestabile merito dell’approccio culturalistico è stato quello di 
avere fatto emergere soggetti (la cultura giovanile, le donne, le culture non 
occidentali) che in precedenza, anche in ragione di un marxismo di fatto unicamente 
rivolto alla critica delle contraddizioni delle società industriali nell’ambito dello 
scontro di classe dei due suoi principali protagonisti ( il proletariato e la borghesia ), 
erano stati accuratamente estromessi dal circolo delle narrative storiche. Ora però si 
tratta di andare oltre questa frammentaria rivalutazione del “mondo dei vinti” perché 
la sola logica di “un posto al sole” che dovrebbe essere concesso anche a coloro che 
uscirono sconfitti dalla storia e dalla narrazione storiografica è assolutamente 
impotente a porre un argine alla totale perdita di senso - ed anzi per certi versi 
contribuisce ad aumentarla - che contraddistingue la condizione postmoderna. Questo 
primo studio ( e quelli che seguiranno ), oltre a voler rendere una resoconto 
scientifico sull’estetizzazione della politica operata dal fascismo italiano, vuole 
anche iniziare la riscrittura di un dramma dove la “moralità” non sarà solo nel 
provvisorio fortunato epilogo (la sconfitta del fascismo) ma, soprattutto, nello 
svolgersi della dialettica dello scontro fra le pulsioni vitalistiche e libertarie 
dell’opera d’arte totale così come fu intesa dalle avanguardie e l’interpretazione 
totalitaria che di questa fu data dalle dittature del Novecento. Una sorta quindi di 
“nascita della tragedia” della nostra epoca contemporanea che utilizzando personaggi 
che furono sconfitti - in questo caso le avanguardie del novecento strumentalizzate e 
conculcate dal totalitarismo politico ma anche l’analisi marxista la cui odierna 
disgrazia presso le odierne intellighenzie fa da sfondo all’impotenza politica ed 
intellettiva delle stesse -, intende non tanto - o non solo - rivendicare per costoro 
una sorta di onore delle armi ma costruire una inedita e significativa narrativa e 
alleanza fra questi, ponendo così le basi per un nuovo repubblicanesimo che nel 
combattere l’agghiacciante e mortifera afasia postmoderna e postdemocratica sappia 
recuperare vecchi racconti da cui apparentemente non sembrava esservi più nulla da 
introiettare e/o progettare rimettendoli al centro di una rinnovato ciclo di saghe e di 
storie. 
82 Sull’ analogia/rapporto delle avanguardie artistiche del Novecento e le pulsioni 
modernizzanti del fascismo cfr. A. Hewitt, Fascist Modernism, Aesthetics, Politics, 
and the Avant-Garde, Stanford (Calif.), Stanford University Press, 1993 e la sua
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 85 di 158 
inveramento nel “momento” politico, all’insegna di una concezione in cui 
il macchinismo, il nazionalismo e il bellicismo (marciare non marcire!) 
non erano che gli strumenti per una concezione totalizzante dell’esistenza 
dove non vi fossero più diaframmi fra vita ed arte, una mancanza di 
distinzione che fu anche il tratto caratterizzante delle altre avanguardie 
europee ma che nel futurismo italiano raggiunse i suoi esiti più parossistici 
e politicamente perniciosi (ed anche gravidi di insegnamenti fino ad oggi 
quasi occultati e/o non sufficientemente rischiarati per l’attuale fase 
postdemocratica, in cui è molto ardito ipotizzare che la terminale crisi di 
legittimità della rappresentanza politica possa essere superata dai pur 
generosi apporti e suggerimenti di un neorepubblicanesimo prigioniero di 
una visione puramente archeologica delle sue origini e che ciecamente 
disperda le sue immense potenzialità rifiutando di volgersi 
inclusivamente e creativamente verso i fondamenti critici della tradizione 
filosofica e filosofico-politica occidentali ). 
Con questa nuova versione, i futuristi ( interventisti ante litteram ancor 
prima di Mussolini), Marinetti ( fondatore di un partito politico futurista, 
che, anche se con un programma non certo di tipo reazionario - come , del 
resto , non era esplicitamente reazionario, almeno a livello programmatico, 
il fascismo sansepolcrista - vedrà il suo leader protagonista nell’assalto 
assieme ai fascisti della sede dell’ “Avanti” ), Marinetti (volontario nella 
guerra d’Africa - e addirittura quasi settantenne sempre volontario con la 
spedizione dell’ARMIR in Russia!) e, infine, il Marinetti repubblichino 
impenitente ( il suo ultimo lavoro, il Quarto d’ora di poesia della X Mas 
( musica di sentimenti ) fu scritto poche ore prima della morte avvenuta a 
Bellagio ( Como ) il 2 dicembre 1944 ), sfuggono allora da un piatto ed 
univoco giudizio di correità nell’edificazione del ventennio totalitario 
ma con una motivazione della sentenza ben altra rispetto al giudizio di 
sostanziale inefficacia e sordità del fascismo rispetto al momento artistico 
e culturale che non fa altro che ribadire vecchi luoghi comuni 
storiografici.83 
ricchissima bibliografia sull’argomento. 
83 Sull’errore di identificare il fascismo politico con le spinte libertarie futuriste, 
fondamentale C. Salaris, Artecrazia. L’avanguardia futurista negli anni del fascismo, 
Firenze, La Nuova Italia, 1992.
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 86 di 158 
Siamo perciò del parere che la fondazione della megamacchina totalitaria 
del fascismo ( per usare la terminologia impiegata da Golomstock)84 non 
solo meriti un discorso a parte rispetto alle coeve esperienze sovietiche e 
naziste ( e questo non sarebbe certamente un discorso né molto originale 
né molto proficuo al punto in cui attualmente sono giunte le “narrazioni” 
sul ventennio) ma anche che una più precisa individuazione degli snodi 
cruciali dei rapporti fra arte e politica nell’edificazione del totalitarismo 
imperfetto italiano possa essere più utile per l’edificazione di una nuova 
narrativa della libertà. 
84 In I. Golomstock, Arte totalitaria: nell’ URSS di Stalin, nella Germania di Hitler, 
nell’Italia di Mussolini e nella Cina di Mao, Milano, Leonardo Editore, 1990, la 
locuzione “megamacchina totalitaria” viene impiegata diffusamente a significare 
appunto la costruzione di sistemi totalitari e/o l’utilizzo allo scopo di meccanismi 
propagandistici che utilizzarono anche le arti figurative e, in particolare, per quanto 
riguarda l’impiego dell’avanguardia artistica da parte del fascismo, il futurismo. 
Discorso parzialmente diverso, invece, sul versante opposto della rivoluzione 
bolscevica, che all’inizio si servì del futurismo e che poi sotto lo stalinismo lo eradicò 
totalmente e del nazismo per il quale tutta l’arte che non era piattamente figurativa 
era Entartete Kunst, ovvero arte degenerata. Tuttavia ritroviamo per la prima volta 
l’espressione “totalitarian megamachine” in L. Mumford, The Myth of the Machine, 
v.2, The Pentagon of Power, New York, Harcourt Brace Jovanovich, 1970, dove 
Lewis Mumford partendo dalla storia antica dell’India, della Mesopotamia e 
dell’Egitto e interpretandola alla luce dell’antropologia e della storia delle 
innovazioni tecnologiche, contesta la comune opinione che la nostra epoca possa 
definirsi il primo periodo della storia dell’uomo dominato dalla tecnologia in quanto 
le civiltà antiche prime menzionate inventarono la tecnologia della megamacchina 
dell’organizzazione sociale le cui potenzialità totalitarie hanno trovato il loro culmine 
nell’ odierna civiltà tecnologica che allo schiavo sostituisce i dispositivi 
meccanici/elettrici/elettronici ma in cui le possibilità di contestazione della moderna 
“megamacchina totalitaria” sono, come in quelle delle civiltà scomparse, 
praticamente ridotte a zero. Indubbiamente si tratta di una tesi molto ardita ma che ha 
l’indubbio vantaggio di posizionare, al di là di ogni ideologismo di destra o di 
sinistra, il discorso sulla libertà in un campo semantico di rapporto/conflitto con il 
potere così come viene concretamente esercitato e dei mutevoli strumenti che, a 
seconda dei casi, sono da esso impiegati, poco importa se si tratta di un potere 
teocratico, tecnocratico, politico, o ideologico-totalitario come nel caso di cui stiamo 
discutendo.
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 87 di 158 
Al contrario del nazismo e del comunismo sovietico, il fascismo italiano, 
nonostante che ex post una volta salito al potere avesse cercato di 
rimediare a questo vizio di origine, nasce, si sviluppa e porta al potere il 
suo leader Benito Mussolini, in assenza di una sua precisa ideologia, se per 
ideologia si intende una traditio scritta o verbale alla quale potersi riferire 
(non ci riferiamo qui ad un insieme di dottrine coerenti ma semplicemente 
alla mera esistenza delle stesse). Di fatto, dal punto di vista ideologico, 
come ebbe a sottolineare Togliatti, il fascismo è tutto e il contrario di tutto 
e l’unico vero legame tra gli aderenti al movimento che compiranno la 
marcia su Roma era l’odio verso il partito socialista che aveva avversato 
l’intervento dell’ Italia nella prima guerra mondiale e che per di più 
costituiva, ai loro occhi, una costante minaccia di instaurazione in Italia di 
un regime di stampo bolscevico. Nulla di più e nulla di meno. Per un 
Mussolini giunto al potere, era questo quindi un mandato che, fatta salva - 
e non era una novità di poco conto rispetto alla tradizione dello stato 
liberale - la feroce ed extralegale repressione delle espressioni politiche ed 
organizzative del proletariato in primo luogo e poi anche di quelle della 
borghesia, lasciava di fatto molti margini di manovra e, infatti, 
l’instaurazione della dittatura in Italia si configurerà come un 
(relativamente) lento, progressivo - ma ineluttabile - scivolamento verso 
forme sempre più autoritarie di governo, fino al definitivo esito dittatoriale 
del 3 gennaio 1925. 
Una dittatura che però se aveva idee assolutamente chiare sulla volontà di 
porre fine allo stato liberale, nel senso che da allora in poi vi sarebbe stato 
un solo partito politico e le politiche pubbliche sarebbero state di esclusiva 
pertinenza e responsabilità dell’indiscusso leader di questo partito, non le 
aveva però altrettanto chiare in merito ai rapporti di questa nuova forma di 
stato ( non più liberale ma senza una precisa identità ideologica) con quella 
che oggi chiamiamo la società civile. È vero che già in un discorso del 
giugno ’25 Mussolini asseriva “la feroce volontà totalitaria” del nuovo 
regime e che di lì a poco avrebbe pronunciato il famigerato aforisma 
“Tutto nello Stato, niente fuori dallo Stato, niente contro lo Stato” e se 
possiamo considerare queste dichiarazioni come una sorta di preannuncio 
(volontario o involontario non sappiamo ma certo acutamente sentito nel 
profondo del dittatore) di quello che con tutte le forze Mussolini avrebbe 
tentato di istituire negli anni ’30, cioè un vero e proprio stato totalitario 
come ce lo descrive la scienza politica, è indubbio che è improprio definire
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 88 di 158 
i primi anni di dittatura che seguirono il ’25 come un totalitarismo 
compiuto, trattandosi più propriamente di un regime dittatoriale a forte 
impronta personalistica, in altre parole un regime bonapartista o cesarista 
secondo le definizioni politologiche più correnti. 
E che la “feroce volontà totalitaria” fosse in quei primi anni molto in 
“potenza” ma assai poco in “atto” prova ne è il pensiero e l’atteggiamento 
di Mussolini di fronte all’arte. A fronte di una situazione dove le varie 
correnti artistiche e letterarie insistentemente si affannavano a “tirare per la 
giacchetta” il dittatore cercando di farsi consacrare come arte ufficiale del 
nuovo regime ( e a scanso di equivoci bisogna guardarsi bene dal vedere in 
ciò un volere salire sul carro del vincitore perché se i futuristi erano da 
considerare i precursori artistici - ed anche politici - del fascismo, la 
stragrande maggioranza dell’intellettualità artistica, letteraria e filosofica 
guardava al fascismo con grande fiducia pari solo al disprezzo verso il 
defunto stato liberale e si trattava quindi non di prostrarsi di fronte al 
vincitore ma di ottenere i dividendi verso i quali si riteneva di rivendicare 
solidi ed incontestabili diritti), a fronte, dicevamo, di una situazione di 
notevole affollamento artistico nell’anticamera del dittatore, abbiamo un 
Mussolini che a tanto vociferante ed insistente assedio non faceva altro che 
ripetere che ad un’arte di stato non era proprio il caso di pensare perché 
un’arte di stato - a suo dire - era una contraddizione in termini. 
Amore nei “distinti” di crociana memoria, una sorta di consapevolezza che 
una volta imboccata la deriva di un’arte di stato non si sarebbe più potuta 
invertire la costruzione della megamacchina totalitaria? Certamente, in 
linea di principio, non possiamo ignorare questa ipotesi (anche se la 
biografia personale, politica ed intellettuale ci porterebbe ad escludere 
questa teleologia del dittatore, anzi ci induce a formulare ipotesi di segno 
esattamente contrario), ma quello che la situazione obiettiva ci consente di 
constatare è che Mussolini nei primi anni del suo potere non poteva 
assolutamente optare per un arte ed una letteratura di stato perché così 
facendo avrebbe scontentato molti dei suoi supporter artisti che sarebbero 
rimasti esclusi da una scelta così definitiva e totalitaria ( in un certo senso 
questa è la storia vera di tutto il totalitarismo “frenato” del ventennio: 
optando precipitosamente per questa soluzione, inevitabilmente si 
sarebbero dovute compiere delle scelte fra le varie anime del fascismo e 
nei primi anni di consolidamento della dittatura non era proprio il caso).
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 89 di 158 
E quindi? E quindi nel campo delle arti figurative vedremo di fronte al 
trono del dittatore azzuffarsi per ottenere il riconoscimento della più bella 
del reame l’eclettico indirizzo denominato Novecento contro 
l’avanguardistico propagandista della “guerra sola igiene del mondo” - e 
precursore del fascismo - futurismo. 
Del futurismo abbiamo un po’ già detto e c’è semmai da sottolineare che a 
parte le folcloristiche autocertificazioni reiterate per tutto il ventennio per 
(auto)accreditarsi come l’unica arte di stato del fascismo85 ( e in questo 
millantare Marinetti raggiungerà vette di vera e propria mitomania, una 
dimensione onirico-superomistica che però faceva parte del codice 
genetico futurista), durante tutti gli anni del regime il movimento fondato 
da Marinetti dovrà costantemente scontare l’insanabile contraddizione 
della sua concezione individualistica ed anarcoide con un regime che via 
via che approntava la sua megamacchina totalitaria era animato dal 
proposito di far sorgere “l’uomo nuovo”, un uomo nuovo che avrebbe 
negato in ragione della cancellazione dell’individualismo e 
dell’esaltazione dell’uniformità gli slanci vitalistici e nietzschiani del 
futurismo. 
Il Novecento non era invece certamente un’avanguardia artistica ed 
incarnava piuttosto, se proprio vogliamo assegnargli una sua artistica 
ragion d’essere al di là dell’ovvia ed anche antipatica constatazione che 
esso in realtà fu poco più che un cartello o sindacato d’artisti di diversa 
provenienza ed ispirazione associati per ottenere benemerenze e commesse 
nel nuovo clima politico ( verso il quale, valga l’avvertenza fatta sopra, la 
maggioranza dei novecentisti era animata da propositi tutt’altro che ostili: 
un esempio per tutti, il caso del già futurista, ex squadrista e vignettista 
del “Popolo d’Italia” Mario Sironi), la voglia d’ordine che, sia in campo 
politico che artistico, spirava in Italia (e in Europa) dopo la fine della 
prima guerra mondiale. 
Animatrice di questo sodalizio - o sarebbe meglio dire sindacato o gruppo 
di pressione - era Margherita Sarfatti. Certamente, almeno in teoria, le 
armi per prevalere sul futurismo non mancavano al Novecento. A parte il 
85 Cfr. C. Salaris, Artecrazia, cit. Per una storia generale del futurismo, segnaliamo 
E. Crispolti, Storia e critica del futurismo, Bari, Laterza, 1986.
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 90 di 158 
legame intimo fra la Sarfatti e Mussolini ( un rapporto sentimentale che se 
fu certamente utile alla Sarfatti nell’ accreditarsi di fronte ai suoi sodali 
artisti, è tutto da provare che abbia giovato di fronte al duce per favorire il 
movimento, che infatti non riuscì mai a diventare arte di stato; e quanto 
valore desse infatti Mussolini alle ragioni del cuore ben lo si vede dalla 
caduta in disgrazia della Sarfatti stessa in seguito alla campagna razziale 
dell’ultima fase del regime), a favore del Novecento, di fronte ad un 
regime che si configurava nel corso degli anni sempre più conservatore, 
avrebbe dovuto giocare il suo programma artistico di richiamo all’ordine 
che, all’atto pratico, si traduceva in un accentuato figurativismo che 
accomuna le opere della maggioranza dei novecentisti e quindi in una sua 
maggiore leggibilità e potenziale possibilità di impiego a livello 
propagandistico. 
Ma Mussolini non prese mai una decisione e Bottai, seppure in contrasto 
con l’ala dura del partito di ispirazione farinacciana, ripetutamente si 
pronunciò contro l’ipotesi di un’arte di stato perché a suo parere l’arte 
fascista era quella che, appunto, riusciva a raggiungere un autentico 
risultato estetico - anche se per conseguire questo obiettivo doveva 
ripudiare le più scriteriate esagerazioni avanguardistiche a favore di un 
maggior senso delle proporzioni ed equilibrio tipico della tradizione 
artistica italiana, e in queste valutazioni di Bottai è facile leggere una 
preferenza per il Novecento - e non quella che astrattamente e 
retoricamente si proclamava fascista ma alla fine risultava essere solo 
propaganda. 
Mussolini e il suo regime quindi con le mani in mano rispetto al problema 
dell’arte ? Non proprio, anzi in un certo senso esattamente il contrario. Se 
il tentativo di realizzare una compiuta megamacchina totalitaria era ancora 
di là dal venire, il problema del consolidamento della dittatura cesaristica 
era un compito che non poteva certo aspettare utopici nuovi assetti 
integralmente totalitari e che doveva essere affrontato nell’immediato. E il 
risultato di questo stato delle cose fu che a condizione dell’accettazione 
del nuovo regime illiberale, l’artista poteva godere della più ampia libertà 
creativa sul piano formale e, rispetto alla condizione socioeconomica 
spesso misera che lo contraddistingueva nel precedente periodo liberale, 
esso veniva spesso aiutato e gratificato, nel clima venutosi a creare nel 
nuovo regime mussoliniano di attenzione - anche se tutt’altro che
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 91 di 158 
disinteressata - per l’arte, da numerose commesse provenienti sia dai 
privati ( fra i quali possiamo enumerare molti gerarchi fino a Mussolini 
stesso, il quale privatamente per l’arte era solito spendere grosse somme ) 
che dal partito o, ancor più direttamente, dallo stato, che nell’arte, come 
del resto in tutti gli altri settori della vita sindacale e professionale, stava 
assumendo la forma corporativa. 
Certamente, sarebbe esagerato sostenere che l’inquadramento degli artisti 
in una corporazione professionale non abbia arrecato danni alla ricerca 
espressiva ( è verosimile cioè ipotizzare che un artista inquadrato nella sua 
corporazione professionale e in attesa di succulente commesse da parte di 
gerarchi fascisti o dello stato privilegiasse produzioni figurative od 
addirittura propagandistiche su ricerche formali più astratte avanguardiste 
e futuriste); quello che però deve essere sottolineato - e che l’evidenza 
storica sta a dimostrare - è che da numerosi artisti i primi anni del regime 
mussoliniano furono ricordati come un periodo di libertà (come abbiamo 
già detto per la maggior parte di costoro non si trattava di nascondere la 
propria avversione verso il fascismo ma si trattava semmai di avere 
diritto ai dividendi dello stesso e comunque i condizionamenti politici del 
regime risultavano ai loro occhi del tutto irrilevanti in confronto alle 
precedenti costrizioni socioeconomiche che avevano caratterizzato 
l’esistenza dell’artista nel vecchio stato liberale) e di una (relativa) 
prosperità economica.86 
Se un condizionamento più o meno subliminale in senso figurativo 
operato dal regime è un’ipotesi che può essere sostanziata oltre che dal 
“significato” politico-culturale della dittatura mussoliniana anche dalle 
opinioni di Mussolini stesso , il quale, via via che ci si inoltra nel sua 
dittatura e ci si appresta a costituire un vero e proprio regime totalitario 
ispirandosi ad un malinteso senso di romanità imperiale, pronuncerà 
battute velenose e sprezzanti anche riguardo al figurativismo dei 
novecentisti ( ad esempio a Mussolini risultava del tutto ributtante il 
figurativismo arcaicizzante e mitologico di Sironi87 in quanto restituiva una 
86 M. S. Stone, The State as Patron: Making Official Culture in Fascist Italy, in M. 
Affron, M. Antliff (eds), Fascist Visions. Art and Ideology in France and Italy, 
Princeton (N.J.), Princeton University Press, 1997, p. 216. 
87 Su Mario Sironi rivalutato, al di là degli schematismi di certo antifascismo di 
maniera, come il maggiore pittore del ventennio fascista che, proprio in virtù della
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 92 di 158 
figura umana deformata, del tutto antitetica rispetto al canone di 
perfezione fisica espresso, per esempio, nella statuaria del Foro Italico), 
non è un’ipotesi ma una incontestabile evidenza che sotto l’ombra del 
fascio le espressioni artistiche che volgevano le spalle alla tradizione 
ebbero modo di esprimersi non diciamo liberamente ( avverbio 
semanticamente molto pesante e che va sempre giustificato anche quando 
trattiamo di regimi liberaldemocratici) ma intessendo col regime un 
intenso rapporto dialettico. 
Per una dittatura come quella mussoliniana in cui il principale se non 
unico investimento era sul piano simbolico e non delle effettive 
realizzazioni materiali (e quando queste venivano poste in essere si veda, 
per esempio, quota 90, la battaglia del grano, la bonifica delle paludi 
pontine, il momento simbolico, al di là delle ricadute pratiche, spesso 
negative, era sempre preponderante), la celebrazione del primo decennale 
del regime presentava le potenzialità per assurgere ad uno dei momenti 
topici nella sua edificazione mitopoietica. Un’occasione di “costruzione 
del mito” che orientò decisamente Mussolini - consapevole del rapporto 
dialettico fra correnti artistiche modernistiche e fascismo ed altresì anche 
consapevole che, anche a costo di rischiare esiti propagandistici più incerti 
e meno controllabili, se si volevano colpire i cuori e le menti dei fruitori 
dell’evento era necessario ricorrere a soluzioni estetico-espositive 
decisamente innovative e in linea con le pretese rivoluzionarie del 
fascismo - verso l’impiego massiccio di architetti ed artisti modernisti. 
“La mostra - ebbe a dire Mussolini - [ deve essere] estremamente 
moderna… e audace, senza la melanconica raccolta di passati stili 
decorativi”.88 E così in effetti fu. La mostra del decennale della rivoluzione 
fascista del 1932 impiegò per la sua realizzazione architetti, pittori e 
scultori in assoluta prevalenza di ispirazione modernista, a tal punto che 
sua convinta, disinteressata ( ed ingenua ) adesione al regime, subì, dopo la seconda 
guerra mondiale, un assurdo ed immeritato ostracismo ( e questo a fronte dello scarso 
apprezzamento che a più riprese gli manifestò Mussolini e dei conseguenti 
intermittenti appoggi ottenuti dal regime), cfr. E. Braun, Mario Sironi’s Urban 
Landscapes: The Fusturist/Fascist Nexus, in M. Affron, M. Antliff (eds), Fascist 
Visions, cit., pp. 101-133. 
88 M. S. Stone, The Patron State. Culture & Politics in Fascist Italy, Princeton (N.J.), 
Princeton University Press, 1998, p.141.
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 93 di 158 
l’organo ufficiale del PNF, con evidente orgoglio, li descrisse come “una 
schiera di artisti dell’avanguardia”.89 La svolta dell’intransigente ed 
esclusivista accettazione della tronfia romanità archeologica era ormai alle 
porte ma per l’ultima ( e forse anche per la prima) volta il regime volle 
presentarsi, anziché come una ridicola riedizione di passate e millenarie 
glorie, come una soluzione di continuità rispetto al passato. 
Un’esperienza politica ed estetica come quella del fascismo non poteva 
pretendere nulla di meno che un’ autocelebrazione che impiegasse 
procedimenti espressivi di stampo avanguardistico. Già all’entrata della 
mostra della rivoluzione fascista si volle che il visitatore subisse uno 
shock emotivo. Gli architetti razionalisti Adalberto Libera e Mario De 
Renzi avevano completamente nascosto la vecchia facciata del Palazzo 
delle Esposizioni, nel quale si teneva la mostra, e vi avevano sovrapposto 
una parete metallica davanti alla quale si protendevano quattro giganteschi 
fasci sempre metallici dell’altezza di 25 metri. Alle due estremità di 
questo imponente colonnato littorio si ergevano due gigantesche X, ancora 
rivestite di metallo, dell’altezza di sei metri. Ma se l’entrata doveva 
costituire un impegnativo biglietto da visita, il coinvolgimento estetico-emotivo 
generato dalle modalità espositive delle varie sale era 
assolutamente all’altezza di un così espressivo incipit. 
La sala del 1922 intendeva simboleggiare la lotta fra il caos e il principio 
ordinatore e l’arco di tempo rappresentato era dall’inizio del 1922 fino alla 
marcia su Roma. L’architetto razionalista Giuseppe Terragni aveva tenuto 
ben presente la lezione del futurismo, movimento al quale egli per altro 
non aderiva ma da cui nella realizzazione di questa sala trasse evidente 
ispirazione per l’intimo dinamismo delle soluzioni, con il risultato 
di un felice compromesso nella dialettica 
modernismo/astrattismo/figurativismo.90 Dal punto di vista di un fervente 
89 Ibidem. 
90 Su Giuseppe Terragni e la sua rivoluzionaria e tragica lezione modernista, 
costantemente sospesa fra razionalismo architettonico ( creativamente interpretato al 
di là delle eccessive rigidità architettoniche razionaliste ) e gli stilemi fascisti 
classico-romani imposti dal regime fascista , cfr. T.L. Schumacher, The Danteum: 
Architecture, Poetics, and Politics under Italian Fascism, New York, Princeton 
Architectural Press, 1993.
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 94 di 158 
fascista, l’entrata nella sala costituiva indubbiamente un altro shock, ma 
questo di segno contrario, negativo (almeno inizialmente), rispetto 
all’ingresso della mostra. Infatti, appese al soffitto, erano state poste 
autentiche bandiere dei partiti sovversivi ma il momento della speranza e 
della rinascita era immediatamente suggerito dal fatto che tali simboli 
erano stati fissati tramite pugnali a significare la definitiva vittoria fascista 
che sarebbe seguita nell’ottobre. E il messaggio finale della sala del 1922 
era veramente quello della riscossa contro le forze sovversive. Una 
riscossa rappresentata, oltre che dai pugnali che trafiggevano le insegne 
nemiche, dalla parete diagonale che tagliava la sala che narrava le 
spedizioni punitive tramite l’esposizione di ritagli di giornali e riviste ed 
anche di cimeli relativi a quel “glorioso” momento della storia nazionale e 
del fascismo. 
Ma il culmine espressivo della sala del 1922 era la parete denominata 
Adunate. Nella parte inferiore della parete erano rappresentate tre eliche 
d’aereo la cui immagine era composta dalle foto delle adunate di massa. Il 
resto della parete era infine ricoperto da una marea di mani in rilievo 
aperte nel saluto romano, a suggerire che il fascismo (saluto romano) 
promanava direttamente dal dinamismo delle masse, le eliche d’aereo 
composte con le foto delle adunate (la realtà ed anche il giudizio che 
Mussolini aveva delle masse, lo sappiamo, erano diametralmente opposti 
ma qui, non a caso, siamo di fronte ad un tipico esempio di arte totalitaria, 
cioè ad una rappresentazione specularmente rovesciata e simmetricamente 
antitetica di quella che è la realtà). 
Le critiche da parte fascista spesso entusiastiche su questa sala non 
riuscivano però a celare un elementare quanto imbarazzante dato di fatto. 
Le influenze dell’avanguardia europea e, in particolare, che la tecnica del 
fotomontaggio, che era uno dei punti di forza dell’allestimento, era di 
diretta ispirazione dei futuristi costruttivisti sovietici Melnikov e El 
Lissitzky e del dadaismo tedesco (dadaismo non certo in odore di 
fascismo, anche se di un’ intima analogia fra avanguardia, tesa alla 
fusione totale tra vita e atto artistico, e fascismo totalitario, finalizzato 
all’eliminazione di ogni diaframma fra vita individuale e vita collettiva 
per edificare la megamacchina totalitaria, abbiamo già detto). Inoltre, la 
marea di mani aperte nel saluto romano altro non era che una diretta 
citazione del manifesto elettorale Lavoratori, tutti devono votare nelle
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elezioni dei Soviet del costruttivista Gustav Klutsis per le elezioni 
sovietiche del 1927. 
Mentre il contributo di Terragni alla mostra fu tutto inteso nella 
costruzione di un’estetica che rappresentasse il dinamismo del fascismo e 
delle masse ricorrendo ad un simbolismo che traeva dalla modernità 
artistica i suoi spunti, nelle sale affidate a Sironi, l’espressione di questo 
dinamismo fu affidato ad una rilettura in chiave futurista ed avanguardista 
di vecchie e consolidate simbologie. Nella sala della marcia su Roma 
affidata a Sironi si poteva ammirare un bassorilievo di un’aquila in volo 
stilizzata affiancato dal tricolore. L’accostamento della bandiera col 
bassorilievo generava il profilo del fascio, antico/nuovo simbolo politico 
la cui tradizione promanava direttamente da Roma antica (l’aquila) ma la 
cui modernità politica, si intendeva affermare, era una diretta emanazione 
dei più consolidati valori patriottici, la bandiera nazionale. 
Il culmine della maestria sironiana fu però raggiunto nella Galleria dei 
Fasci, un allestimento dove l’artista fascista della prima ora riuscì 
effettivamente a creare un ambiente totalmente coinvolgente. Siamo qui in 
presenza di un lungo corridoio scandito da due energiche e massicce file di 
fasci. Questo doppio colonnato, che intendeva richiamarsi alla romanità e 
che aveva assunto come motivo ispiratore il principale simbolo del 
fascismo, conduceva ad un classicheggiante bassorilievo di un cavallo e 
del suo cavaliere col braccio destro proteso in avanti. La direzione indicata 
imperiosamente dal cavaliere era quella che il fascismo aveva impresso 
all’Italia ed era anche il percorso verso il momento culminante di tutta 
l’esposizione: l’entrata nella Cappella dei Martiri. 
La realizzazione della Cappella dei Martiri fu affidata agli architetti 
Adalberto Libera ed Antonio Valente. Indubbiamente affidare il climax del 
percorso liturgico della mostra ai due architetti razionalisti fu una scelta 
rischiosa ma che si dimostrò vincente. Invece di una tradizionale e 
cimiteriale commemorazione il cui unico risultato non sarebbe stato altro 
che confermare un inseparabile iato fra i vivi e i morti, Libera e Valente 
concepirono un ambiente ispirato a criteri minimalisti di assoluta 
economia e concentrazione simbolica. La Cappella dei Martiri ( i caduti, 
cioè, per la causa fascista) era costituita da una sala circolare la cui parete 
era ricoperta dalla parola “presente” riscritta senza soluzione di continuità,
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che veniva riecheggiata non solo visivamente ma anche con un apparato 
sonoro con voci che senza posa la ripetevano continuamente. Infine, il 
completamento della frase e soluzione del dramma della Cappella dei 
Martiri era affidata ad una croce posta al centro della sala sulla quale 
campeggiava la dicitura “Per la patria immortale”. Una crepuscolare 
illuminazione a luce rossa avvolgeva l’intero ambiente. 
Nella Cappella siamo di fronte alla soluzione finale del dramma 
rappresentato dalla mostra e dal fascismo. Nelle sue varie sale (ne abbiamo 
descritte solo alcune), il visitatore era stato posto di fronte a simbologie 
negative cui trionfalmente si contrapponevano i segni del fascismo 
vincitore ( dalla simbologia fascista a vere e proprie “reliquie” squadriste: 
vennero esposte camicie nere, gagliardetti, armi impiegate dalle 
squadracce, etc.) ma di fronte al sangue che era stato necessario versare 
per redimere l’Italia (la luce rossa) siamo di fronte al più profondo 
disvelamento: il fascismo era basato su un culto di sacrificio e di morte e 
in cui l’angoscia che questa inevitabilmente suscita doveva annullarsi con 
il sorgere hic et nunc (presente) di una superindividualità collettiva 
( le voci che ininterrottamente ripetevano presente) che avrebbe trasceso la 
vita e la morte. In fondo la megamacchina totalitaria che in quegli anni 
cominciava ad aumentare i suoi giri, prendeva coscienza di sé e si 
annunciava con un messaggio che aveva più di un’analogia con quello 
impiegato dalle avanguardie (e non a caso la realizzazione della Cappella 
dei Martiri fu affidata a chi era ben a conoscenza dei procedimenti 
linguistici che potevano veicolare il progetto di un superamento 
dell’individualità). Solo che nel caso delle avanguardie si trattava di 
superare il confine fra arte e vita per la creazione della Gesamtkunstwerk, 
l’opera d’arte totale, mentre nel caso del fascismo si volle creare la 
megamacchina totalitaria, opera non dell’artista ma del Leviatano che 
inverava in una politica totale ed in uno stato totalitario questo supremo 
obiettivo dell’arte delle avanguardie e dove sì sarebbe avvenuto un 
superamento radicale ed assoluto del vecchio modo di intendere la vita e 
l’individualità ma in cui questo superamento si sarebbe mostrato 
non attraverso la trasfigurazione artistica della Gesamtkunstwerk ma con 
la nascita di in una ipostatizzata olistica comunità di tutti coloro (viventi 
e non ) che avevano combattuto e si riconoscevano nell’idea fascista.
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Se la dialettica avanguardia/fascismo trovò nella Mostra della rivoluzione 
fascista il suo momento più alto, il premio Cremona voluto e realizzato dal 
gerarca Farinacci non si può nemmeno dire che rappresenti il momento 
più basso, configurandosi semmai come la più assoluta negazione di 
questa dialettica. Il premio Cremona, la cui prima edizione è del ’39, 
infatti, non fu altro sul piano artistico che l’equivalente della campagna 
razziale intrapresa nel ’38: l’omologazione, cioè, ai dettami provenienti 
dalla Germania nazista. E come nella Germania nazista si era messa 
all’indice l’ Entartete Kunst, “l’arte degenerata” (tutte le avanguardie, che 
proprio in ragione della loro idiosincrasia verso un piatto figurativismo 
non potevano assolutamente essere impiegate per un arte propagandistica 
nazionalsocialista di facile presa sul popolo), così anche Farinacci 
intendeva dare una sterzata in senso nazista e proporre modelli estetici del 
tutto assimilabili a quelli allora imposti in Germania. E se la creazione di 
liste di proscrizione artistiche sul modello nazista era impossibile nella 
realtà italiana ( cosa fare dei futuristi e di Marinetti, ferventi per quanto 
scomodi sostenitori del regime?, cosa fare dei novecentisti, che per quanto 
sostenitori di un’estetica di mediazione fra una cosiddetta tradizione 
italiana e gli impulsi modernisti non erano comunque mai scaduti in un 
arte piattamente propagandista?, e cosa fare degli architetti razionalisti la 
cui organicità al regime andava ben al di là della mostra sulla rivoluzione 
fascista ma si era dispiegata con momenti più o meno alti lungo tutto il 
secondo decennio della dittatura mussoliniana fino a giungere - col finale e 
doloroso compromesso piacentiniano - alla sottomissione alle ragioni di un 
pseudoclassicismo in chiave imperiale nella progettazione e parziale 
realizzazione dell’ E 42 di Roma?), certamente era possibile imitare 
pedissequamente i più vieti modelli estetici che dalla Germania ora 
calavano. 
Nella prima edizione del 1939, i partecipanti del premio Cremona si 
produssero prevalentemente sul tema, indicato dalla commissione, 
“L’ascolto alla radio di un discorso del Duce”. L’esame dei 123 dipinti 
prodotti per la mostra rivela uno stile piattamente figurativo con 
(involontari) tratti naïf . Le donne che ascoltano la radio tengono sovente 
un bimbo in braccio, gli uomini o sono in camicia nera o si tratta di 
lavoratori agricoli che ascoltano con un’espressione fra l’assorto e 
l’estatico ( ma verrebbe anche da dire il perplesso, ma forse qui si tratta di 
un nostro malevolo pregiudizio ideologico), le storiche parole del duce. Di
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solito in questi dipinti vediamo le figure umane allineate in maniera 
elementare, il tutto trasmettendo un’impressione di gelida, congelata, 
rattrappita - ed involontaria - surreale staticità. Per gli scenari che fanno 
da sfondo a queste disanimate ed esanimi auscultazioni, vengono di solito 
privilegiati metafisici ed immoti paesi di collina, che vagamente 
richiamano insediamenti di un indeterminato centro Italia. 
Ma il culmine dell’omologazione all’estetica nazista la abbiamo con 
l’edizione del ’41 dove i dipinti furono gremiti da immagini maschili 
palesemente ispirate alla mitologia razziale ariana, anche se talvolta con 
risultati a nostro giudizio non proprio all’altezza del modello originale. 
Vedi, per esempio, il quadro vincitore nella sezione “Gioventù italiana del 
Littorio”, dove vengono raffigurati un gruppo di giovani di ambo i sessi in 
attesa di compiere esercizi ginnici. Sulle figure femminili nulla di 
particolare da rilevare mentre sulle figure maschili, a torso nudo e che 
dovrebbero trasmettere il senso di una virile muscolarità, si intravvedono, 
piuttosto, i segni di una sofferta magrezza.91 Una insinuazione maligna: le 
restrizioni alimentari del periodo non potevano non imporre un 
adattamento rispetto al modello ideale nazista compatibile solo con un 
apporto calorico pro capite superiore. E questo con tanti saluti alla 
mitologia dei miglioramenti razziali indotti dalla guerra, cui Mussolini 
stesso cadde in (auto)inganno e alla retorica della sobrietà (tratto stilistico-retorico 
fondamentale del regime e che avrebbe dovuto marcare la nuova 
Italia fascista, contrapposto alla “degenerazione” alimentare e non dei 
popoli opulenti) e che tanto spazio ebbero nel misero ultimo atto del 
ventennale regime.92 
Sarebbe tuttavia un falso storico affermare che col premio Cremona il 
regime fascista disvelò la sua realtà estetica. In effetti, la megamacchina 
totalitaria fascista aveva raggiunto il culmine della sua potenza, ma 
91 Il dipinto che rappresenta questa disgraziata e affamata “Gioventù italiana del 
Littorio” è riprodotto a pagina 186 di M. S. Stone, The Patron State, cit. 
92 Sulla stridente contraddizione fra la roboante retorica fascista espressiva di una 
visione onirico-estetica dell’operato del regime e la triste realtà delle condizioni 
socioeconomiche dell’Italia del ventennio, cfr. S. Falasca-Zamponi, Fascist 
Spectacle. The Aesthetics of Power in Mussolini’s Italy, Berkeley, University of 
California Press, 1997.
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sarebbe meglio dire della sua hubris, con le leggi razziali, implicitamente 
rinnegando - proprio con la sua volontà di automutilarsi e di dannare una 
quota della comunità nazionale - le sue pretese di totalità. Per quanto 
riguarda il nostro discorso, il premio Cremona non risulta essere altro che 
il certificato di morte del contraddittorio rapporto fra arte e potere 
sviluppatosi nel ventennio. Era quindi inevitabile questo esito materiatosi 
nel premio Cremona? 
Probabilmente si tratta di una domanda mal posta. Come sappiamo i 
regimi totalitari comportano, assieme ad un estrema rapidità nella 
decisione, anche una sua estrema imprevedibilità, imprevedibilità che 
costituisce uno degli strumenti principali per ottenere il dominio senza 
limiti, a legibus solutus, sulla popolazione, il cui intimo consenso può 
variare nel tempo ma la cui soggezione è comunque garantita 
dall’imprevedibilità delle decisioni politiche che genera una totale 
sottomissione davanti ad un potere incontrollabile ed incontrastabile 
percepito di natura più divina che umana. In questo senso, l’unica certezza 
che si può avere in un regime totalitario è la totale incertezza del domani, 
il quale è così nelle mani del numinoso demiurgo di turno al vertice della 
catena di comando. 
Per quanto riguarda nello specifico il ventennio, il fascismo italiano nella 
fase del suo maggior consenso - al contrario del nazismo tedesco, che fu 
apertis verbis un regime che fin dall’inizio decise di eleggere le 
avanguardie fra i suoi più importanti nemici -93 pensò che alla costruzione 
93 In realtà, nei primi tempi della presa del potere da parte del nazionalsocialismo, non 
tutti i gerarchi nazisti condividevano l’opinione di Hitler che l’arte che non era 
piattamente figurativa fosse arte degenerata. Nel 1933 il ministro dell’informazione e 
della propaganda popolare Joseph Goebbels cercò di assicurare la sopravvivenza 
almeno all’espressionismo tedesco che avrebbe dovuto apportare “sangue nuovo” alla 
“rivoluzione spirituale nazista” ( I. Golomstock, Arte totalitaria, cit., p. 97). Tuttavia 
il tentativo di Goebbels e della rivista Kunst der Nation (che era stata fondata nel 
1933 col patrocinio di Goebbels dagli artisti del gruppo Der Norden con lo scopo di 
dimostrare che l’espressionismo poteva vantare i suoi quarti di nobiltà ariani) fu un 
totale fallimento: nel 1935 Kunst der Nation venne soppressa e sostituita dalla rivista 
Kunst der Dritten Reich, il cui scopo era fare da megafono in campo artistico alle 
idee razziste di Rosenberg e del famigerato Völkischer Beobacther; infine, a 
conclusione del processo di estirpazione dalla Germania nazista di ogni forma di arte 
moderna e d’avanguardia, nel 1937 fu allestita la mostra dell’ Entartete Kunst, mostra 
dell’arte degenerata, volta a dimostrare che l’arte moderna qualora non rispettasse i
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della sua megamacchina totalitaria fosse funzionale una mediazione fra le 
istanze tradizionalistico-reazionarie con quelle espressioni del mondo 
culturale ed artistico che si rifacevano alla modernità ( vedi l’esempio 
della mostra del decennale della rivoluzione fascista ma anche l’abile 
strategia portata avanti da Bottai, tutta tesa all’ inclusione di strati sempre 
più vasti dell’intellettualità italiana). Ma a nostro parere il fatto decisivo è 
che il fascismo italiano, proprio per la sua pulsione di farsi esso stesso 
momento estetico totale con caratteristiche di assoluta autoreferenzialità, 
non poteva che, in ultima istanza, considerarsi come una sorta di prodotto 
più perfezionato rispetto alla avanguardie futuriste e moderniste, verso le 
quali poteva redigere provvisori trattati di alleanza ma il cui proposito 
finale non poteva essere altro se non orchestrare la loro definitiva 
rimozione dalla scena. 
Se questo è il quadro in cui si deve muovere il nostro giudizio sui rapporti 
fra arte e fascismo, allora il premio Cremona non si presenta che come la 
circostanza fortuita, nel quadro di un’alleanza totalmente squilibrata 
dell’Italia fascista con la Germania nazista, per la rottura di un rapporto il 
cui destino era comunque segnato. Che poi questa rottura sia avvenuta in 
campo artistico attraverso la ridicola importazione degli stilemi estetici 
nazisti e, per quanto riguarda il consenso del popolo italiano verso il 
regime, attraverso la bestiale politica razziale e l’avventuristico precipitarsi 
nel secondo conflitto mondiale, rappresenta in un certo senso una sorta di 
“astuzia della storia” che si incaricò coram populo di rivestire di ridicolo 
ed orrore quello che già di per sé si configurava come la catastrofe ultima 
della civiltà giudaico-cristiana, e cioè la costruzione dell’uomo nuovo, che 
in verità sarebbe stata proprio una novità, ma di segno totalmente 
canoni di un piatto figurativismo se non era il frutto di un vile imbroglio commerciale 
era il risultato, appunto, o dell’operato di razze inferiori o di degenerazione mentale. 
Per ironia della storia accadde così che anche le opere del nazionalsocialista - e per 
sua sfortuna espressionista - Emil Nolde furono esposte accanto a quelle 
dell’antifascista Otto Dix. Sulla distruzione delle avanguardie artistiche nella 
Germania nazista in un procedimento di “creazione del nemico” del tutto analogo a 
quello che in scala maggiore fu compiuta sugli ebrei, fondamentali Stephanie Barron, 
ed., Degenerate Art: The Fate of the Avant-Garde in Nazi Germany (Cat. Exh., Los 
Angeles), Los Angeles, Los Angeles Country Museum of Art, 1991 e Frank 
Whitford, “The Triumph of the Banal. Art in Nazi Germany” in Edward Timms and 
Peter Collier, eds., Vision and Blueprints. Avant-Garde Culture and Radical Politics 
in Early Twentieth Century Europe, Manchester, Manchester University Press, 1988, 
pp.252-269.
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negativo, perché intendeva annichilire - come in nessun’altra esperienza 
storica prima conosciuta - ogni individualità sotto il segno di una 
superindividualità collettiva agli ordini del capo supremo. 
La storia decretò la fine violenta della metanarrativa fascista e la vittoria 
della metanarrativa liberaldemocratica assieme a quella totalitaria 
comunista sovietica. Non sono trascorsi ancora vent’anni che la 
metanarrativa sovietica è finita, per usare una frustra ma efficace 
espressione veteromarxista, nella pattumiera (sempre della stessa) storia 
ma non sembra che in compenso le metanarrative liberaldemocratiche ne 
abbiano tratto grande giovamento. Al di là dei disastri politico-militari di 
marca statunitense e dell’incapacità delle democrazie industriali di 
esportare un minimo di equità e giustizia al di fuori dei propri confini (i 
quali semmai sono posti sotto assedio dalle ondate migratorie), il male 
principale che corrode le liberaldemocrazie è che esse, in ragione del 
radicale fallimento al loro interno nell’assicurare una reale e non virtuale 
ridistribuzione delle ricchezze prodotte dal sistema capitalistico e 
nell’esercizio da parte dello stato del monopolio della forza ( sempre più 
risibilmente limitato, quando non direttamente dannoso, nell’assicurare la 
sicurezza e la libertà personali, ma anche sempre più selettivo e 
discriminante: efficace e di pronto uso solo contro la popolazione qualora 
protesti contro l’iniqua distribuzione delle risorse ma di fatto assente - per 
collusione, incapacità e per il combinato disposto di questi due fattori - 
contro i grandi cartelli criminali della droga e delle tratta degli esseri 
umani), non riescono assolutamente più ad esercitare quella funzione di 
“creazione di senso” e di “promessa della felicità” per quelle comunità 
che da queste ( e attraverso queste) dovrebbero essere governate. E 
siccome almeno nelle faccende che riguardano l’uomo, il principio dell’ 
horror vacui ha mantenuto la sua piena validità, con la crisi della 
metanarrativa democratica si fanno ora avanti delle micronarrative che se 
non contrastate da un rinvigorito - e soprattutto rinnovato - senso di 
cittadinanza repubblicana rischiano alla fine di provocare il collasso e lo 
svuotamento politico e valoriale di quelle liberaldemocrazie che poco più 
di mezzo secolo fa seppero vincere i sistemi totalitari nazifascisti (e 
che, per ora, sopravvivono a quelli comunisti). E in aggiunta alle miriadi 
delle nuove micronarrative porno-edonistico-irrazionaliste che come 
fiumi carsici solcano le società opulente - e in maniera del tutto palese e 
spudorata il suo sistema circolatorio informatico-telematico -, ecco che il
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Web ci mostra con tutta la sua solare e oscena evidenza estetizzanti 
proposte di totalitari ritorni di un passato che certamente non era mai del 
tutto passato ma che attraverso il medium internettiano hanno come subìto 
una sorta di mutazione in senso ancora più estetizzante (al di là della 
marcatissima caratterizzazione razzista, quello che colpisce di più delle 
pagine Web delle organizzazioni fasciste e naziste è sovente una 
sviluppata sensibilità artistica, che utilizza i linguaggi delle pubblicità 
commerciali televisive - quando non cita direttamente questi messaggi 
promozionali -, che similmente impiega i manga giapponesi e che, con 
operazioni esteticamente raffinatissime, giunge all’impiego di 
procedimenti espressivi tipici dell’avanguardia e della pop art ). 
Di fronte a tutto questo, riteniamo che un repubblicanesimo che si faccia 
carico di superare l’attuale ormai terminale impasse delle odierne 
liberaldemocrazie in piena fase involutiva postdemocratica94 non possa 
94 Quando nel 2007 scrivevamo queste parole sulla decomposizione delle 
liberaldemocrazie occidentali fummo da un lato facili profeti, dall’altro eravamo ben 
lungi dall’ immaginare quanto l’involuzione delle democrazie rappresentative in 
conclamate postdemocrazie potesse correre velocemente (sul concetto di 
postdemocrazia, fondamentale Colin Crouch, Postdemocrazia, Bari, Laterza, 2003 ). 
E, per quanto già nel 2007 la salute della democrazia italiana fosse fra le più 
problematiche di quelle pur terribilmente in affanno delle altre cosiddette democrazie 
industriali, non avremmo certo potuto immaginare lo spregevole esito politico del 
novembre-dicembre 2011 con la nascita del Governo Monti che, al di là dei 
formalismi procedural-istituzionali che indubbiamente sono stati rispettati nella sua 
creazione ( ricordiamo solo di passaggio che, contrariamente alla vulgata, il fascismo 
salì al potere legalmente, non potendosi classificare, de jure, la marcia su Roma 
come un vulnus rispetto allo Statuto Albertino), si configura come una violenta 
ristrutturazione e chirurgica riduzione operata sul corpo della poliarchia che aveva 
guidato i primi sessant’anni della vita politica dell’Italia postfascista. Detto in altre 
parole, la conseguenza immediata (ed anche futura) dell’operazione di body 
modification operata sull’establishment italiano attraverso il governo Monti, è stata 
quella di avere spazzato via e ridicolizzato nel sentimento popolare l’oligarchia 
politica e avere messo direttamente in mano all’oligarchia economico-finanziaria il 
governo del paese. Al netto quindi delle ingenuità con cui si esprime il sentimento 
popolare - ed anche i commenti di molto pseudonotisti politici e/o pseudopolitogi - 
che afferma che è stato inferto un vulnus alla democrazia perché è divenuto primo 
ministro “uno che non è stato eletto direttamente dal popolo” ( come se l’Italia fosse 
una repubblica presidenziale anziché parlamentare e non vogliamo a questo punto 
dilungarci sulla crassa ignoranza della cultura politica italiana sia a livello basso - e ci 
starebbe pure - che a livello degli opinion leader ), quello che il comune sentire ha
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non tener conto dell’ immissione del momento estetico nel suo discorso 
pubblico e questo non tanto per scimmiottare in chiave “politicamente 
corretta” le liturgie dei fascismi e dei totalitarismi che vollero servirsi 
dell’arte per edificare la Gesamtkunstwerk delle loro megamacchine 
totalitarie ma per dare sfogo all’insopprimibile bisogno dell’uomo di 
accedere, sia a livello della sfera privata che di quella pubblica, ad una 
dimensione estetica, una dimensione estetica che in virtù della sua intima 
tensione a sintetizzare le varie pulsioni economiche, sociali, etiche e 
ben colto - anche se non altrettanto ben espresso -, è che con la fine dell’oligarchia 
politica - che per quanto male se ne possa dire e pensare è quel ceto che attraverso la 
sua funzione di intermediazione/rappresentazione/rappresentanza rispetto alle spinte 
che vengono dalla cosiddetta società civile rende possibile e credibile il mito e 
l’ideologia della democrazia - in Italia è anche terminata la pur minima possibilità del 
corpo elettorale di far sentire la sua voce contro i diretti e violenti desiderata 
dell’economia capitalistica e delle oligarchie che di questa sono espressione. Quando 
Colin Crouch impiegando il termine postdemocrazia sviluppò brillantemente la sua 
analisi sul degrado e decomposizione delle possibilità del corpo elettorale di poter 
far udire e contare, in opposizione alle tecnostrutture capitalistiche, la sua voce 
nell’ambito delle democrazie industriali, non avrebbe potuto immaginare un case-study 
più paradigmatico di quello che si presenta oggi nell’Italia del governo tecnico 
Monti: una poliarchia che nel restringersi dei gruppi di potere che ne fanno parte 
disvela la natura del tutto ideologica e paracosmica dell’odierno moderno concetto 
di democrazia. ( Concetto che poggia sulla speranza di inveramento dell’ Hegeliano 
rapporto servo padrone dove la subordinazione del servo si rovescia perché il 
padrone diviene a sua volta dominato dal servo che prende sempre più coscienza che 
il padrone è totalmente dipendente dal lavoro dello stesso: se il capitalismo nella sua 
fase nascente aveva del tutto negato questa dialettica e le rivoluzioni socialiste e le 
liberaldemocrazie sono stati tentativi rivoluzionari e/o riformisti di inveramento della 
stessa, l’epoca postdemocratica si contraddistingue non tanto per la negazione di 
questa dialettica ma, addirittura, per la cancellazione della figura del servo e del 
padrone, in quanto queste due figure implicano almeno un rapporto antropologico di 
sottomissione mentre la poliarchia postdemocratica, annichilendo il ceto politico ed il 
suo ruolo di intermediazione/rappresentazione/rappresentanza, degrada il servo 
unicamente al ruolo di passivo ed inerte deposito di energia lavorativa, in un rapporto 
molto simile a quello antico della schiavitù ma che, a differenza della schiavitù del 
mondo classico, al moderno schiavo viene riconosciuta sul piano personale una 
libertà virtuale di rifiutare dall’essere parassitato dall’oligarchia economico-finanziaria: 
la libertà, cioè, di morire di fame; una situazione che trova la sua plastica 
rappresentazione letteraria in Cuore di Tenebra di Conrad, quando Marlowe si 
imbatte in inerti masse di uomini accatastate disordinatamente e semplicemente 
lasciate morire dalla compagnia coloniale perché questa aveva risucchiato tutte le 
loro energie vitali e non erano più di alcuna utilità: “ Forme nere stavano accoccolate,
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politiche dell’uomo costituisce quella vera e propria “materia oscura” su 
cui si edificano e mantengono le Repubbliche e le Res publicae e la loro 
“promessa della felicita”. 
Sotto questo punto di vista, l’insegnamento che promana dal Novecento è 
uno negativo, l’orrore dei regimi totalitari che vollero servirsi dell’arte 
per edificare la Gesamtkunstwerk della megamacchina totalitaria in 
seguito alla quale “scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto di 
sdraiate, sedute fra gli alberi, appoggiate ai tronchi, attaccate alla terra, visibili a 
metà e a metà confuse nella luce incerta, in tutti gli atteggiamenti del dolore, 
dell’abbandono e della disperazione. Un’altra mina esplose seguita da un lieve 
fremito della terra sotto i piedi. Il lavoro continuava. Il lavoro! E questo era il posto 
dove alcuni dei lavoratori si erano ritirati per morire. Morivano lentamente - la cosa 
era chiara. Non erano nemici, non erano criminali, non erano più esseri di questa 
terra. Erano solo ombre nere, quei negri ridotti così dalle malattie e dalla fame e 
giacevano confusamente nella penombra verdognola. Portati là da tutti i recessi della 
costa dietro regolare contratto temporaneo, sperduti in un ambiente che non si 
confaceva loro, nutriti con cibi inconsueti, essi si erano ammalati, erano divenuti 
inabili alla fatiche; allora gli era stato concesso di tirarsi in disparte e riposare. Quelle 
forme di moribondi erano libere come l’aria e quasi altrettanto sottili.” [ Joseph 
Conrad, Cuore di Tenebra, Milano, Feltrinelli, 1982, p. 34]. Una situazione, quindi, 
nemmeno di schiavitù ma di puro parassitismo di tipo biologico ma dove, a 
differenza del capitalismo della prima rivoluzione industriale, viene riconosciuta al 
servo la libertà di eleggere una oligarchia politica che non detiene però, de facto, 
alcun potere nel porre - o anche solo nel progettare in un lontano utopico futuro - un 
qualsivoglia rimedio al proprio apparentemente manifesto destino di progressiva 
soggezione/schiavizzazione e morte biologica e/o sociale: a differenza che nel 
mondo antico e nel primo capitalismo industriale, oltre il danno, come si dice, anche 
la - orribile - beffa; una condizione che chiaramente dimostra che per restringere ed 
annullare gli spazi di potere del popolo e dell’illusione di una Vita Activa non è 
necessario ricorrere alla dittatura e/o ad un sistema totalitario che conculchino 
direttamente le libertà personali [ sul concetto di poliarchia si rimanda ovviamente a 
Robert Dahl e a tutta la sua bibliografia che omettiamo di citare ]. Se il 
repubblicanesimo che attualmente vuole porsi e proporsi come alternativa al 
liberalismo saprà indirizzarsi con coraggio verso la problematica dello stato agonico 
della democrazia nelle cosiddette moderne liberaldemocrazie, darà allora forza e 
significato alla sua asserzione di volere instaurare la libertà intesa come assenza di 
dominio. Se invece insisterà con sterile accademismo ad esaltare la sua libertà intesa 
come assenza di dominio contrapposta alla libertà “liberale” intesa come assenza di 
costrizione ma in un quadro giudicato - con stolido ed irresponsabile ottimismo - 
anche se non completamente soddisfacente, di consolidata e realizzata democrazia, 
non solo si condannerà al ruolo di puro gioco accademico di archeologia del
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 105 di 158 
barbarie”95 - orrore che oggi trova una sua nuova rappresentazione, anche 
se non dichiaratamente ed ideologicamente omicida come nei fascismi del 
Novecento, nella disperante attuale fase postdemocratica dominata dal 
turbocapitalismo finanziario dove “la terra interamente illuminata splende 
all’insegna di trionfale sventura”-96 e uno positivo, il manifestarsi, anche 
se sovente in forme regressive e politicamente criminali, 
dell’insopprimibile bisogno dell’uomo di accedere comunque e ad ogni 
costo ad una dimensione estetica. La sfida etica e politica del prossimo 
millennio sarà l’edificazione di Res publicae basate e costruite sulla 
soddisfazione di questa pulsione estetica senza (e per non) ricadere negli 
orrori totalitari del secolo che ci appena lasciato e per non continuare ad 
essere illuminati dal sole nero dei postdemocratici orrori dal “cuore di 
tenebra” del nuovo appena iniziato.97 
pensiero politico ma metterà anche in ridicolo la più che bimillenaria tradizione della 
filosofia politica occidentale, che di tutto può essere accusata tranne di non aver 
manifestato costantemente la volontà di puntare con spietato realismo gli occhi 
sull’essenza del “momento politico” e non sulle sue manifestazioni epifenomeniche ). 
95 Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno, Prismi. Saggi sulla critica della cultura, 
Torino, Einaudi, 1972, p. 22. 
96 Max Horkheimer, Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno, Dialettica 
dell’illuminismo, Torino , Einaudi, 1966, p. 11. 
97 Nella sua Teoria estetica, Adorno assegna all’arte l’ingrato ruolo di evidenziare la 
frustrazione che sempre si accompagna all’utopia e, al tempo stesso, l’impossibilità di 
poterne fare a meno (“ poiché per l’arte l’utopia, ciò che ancora non è, è velata di 
nero, l’arte stessa resta, con tutta la mediazione, ricordo, ricordo del possibile contro 
il reale che ha soppresso il possibile; resta cioè qualcosa come il risarcimento 
immaginario di quella catastrofe che è la storia del mondo, resta la libertà che sotto la 
signoria della necessità non è divenuta reale e di cui è incerto se lo diverrà” [T.W. 
Adorno, Teoria estetica, Einaudi, Torino, 1975, p.194]) ed è in quest’ambito di 
catastrofe storico-cosmica che, riprendendo l’espressione da Stendhal, Adorno 
definisce l’arte come “promessa della felicità”: “L’esperienza estetica è l’esperienza 
di qualcosa che lo spirito non avrebbe in anticipo né dal mondo né da se stesso; una 
possibilità, promessa dalla propria impossibilità. L’arte è la promessa della felicità: 
una promessa che non viene mantenuta” ( Ibidem ). Il presente scritto, pur in debito 
con la Scuola di Francoforte e con la Teoria critica, assegna però al “momento 
estetico” un ruolo non solo di disperata segnalazione dell’utopia ma, bensì, anche di 
vero e proprio “motore” della storia e di mutamento politico-sociale, una possibilità
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 106 di 158 
MIV COLOQUIO “ TRADIÇÃO E MODERNIDADE NO 
MUNDO IBEROAMERICANO” - COIMBRA 1, 2, 3 DE 
OUTUBRO DE 2007 
MASSIMO MORIGI 
già adombrata, anche se ormai con profonda sfiducia nelle possibilità umane di 
generare una reale dialettica positiva, in Dialettica dell’illuminismo, dove la natura 
di “materia oscura”, magica e primigenia dell’arte viene direttamente collegata con 
le sue potenzialità di messa in crisi del capitalismo e della sua ideologia borghese: “ 
Col progresso dell’illuminismo solo le opere d’arte genuine hanno potuto sottrarsi 
alla semplice imitazione di ciò che è già. L’antitesi corrente di arte e scienza, che le 
separa fra loro come “settori culturali”, per renderle entrambe, come tali, 
amministrabili, le fa trapassare alla fine, proprio nella loro qualità di opposti, in virtù 
delle loro stesse tendenze, l’una nell’altra. La scienza, nella sua interpretazione 
neopositivistica, diventa estetismo, sistema di segni assoluti, privo di ogni intenzione 
che lo trascenda: diventa, insomma, quel “gioco” in cui i matematici hanno 
fieramente affermato da tempo risolversi la loro attività. Ma l’arte della riproduzione 
integrale si è votata, fin dalle sue tecniche, alla scienza positivistica. Essa diventa, 
infatti, mondo ancora una volta, duplicazione ideologica, docile riproduzione. La 
separazione di segno e immagine è inevitabile. Ma se è ipostatizzata con ingenuo 
compiacimento, ognuno dei due principi isolati tende alla distribuzione della verità. 
L’abisso che si è aperto in questa separazione, è stato individuato e trattato dalla 
filosofia nel rapporto di intuizione e concetto, e a più riprese, ma invano, essa ha 
cercato di colmarlo: essa è definita, anzi, proprio da questo tentativo. Per lo più, è 
vero, essa si è messa dalla parte da cui prende il nome. Platone ha bandito la poesia 
con lo stesso gesto con cui il positivismo bandisce la dottrina delle idee. Con la sua 
arte celebrata Omero non ha compiuto riforme pubbliche o private, non ha vinto una 
guerra o fatto una sola scoperta. Non ci risulta che un folto stuolo di seguaci lo abbia 
onorato ed amato. L’arte deve ancora provare la sua utilità. L’imitazione è proscritta 
da lui come dagli ebrei. Ragione e religione mettono al bando il principio della 
magia. Anche nel distacco dalla realtà, nella rinuncia dell’arte, esso rimane 
disonorante; chi lo pratica è un vagabondo, un nomade sopravvissuto, che non 
troverà mai patria fra coloro che sono divenuti stabili. Non si deve più influire sulla 
natura assimilandosi ad essa, ma bisogna dominarla col lavoro. L’opera d’arte ha 
ancora in comune con la magia il fatto di istituire un cerchio proprio e in sé concluso, 
che si sottrae al contesto della realtà profana, e in cui vigono leggi particolari. Come 
il primo atto del mago nella cerimonia era quello di definire ed isolare, da tutto il 
mondo circostante, il luogo in cui dovevano agire le forze sacre, così, in ogni opera 
d’arte, il suo ambito si stacca nettamente dalla realtà. Proprio la rinuncia all’azione
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 107 di 158 
GESAMTKUNSTWERK RES PUBLICA* 
______ 
*Questa lezione del paper Aesthetica Fascistica II, Gesamtkunstwerk Res Publica, presentato nell’ottobre del 2007 
a Coimbra, è pienamente giustificata dalla strana combinazione delle sue insufficienze di origine e della sua 
analisi apparentemente profetica sull’attuale fase turbo-capitalistica, in cui le morenti democrazie si tramutano 
malignamente in autoritarie e criptofasciste postdemocrazie (come mostrano le ultime vicende politiche italiane 
esterna, con cui l’arte si separa dalla simpatia magica, ritiene tanto più 
profondamente l’eredità della magia. Essa mette la pura immagine a contrasto con la 
realtà fisica, di cui l’immagine riprende e custodisce gli elementi. È nel senso 
dell’opera d’arte, nell’apparenza estetica, essere ciò a cui dava luogo, 
nell’incantesimo del primitivo, l’evento nuovo e tremendo: l’apparizione del tutto nel 
particolare. Nell’opera d’arte si compie ancora una volta lo sdoppiamento per cui la 
cosa appariva come alcunché di spirituale, come estrinsecazione del mana. Ciò 
costituisce la sua “aura”. Come espressione della totalità, l’arte pretende alla dignità 
dell’assoluto. Ciò indusse, a volte, la filosofia ad assegnarle il primato sulla 
conoscenza concettuale. L’arte comincia, secondo Schelling, dove il sapere pianta 
l’uomo in asso. Essa è per lui il ‘modello della scienza, e dove è l’arte, la scienza 
deve ancora arrivare’ [ Erster Entwurf eines Systems der Naturphilophie, parte V, in 
Werke, Erste Abteilung, II, p. 623]. La separazione di immagine e segno viene, 
secondo la sua dottrina, ‘interamente abolita da ogni singola rappresentazione 
artistica’ [ Werke, Erste Abteilung, II, p. 626] . A questa fiducia nell’arte il mondo 
borghese fu disposto solo di rado. Quando pose dei limiti al sapere, ciò non avvenne, 
di regola, per far posto all’arte, ma alla fede. Con cui la religiosità militante della 
nuova età - Torquemada, Lutero, Maometto - ha preteso di conciliare spirito e realtà. 
Ma la fede è un concetto privativo: si distrugge come la fede, se non espone 
continuamente il suo contrasto col sapere e la sua concordia con esso. Dovendo fare 
assegnamento sui limiti del sapere, è limitata anch’essa. Il tentativo della fede, nel 
protestantesimo, di trovare il principio trascendente della verità, senza il quale non 
c’è fede, come nella preistoria, direttamente nella parola, e di restituire a questa il 
suo potere simbolico, è stato pagato con l’obbedienza alla lettera, e non certo alla 
lettera sacra. Restando sempre legata al sapere, in un rapporto ostile o amichevole, la 
fede perpetua la separazione nella lotta per superarla: il suo fanatismo è il segno della 
sua falsità, l’ammissione oggettiva che credere solo significa già non credere più. La 
cattiva coscienza è la sua seconda natura. Nella segreta coscienza del difetto da cui è 
fatalmente viziata, della contraddizione che le è immanente, di voler fare un mestiere 
della conciliazione, è il motivo per cui ogni onestà soggettiva dei credenti è sempre 
stata irascibile e pericolosa. Gli orrori del ferro e del fuoco, controriforma e riforma, 
non furono gli eccessi, ma la realizzazione del principio della fede. La fede si mostra 
continuamente dello stesso stampo della storia universale a cui vorrebbe comandare; 
diventa anzi, nell’epoca moderna, il suo strumento favorito, la sua astuzia particolare.
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 108 di 158 
col governo Monti e, come, in forma ancora più plastica e drammatica, si vede con la tragedia del popolo greco; 
un’azione di distruzione, quella verso il popolo greco, che se fosse compiuta manu militari da qualche dittatorello 
non facente parte dell’UE avrebbe immediatamente scatenata una guerra di reazione da parte delle potenze 
occidentali con successivo giudizio davanti ai tribunali internazionali del dittatorello stesso, mentre, siccome la 
perdizione del popolo greco è stata decisa per soddisfare gli interessi della Germania e del turbo-capitale 
finanziario, il tutto viene rubricato dai mezzi di distrazione di massa come una dolorosa vicenda, magari frutto 
della cecità politica della cancelliera tedesca o della burocrazia europea e non, come dovrebbe essere, se 
s’impiegasse un minimo di onestà intellettuale, un crimine contro l’umanità portato avanti con mezzi non 
militari ma economici). Analisi in realtà molto piatta e di buon senso ma che almeno umilmente accettava di 
essere guidata dai giganti sulle cui spalle ci si era limitati a salire. Ovvio dire che un rinnovato repubblicanesimo 
che voglia uscire dall’attuale stato di sterile dibattito accademico storico-filologico sulle sue origini ed indicare 
una via d’uscita dall’attuale stato delle cose poliarchico-postdemocratico a guida turbo-capitalistica di morte 
della democrazia debba almeno dimostrare eguale umiltà verso tutta la migliore tradizione filosofica e filosofico- 
Inarrestabile non è solo l’illuminismo del secolo decimottavo, come è stato 
riconosciuto da Hegel, ma, come nessuno meglio di lui ha saputo, il movimento 
stesso del pensiero. Nella conoscenza più infima, come ancora nella più alta, è 
implicita quella della sua distanza dalla verità, che fa dell’apologeta un mentitore. La 
paradossia della fede degenera infine nella truffa, nel mito del ventesimo secolo, e la 
sua irrazionalità in un dispositivo razionale in mano agli assolutamente spregiudicati, 
che guidano la società verso la barbarie”. [ Max Horkheimer, Theodor Ludwig 
Wiesengrund Adorno, Dialettica dell’illuminismo, cit., pp. 26-29]. Quando 
affermiamo che le Repubbliche e le Res publicae sono ( e devono essere ) ancorate ad 
una “dimensione estetica” che sta a garanzia di quella “promessa di felicità” senza la 
quale viene svilito e prostituito il concetto stesso di democrazia, vogliamo assegnare 
all’utopia un ruolo progressivo che, a nostro parere, può essere possibile solo 
innervandola del “momento estetico” che, al contrario di un’utopia vissuta 
regressivamente, agisce hic et nunc nel vissuto personale e sociale, rimettendo, 
insomma, l’utopia “con i piedi per terra” ( un momento estetico che però - al 
contrario che in Adorno - non può essere considerato, quasi come novella città di 
Dio, solo antagonista della storia, né può privarsi - come erroneamente suggerisce 
Adorno - della tensione verso la Gesamtkunstwerk, snodo costitutivo della natura 
“sacra” - fondante per Adorno stesso - dell’arte e del suo rapporto dialettico con la 
dimensione storica, non solo legata alla contemporaneità che vide nascere il termine: 
“Sotto il verecondo involucro della cronique scandaleuse dell’Olimpo si era già 
sviluppata la dottrina della mescolanza, della pressione e dell’urto degli elementi, che 
si stabilì ben presto come scienza e ridusse i miti a creazione della fantasia. Con la 
netta separazione di scienza e poesia la divisione del lavoro, già operata per loro 
mezzo, si estende al linguaggio. Come segno, la parola passa alla scienza; come 
suono, come immagine, come parola vera e propria, viene ripartita fra le varie arti, 
senza che si possa più ripristinare mediante la loro addizione, sinestesia o “arte 
totale” ” [ M. Horkheimer, T. W. Adorno, Dialettica dell’illuminismo, cit., p.26 ] ). 
Un “rovesciamento” dell’utopia che qualora operato in chiave immanentistica è il 
vettore principe delle spinte antitotalitarie e libertarie, quando invece si traduce in 
pseudomitologie è la via maestra verso il totalitarismo. Come è del resto dimostrato 
dai due autori del Novecento che, da sponde avverse, vollero innervare la politica e la 
filosofia del “momento estetico”, contestando “lo stato delle cose” delle moderne 
democrazie rappresentative. I due autori che diedero il maggiore contributo in questa
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 109 di 158 
politica occidentale di liberazione dell’uomo. E inutile aggiungere che questo rinnovato repubblicanesimo dovrà 
fare ammenda anche di molte di quelle pecche rappresentate in questo paper. Ma delle quali si omette una pur 
minima indicazione sia perché la loro scoperta è continua e sempre in evoluzione anche per l’autore stesso e, 
soprattutto, perché questo continuo cercare e rettificare costituisce forse l’elemento più importante per una reale 
Vita Activa, in cui il perdono che ci viene concesso per le nostre azioni e le sue irreversibili ed imprevedibili 
conseguenze, questo paper compreso, è l’elemento più importante per poter ogni volta ricominciare, riscrivere le 
narrazioni e conferire così senso alla vita dello zoon politikon e della polis; una eterna riscrittura individuale e 
collettiva che costituisce l’orizzonte della vera azione di liberazione contro i decreti apparentemente 
inappellabili, ma invece sempre continuamente ridiscussi e rovesciati, di ogni potere autoritario e del destino 
apparentemente mortale dell’uomo ma invece sicuramente immortale attraverso l’incessante suo agire 
generatore dei suoi eterni simboli e narrazioni. Questa riscrittura di Aesthetica Fascistica II del febbraio 2012 è 
quindi dedicata all’oggi martire ma immortale popolo greco. 
direzione furono Martin Heidegger ed Hannah Arendt (mentre il maggior avversario 
di questa linea “estetizzante” fu indubbiamente il giuspubblicista cattolico e fascista 
Carl Schmitt, secondo il quale le categorie della politica moderna non sono altro che 
le categorie teologiche secolarizzate e nella cui teologia politica assume importanza 
centrale il concetto, di derivazione paolina, di katechon, cioè di ritardatore 
dell’Anticristo, che tradotto nella realtà politica moderna, è tutto quello che si 
oppone al mondo sorto dall’illuminismo e dalla rivoluzione francese. Come si vede, 
un’impostazione anti Vita Activa, anti estetizzazione della politica e con un’interna 
insanabile tensione fra la sua esplicita adesione alla politica nazista - denotata da 
una Gesamtkunstwerk totalitaria che necessitava l’estetizzazione della passività delle 
masse estatiche in adorazione del Führer - ed il suo intimo sentire cattolico-romano 
per il quale la Chiesa romana - cfr. Carl Schmitt Cattolicesimo romano e forma 
politica, Bologna, Il Mulino, 2010 - è quella istituzione che ha saputo unire le 
necessarie doti di elasticità e prudenza politica con la capacità di esercitare 
quell’auctoritas che le deriva dal suo ruolo di essere l’unico rappresentante in terra 
della trascendenza, unito al fatto di essere, su un piano storico mondano, l’erede 
dell’universalismo dell’impero romano e della tradizione giuridica della Città Eterna. 
E’ ovvio che solo in una organizzazione politico-sociale che sapesse riprendere 
questi tratti medievali della Chiesa nell’esercizio del potere, il ruolo frenatore del 
katechon poteva essere concepibile ed è altrettanto ovvio che in una società come 
quella nazista che si presenta, semmai, con i tratti dell’Anticristo in ragione del fatto 
di non esercitare alcuna prudenza politica e di non riconoscere alcun limite giuridico 
al suo potere totalitario/estatico/estetizzante, il tentativo di Carl Schmitt di divenire 
l’ideologo del nuovo ordine nazista, cioè di tramutare l’Anticristo nel suo avversario 
e opposto katechon, fosse destinato al più totale fallimento), ma con esiti 
diametralmente opposti. Da una parte non solo un appoggio diretto al 
nazionalsocialismo ma anche, attraverso i nuovi miti della “terra, cielo, uomini, 
immortali”, anche il rincrudimento ed occultamento dell’alienazione capitalistica 
( mentre in Nietzsche, il precursore e primo architetto del progetto dell’ 
estetizzazione politica e padre nobile delle avanguardie artistiche, il mito del 
superuomo faceva chiaramente emergere come in un negativo fotografico la volontà 
di potenza illimitata che anima il sistema capitalista e, proprio per questo giocare a 
carte scoperte, la dialettica della sua estetizzazione politica comprende sia la tesi 
fascista che la sua antitesi libertaria, una dialettica esattamente rispecchiata dalle
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 110 di 158 
Salite in autocarro aeropoeti e via che si va finalmente a farsi “Fiat ars - pereat mundus” , dice il fascismo, 
benedire dopo tanti striduli fischi di ruote rondini criticomani e, come Marinetti ammette, vuole la guerra 
lambicchi di ventosi pessimismi per fornire gratificazione estetica a un 
Guasto al motore fermarsi fra Italiani ma voi voi ventenni siete modo di percepire che è stato cambiato 
gli ormai famosi renitenti alla leva dell'Ideale e tengo a dirvi che dalla tecnologia. Questo è evidentemente 
spesso si tentò assolvervi accusando l'opprimente pedantismo la conseguenza finale dell’arte per l’arte. 
di carta bollata burocrazie divieti censure formalismi L’umanità che nei tempi di Omero era 
meschinerie e passatismi torturatori con cui impantanarono il oggetto della contemplazione degli dei 
avanguardie storiche, coinvolte, da parte futurista, pesantemente con il fascismo, e su 
un piano più generale, risucchiate nel mito di una Gesamtkunstwerk che troverà il suo 
cinico interprete sul piano politico con il totalitarismo fascista e comunista ), 
dall’altro, attraverso l’esaltazione di una Vita Activa, che secondo la Arendt sarebbe 
stata una condizione esistenziale realmente vissuta nell’ antica polis greca, la faticosa 
costruzione di un nuovo ideale regolativo della vita pubblica che prendeva 
radicalmente le distanze da una visione delle liberaldemocrazie vissute solo in chiave 
contrattualistica e di una libertà vista solo come assenza di costrizione. Un “mito 
della polis”, quello di Hannah Arendt, che, magari con un’operazione filologicamente 
spericolata ma esteticamente densa e pregnante, precorreva ed interpretava al meglio 
l’ideale dell’odierno repubblicanesimo della libertà vista come assenza di dominio e 
capacità di autoprogettarsi all’interno di una comunità politica fortemente coesa e 
dinamica ( coesa nei suoi obiettivi politici ma non in una esclusivistica protezione del 
mito delle proprie origini: operazione questa molto cara ai fascismi storici ed oggi 
anche molto cara, con qualche riverniciatura da parte del neoconservatorismo, ai 
cosiddetti comunitaristi). Al netto di tutte le mitologie ( ci riferiamo, è ovvio, anche a 
quelle arendtiane ma, soprattutto, a quelle di occultamento della natura sempre più 
strettamente ferocemente oligarchica - e, in ultima analisi, omicida a livello 
individuale e/o sociale per le grandi masse non capitaliste - dell’attuale fase della 
poliarchia postdemocratica ), è stato questo il percorso critico sull’estetizzazione 
della politica che alla luce di un rinnovato materialismo dialettico innervato di 
storicismo assoluto ha ispirato questo prima riflessione neorepubblicana sui 
rapporti fra arte e totalitarismo e che guiderà i successivi che seguiranno. 
Full fadom five thy Father lies, 
Of his bones are Corrall made: 
Those are pearles that were his eies, 
Nothing of him that doth fade, 
But doth suffer a Sea-change 
Into something rich, & strange: 
Sea-Nimphs hourly ring his knell. 
ding-dong. 
Harke now I heare them, ding-dong, bell.
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 111 di 158 
ritmo bollente adamantino del vostro volontariato sorgivo a olimpici ora lo è per se stessa. La sua 
mezzo il campo di battaglia autoalienazione ha raggiunto un tale grado 
Non vi grido arrivederci in Paradiso che lassù vi toccherebbe che può vivere la sua autodistruzione come 
ubbidire all'infinito amore purissimo di Dio mentre voi ora un piacere estetico di prim’ordine. Questa è 
smaniate dal desiderio di comandare un esercito di la situazione della politica che il fascismo 
ragionamenti e perciò avanti autocarri ha reso estetica. Il comunismo risponde 
Urbanismi officine banche e campi arati andate a scuola a politicizzando l’arte. 
questi solenni professori di sociologia formiche termiti api 
castori Walter Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca 
della sua riproducibilità tecnica 
Io non ho nulla da insegnarvi mondo come sono d'ogni 
quotidianismo e faro di una aeropoesia fuori tempo spazio 
I cimiteri dei grandi Italiani slacciano i loro muretti agresti nella 
William Shakespeare, Ariel’s Song ( The Tempest, Act 1, Scene 2 ) 
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Strauss, Jacques Derrida, Max Horkheimer, Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno, Jean Baudril ard, Jean-François Lyotard, Ernst Mach, Marxismus, neue Marxismus, Republikanismus, neue Republikanismus, Massimo Morigi, Massimo Morigi, Hannah Arendt, Karl Marx, Walter Benjamin, Machiavel i, Nietzsche, Ludovico Geymonat, Lenin, Carl Schmit , Hobbes, Martin Heidegger, Karl Popper, Leo Strauss, Jacques Derrida, Max Horkheimer, Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno, Jean Baudril ard, Jean-François Lyotard, Ernst Mach, republicanismo, neo-republicanismo, marxismo, neo-marxismo, Massimo Morigi, Massimo Morigi, Stefano Salmi, Hannah Arendt, Karl Marx, Walter Benjamin, Luigi Bonaparte, Carl Schmitt, Machiavel i, Hobbes, Martin Heidegger, Karl Popper, Leo Strauss, Jacques Derrida, Jean Baudril ard, Friedrich Wilhelm Nietzsche, Jean-François Lyotard, Ludovico Geymonat, Lenin, Vladimir Ilyich Ulyanov, Max Horkheimer, Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno, Lotze, Richard Wolin, Fredric Jameson, Terry Eagleton, Ernst Jünger, Arthur Moel er van den 
Bruck, Ernst Niekisch, Ludwig Klages, Jef rey Herf, Paul de Man , Ortwin de Graef, Ernst Mach, Cartesio, Leviatano, René Descartes, Catechon, Katechon, bestia bionda, républicanisme, néo-républicanisme, néorépublicanisme, marxisme, néomarxisme, néo-marxisme, Massimo Morigi, Hannah Arendt, Karl Marx, Walter Benjamin, Machiavelli, Nietzsche, Ludovico Geymonat, Lenin, Carl Schmitt, Hobbes, Martin Heidegger, Karl Popper, Leo Strauss, Jacques Derrida, Max Horkheimer, Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno, Jean Baudrillard, Jean-François Lyotard, Ernst Mach, républicanisme, néo-républicanisme, néorépublicanisme, marxisme, néomarxisme, néo-marxisme, postmoderno, postmodernità, postmodernismo, postmodernity, postmodernism, postmodernisme, postmodernité, post-modernismo, post-moderno, post modernismo, post moderno, Massimo Morigi, Hannah Arendt, Karl Marx, Walter Benjamin, Machiavel i, Nietzsche, Ludovico Geymonat, Lenin, 
Filippo Tommaso Marinetti, Walter Benjamin, Machiavelli, Niccolò Machiavelli, Tesi di filosofia della storia, Max Horkheimer, Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno, repubblicanesimo, marxismo, neomarxismo, fascismo, estetizzazione della politica, futurismo, avant-garde, avantgarde, Marinetti, Hannah Arendt, Vita Activa, Angelus Novus, Vita Activa La condizione umana, ef etto tunnel, ef etto tunnel quantico, effetto tunnel quantistico, tunnel effect, tunneling effect, Quantum tunneling ef ect, Quantum tunnel effect, Quantum bilocation, Quantum bilocation effect, bilocazione, bilocazione quantica, bilocazione quantistica, ef etto della bilocazione quantica, Quantum mechanics multi location, Quantum mechanics multi-location, Quantum mechanics multi location, Quantum mechanics multi locations, Quantum mechanics multi-locations, Quantum mechanics multi locations, multi locazione quantica, multi-locazione quantica, multilocazione quantica, multi locazione quantistica, multi-locazione quantistica, multilocazione quantistica, multi locazione, multi-locazione, multilocazione , Sublime, erhaben, sublimis, Sublime eterotopia, sublime heterotopia, sublime heterotopy, sublime 
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republicanismo, neo-republicanismo, neorepublicanismo, republicanismo, républicanisme, Republicanisme, marxism, marxisme, neo-repubblicanesimo, neo repubblicanesimo, néomarxisme, néo marxisme, néo-marxisme, neomarxsime, neo marxisme, neo marxismo, neo-marxismo, neo-marxism, neo marxism, neo marxismus, neomarxismus, neue marxismus, totalitarisme, totalitarism, fascism, fascisme, faschismus, nazionalsocialismo, nazional socialismo, nazional-socialismo, nazism, National socialism, nazisme, National socialisme, National socialisme, nazismus, nationalsozialismus, post democrazia, post-democrazia, post democracy, postdemocracy, post-démocratie, postdémocratie, post demokratie, postdemokratie, post democrazia, post-democraci a, postdemocracia, turbo capitalismo, turbo-capitalismo, turbo capitalism, turbo-capitalism, turbocapitalism, turbo capitalisme, turbocapitalisme, turbo-capitalisme, futurismus, futurisme, futurism, avanguardi a, avanguardie, avanguardie storiche, katechon, catechon, Gesamtkunstwerk, Totalitarian art, Totalitariske Kunst, Web, Internet, Politicizzazione dell’estetica, estetizzazione della violenza, Benjamin, Walter Benjamin, Machiavelli, 
Niccolò Machiavelli, Tesi di filosofi a della storia, Max Horkheimer, Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno, teologia, ef etto tunnel, effetto tunnel quantico, effetto tunnel quantistico, tunnel effect, tunneling effect, Quantum tunneling ef ect, Quantum tunnel effect, Quantum bilocation, Quantum bilocation effect, bilocazione, bilocazione quantica, bilocazione quantistica, ef etto della bilocazione quantica, Quantum mechanics multi location, Quantum mechanics multi-location, Quantum mechanics multi location, Quantum mechanics multi locations, Quantum mechanics multi-locations, Quantum mechanics multi locations, multi locazione quantica, multi-locazione quantica, multilocazione quantica, multi locazione quantistica, multi-locazione quantistica, multilocazione quantistica, multi locazione, multi-locazione, multilocazione , zoon politikon, polis, Massimo Morigi, Fiat ars - pereat mundus, Aesthetica fascistica I, homo laborans/faber, homo laborans, Stefano Salmi, The Theory of the Avant-Garde, Theory of the Avant-Garde, agorà, Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno, bios politikos, aiesthesis, Angelus Novus, Schwarze Sonne, Marx, Karl Marx, Avantgarde, mécanique quantique, 
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M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 112 di 158 
viltà dello scirocco e danno iraconde scintille crepitano 
impazienze di polveriera senza dubbio esploderanno esplodono 
morti unghiuti dunque autocarri avanti 
Voi pontieristi frenatori del passo calcolato voi becchini 
cocciuti nello sforzo di seppellire primavere entusiaste di gloria 
ditemi siete soddisfatti d'aver potuto cacciare in fondo fondo al 
vostro letamaio ideologico la fragile e deliziosa Italia ferita che 
non muore 
Autocarri avanti e tu non distrarti raggomitola il tuo corpo 
ardito a brandelli che la rapidità crudele vuol sbalestrarti in cielo 
prima del tempo 
Scoppia un cimitero di grandi Italiani e chiama Fermatevi 
fermatevi volantisti italiani aveva bisogno di tritolo ve lo 
regaliamo noi ve lo regaliamo noi noi ottimo tritolo estratto dal 
midollo dello scheletro 
E sia quel che sia la parola ossa si sposi colla parola possa con 
la rima vetusta frusti le froge dell'Avvenire accese dai 
biondeggianti fieni di un primato 
Ci siamo finalmente e si scende in terra quasi santa 
Beatitudine scabrosa di colline inferocite sparano 
Vibra a lunghe corde tese che i proiettili strimpellano la 
voluttuosa prima linea di combattimento ed è una tuonante 
cattedrale coricata a implorare Gesù con schianti di petti 
lacerati 
Saremo siamo le inginocchiate mitragliatrici a canne palpitanti di 
Preghiere 
Bacio ribaciare le armi chiodate di mille mille mille cuori tutti 
traforati dal veemente oblio eterno 
Filippo Tommaso Marinetti, Quarto d’ora 
di poesia della “X MAS” ( musica di sentimenti) 
Terminato da Marinetti poche ore prima della morte, avvenuta a Bellagio 
(Como) il 2 dicembre 1944, il Quarto d’ora di poesia della “X MAS” 
(musica di sentimenti), ci appare col suo “Bacio ribaciare le armi chiodate 
di mille mille mille cuori tutti/traforati dal veemente oblio eterno” come 
l’estremo congedo dalla scena della storia di quella parte del fascismo che 
aveva creduto nella fine dello stato liberale e nel successivo ventennio 
come ad un’autentica esperienza rivoluzionaria, una rivoluzione, per 
intenderci, non sulla falsariga di una “rivoluzione conservatrice” (che 
invece fu la forma propria e definitiva, con l’aggiunta del totalitarismo, del 
fascismo) ma bensì decisa a volgere le spalle alla tradizione per proiettarsi
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 113 di 158 
verso una lirica modernità. E se in questa modernità “la guerra sola igiene 
del mondo” rappresentava l’ubi consistam della Weltanschauung futurista 
(da questo punto di vista le aspettative verso il fascismo di questa 
avanguardia politico-letteraria non andarono certo deluse), il Quarto d’ora 
di poesia è anche il segno della consapevolezza dell’inequivocabile 
fallimento fascista di estetizzare la politica, estetizzazione della politica 
che fu anche la vera chiave di volta nel “progetto futurista” di 
collaborazione/osmosi col fascismo giunto al potere. Una 
collaborazione/osmosi - che poi negli ultimi atti del regime andrà sempre 
più affievolendosi - che Benjamin, nella parte finale dell’Opera d’arte 
nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, ha completamente smarrito a 
favore di una identificazione tout court fra futurismo e fascismo98 
(Benjamin qui intese il fascismo solo come momento di pura reazione e 
non come il contraddittorio contenitore politico di tutte le pulsioni 
antiilluministe e irrazionaliste - perciò pure di sinistra e avanguardiste) e 
nella quale il Fiat ars - pereat mundus non va inteso, contrariamente a 
quanto Benjamin giudicava, unicamente come il disvelamento delle 
pulsioni reazionarie del fascismo sotto il segno dell’estetizzazione della 
politica ma rappresenta anche la teleologia di tutte le avanguardie europee 
tese a tutto sacrificare pur di giungere alla fusione fra arte e vita (mentre 
il fascismo non si accontentò di una trasfigurazione artistica ma intendeva 
annullare la vita e la personalità individuale nel momento politico-totalitario). 
99 
Una identificazione fra futurismo e fascismo che, se da un lato, non rende 
giustizia dell’alterità dei propositi dei futuristi e di Marinetti rispetto al 
fascismo, dall’altro risulta pure parziale nei riguardi dei rapporti del 
fascismo con la modernità artistica e letteraria, che non furono limitati 
solo al futurismo ma che, per oltre il primo decennio del regime, furono 
dal fascismo attivamente cercati e coltivati, riservando al futurismo il ruolo 
98 Sul fallimento del progetto futurista di egemonizzare la cultura fascista e sull’errore 
di identificare il fascismo politico con le spinte libertarie futuriste, fondamentale C. 
Salaris, Artecrazia. L’avanguardia futurista negli anni del fascismo, Firenze, La 
Nuova Italia, 1992. 
99 
Sulle analogie (e sui rapporti) fra le avanguardie artistiche del Novecento e le 
pulsioni modernizzanti che furono patrimonio anche del fascismo cfr. A. Hewitt, 
Fascist Modernism, Aesthetics, Politics, and the Avant-Garde, Stanford (Calif.), 
Stanford University Press, 1993.
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della pubblica certificazione dell’origine rivoluzionaria del regime, un 
inizio che, per quanto frutto di una elaborazione mitologica delle origini, 
faceva certamente gioco nei primi anni di consolidamento della dittatura. 
Una dittatura la quale si rese subito conto che se voleva aspirare a durare 
doveva assolutamente cercare di incanalare nel suo alveo tutte quelle forze 
intellettuali ed artistico-letterarie che erano state ostili ed estranee allo 
stato liberale ma che non per questo esprimevano un rifiuto della 
modernità. In altre parole, Mussolini era ben deciso a non ripetere l’errore 
che aveva minato alle fondamenta l’Italia giolittiana, l’assoluta 
indifferenza dello stato verso il momento intellettuale per concentrarsi 
solo verso quelli che oggi noi chiameremmo i problemi strutturali (lo 
sviluppo industriale in un quadro interno di libera competizione fra le 
forze economico-sociali). Il risultato era stato un’assoluta ostilità degli 
intellettuali verso lo stato liberale, ostilità che sarebbe stata uno dei fattori 
decisivi per il suo tramonto. 
Successore dello stato liberale e fermamente determinato a crearsi un 
consenso su tutte quelle forze che avevano contribuito alla sua fine 
(escluse quelle socialiste, ovviamente), i primi anni del regime di 
Mussolini saranno segnati dal tentativo non tanto di creare uno stato 
totalitario ma bensì di esercitare verso queste un’egemonia di fatto, intesa 
in senso gramsciano. 
Ecco allora che, per stare nel campo dell’arte, nell’anticamera del dittatore 
vedremo passare non solo i futuristi (i quali, a buon ragione, potevano 
vantare il merito di “precursori” del fascismo) ma anche novecentisti, 
strapaesani, esponenti della pittura metafisica, astrattisti e via dicendo. E 
non bisogna pensare che tutto questo affollamento nella suprema stanza 
del potere fosse il frutto del classico saltare sul carro del vincitore, perché 
questo carro era stato appunto faticosamente costruito da quella gran parte 
dell’intellettualità che ora spingeva e faceva a gomitate di fronte al 
dittatore. Si trattava, in altre parole, non tanto di prostrarsi di fronte al 
dittatore, ma più semplicemente di andare a reclamare di fronte al proprio 
superiore (Mussolini) i dividendi della riuscita impresa (la morte dello 
stato liberale e l’instaurazione della dittatura).
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I primi anni della dittatura mussoliniana non potevano quindi che tenere 
conto di questa sincera (ed allo stesso tempo assai interessata) volontà di 
condivisione delle sorti del regime. Era pertanto da escludere a breve 
l’edificazione di uno stato totalitario, il cui risultato immediato non 
sarebbe stato altro che introdurre all’interno del regime tutte quelle 
violente e mutualmente contraddittorie volontà di partecipazione che al 
momento risultavano assai più utili nel loro anarchico ed indisciplinato 
manifestarsi attraverso una libera e darwinistica competizione di fronte 
all’autocrate e non ricorrendo ad un loro casermesco inquadramento. 
Questo sul piano delle arti significò non solo che inizialmente non era 
possibile affrontare il problema di un’arte di stato (perché ciò avrebbe 
comportato scegliere una corrente artistica scontentando tutte le altre) ma 
anche che, per quanto possibile, tutte le forme artistiche andavano 
sostenute e sovvenzionate (questo, a scanso di equivoci, purché la libertà 
di ricerca formale non fosse accompagnata da una eguale libertà 
contenutistica). 
Visto con gli occhi non ottenebrati dalla partigianeria e con l’immeritato 
distacco che ci viene dal considerare vicende ormai trascorse da molti 
anni, è evidenza storica che il rinvio della costruzione della megamacchina 
totalitaria100 (verso la quale spingevano e la biografia politica del dittatore 
ed anche le sue più intime pulsioni) a favore di un autoritario mecenatismo 
di stato non risultò del tutto negativo per l’arte italiana. 
Dal punto di vista degli artisti, costretti nel vecchio stato liberale ad essere 
totalmente esposti alle forze del libero mercato e quindi sovente a fare 
letteralmente la fame, l’essere inquadrati sindacalmente ed essere inseriti 
nello stato corporativo - potendo così accedere a commesse di stato e/o di 
partito o comunque usufruire di un contesto relazionale fortemente 
orientato all’acquisto delle loro opere - costituì in molti casi un 
drammatico miglioramento nelle condizioni di vita.101 Ma sarebbe del tutto 
100 I. Golomstock, Arte totalitaria: nell’ URSS di Stalin, nella Germania di Hitler, 
nell’Italia di Mussolini e nella Cina di Mao, Milano, Leonardo Editore, 1990. 
101 M. S. Stone, The State as Patron: Making Official Culture in Fascist Italy, in M. 
Affron, M. Antliff (eds), Fascist Visions. Art and Ideology in France and Italy, 
Princeton (N.J.), Princeton University Press, 1997, p. 216.
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errato limitarsi a considerare unicamente il miglioramento della vita 
materiale di molti artisti perché l’incontro/egemonia del regime con l’arte 
generò - almeno fino a quando non avvenne la sua ultima ed ineluttabile 
evoluzione nel totalitarismo - esiti che furono sicuramente non banali sul 
piano espressivo e che racchiudono anche potenzialità euristiche per la 
comprensione delle odierne società poliarchiche e postdemocratiche, in cui 
il “momento” dell’estetizzazione non è affatto scomparso ma è stato 
traslato dallo spazio pubblico al turbocapitalismo finanziario.102 
Quello che cioè si vuol qui sostenere è che se l’estetizzazione della politica 
così come fu effettuata dal regime fascista e nella quale l’arte rivestì un 
ruolo - come vedremo - non secondario fu certamente un’esperienza 
negativa e che, in ultima istanza, non poteva non evolvere verso il 
totalitarismo (estrema devianza dell’estetizzazione della politica, che 
invece che produrre un atto creativo totale, come avrebbero voluto le 
avanguardie, genera il suo simmetricamente contrario negativo fotografico 
dell’asservimento allo stato totalitario), certamente l’assenza di un 
qualsiasi momento estetico nelle cosiddette liberaldemocrazie è altrettanto 
un fatto negativo, una negatività in cui l’indicazione per una 
“politicizzazione dell’arte” che secondo Benjamin avrebbe dovuto essere 
la riserva di caccia esclusiva del socialismo sovietico e di tutti i futuri 
regimi che a questo si sarebbero ispirati (mentre più propriamente una vera 
“politicizzazione dell’arte” fa parte di una dialettica intrinsecamente 
libertaria e di eversione di ogni forma di totalitarismo), non può essere 
certo considerata una risposta non fosse altro perché le rivoluzioni rosse 
hanno prodotto, al di là della non secondaria conseguenza 
dell’eliminazione di ogni forma di libertà pubblica e privata, una 
accentuazione del momento auratico, accentuazione che storicamente si è 
manifestata non attraverso creazioni artistiche ma attraverso la 
sacralizzazione del potere politico (mentre oggi in “liberaldemocrazia” si 
assiste alla sacralizzazione del momento finanziario).103 
102 Una analogia fra l’attuale fase postdemocratica ed il fascismo che nel 2007 poteva 
sembrare azzardata e che oggi nel febbraio 2012 per chiunque non voglia cedere a 
schiocchi paracosmi può sembrare addirittura banale. Per un’analisi più approfondita 
dell’intima costituzione autoritaria e, in ultima analisi, fascista della postdemocrazia 
poliarchica a guida turbo-capitalistica delle cosiddette democrazie occidentali, si 
rimanda volentieri all’analisi già svolta in Æsthetica Fascistica I.
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La mostra del decennale della rivoluzione fascista del 1932 rappresenta 
forse il culmine di quei momenti espressivo-estetici di alto valore e di 
sacralizzazione del potere fascista.104 Per l’allestimento della mostra, 
assumendo una decisione assai rischiosa ma che alla fine si rivelò 
vincente, Mussolini decise che era necessario ricorrere anche al linguaggio 
delle avanguardie artistiche, il solo in grado di garantire una 
partecipazione intensa, emotiva e coinvolgente all’evento. L’organo 
ufficiale del partito vantò l’impiego di una “schiera di artisti 
103 Se è di tutta evidenza che nelle liberaldemocrazie si è assistito progressivamente 
alla totale scomparsa di una estetizzazione della politica e della sfera pubblica 
genericamente intesa, è altrettanto fuor di dubbio che la maniacale e parossistica 
prevalenza della finanza (non dell’economia perché la vita dei produttori e le 
condizioni di produzione sono da un lato cadute - tranne pochissime eccezioni - 
nel più completo discredito, trascuratezza e sciatteria nel pubblico dibattito e 
nell’insignificanza anche dal punto di vista effettuale - e non solo della sua 
rappresentazione simbolica e culturale nella discussione pubblica - del capitale 
prodotto perché l’economia reale genera oggi solo 1/6 del valore rispetto a quello 
puramente finanziario) sulla politica e sulle attività direttamente produttive, 
configura, de facto, una estetizzazione e/o sacralizzazione della stessa. Questa ha 
raggiunto livelli così sfacciati, impudenti e volgari da chiedersi cosa ci stia a fare 
una democrazia se non a certificare stancamente e burocraticamente l’ineluttabile 
dittatura (e sacralizzazione veramente, questa sì, auratica) della finanza. A meno 
di non voler soggiacere a questo nuovo Moloch finanziario, si impone quindi una 
totale conversione ad U culturale - e politica - da parte della sinistra (ma sarebbe 
ancor meglio dire, si impone una vera e propria rifondazione politica), un radicale 
revirement che sappia auraticamente unire in sintesi dialettica il momento 
economico-produtivo con un rinnovato senso arendtiano della Vita Activa. In altre 
parole, stiamo parlando di un repubblicanesimo che sappia far tesoro del 
magistero e dei tesori - al momento scioccamente e vilmente perduti - di Karl 
Marx e di Hannah Arendt, che sappia operare una sintesi “poietica” fra l’homo 
laborans/faber e lo zoon politikon. Solo attraverso questa prospettiva di 
riappropiazione/esproprio auratico ai danni del capitale finanziario turbo-capitalitistico 
e di ri-estetizzazione dei reali momenti produttivi della società 
(siano questi di natura prettamente materiale come nell’economia o di natura 
simbolica come nella cultura e nella politica), potremo dire di avere veramente 
messo una prima pietra per l’edificazione di un autentico repubblicanesimo che 
non si limiti a rimirare con occhio archeologico le sue passate glorie del mondo 
classico o dell’inizio dell’epoca moderna (benissimo Machiavelli ma c’è stato 
“anche” Marx, anzi Marx non sarebbe comprensibile senza Machiavelli e la 
tradizione della filosofia politica naturalistica iniziata con Aristotele e proseguita 
nell’evo moderno da Machiavelli trova la sua massima e più compiuta
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dell’avanguardia” e la mostra come disse Mussolini fu “estremamente 
moderna e … audace, senza la malinconica raccolta di passati stili 
decorativi.”105 Un’audacia che ancor prima di entrare, doveva essere 
percepita dal visitatore attraverso la rinnovata facciata del Palazzo delle 
esposizioni di Roma dove si teneva la mostra. Gli architetti razionalisti 
Adalberto Libera e Mario De Renzi vollero infatti che la vecchia facciata 
del palazzo fosse interamente nascosta da una immensa parete metallica e 
che questa fosse frontalmente ritmata da quattro giganteschi fasci di 
venticinque metri di altezza sempre metallici e che ai due estremi della 
stessa fossero poste due imponenti X , ancora metalliche ed alte sei metri. 
Si trattava di un assolutamente impegnativo incipit ma i momenti 
espositivi che sarebbero seguiti a questo shock estetico-emotivo si 
sarebbero mostrati assolutamente all’altezza di quanto esibito all’entrata. 
La sala del 1922 voleva simboleggiare la lotta fra il caos e il principio 
ordinatore rappresentato dal fascismo e l’architetto razionalista Giuseppe 
Terragni, cui era stata affidata la realizzazione di questa sala, pur non 
essendo un futurista, ne tenne ben presente la lezione nell’intimo 
dinamismo delle soluzioni adottate che rappresentavano un felice 
compromesso nella dialettica astrattismo/figurativismo. L’entrata alla sala 
era stata volutamente intesa per ingenerare un fortissimo shock negativo 
al visitatore fervente fascista. La prima cosa che questi doveva infatti 
notare erano autentici vessilli e bandiere dei dissolti partiti sovversivi. Ma 
l’angoscia così suscitata veniva immediatamente dissipata dall’immediata 
osservazione che questi simboli sovversivi stavano appesi al soffitto in 
virtù di fascistissimi pugnali dai quali erano trafitti. 
Il culmine espressivo della sala del 1922 era però la parete denominata 
Adunate. Nella parte inferiore della parete erano rappresentate tre eliche 
espressione nel rivoluzionario e filosofo di Treviri) e che affronti con coraggio e 
con creatività quelle tradizioni politiche di liberazione dell’uomo che una piatta e 
sciocca esegesi neorepubblicana vorrebbe ancora tenere artificiosamente lontane 
da sè . 
104 M. S. Stone, The Patron State. Culture & Politics in Fascist Italy, Princeton (N.J.), 
Princeton University Press, 1998, pp. 129-176. 
105 
Ibidem, p. 141.
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d’aereo la cui immagine era composta dalle foto delle adunate di massa. Il 
resto della parete era infine ricoperto da una marea di mani in rilievo 
aperte nel saluto romano, a suggerire che il fascismo (saluto romano) 
promanava direttamente dal dinamismo delle masse, le eliche d’aereo 
composte con le foto delle adunate (la realtà ed anche il giudizio che 
Mussolini aveva delle masse, lo sappiamo, era diametralmente opposto ma 
qui non a caso siamo di fronte ad un tipico caso di arte totalitaria, cioè ad 
una rappresentazione esattamente opposta a quella che è la realtà). 
Le critiche da parte fascista spesso entusiastiche a questa sala non 
riuscivano però a celare un elementare quanto imbarazzante dato di fatto. 
Le influenze dell’avanguardia europea e, in particolare, che la tecnica del 
fotomontaggio, che era uno dei punti di forza della sala, era di diretta 
ispirazione dei futuristi-costruttivisti sovietici Melnikov e El Lissitzky e 
del dadaismo tedesco (dadaismo non certo in odore di fascismo). Inoltre, 
la marea di mani aperte nel saluto romano altro non era che una diretta 
citazione del manifesto elettorale Lavoratori, tutti devono votare nelle 
elezioni dei Soviet del costruttivista Gustav Klutsis per le elezioni 
sovietiche del 1927. 
Mentre il contributo di Terragni106 alla mostra fu tutto inteso nella 
costruzione di un’estetica che rappresentasse il dinamismo del fascismo e 
delle masse ricorrendo ad un simbolismo che traeva dalla modernità 
artistica i suoi spunti, nelle sale affidate a Sironi,107 l’espressione di questo 
dinamismo fu affidato ad una rilettura in chiave futurista ed avanguardista 
di vecchie e consolidate simbologie. Nella sala della marcia su Roma 
affidata a Sironi si poteva ammirare un bassorilievo di un’aquila in volo 
106 Sull’innovativo (ed utopico) linguaggio architettonico di Giuseppe Terragni, 
disperatamente proteso a conciliare la lezione modernista con gli stilemi fascisti 
classico-romani, cfr. T. L. Schumacher, The Danteum: Architecture, Poetics, and 
Politics under Italian Fascism, New York, Princeton Architectural Press, 1993. 
107 
Su Mario Sironi inteso non come massimo rappresentante di una presunta pittura 
fascista ma, più correttamente, come il maggiore pittore del ventennio fascista che, 
proprio in virtù della sua convinta e disinteressata adesione al regime, subì, dopo la 
seconda guerra mondiale, un assurdo ed immeritato ostracismo (e questo a fronte 
dello scarso apprezzamento che a più riprese gli manifestò Mussolini e dei 
conseguenti intermittenti appoggi ottenuti dal regime), cfr. E. Braun, Mario Sironi’s 
Urban Landscapes: The Fusturist/Fascist Nexus, in M. Affron, M. Antliff (eds), 
Fascist Visions, cit., pp. 101-133.
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stilizzata affiancato dal tricolore. L’accostamento della bandiera col 
bassorilievo generava il profilo del fascio, antico/nuovo simbolo politico 
la cui tradizione promanava direttamente da Roma antica (l’aquila) ma la 
cui modernità politica, si intendeva suggerire, era una diretta emanazione 
dei più consolidati valori patriottici, la bandiera nazionale. 
Il culmine della maestria sironiana fu però raggiunto nella Galleria dei 
Fasci, un allestimento dove l’artista fascista della prima ora riuscì 
effettivamente a creare un ambiente totalmente coinvolgente. Siamo qui in 
presenza di un lungo corridoio scandito da due energiche e massicce file di 
fasci. Questo doppio colonnato, che intendeva richiamarsi alla romanità e 
che aveva assunto come motivo ispiratore il principale simbolo del 
fascismo, conduceva ad un classicheggiante bassorilievo di un cavallo e 
del suo cavaliere col braccio destro proteso in avanti. La direzione indicata 
dal cavaliere era quella che il fascismo aveva impresso all’Italia ed era 
anche il percorso verso il momento culminante di tutta l’esposizione: 
l’entrata nella Cappella dei Martiri. 
La realizzazione della Cappella dei Martiri fu affidata agli architetti 
Adalberto Libera ed Antonio Valente. Indubbiamente affidare il climax del 
percorso liturgico della mostra ai due architetti razionalisti fu una scelta 
rischiosa ma che si dimostrò vincente. Invece di una tradizionale e 
cimiteriale commemorazione il cui unico risultato non sarebbe stato altro 
che confermare un inseparabile iato fra i vivi e i morti, Libera e Valente 
concepirono un ambiente ispirato a criteri minimalisti e di assoluta 
economia e concentrazione simbolica. La Cappella dei Martiri (i caduti, 
cioè per la causa fascista) era costituita da una sala circolare la cui parete 
era ricoperta dalla parola “presente” ripetuta senza soluzione di continuità. 
A risposta di questa parola scritta all’infinito, al centro della sala era 
posta una croce con la dicitura “Per la patria immortale”. Mentre 
spettralmente la sala continuamente riecheggiava di voci registrate che 
senza posa ripetevano “presente”, una crepuscolare illuminazione a luce 
rossa avvolgeva l’intero ambiente. 
Nella cappella siamo di fronte alla soluzione finale del dramma 
rappresentato dalla mostra e dal fascismo. Nelle sue varie sale (ne abbiamo 
descritte solo alcune), il visitatore era stato posto di fronte a simbologie 
negative cui trionfalmente si contrapponevano i segni del fascismo
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vincitore (dalla rappresentazione della simbologia fascista all’esibizione 
di vere e proprie “reliquie” squadriste: vennero mostrate camicie nere, 
gagliardetti, armi adoperate dalla squadracce, etc, e con modalità 
espositive aperte: i “sacri” reperti erano anche materialmente alla portata 
del contatto fisico del visitatore non ricorrendo mai alla soluzione di 
rinchiuderli in teche trasparenti e questo favoriva immensamente 
l’immedesimazione con gli eventi rappresentati) ma di fronte al sangue 
che era stato necessario versare per redimere l’Italia (la luce rossa) siamo 
di fronte al più profondo disvelamento: il fascismo culto di sacrificio e di 
morte e in cui l’angoscia che questa suscita si annulla con il sorgere qui 
ed ora (“presente”) di una superindividualità collettiva (“presente” 
ripetuto senza soluzione di continuità) che trascende la vita e la morte. In 
fondo, la megamacchina totalitaria che in quegli anni cominciava ad 
aumentare i suoi giri, prendeva coscienza di sé e si annunciava con un 
messaggio che aveva più di un’analogia con quello portato avanti dalle 
avanguardie (e non a caso la realizzazione della Cappella dei martiri fu 
affidata a chi era ben a conoscenza dei procedimenti linguistici che 
potevano veicolare il progetto di un superamento dell’individualità). Solo 
che nel caso delle avanguardie si trattava di superare il confine fra arte e 
vita per la creazione della Gesamtkunstwerk, l’opera d’arte totale, mentre 
nel caso del fascismo si volle creare la megamacchina totalitaria, una vera 
e propria Gesamtkunstwerk pubblica, dove sì sarebbe avvenuto un 
superamento ab imis del vecchio modo di intendere la vita e l’individualità 
ma questo superamento si sarebbe mostrato non attraverso una 
trasfigurazione artistica totale ma con la nascita di in una ipostatica ed 
olistica comunità di tutti coloro (viventi e non) che avevano combattuto e 
si riconoscevano nell’idea fascista. 
I primi anni Trenta rappresentano, in effetti, l’inizio di una vera e propria 
luna di miele del fascismo con le opinioni pubbliche dei paesi 
industrializzati ed anche le élite culturali ed artistiche estere 
cominciavano a guardare con crescente simpatia all’esperimento 
“rivoluzionario” fascista. Di fronte ad un capitalismo selvaggio che dopo 
la crisi del ’29 aveva dimostrato solo di saper unire al massimo della 
spietatezza sul destino del proletariato anche il massimo di inefficienza 
economica dilapidando a vantaggio di nessuno immensi patrimoni e di 
fronte ad un socialismo sovietico che agli osservatori più avvertiti e 
smaliziati già si profilava come un pauroso balzo all’indietro per la civiltà
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umana, era forse possibile una terza via? e forse questa speranza di 
fuoruscita dalle strette di una modernità sempre più disperante e soffocante 
poteva essere costituita dal fascismo italiano e dalla sua estetizzazione 
dello spazio pubblico che sembrava fornire una apparente percorribile via 
d’uscita, non comunista, dalle contraddizioni del sistema capitalista?108 In 
molti allora, e non solo in Italia, lo pensarono; molti che vengono oggi - 
e giustamente - indicati come capisaldi della cultura democratica ed eredi 
nel Novecento dell’illuminismo non vollero certo convertirsi alla 
108 Mentre in un sistema capitalistico a struttura politica di democrazia rappresentativa, 
la pulsione estetizzante viene, de facto, deviata sul sistema capitalistico sacralizzando 
e dotando così di un’ aura sacra i vari processi di moltiplicazione del capitale, 
tendenza che raggiunge il suo parossismo nell’odierna poliarchia postdemocratica a 
guida turbo-capitalismo finanziario, nei regimi totalitari del Novecento, rossi o neri è 
indifferente, è lo spazio pubblico ad essere investito da questa forza. Il problema è 
che per i regimi totalitari lo “spazio pubblico” è inteso unicamente come una pura 
astrazione geometrica che può - anzi deve - essere riempito da “uomini senza 
qualità” da manovrare in una vuota piazza d’armi e non uno “spazio politico”, che è 
luogo non di astratta geometria euclidea per i meccanici ed irrigiditi movimenti delle 
sfilate militari ma un vitale e sempre mutevole “spazio di possibilità” per la 
comparsa al mondo (o, sarebbe meglio dire, per la comparsa del mondo) di 
rappresentazioni ed elaborazioni simboliche e culturali e che contempla, come 
condizione imprescindibile per la sua esistenza, l’esperire da parte dell’uomo una 
reale condizione di Vita Activa ed un reale senso di empowerment. Quindi se l’attuale 
sistema turbo-capitalistico è volto allo svuotamento ed evisceramento totale della 
democrazia, violentemente sospingendosi alla sacralizzazione e/o estetizzazione dei 
suoi meccanismi moltiplicatori - e i totalitarismi sempre intesero un spazio pubblico 
sì estetizzato ma definito in senso puramente geometrico e riempito da surreali 
soldatini di piombo e raccapriccianti feticci di marionette antropomorfe di uomini 
“senza qualità” -, il problema che si oggi si pone per la democrazia, o meglio, per un 
Res Pvblica autenticamente politica, non è tanto rifiutare il momento estetizzante e/o 
sacro-auratico come una sorta di detrito alieno da una moderna concezione della 
politica (mentre in realtà questa dimensione viene sempre potentemente esperita da 
chi detiene le leve del potere reale) ma di riannetterlo con consapevolezza 
rivoluzionaria come l’elemento fondante del suo patto fondativo. Benjamin vedeva la 
via d’uscita alle contraddizioni dell’autodistruttiva estetizzazione della politica 
fascista nella politicizzazione dell’estetica che a suo giudizio veniva portata avanti 
nell’Unione Sovietica. In realtà sia i regimi fascisti che quelli comunisti hanno 
estetizzato la politica attraverso il processo di politicizzazione dell’estetica, non nel 
senso però che l’estetica è uno dei momenti fondanti della politica ma che la politica 
se ne serve come di una ubbidiente schiava (e in questo senso sono molte le 
similitudini con l’attuale fase turbo-capitalistica). In realtà la via d’uscita da questo 
stato delle cose rimane ancora la benjaminiana “politicizzazione dell’estetica”, che
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“luminosa” idea che si irradiava dall’Italia ma ritennero che almeno fosse 
saggio mantenere aperte con questo fenomeno politico - proficue, e non 
solo sul piano personale - linee di contatto e comunicazione. E non 
intendiamo qui riferirci alla disgraziatissima vicenda di Ezra Pound (la cui 
incomprensione della natura vera del fascismo fu pari solo a quella di 
Marinetti e che continua post mortem a pesare come un macigno: nei 
confronti dei suoi denigratori, dai quali è visto come l’archetipo del 
pensiero reazionario moderno, e da parte dei suoi odierni sostenitori, le 
destre estreme e razziste, che accettano appunto con gioia questo 
stereotipo) e nemmeno ad un Waldemar George, il quale pur partendo da 
posizioni moderniste, nel 1928 in una monografia sul pittore Filippo de 
Pisis, era arrivato ad affermare che “l’Italia ha creato una ideologia. 
Contro l’imperialismo del pensiero francese che domina l’universo nel 
campo dell’arte, Roma oggi proclama un’opposta ed autentica estetica 
italiana. Questa esasperazione dell’idea nazionale, questo conscio ed 
appassionato sentimento etnico, questo attaccamento alle origini, può 
generale una vitale, pulsante ed attiva forma di espressione? Io fortemente 
lo credo. Il fervore ha sempre offerto un terreno favorevole per il fiorire 
dei movimenti artistici.”109 Intendiamo, ancor più significativamente, 
volgerci verso un’ icona democratica e progressiva del secolo che si è 
appena congedato, a Charles Edouard Jeanneret, meglio noto come Le 
Corbusier, che sul numero 2 di “Stile Futurista” dell’agosto 1934, 
nell’articolo L’esprit romain et l’estétique de la machine, affermava : “ Io 
comprendo molto bene che, per quanto riguarda l’architettura e 
l’urbanistica, la questione è, in Italia, posta sotto il segno “Romano”. 
“Romano” significa intraprendere, amministrare, ordinare. […] Lo 
spettacolo attuale dell’Italia, lo stato della sua potenza spirituale, 
annunciano il fiorire imminente dello spirito moderno. Il suo splendore, in 
ragione della sua purezza e forza, farà luce sulle strade rese confuse dai 
se intesa dialetticamente significa sia che il momento estetico diventa il dominus 
della politica e che la politica contemporaneamente ri-torna al momento auratico 
della produzione materiale e simbolica con questo fondendosi, una dimensione 
estetico/auratica rimessa così “con i piedi per terra” e che è la speculare antitesi alle 
estetizzazioni autoritario-totalitarie e a quelle turbo-capitalistiche. 
109 M. Affron, Waldemar George: A Parisian Art Critic on Modernism and Fascism, 
in M. Affron, M. Antliff (eds), Fascist Visions, cit., p.185.
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vili e dai profittatori. E questo significherà un magnifico entusiasmo nella 
gioventù del paese, la quale, piena d’ardore, schiuderà l’aurora di una 
civiltà macchinista. […] Fare il viso del paese. Farlo bello. Farlo 
coraggiosamente.”110 
Si tratta di parole molto impegnative, che se difficilmente potrebbero 
essere rubricate unicamente come un giudizio positivo riservato solo alle 
realizzazioni estetico-urbanistiche del regime (era un giudizio globalmente 
positivo sull’operato del fascismo, un apprezzamento che in parte è da 
ritenersi sincero e, in parte, è da considerare tributario della speranza di Le 
Corbusier di poter contribuire professionalmente all’edificazione delle 
nuove città rurali che si stava compiendo in quegli anni soprattutto 
nell’agro pontino), sono per altro rivelatrici che la 
collaborazione/egemonia del regime con il mondo dell’arte (nello 
specifico con gli architetti modernisti alla Terragni o alla Libera o più 
conservatori e classicisti come Marcello Piacentini) aveva dimostrato una 
fortissima efficacia propagandistica all’estero come in Italia. 
E che non solo di propaganda nel senso classico e riduttivo della parola si 
trattasse, viene storicamente evidenziato da due incontrovertibili dati di 
fatto. Primo. Dopo una iniziale fase di mera presa di possesso e controllo 
delle istituzioni culturali ed artistiche, periodo in cui il regime si 
disinteressò sostanzialmente di instaurare un rapporto organico con le 
correnti artistico-letterarie italiane, assistiamo successivamente al 
progressivo formarsi di un vero e proprio atteggiamento mecenatesco del 
regime, il quale pur non arrivando ancora a formulare una dottrina ufficiale 
per una vera e propria arte di stato (a rigore non vi si arriverà mai), 
110 E sempre sotto il segno romano può essere interpretato il seguente giudizio di Le 
Corbusier sulla neoedificata città pontina di Sabaudia, che in effetti può essere 
considerata il miglior successo della politica fascista di edificazione di nuove 
“città”( le virgolette sono d’obbligo perché, in realtà, non furono edificate città ma, 
per essere più precisi, grossi villaggi rurali): “ Un dolce poema, forse un poco 
romantico, segno evidente d’amore” (cit. da M. Sernini, Ancora sull’urbanistica del 
periodo fascista, in G. Ernesti (a cura di), La costruzione dell’utopia. Architetti e 
urbanisti nell’Italia fascista, Roma, Edizioni Lavoro, 1988, p.227). Sui “segni 
romani” cui Le Corbusier, comunque, non fu mai indifferente e sul suo rapporto col 
fascismo, argomento fino a non molto tempo fa tenuto debitamente “coperto”, cfr. M. 
McLeod, Urbanism and Utopia: Le Corbusier from Regional Sindacalism to Vichy, 
tesi di dottorato, Princeton, 1985.
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 125 di 158 
attraverso la bocca dei suoi principali esponenti (nel caso in specie 
Mussolini e Bottai), pur affermando (e realmente permettendo) la più 
ampia libertà e possibilità di espressione formale, cercherà di far leva sullo 
strumento della commissione e degli incarichi per indirizzare gli artisti 
verso le soluzioni che di volta riteneva più opportune. Siamo quindi di 
fronte ad un atteggiamento totalmente eclettico da parte di Mussolini e del 
suo regime, che se, come nel caso della mostra del decennale della 
rivoluzione fascista, portando alla collaborazione/sovrapposizione fra le 
espressioni più moderne del modernismo architettonico di Libera e 
Terragni con le migliori e più aperte istanze novecentiste-tradizionaliste 
(Sironi), diede alla luce un evento estetico di assoluta rilevanza anche 
internazionale, in altre assai meno felici circostanze, come nel caso 
dell’edificazione delle città pontine, accanto a risultati di buon rilievo, vedi 
Sabaudia, originò veri e propri disastri urbanistici, ridicole sovrapposizioni 
fra la retorica antiurbanistica della ruralità e quella dell’allora incipiente 
romanità.111 
Secondo. Al di là degli insuccessi o dei disastri, l’eclettico mecenatismo di 
stato di questi primi anni Trenta non risultò mai una cappa soffocante per 
le ricerche formali. Nelle varie esposizioni, provinciali, regionali fino a 
giungere alla prestigiosa Biennale di Venezia, accanto a pittori 
novecentisti esponevano futuristi, espressionisti fino a giungere agli 
assolutamente ostici (certamente così apparivano agli occhi del regime) e 
figurativamente idiosincratici astrattisti. E se vi erano artisti, fra i meno 
dotati e affermati, comunque, che per compiacere i desiderata del regime 
si producevano in opere di pura oleografia propagandistica (vedi per es. 
l’Incipit novus ordo vincitore della biennale di Venezia del 1930 nella 
sezione a tema sponsorizzata direttamente dal partito fascista, una piatta 
allegoria pittorica di Arnaldo Carpanetti dove le quadrate schiere fasciste 
sbaragliano una scomposta marmaglia sovversiva - e dove però per 
eterogenesi dei fini la marmaglia sbaragliata dai fascisti risulta più 
interessante ed umanamente ricca delle quadrate schiere), vi erano anche 
dei Mario Sironi che, sempre alla Biennale di Venezia del 1930, presenterà 
Pascolo, dipinto sicuramente pervaso di intenso lirismo ma che non 
111 Per i fasti e i nefasti dell’edificazione delle nuove “città” volute dal regime, cfr. R. 
Mariani, Fascismo e “città nuove”, Milano, Feltrinelli, 1976; L. Nuti, R. Martinelli, 
Le città di strapaese. La politica di “fondazione” nel ventennio, Milano, Franco 
Angeli, 1981 e G. Iuffrida, Territorio e città nell’Italia fascista. Un caso di sintesi: la 
Piana di S. Eufemia, Bari, Laterza, 1992.
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 126 di 158 
risparmiò all’artista fascista per antonomasia gli stizziti commenti di 
Mussolini che non gradiva assolutamente le deformazioni anatomiche sulla 
figura umana operate di solito da Sironi e particolarmente evidenti 
nell’opera in questione. Per non citare i soliti futuristi che non contenti dei 
buffi ed inquietanti automi di Fortunato Depero (sempre alieni alla 
mentalità di Mussolini, che sul futurismo, per soprammercato, per ragioni 
di opportunità politica era costretto a tacere e quando ne parlava non 
poteva far altro che elogiarlo) o delle “stravaganze” delle aeropitture (si 
veda Aeroarmonie del futurista Osvaldo Peruzzi, presentata alla Biennale 
di Venezia del 1934 nel salone appositamente dedicato agli aeropittori 
futuristi), arrivano nella rappresentazione del duce ad involontari effetti 
caricaturali, come in DUX di Ernesto Michahelles, detto Thayhat, una 
sorta di busto in ferro e acciaio dove il viso di Mussolini subisce una così 
profonda stilizzazione da perdere qualsiasi tratto umano e finisce 
coll’assomigliare ad un elmo corinzio (ed il comico fu che Mussolini 
dichiarò - e ci piacerebbe veramente sapere se sinceramente o no ma 
quando si trattava di futuristi il duce era sempre molto diplomatico - 
“questo è Mussolini come piace a Mussolini”) o come nella Sintesi 
plastica del Duce del futurista Prampolini, ritratto dove la comicità è 
assolutamente voluta (anche se ovviamente non derisoria) e dove la 
rappresentazione stereotipizzata del volto di Mussolini è ottenuta, come in 
una sorta di Arcimboldo cubista, tramite l’accostamento, anziché di 
elementi naturali, di piani geometrici; per finire con il veramente al di là 
del bene e del male L’impero balza dalla testa del Duce di Ferruccio 
Vecchi, dove sul capo di un Mussolini dall’aspetto tanto feroce e 
deformato da sembrare una testa imbalsamata di cinghiale da appendere al 
muro, si erge un altro Mussolini, nudo a figura intera con muscolatura da 
culturista, che brandisce un fascio littorio e una spada.112 
Di fatto, in nessun altro regime del periodo, fosse questo tendenzialmente 
autoritario o totalitario o democratico, le arti figurative e plastiche (non 
parliamo della letteratura, è evidente, perché la parola, è ovvio, necessitò 
sin dall’inizio della dittatura di un regime “particolare” di tutt’altro segno) 
furono finanziate ed anche lasciate (relativamente) libere come accadde nei 
112 Si può prendere visione di questi “capolavori” in L. Malvano, Fascismo e politica 
dell’immagine, Torino, Bollati Boringhieri, 1988, che contiene una bella sezione 
iconografica con alcune delle principali opere scultoree e pittoriche prodotte nel corso 
del ventennio.
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 127 di 158 
primi anni Trenta sotto il regime fascista. Ma quello che poteva costituire 
un unicum della storia del Novecento, cioè un regime dittatoriale e 
reazionario nella sfera delle politiche pubbliche che però in fatto di arte si 
tramuta in munifico ed anche amante della libertà espressiva, si rivelò in 
brevissimo tempo una amara illusione. 
Note sono le ragioni che portarono a questo tragico risveglio. Innanzitutto 
la natura composita del fascismo che se, solo per rimanere nel campo 
dell’arte, fra le sue fila poteva annoverare all’ “ala sinistra” novecentisti 
bontempelliani, novecentisti sarfattiani, futuristi e architetti razionalisti, 
nel settore di destra comprendeva gruppi che vedevano come fumo negli 
occhi il “generoso” mecenatismo di regime dei primi anni Trenta. E se i 
rondisti e i selvaggi strapaesani rappresentavano in fondo la minoranza 
dell’intellettualità che dava appoggio al regime, costoro non erano affatto 
in posizione subordinata in fatto di rappresentatività del sentire profondo 
del partito fascista, che decisamente spingeva per porre fine prima 
possibile al regime del mecenatismo di stato e alla possibilità di libera 
sperimentazione in campo artistico, al fine di imporre come arte di stato 
un tradizionalistico e piatto figurativismo intrinsecamente più adatto a 
propagandistiche manipolazioni romano-imperiali. 
La seconda ragione è più di tipo politologico e riguarda le dinamiche 
interne dei regimi autoritario-dittatoriali che generalmente spingono 
successivamente all’edificazione di sistemi totalitari. Durante i primi anni 
Trenta la scelta di Mussolini, ritenuti acquisiti il consolidamento della 
dittatura e la sconfitta delle opposizioni, era stata allargare la base di 
consenso del regime. In quest’operazione il mecenatismo di stato aveva 
rivestito un ruolo di primaria importanza ed anche in ragione di questa 
scelta “illuminata” nel campo dell’arte, il regime aveva acquisito un 
“pieno” di consenso (la mostra del decennale della rivoluzione fascista, 
vero proprio trait d’union fra momento politico di autorappresentazione 
del regime e ricerca formale artistica, era stata un travolgente successo in 
termini di partecipazione popolare e di apprezzamenti positivi, anche 
all’estero). Ma oltre a questo “pieno” non era possibile andare e insistere 
in questa direzione avrebbe rischiato di minare le fondamenta stesse della 
dittatura (che senso avrebbe avuto infatti un regime reazionario dove tutti 
avessero preteso una effettiva libertà espressiva, come era accaduto nel
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 128 di 158 
campo dell’arte?). Era perciò necessario mettere a frutto il consenso 
riscosso e passare ad una successiva fase. 
Si trattava quindi ora di dare finalmente ascolto a quanti nel partito, la 
maggioranza, non avevano mai digerito il mecenatismo di stato, ed 
apprestarsi alla costruzione di quanto da sempre era stata la teleologia 
vera e più intima, anche se mai del tutto disvelata, del fascismo e di 
Mussolini: la costruzione della megamacchina totalitaria, vera e propria 
traduzione - ma anche simmetrico negativo rovesciamento - nel momento 
politico di quello che era sempre stato il programma delle avanguardie 
storiche, il superamento cioè dell’arte nel momento più alto e significativo 
della Gesamtkunstwerk, cioè la totale fusione fra arte e vita.113 Con una 
“piccola” differenza. Mentre per le avanguardie storiche, compreso il 
futurismo, la Gesamtkunstwerk, l’opera d’arte totale, aveva il significato 
del supremo momento creativo attraverso la fusione dell’arte con la vita 
ma intesa, questa, ancora a livello individuale e non di massa, per il 
fascismo giunto alla sua maturazione totalitaria, la Gesamtkunstwerk 
politica doveva riguardare sia il superamento dell’arte sia dell’individuo, il 
quale doveva essere superato e dissolto non per fondersi con un atto 
creativo da sé stesso determinato ma semplicemente per unirsi 
passivamente al superindividuale ed olistico momento creativo 
rappresentato dallo stato totalitario. 
Piuttosto come nell’interpretazione benjaminiana secondo cui il fascismo 
si presenta come il sostituto di un’auraticità messa in crisi dall’entrata in 
scena dei mezzi di riproduzione meccanica dell’esperienza sensibile (foto 
e cinematografia in primis, secondo Benjamin), l’evidenza storica ci 
presenta una situazione dove lo stato fascista è l’agente unico, 
monopolistico e totale del trasferimento, all’interno della megamacchina 
totalitaria, di un ineliminabile e primigenio momento auratico. In questo 
senso, l’estetizzazione della politica pur rimanendo il concetto 
fondamentale per capire il “cuore di tenebra” del fascismo114 (e anche di 
113 Per comprendere il problema insoluto (ed insolubile) delle avanguardie in cui il 
superamento dell’arte contiene in sé anche il germe dello svuotamento 
dell’avanguardia stessa, fondamentali, R. Poggioli, The Theory of the Avant-Garde, 
Cambridge (Mass.), Belknap, 1968 e P. Bürger, Theory of the Avant-Garde, 
Minneapolis, University of Minnesota Press, 1984. 
114 A. Hewitt, Fascist Modernism, cit.
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 129 di 158 
quello di tutti i totalitarismi antipolitici, turbocapitalismo finanziario in 
primis, dove il “momento” dell’estetizzazione viene trasferito dallo spazio 
pubblico - non dalla politica, perché di politica, de rigueur, si potrebbe 
parlare solo in Res Pvblica e dove possa essere esercitata una Vita Activa - 
alla adorazione e/o sottomissione al meccanismo di riproduzione del 
capitale ),115 dà anche ragione - oltre al finale precipitare del fascismo 
nella guerra dove, come dice Benjamin, la morte stessa è evento 
spettacolare agli occhi di un’umanità esteticamente fascistizzata e oltre alle 
necessità meramente propagandistiche e di inquadramento delle masse - 
della vera e propria ossessione dell’ultima fase del regime per lo stile e per 
la forma. L’uomo nuovo fascista non solo doveva essere atletico e 
attendere a tutti i numerosissimi esercizi paramilitari e celebrazioni che 
infestavano il calendario (come questo dispendio emotivo-fisico-energetico 
fosse compatibile con il ridotto apporto calorico cui aveva 
accesso il popolo e con la retorica ufficiale della frugalità alimentare solo 
Dio lo sa) ma doveva altresì adottare uno stile epistolare più rapido e 
parlare in modo più diretto abolendo il voi in favore del tu (veramente 
comiche a questo proposito le circolari staraciane ma meno comiche ed 
115 Quando l’estetizzazione e/o il conferimento di auraticità riguarda processi e/o 
situazioni che vogliono prescindere dal diretto intervento responsabilizzante della 
Vita Activa (totalitarismi politici e totalitarismi economici come l’attuale fase turbo-capitalistica, 
che potrebbe altrimenti anche essere definita come estetizzazione della 
non politica, all’insegna delle parole di Tertulliano: “nec ulla magis res aliena quam 
publica” - nulla ci è più alieno della cosa pubblica), siamo di fronte ad estetizzazioni 
regressive, come nel caso dell’estetizzazione politica operata dal fascismo. Nello 
specifico, riguardo l’estetizzazione regressiva del fascismo, anziché di estetizzazione 
della politica è più corretto parlare di estetizzazione dello spazio pubblico, inteso - 
come già detto in nota 11 - in maniera puramente geometrico-euclidea e popolato da 
uomini passivi ed inerti pronti a rispondere estaticamente ai più folli ed irrazionali 
desiderata dell’autocrate di turno, risposta perinde ac cadaver che è il vero Schwarze 
Sonne della Gesamtkunstwerk fascista e totalitaria tout court. Quando invece 
l’estetizzazione è volta al conferimento di valore ad ogni situazione che coinvolge 
l’attiva e piena responsabilità dell’uomo, siamo di fronte ad una vera estetizzazione 
politica. Al contrario della Gesamtkunstwerk fascista, la Gesamtkunstwerk della Res 
Pvblica è un’ agorà popolata da individui responsabili, dialoganti (e last but not the 
least, agenti). E se questa differenza fra la Gesamtkunstwerk del fascismo (ma anche 
della stessa attuale postdemocrazia a guida turbo-capitalistica) e quella della Res 
Pvblica vogliamo concepirla attraverso un raffronto pittorico, si confrontino le 
metafisiche piazze italiane di De Chirico con la Scuola di Atene di Raffaello. Inutile 
dire da quale dipinto sia rappresentata la Gesamtkunstwerk repubblicana.
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 130 di 158 
anzi lugubri le vignette a favore del tu che comparvero sui principali 
quotidiani nazionali, dove di solito il voi veniva fatto giacere sotto una 
pietra tombale).116 
E che si trattasse di qualcosa che andava oltre la propaganda ma della 
realizzazione di qualcosa di più intimo e profondo, la concretizzazione 
insomma dell’intima pulsione fascista di estetizzazione della politica 
attraverso la realizzazione di una megamacchina totalitaria volta alla 
parossistica e geometrica occupazione di tutto lo spazio pubblico, lo 
apprendiamo dalle fonti interne dello stesso regime, come quando un passo 
del Diario di Ciano ci restituisce un voyeuristico Mussolini che 
personalmente crea e progetta nei dettagli una sfilata militare e poi, per 
paura che le sue indicazioni non vengano rispettate alla lettera, si mette a 
spiare le evoluzioni militari dietro le tende del suo studio. 
La surreale e voyeuristica scena del duce che osserva e spia nascosto da 
pesanti tendaggi è del resto del tutto conforme allo spirito dell’ultima fase 
del regime prima della guerra, quella cioè dell’alleanza con la Germania. 
Un’alleanza dove il regime immolò sull’altare di una folle intesa militare 
e della conseguente imitazione dei tratti più bestiali e deteriori dell’alleato 
nazista (fatta salva, ovviamente, l’efficienza militare tedesca, del tutto 
irriducibile alla pappagallesca - ma tragica - scopiazzatura ideologica e 
stilistica operata dal fascismo sul nazismo), quelli che erano stati i (pochi) 
tratti non del tutto ignobili di solo qualche anno prima. 
Difficile in questa ultima evoluzione del regime individuare la vicenda che 
meglio si presta ad illustrare il rapporto fra arte e fascismo in seguito 
all’alleanza con la Germania. Se anche in Italia non si giunse alla 
cosiddetta esposizione dell’Entartete Kunst (arte degenerata), e questo 
soprattutto per merito di Marinetti che si impegnò personalmente presso il 
duce perché non si ripetesse in Italia questo sconcio,117 anche sul versante 
artistico l’Italia non era altro ormai più che una pallida e ridicola caricatura 
116 Sullo stile fascista che il regime voleva inculcare agli italiani e quanto queste 
pretese di estetizzazione della politica fossero in lancinante contraddizione con le 
condizioni socioeconomiche dell’Italia del ventennio, cfr. S. Falasca-Zamponi, 
Fascist Spectacle. The Aesthetics of Power in Mussolini’s Italy, Berkeley, University 
of California Press, 1997. 
117 
C. Salaris, Artecrazia, cit., pp. 192-211.
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 131 di 158 
della più forte alleata. (E chi inserire fra l’altro fra gli artisti degenerati? : 
alla luce dei canoni estetici che calavano ora dalla Germania, secondo i 
quali tutto ciò che si allontanava da un agiografico e piatto figurativismo 
era da considerare degenerato, la maggior parte degli artisti che 
sinceramente in passato avevano accondisceso alle “glorie” del regime 
sarebbero stati ora da considerare degenerati senza possibilità d’appello. 
Questo anche per significare lo stato confusionale mentale, culturale e 
politico in cui in quel periodo piombarono Mussolini e il suo regime). 
Il premio Cremona istituito da Farinacci a partire dal ’39 costituisce il 
tentativo più evidente del fascismo di assumere gli stilemi estetici 
nazionalsocialisti. Ai partecipanti alla rassegna - artisti sempre poco 
quotati e assolutamente ligi ai diktat del regime - non era concessa alcuna 
libertà espressiva dovendo essi limitarsi ad illustrare temi e soggetti 
stabiliti in anticipo. Ad imitazione di quanto in similari mostre veniva fatto 
in Germania, il tema da illustrare poteva riguardare l’ascolto del discorso 
del duce - anziché di Hitler - alla radio, tema assegnato alla prima edizione 
della rassegna nel ’39, oppure nell’edizione del ’41, la rappresentazione 
della gioventù del littorio. 
Solo per limitarci alla critica estetica di queste due edizioni, nei dipinti del 
’39, la rappresentazione della auscultazione del discorso del duce viene di 
solito effettuata ricorrendo ad una pittura esemplata su moduli giotteschi, 
con semplici e statiche composizioni di masse umane cui fanno da sfondo 
scenari naturali che richiamano indeterminate e quasi metafisiche località 
collinari o montane di un indeterminato centro Italia. Nonostante sia da 
supporre che non rientrasse nelle intenzioni degli autori, il senso 
prevalente di queste opere è un senso di attonita e gelida staticità. 
Nel ’41 con la rappresentazione della gioventù italiana del littorio, ci si 
volle avvicinare agli stereotipi estetico-razziali ariani. Operazione 
miseramente fallita, se teniamo conto che il primo classificato di questa 
edizione è un dipinto dove si vede un gruppo di giovani donne e uomini 
prima (o dopo, questo non è ben chiaro) dell’esecuzione di esercizi 
ginnici. Sulle donne nulla di particolare da rilevare mentre è attraverso la 
rappresentazione dei ragazzi (in pantaloncini da ginnastica e a torso nudo) 
che si disvela persino l’incapacità imitativa rispetto allo stereotipo razziale 
tedesco. La muscolatura dei ragazzi, in effetti, è in rilievo ma questa
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 132 di 158 
definizione non è quella di corpi abituati a duri esercizi sportivi ma è il 
triste frutto di una quasi impressionante magrezza; in pratica questi giovani 
fascisti sono quasi ridotti a pelle e ossa. Addirittura in un torso di un 
ragazzo che ci volge le spalle rinveniamo i segni del paramorfismo delle 
scapole alate.118 
Se non ci fosse da piangere, verrebbe da ironizzare sul fatto che la retorica 
di regime sulla nazione preparata anche razzialmente e nella umana 
fisicità alla guerra nulla poteva di fronte alle ristrettezze alimentari del 
periodo che in maniera così crudele affliggevano il corpo non solo della 
gioventù ma anche del resto del popolo italiano. 
Ma assolutamente nessun sorriso possono strappare gli odiosi e dementi 
articoli che Pensabene ed Interlandi rovesciavano sulle pagine di 
“Quadrivio” e de “Il Tevere”. Per questi due zelanti interpreti della fase 
terminale del fascismo nazificato, i nomi più famosi e illustri del 
novecentismo italiano, come Carrà, De Chirico, De Pisis dovevano essere 
liquidati come arte inquinata razzialmente (di ispirazione ebraica) e 
comunque non fascista, internazionalista, in altre parole degenerata; uguale 
giudizio subiva l’espressionismo della scuola romana; tutti i futuristi, con 
in testa il per loro incomprensibile e certamente scomodo Marinetti, 
venivano gettati fra gli inferi delle forme d’arte verso le quali il fascismo 
avrebbe dovuto separare decisamente le proprie sorti, come del resto era 
successo in Germania con l’inclusione fra l’Entartete Kunst anche dello 
stesso pittore espressionista - e nazista - Emil Nolde; stesso destino si 
sarebbe dovuto riservare all’architettura razionale dei Terragni e dei Libera 
e poco importa se in un recentissimo passato l’architettura razionale 
italiana era stata uno dei biglietti da visita che il regime aveva ritenuto di 
spendere all’estero per dissipare definitivamente la propria fama di 
anticultura e di brigantaggio politico (istruttivo a tal proposito il già citato 
episodio di Le Corbusier) e se la relativa libertà espressiva dal punto di 
vista formale degli artisti italiani era stata al contempo e una esperienza 
unica nel panorama mondiale del Novecento di un proficuo - anche se 
pesantemente eterodiretto dal potere politico - rapporto fra arte e potere ed 
anche un indiscutibile segno - poi smentito miseramente dai fatti - della 
“normalità” del fascismo rispetto ai regimi liberaldemocratici dell’epoca; 
118 Il dipinto che illustra questa disgraziata e affamata “Gioventù italiana del Littorio” 
può essere osservato a pagina 186 di M. S. Stone, The Patron State, cit.
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 133 di 158 
regimi i quali, anche in virtù della liberalità dell’inizio degli anni Trenta 
del fascismo nel campo delle arti, erano stati indotti a considerare lo 
stesso fascismo solo come una sorta di rude reazione contro il 
sovversivismo rosso e non certo quella drammatica catastrofe della civiltà 
che si manifestò in seguito attraverso il tentativo di edificazione della 
megamacchina totalitaria. 
“L’umanità che nei tempi di Omero era oggetto della contemplazione degli 
dei olimpici, ora lo è per sé stessa. La sua autoalienazione ha raggiunto un 
tale grado che può vivere la sua autodistruzione come un piacere estetico 
di prim’ordine”. Il giudizio che Benjamin dava sulle pulsioni 
autodistruttive e suicide indotte dalla estetizzazione della politica in chiave 
totalitaria operata dal fascismo non furono sopite dalla dipartita dalla 
storia dei regimi che a questa avevano informato il proprio rapporto con le 
masse. E se già sarebbe altamente discutibile attribuire al solo defunto 
regime sovietico l’intento di “politicizzazione dell’arte” (a rigore una 
radicale politicizzazione dell’arte vollero compiere anche la Germania 
nazista e la fase terminale del fascismo ma se vogliamo riferirci 
all’edificazione della megamacchina totalitaria come suprema forma 
d’arte, allora, in fatto di “estetizzazione della politica”, l’ex Unione 
sovietica e gli analoghi regimi socialisti più o meno appartenenti al blocco 
sovietico del secondo dopoguerra nulla ebbero da imparare dalla 
Germania nazista e dall’Italia fascista), non si può nemmeno per assurdo 
affermare che le cosiddette moderne liberaldemocrazie siano al riparo dai 
fantasmi del passato, irrimediabilmente minate come sono dalla loro 
involuzione poliarchico-postdemocratica a guida turbo-capitalistica. In 
aggiunta alla comprovata incapacità delle “liberaldemocrazie” di saper 
ottemperare a livello di efficaci politiche pubbliche ai loro stessi enunciati 
ideologici e paracosmici (fornire cioè alle popolazioni da questi regimi 
governate quel minimum di libertà, prosperità, cultura ed appartenenza che 
rendano la vita degna di essere vissuta), la nostra attuale era della 
iperriproducibilità elettronica, oltre a mettere in radicale discussione le 
estetiche kantiane in misura ben oltre maggiore di quello che tentarono le 
avanguardie novecentesche (su un piano meramente estetico non possiamo 
nemmeno concepire una fusione fra arte e vita perché se l’auraticità aveva 
secondo Benjamin una sua estrema ridotta nel culto delle stelle del cinema, 
oltre che naturalmente nella fascistica “estetizzazione della politica”, ora 
con le tecnologie informatiche l’assoluta autonomia dell’immagine risulta
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 134 di 158 
da un lato come il definitivo de profundis verso i vecchi canoni 
dell’esegesi estetica e con essi del modo di intendere l’auraticità e 
dall’altro introduce una assoluta autoreferenzialità tecnologica generatrice 
di senso ben al di là della agognata e mai veramente raggiunta unione di 
arte e vita di avanguardistica memoria), è anche percorsa da incubi e 
fantasmi la cui aiesthesis se certamente deve molto alla nuova frontiera 
elettronica è parimenti debitrice non solo di quella Æsthetica Fascistica 
che per Benjamin rischiava di rendere la fine del mondo uno spettacolo 
gradevole ma che trae segreta linfa vitale anche da quella Æsthetica 
Turbocapitalistica che ha così tanti tratti comuni con quella del fascismo e 
di tutti gli altri totalitarismi politici.119 
119 “Stranamente” la fusione fra arte e vita avviene anche nella rete e con moduli molto 
simili alla Gesamtkunstwerk fascista. Come nel fascismo, anche nella rete il soggetto 
individuale viene dissolto per essere rimpiazzato da un’olistica superindividualità 
collettiva che trova la possibilità della sua esistenza e delle sue potenzialità totalitarie 
attraverso la pervasiva presenza nel Web (mentre nel fascismo questa 
superindividualità collettiva trova il suo ipostatico inveramento nella comunità 
passata, presente e futura di tutti coloro che - morti, vivi, o ancora da venire al mondo 
- si riconoscono nella causa fascista) e la possibilità della sua incontrastabile 
proteiforme epifania nelle infinite possibilità combinatorie e/o creative messe a 
disposizione dalle tecnologie informatico-digitali presenti nel Web stesso, possibilità 
combinatorio-creative che hanno come agente produttore non l’individualità singola 
che era stata l’artefice/demiurgo dell’arte per secoli prima dell’epoca Internet ma la 
totalitaria e totalizzante olistica superindividualità collettiva la cui esistenza è stata 
resa possibile dalla nascita del Web, vedi l’irrisolvibile crisi del diritto d’autore, 
spazzato via dall’avvento del cyberspazio (mentre per il fascismo lo strumento 
tecnico/finalità per realizzare la sua Gesamtkunstwerk è il totalitarismo). Sarebbe un 
errore, però, parlare del Web come dell’ultima e più micidiale frontiera fascismo; il 
punto è invece interpretare, nel quadro di un mondo dominato dal Web, questo 
ulteriore fallimento dell’avanguardia - o, se si vuole, dei suoi attuali eredi - alla 
attuazione della sua Gesamtkunstwerk artistica come uno dei passaggi nella 
dialettica orientata alla nascita di una autentica Gesamtkunstwerk politica, la 
Gesamtkunstwerk della Res Pvblica, in cui la Vita Activa costituisca il momento di 
sintesi rivoluzionaria di tutte le forze che vogliono abbattere il totalitarismo in tutte le 
sue varie forme e molteplici travestimenti; un totalitarismo che attualmente trova la 
sua più perfetta espressione nella apparentemente inarrestabile involuzione delle 
democrazie rappresentative in poliarchie postdemocratiche a guida turbo-capitalista 
(e che sembrerebbe trovare anche una sua sinistra metafora nella natura 
potenzialmente totale e totalitaria del Web), una morte de facto della democrazia che 
ora sta mostrando il suo vero volto nella crisi politico-finanziaria dell’UE che, come 
un film dell’orrore, sta scorrendo davanti agli occhi degli allibiti (e parlando della 
Grecia, letteralmente terrorizzati) cittadini - o, meglio, sudditi - europei in questo
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 135 di 158 
Per scendere nel concreto: quale inquietante ed eversivo segno estetico 
unisce il necrofilico e raccapricciante plastinatore Gunther von Hagens al 
retoricamente efficace In remembrance of the Wehrmacht? quale legame 
con le immagini della vita di Benito Mussolini con sottofondo della 
canzone Io di Gianna Nannini o con il Capitan Harlock,120 la cui effige e il 
jingle italiano del manga animato giapponese è impiegato come veicolo di 
promozione politica da un gruppo xenofobo di estrema destra? (e 
innumeri altri esempi di inquietanti presenze internettiane a cavallo fra 
culto della morte e/o politica estremistica di estrema destra e nuova 
aiesthesis potrebbero essere fatte).121 
inizio dell’A.D. MMXII. 
120 Per chi voglia avventurarsi nell’orrore della plastinazione dei corpi umani ad opera 
dell’ineffabile Ghunther von Hagens, non rimane che cliccare su 
http://www.bodyworlds.com/en.html .Su You Tube, all’indirizzo 
http://it.youtube.com/watch?v=rgxth0DbHN0 si possono assistere alle peripezie, con 
incisiva colonna sonora, della Whermacht. Puro straniamento (garantito) presso 
http://www.youtube.com/watch?v=YenCR6agbpw, dove la canzone Io interpretata da 
Gianna Nannini fa da tappeto musicale a foto dell’ “indimenticabile” duce degli 
italiani. Infine, presso http://www.youtube.com/watch?v=P4xLj7VL-GM il Capitan 
Harlock, il pirata spaziale idolo dei bimbi italiani di qualche lustro fa, viene 
arruolato, con tanto di suo motivetto da Zecchino d’Oro, nell’estrema destra 
fascista. Una nota metodologica. Vista la volatilità delle fonti internet, tutti questi siti 
e/o video musicali sono stati debitamente “scaricati” presso l’Archivio Storico 
Digitale Massimo Morigi-Stefano Salmi e perciò devono essere considerati fonti 
primarie a tutti gli effetti. 
121 Un ultimo clic. All’indirizzo http://www.francocenerelli.com/antologia/artenaz.htm 
incontriamo il sito “L’arte nazionalsocialista - L’estetica al potere”. E così, visitando 
questo sito, ovunque seguiti da un ipnotico motivetto arpeggiato stile musica 
medievale, possiamo ammirare le “migliori” opere di Sepp Hilz, Werner Peiner, 
Oscar Martin Amorbach, Adolf Ziegler, Konrad Hommel, Arno Breker e altri. In 
altre parole, di tutti i maggiori pittori e scultori preferiti da Hitler per la creazione 
della sua arte nazista. La lettura dei commenti alle opere ingenera l’impressione che 
il sito prenda - seppur gelidamente - le distanze dalle stesse e dal nazismo. In realtà, 
proprio in ragione della indiscutibile raffinatezza estetica del sito, che fa sì che il 
giudizio positivo del visitatore su come formalmente sono presentate le opere si 
riverberi subliminalmente anche su queste, siamo in presenza di una sottile apologia 
del nazionalsocialismo e della sua arte. Æsthetica Fascistica quindi, allo stato puro,
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 136 di 158 
Verrebbe facile rispondere che sebbene attraverso altre vie rispetto a 
quelle temute da Benjamin (la vittoria del fascismo), alla fine 
l’estetizzione della politica sta prendendo la sua rivincita e prima 
dimorando e poi risalendo attraverso i nervi virtual-internettiani delle 
moderne “liberaldemocrazie”, si appresta oggi a colpire con un colpo 
mortale questi sfiancati regimi liberaldemocratici che, se un merito 
storico gli si può attribuire, seppero a suo tempo resistere alla sfide portate 
dagli espliciti totalitarismi politici ma che ora non sanno - perché non 
possono opporsi alla loro intima degenerativa mutazione in 
postdemocrazie poliarchiche e turbocapitalistiche - dare un senso alla vita - 
ed anche una prospettiva di vita puramente biologica, vedi l’odierno caso 
della Grecia - alle popolazioni da esse governate. 
anche se abilmente dissimulata.
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 137 di 158 
Ma sarebbe una risposta con una analisi giusta (la “trionfale sventura”122 
che illuminerebbe la civiltà giudaico-cristiana con la definitiva vittoria di 
un’ aiesthesis svincolata, attraverso l’ iperriproducibilità elettronica, dalle 
forme di produzione e controllo tradizionali e con unico punto di 
riferimento la Gesamtkunstwerk fascistico-turbocapitalista dominata da 
pulsione estetiche autodistruttive e di eliminazione dalla faccia della terra 
del bios politikos, una condizione dell’umanità in cui la cupa 
postmodernistica cacotopia di Fukuyama di fine della storia e del trionfo 
122 “L’illuminismo, nel senso più ampio di pensiero in continuo progresso, ha 
perseguito da sempre l’obiettivo di togliere agli uomini la paura e di renderli padroni. 
Ma la terra interamente illuminata splende all’insegna di trionfale sventura. Il 
programma dell’illuminismo era di liberare il mondo dalla magia. Esso si proponeva 
di dissolvere e di rovesciare l’immaginazione con la scienza. Bacone, ‘il padre della 
filosofia sperimentale’ (Voltaire, Lettres Philosophique, in OEuvres complète, 
Garnier, 1879, vol. XII, p.118), ha già raccolto i vari motivi. […] Il sapere, che è 
potere, non conosce limiti, né all’asservimento delle creature, né nella sua docile 
acquiescenza ai signori del mondo. Esso è a disposizione, come di tutti gli scopi 
dell’economia borghese, nella fabbrica e sul campo di battaglia, così di tutti gli 
operatori senza riguardo alla loro origine. I re non dispongono della tecnica più 
direttamente di quanto ne dispongano i mercanti: essa è democratica come il sistema 
economico in cui si sviluppa. La tecnica è l’essenza di questo sapere. Esso non tende, 
sia nell’Occidente sia nell’Oriente, a concetti e ad immagini, alla felicità della 
conoscenza, ma al metodo, allo sfruttamento del lavoro, al capitale privato o statale. 
Tutte le scoperte che riserva ancora secondo Bacone, sono a loro volta solo strumenti: 
la radio come stampa sublimata, il caccia come artiglieria più efficiente, la teleguida 
come bussola più sicura. Ciò che gli uomini vogliono apprendere dalla natura, è come 
utilizzarla ai fini del dominio integrale della natura e degli uomini. Non c’è altro che 
tenga. Privo di riguardi verso se stesso, l’illuminismo ha bruciato anche l’ultimo resto 
della propria autocoscienza. Solo il pensiero che fa violenza a se stesso è abbastanza 
duro per infrangere i miti. Davanti all’odierno trionfo del “senso dei fatti” anche il 
credo nominalistico di Bacone sarebbe sospetto di metafisica, e cadrebbe sotto 
l’accusa di vanità che egli stesso formulò contro la scolastica. Potere e conoscenza 
sono sinonimi (Cfr. Bacone, Novum Organum, in op.cit., vol. XIV, p.31). La sterile 
felicità di conoscere è lasciva per Bacone come per Lutero. Ciò che importa non è 
quella soddisfazione che gli uomini chiamano verità, ma l’operation, il procedimento 
efficace; non in ‘discorsi plausibili, edificanti, dignitosi o pieni di effetto, o in pretesi 
argomenti evidenti, ma nell’operosità e nel lavoro, e nella scoperta di particolari 
prima sconosciuti per un miglior equipaggiamento e aiuto nella vita’, è ‘il vero scopo 
e ufficio della scienza’ (Id., Valerius Terminus, of the Interpretation of Nature, 
Miscellaneous Tracts, in op. cit., vol. I, p. 281). Non ci dev’essere alcun mistero, ma 
neppure il desiderio della sua rivelazione. […] E quando l’illuminismo può 
svilupparsi indisturbato da ogni pressione esterna, non c’è più freno. Alle sue stesse
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 138 di 158 
dell’uomo-cane sembrerebbe, al confronto, il paradiso terrestre - mentre in 
realtà non ne è che la stupida e subliminale promozione) ma dove il suo 
racconto non riesce ad evitare la forma della pseudoprofezia 
autorealizzante in cui tutti i protagonisti sono consegnati con gelida 
staticità ad un ruolo fisso per sempre assegnato dal destino (metafisici 
spazi geometrici euclidei riempiti da surreali e rigidamente cadaverici 
soldatini di piombo la cui subordinazione deriverebbe direttamente dalla 
legge di natura piuttosto che dalla storia, è il nucleo della Weltanschauung 
idee sui diritti degli uomini finisce per toccare la sorte dei vecchi universali. Ad ogni 
resistenza spirituale che esso incontra, la sua forza non fa che aumentare (Cfr. Hegel, 
Phänomenologie des Geistes, in Werke, II, pp. 410 sgg). Ciò deriva dal fatto che 
l’illumimismo riconosce se stesso anche nei miti. Quali che siano i miti a cui ricorre 
la resistenza, per il solo fatto di diventare, in questo conflitto, argomenti, rendono 
omaggio al principio della razionalità analitica che essi rimproverano all’illuminismo. 
L’illuminismo è totalitario.” (Max Horkheimer, Theodor Ludwig 
Wiesengrund Adorno, Dialettica dell’illuminismo, Torino, Einaudi, 1966, pp. 
11-14). Secondo la Dialettica dell’illuminismo, dopo il trionfo storico del 
programma di razionalizzazione della vita umana del movimento dei lumi, “la terra 
interamente illuminata splende all’insegna di trionfale sventura”, dominata da una 
nefasta ragione strumentale, totalitaria nell’essenza e nel sue conseguenze politico-culturali. 
Tuttavia, pur concordando con la Teoria critica della Scuola di Francoforte 
in merito al fallimento storico delle classe operaia nell’operare come agente storico 
della rivoluzione e del rovesciamento del sistema capitalistico, questo non significa 
che una teoria e una prassi di liberazione che abbia come leva di Archimede 
l’evidenza empirica della pulsione dell’uomo a sconfiggere il suo destino mortale 
debba scontare la stessa parabola antiumanistica dei totalitarismi politici e/o 
economici, dove questa pulsione trova soddisfazione in “megamacchine totalitarie” 
sulle quali riversare e deviare l’ineliminabile bisogno auratico di sacro e che un 
“cattivo” illuminismo strumentale ha finora paracosmicamente deviato su di sé 
(trasformandosi da mezzo di liberazione a fine ultimo da perseguire) e sulle sue 
successive evoluzioni ideologiche e politiche (il marxismo meccanicamente e non 
dialetticamente inteso e i vari socialismi reali del XX secolo). Un autentico e non 
deviato bisogno di sacro trova invece la sua realizzazione attraverso la realizzazione 
di una Vita Activa che non preveda per il suo conseguimento paradisi ultraterreni (le 
attuali religioni positive) né paradisi di falangi di lavoratori tutti uguali nel possesso 
sociale dei mezzi di produzione e nella possibilità di consumo (il generoso e grande 
errore di Marx, per il quale se il proletariato fosse riuscito ad imporre questo 
programma avrebbe liberato l’umanità intera mentre, invece, l’avrebbe abolita 
riducendola ad un solo tipo umano; un’utopia, questa di Karl Marx, comunque non 
solo generosa ma, soprattutto, euristicamente fondativa per la filosofia politica e per 
la politica tout court) e nemmeno, ancor peggio, poggiarsi su un definitivo divorzio 
dalla storia ed allo stolido e fideistico attaccamento a vuote metafisiche basate su miti
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 139 di 158 
fascistico-totalitaria e l’obiettivo finale della sua Gesamtkunstwerk 
politica); una profezia autorealizzante e per giunta anche del tutto cieca sul 
passato e sul presente, visto che le perduranti estetizzazioni fascistico-turbocapitalistiche 
a danno delle democrazie rappresentative - contro le 
quali si è ormai di fatto operato un totale svuotamento e trasferimento 
della loro residua carica di estetizzazione politica e forza auratica nel corpo 
del rampante turbocapitalismo finanziario - altro non sono che solo una 
fase, negativa nel presente ma ricca di infinite ed imprevedibili 
potenzialità nel futuro, di quel reale e non metafisico scontro dialettico fra 
estetizzazioni regressive e quelle progressive basate sull’anelito del bios 
politikos ad un autentica e piena gloria terrena e non delegata per 
interposta persona all’autocrate di turno e ai totalitari sistemi economici e 
politici che lo sostengono. 
“Bacio ribaciare le armi chiodate di mille mille mille cuori tutti/traforati 
dal veemente oblio eterno”. Con un oblio eterno non accettato 
passivamente, trasfigurato dall’amore fraterno e la cui ineluttabilità ci 
di supremazia razziale e/o di gruppo, un uomo uniformato non in base all’eguaglianza 
delle fortune economiche ma dall’adorazione estatica e paralizzante verso l’autocrate 
totalitario (fascismo, nazismo e, per eterogenesi dei fini, anche i regimi comunisti 
storicamente realizzati, nonostante la seppur generosa - e ripetiamo fondativa - utopia 
di Marx della dittatura del proletariato) ma, molto più direttamente e non attraverso 
ipostatiche mediazioni, la diretta ricerca da parte di ogni uomo di una gloria terrena 
nell’ambito di una polis il cui patto costitutivo sia appunto il raggiungimento di 
questo scopo fra i suoi membri e quindi, di rimbalzo, anche per sé stessa. Questo, e 
non altro, è autentica “estetizzazione della politica” e questo e non altro, è il modo 
per preservare la parte progressiva della dialettica dell’illuminismo e per rigettare i 
frutti tossici di quella parte avvelenata del razionalismo strumentale dell’illuminismo 
che non conosceva (e non conosce) né le ragioni del cuore ma nemmeno quelle della 
ragione stessa e che ha fatto sì che il razionalismo uscito vittorioso dall’illuminismo 
abbia prodotto quella disumanizzazione e depauperamento culturale-antropologico 
che ha fatto strada (e fa tuttora strada) ai fascismi storici - come ben sapevano 
Horkheimer e Adorno - e, anche, all’attuale postdemocrazia a guida turbo-capitalistica. 
Che ha fatto strada, in altre parole, allo Schwarze Sonne 
dell’estetizzazione regressiva, contro la quale si è sempre dialetticamente 
contrapposto il caldo sole bianco della concreta e reale estetizzazione della politica 
volta alla realizzazione, hic et nunc e non delegata a nessuna metafisica ed ipostatica 
intermediazione, di un’autentica Vita Activa.
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 140 di 158 
trasmette il senso drammatico (ed eticamente denso) della condizione 
umana, si concludeva l’ aiesthesis e la vita di Filippo Tommaso 
Marinetti. L’Angelus Novus trascinato lontano dall’umanità che vorrebbe 
soccorrere da un impetuoso vento contro cui non può opporsi è, in un 
certo senso, il sigillo tragico della vita di Walter Benjamin spesa per 
l’utopia. Forse non tutte le estetizzazioni della vita e della politica sono 
malvagie e dell’utopia condividono il destino e la profonda moralità.123 
Pur individuando come Leo Strauss 
123 Una moralità ed anche un’intrinseca tragicità e bellezza profondamente 
riecheggiate dalle parole di Hannah Arendt riguardo la fenomenologia della Vita 
Activa: “Mentre la forza del processo di produzione è interamente assorbita dal 
prodotto finito in cui si esaurisce, la forza del processo di azione non si esaurisce mai 
in un singolo gesto ma, al contrario, può accrescersi mentre le sue conseguenze si 
moltiplicano; ciò che dura nel dominio delle cose umane è costituito da questi 
processi, e la loro durata è tanto illimitata, tanto indipendente dalla deteriorabilità dei 
materiali e dalla moralità degli uomini quanto la durata della stessa umanità. La 
ragione per cui non siamo in grado di predire con certezza la riuscita e la fine di ogni 
azione è semplicemente che l’azione non ha fine. Il processo di un singolo atto può 
veramente durare nel tempo finché non giunge a un termine lo stesso genere umano. 
Che le azioni posseggano una così enorme capacità di durata, superiore a quella di 
qualsiasi altro prodotto umano, potrebbe esser ragione d’orgoglio se gli uomini 
riuscissero a sopportare il suo fardello, il fardello dell’irreversibilità e 
dell’imprevedibilità, da cui il processo dell’azione trae la sua vera forza. Che questo 
sia impossibile, gli uomini lo hanno sempre saputo. Sanno che chi agisce non sa mai 
ciò che sta facendo e diventa sempre “colpevole” delle conseguenze che non ha mai 
inteso provocare o nemmeno ha previste, che, per quanto disastrose e inaspettate 
siano le conseguenze del suo gesto, non può annullarle, che il processo cui dà avvio 
non si consuma mai inequivocabilmente in un singolo gesto o evento, e che il suo 
vero significato non si rivela mai all’attore, ma solo allo sguardo retrospettivo dello 
storico che non agisce. Tutto ciò sarebbe sufficiente a farci voltar le spalle con 
disperazione alla sfera delle cose umane, e a disprezzare la facoltà umana della libertà 
che, producendo l’intrico delle relazioni umane, sembra impigliarvi a tal punto chi la 
produce da farlo apparire molto più la vittima passiva che non l’autore e il 
realizzatore di ciò che fa. Non c’è campo (non nel lavoro, soggetto alla necessità di 
vita, né nella fabbricazione, dipendente da materiali dati) dove l’uomo appaia meno 
libero che in quelle facoltà la cui vera essenza è la libertà, e in quella dimensione che 
non deve la sua esistenza a nessuno e a nulla se non all’uomo. È in armonia con la 
grande tradizione del pensiero occidentale pensare in questa prospettiva: accusare la 
libertà di adescare l’uomo e di abbandonarlo nelle necessità, condannare l’azione, 
l’inizio spontaneo di qualcosa di nuovo perché i suoi risultati cadono in una rete 
predeterminata di relazioni, trascinando invariabilmente con sé l’agente, che sembra 
mancare la realizzazione della sua libertà nel momento stesso in cui ne fa uso. La sola
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 141 di 158 
salvezza da questo genere sembra risiedere nel non-agire, nell’astensione dall’intera 
sfera delle faccende umane come solo mezzo per salvare la propria sovranità e 
integrità personali. […] [Ma il solo] rimedio contro l’irreversibilità e 
l’imprevedibilità del processo avviato dall’azione non scaturisce da un’altra facoltà 
superiore ma è una delle potenzialità dell’azione stessa. La redenzione possibile 
dall’aporia dell’irreversibilità - non riuscire a disfare ciò che si è fatto anche se non si 
sapeva, e non si poteva sapere, che cosa si stesse facendo - è nella facoltà di 
perdonare. […] Senza essere perdonati, liberati dalle conseguenze di ciò che abbiamo 
fatto, la nostra capacità di agire sarebbe per così dire confinata a un singolo gesto da 
cui non potremmo mai riprenderci; rimarremmo per sempre vittime delle sue 
conseguenze, come l’apprendista stregone che non aveva la formula magica per 
rompere l’incantesimo. […] Il perdono è l’esatto opposto della vendetta, che consiste 
nel reagire contro un’offesa originale, e lungi dal porre un termine alle conseguenze 
del primo errore, lega ognuno al processo, permettendo alla reazione a catena 
implicita in ogni azione di imboccare un corso sfrenato. Diversamente dalla vendetta, 
che è la naturale, automatica reazione alla trasgressione e che per effetto 
dell’irreversibilità del processo dell’agire può essere prevista e anche calcolata, l’atto 
del perdonare non può mai essere previsto; è la sola reazione che agisca in maniera 
inaspettata e che ha quindi in sé, pur essendo una reazione, qualcosa del carattere 
originale dell’azione. Perdonare, in altre parole, è la sola reazione, che non si limita a 
re-agire, ma agisce in maniera nuova e inaspettata. La libertà contenuta 
nell’insegnamento di Gesù è la libertà dalla vendetta che imprigiona chi fa e chi 
soffre nell’automatismo implacabile del processo dell’azione, che non ha in sé alcuna 
tendenza a finire. […] Il corso della vita umana diretto verso la morte, condurrebbe 
inevitabilmente ogni essere umano alla rovina e alla distruzione se non fosse per la 
facoltà di interromperlo e di iniziare qualcosa di nuovo, una facoltà che è inerente 
all’azione, e ci ricorda in permanenza che gli uomini, anche se devono morire, non 
sono nati per morire ma per incominciare. Tuttavia, proprio come, dal punto di vista 
della natura, il movimento rettilineo del corso della vita dell’uomo tra la nascita e la 
morte sembra una peculiare deviazione dalla comune regola naturale del movimento 
ciclico, così l’azione, dal punto di vista dei processi automatici che sembrano 
determinare il corso del mondo, assomiglia a un miracolo. Nel linguaggio della 
scienza naturale, essa è ‘l’improbabilità infinita che si verifica regolarmente’. 
L’azione è in effetti l’unica facoltà dell’uomo capace di operare miracoli, come Gesù
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 142 di 158 
di Nazareth - la cui comprensione di questa facoltà può essere paragonata per la sua 
originalità senza precedenti alla comprensione socratica della possibilità del pensiero 
- doveva sapere benissimo, quando paragonava il potere di perdonare al potere più 
generale di far miracoli, ponendoli allo stesso livello e alla portata dell’uomo. Il 
miracolo che preserva il mondo, la sfera delle faccende umane, dalla sua normale, 
“naturale” rovina è in definitiva il fatto della natalità, in cui è ontologicamente 
radicata la facoltà di agire. È, in altre parole, la nascita di nuovi uomini e il nuovo 
inizio, l’azione di cui essi sono capaci in virtù dell’essere nati. Solo la piena 
esperienza di questa facoltà può conferire alle cose umane fede e speranza, le due 
essenziali caratteristiche dell’esperienza umana che l’antichità greca ignorò 
completamente. È questa fede e speranza nel mondo che trova forse la sua più 
gloriosa e efficace espressione nelle poche parole con cui il vangelo annunciò la 
“lieta novella” dell’avvento: ‘Un bambino è nato fra noi’.” (Hannah Arendt, Vita 
Activa. La condizione umana, Bompiani, Milano, 2011, pp. 172-182). “Vibra a 
lunghe corde tese che i proiettili strimpellano la/voluttuosa prima linea di 
combattimento ed è una tuonante/cattedrale coricata a implorare Gesù con schianti di 
petti/lacerati/Saremo siamo le inginocchiate mitragliatrici a canne palpitanti di/ 
Preghiere/Bacio ribaciare le armi chiodate di mille mille mille cuori tutti/ traforati dal 
veemente oblio eterno.” È del bios politikos non cercare metafisici paradisi terrestri o 
rifugiarsi in comode ideologie politiche ma conoscere che la morte si combatte solo 
con continui nuovi inizi, nuovi errori e perdoni e nuove lacrime. Il Benjamin-Angelus 
Novus e l’ultimo Marinetti di Bellagio questo lo sapevano bene e ciò li accomuna a 
quell’ininterrotta schiera di nuovi uomini (non uomini nuovi) in cui l’estetizzazione 
della politica altro non significa che compiere il miracolo (ma alla portata di 
chiunque l’abbia veramente inteso) di sconfiggere la morte non attraverso vuote 
fantasticherie ma con l’ azione con gli uomini e fra gli uomini animati da 
un’inestinguibile spinta verso la lucente eterna rinascita della Vita Activa. 
Devo molto 
a quelli che non amo. 
Il sollievo con cui accetto 
che siano più vicini a un altro.
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 143 di 158 
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dialektik, dialectica marxista, dialéctica marxista, dialettica neomarxista, dialettica neo marxista, dialettica neo-marxista, dialectique néo-marxiste, neo-marxist dialectics, neo-marxist dialectic, neo-marxist dialectic method, neue marxistische dialektik, neo marxistische dialektik, dialéctica neo-marxista, dialectica neo-marxista, dialettica repubblicana, republican dialectics, republican dialectic, republican dialectic method, republikanische dialektik, republikanischer dialektik, dialectique républicaine, dialéctica republicana, dialectica republicana, dialettica neorepubblicana, dialettica neo repubblicana, dialettica neo-repubblicana, neo-republican dialectics, neo-republican dialectic, neo-republican dialectic method, neue republikanische dialektik, neo republikanische dialektik, néo-républicaine dialectique, dialectica neo-republicana, dialectica néo-republicana, dialettica quantistica, quantum dialectics, quantum dialectic, quantum dialectic method, neo marxismus, neomarxismus , Nietzsche, Friedrich Wilhelm Nietzsche, Friedrich Nietzsche, Totalitare Kunst, Totalitäre Kunst, Totalitarian Art, Arte totalitaria, art totalitarienne, materialismo dialettico, Dialektischer Materialismus, Dialectical 
materialism, Matérialisme dialectique, materialismo dialético, materialismo dialéctico, materialismo storico, Historischer Materialismus, matérialisme historique, Historical Materialism, Poliarchia, Polyarchy, Polyarchie, Poliarquia, postdemocrazi a, post-democrazia, Postdemocracy, Post-Democracy, Postdemokratie, Post-Demokratie, post-démocratie, pós-democracia, post democrazia, estetizzazione della politica, aestheticization of politics, political aestheticization, politische Ästhetik, ÄSTHETIK DES POLITISCHEN, Aestheticization of Political Action, esthétiquement de la politique, Esthétique et politique, Gesamtkunstwerk, Res Publica, Nazismo, Nazionalsocialismo, Nazisme, national-socialisme, Nationalsocialisme, Nazismus, Nationalsozialismus, Nazism, National Socialism, Absoluten Historismus, historismo absoluto, historicisme absolue, absolute historicism, dialectique, dialectics, dialectic, dialéctica, dialética, Diamat, Scuola di Francofort e, Escola de Frankfurt, Escuela de Frankfurt, Teoria critica, Kritische Theorie, Critical Theory, Théorie critique, Dialettica dell’illuminismo, Scuola di Francoforte, Frankfurt School, Frankfurter Schule, Teoria critica, Kritische Theorie, Critical 
Theory, Dialectic of enlightenment, Dialektik der Aufklärung, Dialectique de l'Illuminisme, Dialettica dell’illuminismo, Scuola di Francoforte, Frankfurt School, Frankfurter Schule, Teoria critica, Kritische Theorie, Critical Theory, Dialectic of enlightenment, Dialektik der Aufkl ärung, Dialectique de l'Illuminisme, Dialettica dell’illuminismo, totalitarian rule, arte degenerata, teoria marxista, marxist theory, marxistische Theorie, Théorie marxiste, teoria repubblicana, Republican Theory, théorie républicaine, Republikaner Theorie, republikanische Theorie, teoria neo repubblicana, teoria neo-repubblicana, teoria neorepubblicana, neo-republican theory, neo republican theory, théorie néo-républicaine, théorie néo républicaine, neo marxist theory, neo-marxist theory, théorie néo-marxiste, théorie néo marxiste, neue marxistische Theorie, meccanica quantistica, teoria neo-marxista, teoria neo marxista, teoria neomarxista, Quantum mechanics, quantum physics, quantum theory, fisica quantistica, teoria quantistica, sovrapposizione, sovrapposizione quantistica, principio di sovrapposizione, principio di sovrapposizione quantistica, superposition, superposition principle, quantum superposition, 
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garde, totalitarismo imperfetto, Ventennio, fascismo italiano, Novecento, novecentismo, Stalin, Piacentini, Marcello Piacentini, E 42 di Roma, E 42, Kunst der Nation, Kunst der Dritten Reich, Espressionismo, Expressionismus, Expressionism, Expressionisme, Sarfatti, Margherita Sarfatti, Piacentini, Marcello Piacentini, Terragni, Giuseppe Terragni, Mario di Renzi, Libera, Adalberto, Libera, Aesthetica, Fascistica, Aesthetica Fascistica I, neo republicanismo, neo-republicanismo, neorepublicanismo, republicanismo, républicanisme, Republicanisme, marxism, marxisme, neo-repubblicanesimo, neo repubblicanesimo, néomarxisme, néo marxisme, néo-marxisme, neomarxsime, neo marxisme, neo marxismo, neo-marxismo, neo-marxism, neo marxism, neo marxismus, neomarxismus, neue marxismus, totalitarisme, totalitarism, fascism, fascisme, faschismus, nazionalsocialismo, nazional socialismo, nazional-socialismo, nazism, National socialism, nazisme, National socialisme, National socialisme, nazismus, nationalsozialismus, post democrazia, post-democrazia, post democracy, postdemocracy, post-démocratie, postdémocratie, post demokratie, postdemokratie, post democrazia, post-democraci 
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REPUBLIKANISMUS, MARXISMUS, NEUE REPUBLIKANISMUS, NEUE MARXISMUS, NEO REPUBLICANISM, NEO MARXISM, TOTALITARISMO, TOTALITARISMUS, TOTALITARIANISM, FASCISMO, NAZISMO, ARTE TOTALITARIA, ARTE FASCISTA, ARTE NAZISTA, POSTDEMOCRAZIA, TURBOCAPITALISMO, POST DEMOCRACY, TURBO CAPITALISM, VITA ACTIVA, REPUBBLICANESIMO, neorepubblicanesimo, marxismo, neomarxismo, fascismo, estetizzazione della politica, futurismo, avant-garde, marinetti, Hannah Arendt, Vita Activa, Horkheimer, Adorno, Scuola di Francofort e, Dialettica dell’illuminismo, zoon politikon, polis, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, The Work of Art in the Age of Mechanical Reproduction, Das Kunstwerk im Zeitalter seiner technischen Reproduzierbarkeit , L’OEuvre d’art à l’époque de sa reproductibilité technique, L’oeuvre d’art à l’ère de sa reproductibilité technique, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità meccanica, Massimo Morigi, Fiat ars - pereat mundus, Aesthetica fascistica I, homo laborans/ faber, homo laborans, 
homo faber, Cappella dei Martiri, Gesamtkunstwerk, opera d’arte totale, empowerment , Res Publica, Ezra Pound, Pound, Morigi, Waldemar George, Filippo de Pisis, Charles Edouard Jeanneret, Le Corbusier, Incipit novus ordo, Arnaldo Carpanetti, Fortunato Depero, Depero, Osvaldo Peruzzi, Ernesto Michahelles, Thayhat, Prampolini, Enrico Prampolini, Ferruccio Vecchi, The Theory of the Avant-Garde, Theory of the Avant-Garde, Renato Poggioli, Peter Bürger, Tertulliano, agorà, De Chirico, Giorgio De Chirico, Raf aello, Raf aello Sanzio, Scuola di Atene, Ciano, Galeazzo Ciano, Gian Galeazzo Ciano, Diario di Ciano, Carrà, Carlo Carrà, Emil Nolde, Omero, Sepp Hilz, Werner Peiner, Oscar Martin Amorbach, Adolf Ziegler, Konrad Hommel, Arno Breker, Ghunther von Hagens, Capitan Harlock, Gianna Nannini, Voltaire, François-Marie Arouet, Lettres Philosophiques, Bacone, Francesco Bacone, Bacon, Francis Bacon, Novum Organum, Phänomenologie des Geistes, fenomenologia dello spirito, Max Horkheimer, Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno, bios politikos, aiesthesis , Angelus Novus, perdono, Wislawa Szymborska, Schwarze Sonne, Fukuyama, Yoshihiro 
Francis Fukuyama, Francis Fukuyama, Marx, Karl Marx, Avantgarde , mécanique quantique, mecánica cuántica, mecanica quantica, Quantenphysik, quantischen Mechanik, Dialectique quantique, dialectica quantica, quantum dialektiske, dialética cuántica, dialética quantica, quantum dialektische, dialektische, Avanguardia quantica, avanguardia quantistica, avant-garde quantica, avant-garde quantistica, quantum avant-garde, avant-garde quantique, vanguardia cuántica, quantischen Avantgarde, Futurismo quantico, futurismo quantistico, quantum futurism, quantischen futurismus, quantisch futurismus, futurisme quantique, futurismo cuántico, Filosofia politica quantica, filosofia politica quantistica, quantum Political philosophy, philosophie politique quantique, quantischen politische Philosophie, filosofia politica cuántica, quantisch politische Philosophie, Storia quantica, storia quantistica, storiografi a quantica, storiografia quantistica, histoire quantique, quantum history, Quantenphysikgeschichte, Quanten geschichte, quantischen geschichte, História cuántica, historia quantica, quantisch geschichte, quantisch Geschichtsschreibung, quantischen Geschichtsschreibung, quantum 
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entanglement eterotopico- quantico, entanglement quantico-eterotopico, entanglement quantistico-eterotopico, entanglement quantico-eterotopico, quantico-eterotopico entanglement, quantistico-eterotopico entanglement, quantico-eterotopico entanglement, entanglement quantistico-eterotopico, entanglement quantico-eterotopico, entanglement quantico-eterotopico, quantico-eterotopico entanglement, Quantum observer heterotopia, Quantum observer heterotopy, heterotopian quantum observer, heterotopic quantum observer, eterotopia dell’osservatore quantico, eterotopia dell’osservatore quantistico, materialismo storico quantico, materialismo storico quantistico, quantischen Historischer Materialismus, matérialisme historique quantique, Quantum historical materialism, materialismo historico quantico, materialismo histórico cuántico, materialismo dialettico quantico, materialismo dialettico quantistico, Quantum dialectical materialism, quantischen Dialektischer Materialismus, Matérialisme dialectique quantique, materialismo dialético cuántico, materialismo dialéctico quantico, materialismo storico-dialettico, materialismo storico e dialettico, materialismo storico e materialismo dialettico, 
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Lissitzky, Gustav Klutsis, Cappella dei Martiri, Emil Nolde, Teoria estetica, Quarto d’ora di poesia della X Mas, X Mas, Gioventù italiana del littorio, Hegel, Georg Wilhelm Friedrich Hegel, Dialettica, dialettica marxista, dialectique marxiste, marxist dialectics, marxist dialectic, marxist dialectic method, marxistiche dialektik, marxistische dialektik, dialectica marxista, dialéctica marxista, dialettica neomarxista, dialettica neo marxista, dialettica neo-marxista, dialectique néo-marxiste, neo-marxist dialectics, neo-marxist dialectic, neo-marxist dialectic method, neue marxistische dialektik, neo marxistische dialektik, dialéctica neo-marxista, dialectica neo-marxista, dialettica repubblicana, republican dialectics, republican dialectic, republican dialectic method, republikanische dialektik, republikanischer dialektik, dialectique républicaine, dialéctica republicana, dialectica republicana, dialettica neorepubblicana, dialettica neo repubblicana, dialettica neo-repubblicana, neo-republican dialectics, neo-republican dialectic, neo-republican dialectic method, neue republikanische dialektik, neo republikanische dialektik, néo-républicaine dialectique, dialectica neo-republicana, dialectica néo-republicana, 
dialettica quantistica, quantum dialectics, quantum dialectic, quantum dialectic method, neo marxismus, neomarxismus , Totalitare Kunst, Totalitäre Kunst, Totalitarian Art, Arte totalitaria, art totalitarienne, materialismo dialettico, Dialektischer Materialismus, Dialectical materialism, Matérialisme dialectique, materialismo dialético, materialismo dialéctico, materialismo storico, Historischer Materialismus, matérialisme historique, Historical Materialism, Poliarchia, Polyarchy, Polyarchie, Poliarquia, postdemocrazia, post-democrazia, Postdemocracy, Post-Democracy, Postdemokratie, Post-Demokratie, post-démocratie, pós-democracia, post democrazia, estetizzazione della politica, aestheticization of politics, political aestheticization, politische Ästhetik, ÄSTHETIK DES POLITISCHEN, Aestheticization of Political Action, esthétiquement de la politique, Esthétique et politique, Gesamtkunstwerk, Res Publica, Nazismo, Nazionalsocialismo, Nazisme, national-socialisme, Nationalsocialisme, Nazismus, Nationalsozialismus, Nazism, National Socialism, Absoluten Historismus, historismo absoluto, historicisme absolue, absolute historicism, dialectique, dialectics, dialectic, dialéctica, dialética, 
Diamat, Scuola di Francofort e, Escola de Frankfurt, Escuela de Frankfurt, Teoria critica, Kritische Theorie, Critical Theory, Théorie critique, Dialettica dell’illuminismo, Scuola di Francofort e, Frankfurt School, Frankfurter Schule, Teoria critica, Kritische Theorie, Critical Theory, Dialectic of enlightenment, Dialektik der Aufklärung, Dialectique de l'Il uminisme, Dialettica dell’il uminismo, Scuola di Francoforte, Frankfurt School, Frankfurter Schule, Teoria critica, Kritische Theorie, Critical Theory, Dialectic of enlightenment, Dialektik der Aufklärung, Dialectique de l'Illuminisme, Dialettica dell’illuminismo, totalitarian rule, arte degenerat a, teoria marxista, marxist theory, marxistische Theorie, Théorie marxiste, teoria repubblicana, Republican Theory, théorie républicaine, Republikaner Theorie, republikanische Theorie, teoria neo repubblicana, teoria neo-repubblicana, teoria neorepubblicana, neo-republican theory, neo republican theory, théorie néo-républicaine, théorie néo républicaine, neo marxist theory, neo-marxist theory, théorie néo-marxiste, théorie néo marxiste, neue marxistische Theorie, meccanica quantistica, teoria neo-marxista, teoria neo marxista, teoria neomarxista, 
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philosophie politique, politische Philosophie, , Massimo Morigi, Mao, Aesthetica fascistica, mostra della rivoluzione fascista del 1932, estetica, aesthetica, tradizionalismo, modernismo, fascio, arte fascista, arte nazista, arte totalitaria, estetica fascista, estetica nazista, avant garde, totalitarismo imperfetto, Ventennio, fascismo italiano, Novecento, novecentismo, Stalin, Piacentini, Marcello Piacentini, Espressionismo, Expressionismus, Expressionism, Expressionisme, Sarfatti, Margherita Sarfatti, Piacentini, Marcello Piacentini, Terragni, Giuseppe Terragni, Libera, Adalberto, Libera, Aesthetica, Fascistica, Aesthetica Fascistica I, neo republicanismo, neo-republicanismo, neorepublicanismo, republicanismo, républicanisme, Republicanisme, marxism, marxisme, neo-repubblicanesimo, neo repubblicanesimo, néomarxisme, néo marxisme, néo-marxisme, neomarxsime, neo marxisme, neo marxismo, neo-marxismo, neo-marxism, neo marxism, neo marxismus, neomarxismus, neue marxismus, totalitarisme, totalitarism, fascism, fascisme, faschismus, nazionalsocialismo, nazional socialismo, nazional-socialismo, nazism, National socialism, nazisme, National socialisme, National socialisme, 
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La gioia di non essere io 
il lupo dei loro agnelli. 
Mi sento in pace con loro 
e in libertà con loro, 
e questo l'amore non può darlo, 
né riesce a toglierlo. 
Non li aspetto 
dalla porta alla finestra. 
Paziente 
quasi come una meridiana, 
capisco 
ciò che l'amore non capisce, 
perdono 
ciò che l'amore non perdonerebbe mai. 
Da un incontro a una lettera 
passa non un'eternità, 
ma solo qualche giorno o settimana. 
I viaggi con loro vanno sempre bene, 
i concerti sono ascoltati fino in fondo, le cattedrali visitate, i paesaggi nitidi. 
E quando ci separano 
sette monti e fiumi, 
sono monti e fiumi 
che trovi su ogni atlante. 
È merito loro 
se vivo in tre dimensioni, 
in uno spazio non lirico e non retorico, con un orizzonte vero, perché mobile. 
Loro stessi non sanno
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 144 di 158 
quanto portano nelle mani vuote. 
“Non devo loro nulla” - 
direbbe l'amore 
su questa questione aperta. 
Wislawa Szymborska, Ringraziamento
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 145 di 158 
ubblicanesimo, repubblicanesimo quanto-dialettico, quanto dialettico repubblicanesimo, quantodialettico repubblicanesimo, neo-repubblicanesimo quantistico-dialettico, neo-repubblicanesimo quanto-dialettico, neo-repubblicanesimo quantico-dialettico, quantodialettico neo-repubblicanesimo, quanto-dialettico neo-repubblicanesimo, quanto dialettico neo-repubblicanesimo, quantodialettico neo-repubblicanesimo, marxismo quantistico-dialettico, marxismo quanto-dialettico, marxismo quantico-dialettico, marxismo quantodialettico, quanto-dialettico marxismo, quanto dialettico marxismo, quantodialettico marxismo, neo-marxismo quantistico-dialettico, neo-marxismo quanto-dialettico, neo-marxismo quantico-dialettico, neo-marxismo quantodialettico, neo-marxismo quanto-dialettico, neo-marxismo quanto dialettico, neo-marxismo quantodialettico, quantofuturismo, quanto-futurismo, quanto futurismo, quantodialettico futurismo, quanto dialettico futurismo, quanto-dialettico futurismo, futurismo quantico dialettico, futurismo quantico-dialettico, 
Diamat quantico, Diamat quantistico, Futurismo retro causale, futurismo retro-causale, futurismo retrocausale, Futurismo quanto-dialettico retrocausale, futurismo quantico dialettico-retrocausale, futurismo quantistico dialettico-retrocausale, Retrocausalità futurista, retro causalità futurista, retro-causalità futurista, retrocausalità quantica dialettico-futurista, retrocausalità quantistica dialettico-futurista, quantoretrocausalità dialettico-futurista, Retro causalità futuristica, Retrocausalità futuristica, Retro-causalità futuristica, Retrocausalità quantica dialettico-futuristica, retrocausalità quantistica dialettico-futuristica, quanto retrocausalità dialettico-futuristica, quantoretrocausalità dialettico-futurista, quanto-retrocausalità dialettico-futurista, quanto retrocausalità dialettico-futurista, quanto retrocausalità dialettico-futuristica, quantorecausalità dialettico-futuristica, quanto-recausalità dialettico-futuristica 
total e, Massimo Morigi , opera d’arte total e, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, opera d’arte totale , Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Gesamtkunstwerk, opera d’arte totale , Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Gesamtkunstwerk, opera d’arte totale , Entartete Kunst, arte degenerata, Massimo Morigi, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, arte degenerata, Entartete Kunst, Degenerate Art, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, arte degenerata, Entartete Kunst, Degenerate Art, arte degenerata, Entartete Kunst, Degenerate Art, Massimo Morigi, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, arte degenerata , Arte degenerata, Massimo Morigi, Arte degenerata, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, arte degenerata, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Degenerate Art , Degenerate Art, Massimo Morigi, Degenerate Art,, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Degenerate Art , Autore: Massimo Morigi. Principali autori di riferimento: Machiavelli, Marx, Hannah Arendt, Walter Benjamin, Horkheimer, Adorno, Filippo Tommaso Marinetti. Critica neomarxista e 
neorepubblicana sul paracosmo ideologico nazista del ‘Entartete Kunst per una teoria critica e politica della Vita Activa per la Res Publica, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, avantgarde, Avantgarde, Massimo Morigi, Avantgarde, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, avantgarde, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, avant-garde, Avant-garde, Massimo Morigi, Avant-garde, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, avant-garde, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, avanguardia, Avanguardia, Massimo Morigi, Avanguardia, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, avanguardia, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Avanguardia artistica , Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Avanguardie artisti che, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, avanguardie del Novecento, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Vita Activa, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, avanguardie storiche, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, avanguardia storica , Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, avanguardie 
del ’900, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Diamat, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, futurismo, Futurismus, Futurism, futurisme , Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, futurismo italiano, futurismo in Italia, futurismo Italia, italienische Futurismus , Italian Futurism, futurisme italien , Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, estetizzazione della politica, aestheti cization of politics, political aesthetici zation, politische Ästhetik, ÄSTHETIK DES POLITISCHEN, Aesthetici zation of Political Action, esthétiquement de la politique, Esthétique et politique, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, rivolu zione, révolution, Revolução, revolucion, Revolution , Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, rivoluzione italiana, rivoluzione in Italia, rivoluzione Italia, révolution italienne, Revolução italiana, revolucion italiana, Italienische Revolution , italian Revolution , Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, 
historismo absoluto, historicisme absolue, absolute historicism, storicismo assoluto, absoluten historismus , Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, espressionismo, Expressionismus, expressionism, expressionisme, Expressionismo. Gesamtkvnstwerk Res Pvblica: saggio scritto da Massimo Morigi incentrato sulla costruzione di una teoria politica basata sull’estetizzazione della politica. Principali autori di ri ferimento della filosofi a politica di Massimo Morigi, di Gesamtkvnstwerk Res Pvblica e degli altri lavori di Massimo Morigi pure incentrati ad una critica all’estetizzazione della politica: Machiavelli, Thomas Hobbes, Karl Marx, Giuseppe Mazzini, Nietzsche, Hannah Arendt, Walter Benjamin, Horkheimer, Adorno, Filippo Tommaso Marinetti, Carl Schmi tt, Martin Heidegger, Leo Strauss. Nota finale sintetica di Gesamtkvnstwerk Res Pvblica e criterio ispiratore di tutti gli scrit i filosofico-politici di Massimo Morigi: romanticismo politico inteso a superare le artificiose e ridicole suddivisioni fra le varie scien ze politiche e orientato verso uno storicismo 
assoluto e ad una critica neomarxista e neorepubblicana sul ’estetizzazione della politica per una teoria criti ca materialistico-dialettica della Vita Activa contro il totalitarismo, per la rivoluzione italiana democratica e nonviolenta , per un rinnovamento del repubblicanesimo italiano e per la Res Publica democrati ca ed antifascista intesa come Gesamtkunstwerk (opera d’arte totale) politica. Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Repubblicanesimo italiano, Italienische Republikanismus, républicanisme italien, republicanismo italiano, Italian Republicanism, Repubblicanesimo italiano, Italienische Republikanismus, républicanisme italien, republicanismo italiano, Italian Republicanism, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Repubblicanesimo italiano, Repubblicanesimo in Italia, Repubblicanesimo Italia, Italienische Republikanismus, républicanisme italien, republicanismo italiano, Italian Republicanism, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, rivoluzione italiana, révolution italienne, Revolução italiana, revolucion italiana, 
Italienische Revolution , italian Revolution, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, marxismo italiano, marxisme italienne, italienischen Marxismus, Italian Marxism, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, fascismo italiano, Italienische Faschismus, fascisme italien, Italian Fascism, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, fascismo in Italia, fascismo italiano, fascismo Italia, fascism in Italy, Faschismus in Italien, fascismo em Italia, fascismo en Italia, fascisme en Italie, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, totalitarismo italiano, italienischen Totalitarismus, totalitarisme italien, italian Totalitarianism, italian totalitarism, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, futurismo italiano, italienische Futurismus , Italian Futurism, futurisme italien, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, avanguardia italiana, avanguardie italiane, avanguardia italiana del Novecento, avanguardie italiane del Novecento, avant-garde italiana, avant-garde italiana del 
Novecento, italienische Avantgarde, Italian Avant-garde, avant-garde italienne, Avant garde italienne, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, postdemocrazia italiana, post-democrazia italiana, Italian Postdemocracy, Italian Post-Democracy, italienische Postdemokratie, italienische Post-Demokratie, post-démocratie italienne, pós-democracia italiana, post democrazia italiana, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, democrazia italiana, Italian democracy, italienische Demokratie, démocrati e italienne, democracia italiana, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, democrazia italiana, democrazia in Italia, democrazia Italia Italian democracy, italienische Demokratie, démocratie italienne, democracia italiana, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, democrazia, Democracy, Demokratie, démocratie, democracia , Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, 
Neomarxismo italiano, neo marxismo italiano, neo-marxismo italiano, Italienische Neue Marxismus, Italian Neo-Marxism, néo marxisme italien , néo-marxisme italien, néomarxisme italien , Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Neomarxismo italiano, neo marxismo italiano, neo-marxismo italiano, neomarxismo in Italia, neo-marxismo in Italia, neo marxismo in Italia, neo marxismo Italia, neo-marxismo Italia, neo marxismo Italia, Italienische Neue Marxismus, Italian Neo-Marxism, néo marxisme italien , néo-marxisme italien, néomarxisme italien , Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, neorepubblicanesimo italiano, neo repubblicanesimo italiano, neo-repubblicanesimo italiano, Italian Neo-Republicanism, italian Neo Republicanism, Italienische Neue Republikanismus, italien néo-républicanisme , italien néorépublicanisme, italien néo republicanisme, italien neo republicanisme, italien neorepublicanisme, italien neo-republicanisme, neo republicanismo italiano , neo-republicanismo italiano , neorepublicanismo italiano , Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo 
Morigi, neorepubblicanesimo italiano, neo repubblicanesimo italiano, neo-repubblicanesimo italiano, neorepubblicanesimo in Italia , neo repubblicanesimo in Italia, neo-repubblicanesimo in Italia, neorepubblicanesimo Italia , neo repubblicanesimo Italia, neo-repubblicanesimo Italia, Italian Neo-Republicanism, italian Neo Republicanism, Italienische Neue Republikanismus, néo-républicanisme italien, néorépublicanisme italien, néo republicanisme italien, neo republicanisme italien, neorepublicanisme italien, neo-republicanisme italien , Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, neorepubblicanesimo, neo repubblicanesimo, neo-repubblicanesimo, Neo-Republicanism, Neo Republicanism, Neue Republikanismus, néo-républicanisme, néorépublicanisme, néo republicanisme, neo republicanisme, neorepublicanisme, neo-republicanisme, neo republicanismo, neo-republicanismo, neorepublicanismo , Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, filosofia politica, Political Philosophy, Politische Philosophie, philosophie politique, Gesamtkvnstwerk Res 
Pvblica, Massimo Morigi, filosofia politica italiana, italian Political Philosophy, italienische Politische Philosophie, philosophie politique italienne, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, filosofia politica italiana, filosofia politica Italia, filosofia politica in Italia, italian Political Philosophy, italienische Politische Philosophie, philosophie politique italienne, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, teoria politica, Political Theory, Politische Theorie, théorie politique, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, teoria politica italiana, Italian Political Theory, italienische Politische Theorie, théorie politique italienne, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, teoria politica italiana, teoria politica italia, teoria politica in Italia, Italian Political Theory, italienische Politische Theorie, théorie politique italienne, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, fascismo in Italia, fascism in Italy, Faschismus in Italien, fascismo em Italia, fascismo en 
Italia, fascisme en Italie, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, scienza politica, Political Science, Politische Wissenschaft, science politique, Ciencia política, Ciência Política, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, scien za politica italiana, italian Political Science, italienische Politische Wissenschaft, science politique italienne, Ciencia política italiana , Ciência Política italiana, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, scienza politica italiana, scienza politica Italia, scienza politica in Italia, italian Political Science, italienische Politische Wissenschaft, science politique italienne, Ciencia política italiana , Ciência Política italiana , Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, politologia, Politology, Politogie, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, politologia italiana, politologia in Italia, politologia Italia, italian Politology, italienische Politogie, politologie italienne, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, ideologia, ideologia italiana, ideologia in Italia, l’ideologia italiana, Italian 
REPVBLICANISMVS GEOPOLITICVS FONTES ORIGINES ET VIA 
Seguono ora link sul ‘Repubblicanesimo Geopolitico’, dottrina 
politologica e filosofico-politica elaborata negli ultimi anni dall’ autore 
dei paper copia-incollati nelle precedenti pagine di questo file. In questi 
precedenti paper era stato messo a fuoco, fra le altre cose, un nuovo tipo 
di repubblicanesimo profondamente debitore delle suggestioni 
dell’estetizzazione della politica, con le sue luci delle avanguardie 
artistiche e con le sue terribili ombre dei regimi totalitari, così come si era 
manifestata nel corso del Novecento (il numero della nota a piè di pagina 
che all’inizio di ogni nuovo paper non riparte da 1 ma aggiunge 1 
all’ultimo numero di nota del precedente paper pur essendo dovuto ad un 
automatismo del copia-incolla è, se vogliamo, anche un accidente 
altamente simbolico del filo rosso, fra riflessioni sul repubblicanesimo e 
sulla estetizzazione della politica, che attraversa tutti questi interventi). Il 
‘Repubblicanesimo Geopolitico’ raccoglie queste suggestioni ed intende 
innestarle nel tronco della tradizione realista della Geopolitica. Un 
realismo politico quello del ‘Repubblicanesimo geopolitico’ che però, 
rinnovato dalla scuola costruttivista delle relazioni internazionali 
(Alexander Wendt), pone in primo piano una spazialità non solo 
geografica ma anche di natura mentale, rappresentativa e culturale (in 
fondo la moderna noopolitik non è che una riscrittura postmoderna 
dell’estetizzazione della politica novecentesca) e che, proprio perché 
strettamente vincolato in senso machiavelliano all’effettualità, rifiuta con
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 146 di 158 
Republikanische Revolution , Revolução Republicana, revolucion repubblicana, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, rivolu zione, rivoluzione repubblicana, rivolu zione repubblicana in Italia, rivoluzione repubblicana italiana, rivoluzione repubblicana Italia, Italian Republican Revolution, révolution républicaine italienne, italienische Republikanische Revolution, Revolução Republicana italiana, revolucion republicana italiana, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, rivolu zione, rivoluzione marxista, Marxist Revolution, révolution marxiste , marxistische Revolution , Revolução marxista, revolucion marxista, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, rivoluzione, rivolu zione marxista, rivoluzione marxista italiana, 
ideology, idéologie italienne, italienische Ideologie, Ideologie, ideology, idéologie, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, ideologia, ideologia marxista, marxist ideology, idéologie marxiste, Marxistische Ideologie , Ideologie, ideology, idéologie, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, ideologia, ideologia marxista, ideologia marxista in Italia, ideologia marxista italiana, ideologia marxista Italia, italian marxist ideology, idéologie marxiste italienne, Italienische Marxistische Ideologie , Ideologie, ideology, idéologie, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, ideologia, ideologia repubblicana, ideologia repubblicana italiana, ideologia repubblicana in Italia, ideologia repubblicana Italia, italian Republican Ideology, Italienische Republikanische ideologie, idéologie républicaine italienne, ideologia republicana italiana, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, rivolu zione, rivolu zione repubblicana, Republican Revolution, révolution républicaine , 
rivoluzione marxista in Italia, rivoluzione marxista Italia, Italian Marxist Revolution, révolution marxiste italienne , Italienische marxistische Revolution, Revolução marxista italiana, revolucion marxista italiana, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, critica marxista, Marxist Critic, critique marxiste, Marxistische Kritik, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, criti ca marxista, critica marxista italiana, critica marxista in Italia, criti ca marxista Italia, italian Marxist Critic, 
critique marxiste italienne, italienische Marxistische Kritik, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, teoria marxista, Marxist Theory, théorie marxiste , marxistische Theorie, teoría marxista, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, teoria marxista, teoria marxista italiana, teoria marxista in Italia, teoria marxista Italia, italian Marxist Theory, théorie marxiste italienne , italienische marxistische Theorie, 
teoría marxista italiana, SCUOLA DI FRANCOFORTE, TEORIA CRITICA, L’OPERA DARTE NELL’EPOCA DELLA SUA RIPODUCIBILITà TECNICA, ESTETICA, DIALETTICA, dialettica dell’illuminismo, estetica, aestheti ca, romanticismo politico, neoromanticismo politico, novecentismo, avanguardie storiche, avanguardia storica, politica, politica italiana, piensiero politico, piensiero politico italiano, rivoluzione marxista in italia, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, fascismo, Faschismus, fascisme, Fascism, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, pensiero politico, politica in italia, teoria marxista, pensiero marxista, ideologia, ideologia marxista, ideologia repubblicana, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Neomarxismo, neo-marxismo, Neue Marxismus , Neo-Marxism, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, neo-marxismo, Neue Marxismus, Neo-Marxism, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Neo marxismo, néomarxisme, Neo-Marxism, Neue Marxismus, Massimo Morigi, Karl Marx, 
Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Néomarxisme, néo-marxisme, neomarxismo, Neue Marxismus, Neo-Marxism, Massimo Morigi, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Neo-marxismo, néo-marxisme, Neue Marxismus, Neo-Marxism, Massimo Morigi, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Neo marxismo, neo marxisme, Neue Marxismus , Neo-Marxism, Massimo Morigi,, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Neomarxismo, neo marxisme, neomarxisme, Neue Marxismus , Neo-Marxism, Massimo Morigi, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Neomarxismo, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Neo marxismo, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Neo-marxismo, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Neomarxismo, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Neo marxismo , Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Neo-marxismo, Neomarxismo, Massimo Morigi, Neo marxismo, Massimo Morigi , Neo-marxismo, Massimo Morigi, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Neue Marxismus, Gesamtkvnstwerk Res 
Pvblica, Neue Marxismus, Neue Marxismus, Massimo Morigi, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Neo Marxism, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Neo Marxism, Neo Marxism, Massimo Morigi, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Neo-Marxism, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Neo-Marxism, Neo-Marxism, Massimo Morigi, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, neo-marxismo, neo marxismo, neomarxismo, Neue Marxismus, Neo Marxism, Neo-Marxism, neo marxisme, neomarxisme, neo-marxisme, néomarxisme, néo-marxisme, néomarxisme, neo-marxismo, neo marxismo, neomarxismo, Neue Marxismus, Neo Marxism, Neo-Marxism, neo marxisme, neomarxisme, neo-marxisme, néomarxisme, néo-marxisme, néomarxisme, neo-marxismo, neo marxismo, neomarxismo, Neue Marxismus, Neo Marxism, Neo-Marxism, neo marxisme, neomarxisme, neo-marxisme, néomarxisme, critique 
néo-marxisme, néomarxisme, Massimo Morigi, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, neo-marxismo, neo marxismo, neomarxismo, Neue Marxismus, Neo Marxism, Neo- 
Marxism, neo marxisme, neomarxisme, neo-marxisme, néomarxisme, néo-marxisme, néomarxisme, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Repubblicanesimo, Republikanismus, republicanisme, républicanisme, Republicanismo, Republicanism, SCUOLA DI FRANCOFORTE, TEORIA CRITICA, L’OPERA DARTE NELL’EPOCA DELLA SUA RIPODUCIBILITà TECNICA, ESTETICA, DIALETTICA, dialettica dell’illuminismo, estetica, aesthetica, romanticismo politico, neoromanticismo politico, novecentismo, avanguardie storiche, avanguardia storica, politica, politica italiana, piensiero politico, piensiero politico italiano, rivolu zione repubblicana, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, critica marxista, Marxist Critic, irrisione tutte le ingenue, quando non interessate, visioni liberal-neopositivistiche 
alla Popper e si riallaccia direttamente ai grandi pensatori 
dialettici Hegel e Marx (da questo punto di vista, il ‘Repubblicanesimo 
geopolitico’ si distacca drasticamente da tutte le vulgate neomarxiste: in 
primo luogo perché integralmente dialettico, in secondo luogo perché non 
cerca surrogati salvifici alla classe operaia ma individua, sulla scia di 
Gianfranco La Grassa, negli agenti strategici interni ed internazionali gli 
autentici operatori dell’evoluzione delle società capitalistiche – ma a 
differenza della versione lagrassiana del marxismo, il ‘Repubblicanesimo 
geopolitico’ si tiene ben stretta, ed intende ulteriormente sviluppare, la 
visione dialettica hegelo-marxiana della realtà). Possiamo così affermare 
che generare una profonda dialettica fra realismo politico e le mai sopite 
pulsioni verso l’estetizzazione della politica (impresa alla quale fu dedicata 
la vita del più grande rappresentante della filosofia politica del Novecento, 
Hannah Arendt, alla quale però fece sempre velo la sua formazione 
kantiana) sia il compito che si prefigge il ‘Repubblicanesimo Geopolitico’. 
Un repubblicanesimo, quello geopolitico, che ha pertanto definitivamente 
abbandonato una visione della libertà intesa come non dominio che ha 
segnato – ed estenuato – le ormai vecchie ed attardate vulgate del 
neorepubblicaneismo e che è invece fermamente indirizzato alla 
realizzazione di una autentica, profonda ed intima Vita Activa. 
Massimo Morigi – Ravenna, 8 ottobre 2014 
I link: 
https://archive.org/details/GeopoliticvsChildSiveRepublicanismvsGeopoliticvsA 
micisEtHostibvsMitto_377 
https://ia801405.us.archive.org/9/items/GeopoliticvsChildSiveRepublicanismvsG 
eopoliticvsAmicisEtHostibvsMitto_377/GeopoliticvsChildSiveRepublicanismvsG
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 147 di 158 
marxiste, Marxistische Kritik, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, criti ca marxista, critica marxista italiana, criti ca marxista in Italia, critica marxista Italia, italian Marxist Critic, critique marxiste italienne, italienische Marxistische Kritik, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo 
Morigi, cri tica repubblicana, Republican Criti c, critique républicaine, republikanische Kritik, critica republicana, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, criti ca repubblicana, criti ca repubblicana italiana, critica repubblicana in Italia,, criti ca repubblicana Italia, Italian Republican Critic, critique 
républicaine italienne, italienische republikanische Kritik, critica republicana italiana, teoria repubblicana, Republican Theory, théorie républicaine , republikanische Theori e, teoria republicana, teoria repubblicana italiana, teoria repubblicana in Italia, teoria repubblicana Italia, Italian Republican Theory, théorie républicaine italienne, italienische republikanische Theori e, teoria republicana italiana, pensiero politico, Political Thought, pensée politique, politische denken, pensiero politico, 
pensiero politico italiano, pensiero politico Italia, pensiero politico in Italia, italian Political Thought, pensée politique italienne, italienische politische denken, pensiero marxista, Marxist Thought, pensée marxiste, marxistische Den ken, pensiero marxista, pensiero marxista italiano, pensiero marxista in Italia, pensiero marxista Italia, italian Marxist Thought, pensée marxiste italienne, italienische marxistische Den ken, pensiero repubblicano, Republican Thought, pensée républicaine, republikanische Denken, pensamento republicano, pensiero repubblicano, pensiero repubblicano italiano, pensiero repubblicano Italia, pensiero repubblicano in Italia, Italian Republican Thought, 
pensée républicaine italienne, italienische republikanische Denken, pensamento republicano italiano, pensamento politico, pensamento politico italiano, pensamento marxista, pensamento marxista italiano, pensamento republicano, pensamento republicano italiano, pensiero neorepubblicano, Neo Republican Thought, pensée néo-républicaine , neue Republikanische Denken, pensamento neo-republicano, pensiero neo repubblicano, pensiero neo-repubblicano, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, pensiero neorepubblicano, pensiero neorepubblicano italiano, italian Neo Republican Thought, pensée néo-républicaine italienne , italienische neue Republikanische Denken, pensamento neo-republicano italiano, pensiero neo repubblicano italiano, pensiero neo-repubblicano 
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eopoliticvsAmicisEtHostibvsMittoMassimoMorigiVitaActivaUcrainaRussiaPuti 
n.pdf 
https://archive.org/details/GeopoliticvsChildSiveRepublicanismvsGeopoliticvsA 
micisEtHostibvsMitto_611 
https://archive.org/details/GeopoliticvsChildRepubblicanesimoGeopoliticoUcrai 
naMassimoMorigi 
https://ia902305.us.archive.org/18/items/GeopoliticvsChildRepubblicanesimoGe 
opoliticoUcrainaMassimoMorigi/GeopoliticvsChildRepubblicanesimoGeopolitic 
oUcrainaMassimoMorigiRussiaPutinRepublicanismvs.pdf 
https://archive.org/details/GeopoliticvsChildRepubblicanesimoGeopoliticoUcrai 
naMassimoMorigi_320 
https://archive.org/details/RepubblicanesimoGeopoliticoDemocraziaPuraRepub 
blicanesimoMarxMassimo 
https://ia801401.us.archive.org/20/items/RepubblicanesimoGeopoliticoDemocraz 
iaPuraRepubblicanesimoMarxMassimo/RepubblicanesimoGeopoliticoDemocraz 
iaPuraRepubblicanesimoMarxMassimoMorigi.pdf 
https://archive.org/details/GeopoliticvsChildSiveRepublicanismvsGeopoliticvsA 
micisEtHostibvsMitto_308 
https://ia802306.us.archive.org/0/items/GeopoliticvsChildSiveRepublicanismvsG 
eopoliticvsAmicisEtHostibvsMitto_308/GeopoliticvsChildSiveRepublicanismvsG 
eopoliticvsAmicisEtHostibvsMittoMassimoMorigiVitaActivaMarxismo.pdf 
https://archive.org/details/ProNovaRePvblicaAedificandaAmicisMittorepubblic 
anesimo
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 148 di 158 
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M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 149 di 158 
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Morigi.pdf/Geopoliticalrepublicanism.pdfMassimoMorigi.pdf 
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M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 150 di 158 
Massimo Morigi, opera d’arte totale, opera d’arte total e, Massimo Morigi , opera d’arte totale, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, opera d’arte totale, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Gesamtkunstwerk, opera d’arte total e , Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Gesamtkunstwerk, opera d’arte totale , Entartete Kunst, arte degenerata, Massimo Morigi, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, arte degenerata, Entartete Kunst, Degenerate Art, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, arte degenerata, Entartete Kunst, Degenerate Art, arte degenerata, Entartete Kunst, Degenerate Art, Massimo Morigi, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, arte degenerata , Arte degenerata, Massimo Morigi , Arte degenerata, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, arte degenerata, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Degenerate Art, Degenerate Art, Massimo Morigi, Degenerate Art,, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Degenerate Art , Autore: Massimo Morigi. Principali autori di riferimento: Machiavelli, Marx, Hannah Arendt, 
Walter Benjamin, Horkheimer, Adorno, Filippo Tommaso Marinetti. Critica neomarxista e neorepubblicana sul paracosmo ideologico nazista del ‘Entartete Kunst per una teoria critica e politica della Vita Activa per la Res Publica, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, avantgarde , Avantgarde, Massimo Morigi , Avantgarde, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, avantgarde , Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, avant-garde , Avant-garde, Massimo Morigi , Avant-garde, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, avant-garde, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, avanguardia, Avanguardia, Massimo Morigi , Avanguardia, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, avanguardia, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Avanguardia artistica , Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Avanguardie artistiche , Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, avanguardie del Novecento , Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Vita Activa , Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, avanguardie 
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italian Revolution, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, historismo absoluto, historicisme absolue, absolute historicism, storicismo assoluto, absoluten historismus , Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, espressionismo, Expressionismus, expressionism, expressionisme, Expressionismo. Gesamtkvnstwerk Res Pvblica: saggio scritto da Massimo Morigi incentrato sulla costruzione di una teoria politica basat a sull’estetizzazione della politica. Principali autori di riferimento della filosofia politica di Massimo Morigi, di Gesamtkvnstwerk Res Pvblica e degli altri lavori di Massimo Morigi pure incentrati ad una critica all’estetizzazione del a politica: Machiavelli, Thomas Hobbes, Karl Marx, Giuseppe Mazzini, Nietzsche, Hannah Arendt, Walter Benjamin, Horkheimer, Adorno, Filippo Tommaso Marinetti, Carl Schmitt, Martin Heidegger, Leo Strauss. Nota finale sinteti ca di Gesamtkvnstwerk Res Pvblica e criterio ispiratore di tutti gli scrit i filosofico-politici di Massimo Morigi : romanticismo politico inteso a superare le artificiose e ridicole 
suddivisioni fra le vari e scienze politiche e orientato verso uno storicismo assoluto e ad una critica neomarxista e neorepubblicana sull’esteti zzazione del a politica per una teoria critica materialistico-dialettica della Vita Activa contro il totalitarismo, per la rivolu zione italiana democratica e nonviolenta , per un rinnovamento del repubblicanesimo italiano e per la Res Publica democratica ed antifascista intesa come Gesamtkunstwerk (opera d’arte total e) politica. Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Repubblicanesimo italiano, Italienische Republikanismus, républicanisme italien, republicanismo italiano, Italian Republicanism, Repubblicanesimo italiano, Italienische Republikanismus, républicanisme italien, republicanismo italiano, Italian Republicanism, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Repubblicanesimo italiano, Repubblicanesimo in Italia, Repubblicanesimo Italia, Italienische Republikanismus, républicanisme italien, republicanismo italiano, Italian Republicanism, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo 
Morigi, rivoluzione italiana, révolution italienne, Revolução italiana, revolucion italiana, Italienische Revolution , italian Revolution , Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, marxismo italiano, marxisme italienne, italienischen Marxismus, Italian Marxism, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, fascismo italiano, Italienische Faschismus, fascisme italien, Italian Fascism, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, fascismo in Italia, fascismo italiano, fascismo Italia, fascism in Italy, Faschismus in Italien, fascismo em Italia, fascismo en Italia, fascisme en Italie, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, totalitarismo italiano, italienischen Totalitarismus, totalitarisme italien, italian Totalitarianism, italian totalitarism, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, futurismo italiano, italienische Futurismus , Italian Futurism, futurisme italien , Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, avanguardia italiana, avanguardie italiane, avanguardia italiana del Novecento, avanguardie italiane del 
Novecento, avant-garde italiana, avant-garde italiana del Novecento, italienische Avantgarde, Italian Avant-garde, avant-garde italienne, Avant garde italienne, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, postdemocrazia italiana, post-democrazia italiana, Italian Postdemocracy, Italian Post-Democracy, italienische Postdemokratie, italienische Post-Demokrati e, post-démocratie italienne, pós-democracia italiana, post democrazia italiana, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, democrazia italiana, Italian democracy, italienische Demokratie, démocratie italienne, democracia italiana, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, democrazia italiana, democrazia in Italia, democrazia Italia Italian democracy, italienische Demokratie, démocratie italienne, democracia italiana, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, democrazia, Democracy, Demokratie, démocrati e, democracia , Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Neomarxismo italiano, neo marxismo italiano, neo-marxismo italiano, Italienische 
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rigi/RepublicanismoGeopoliticoMassimoMorigi.pdf 
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aMassimoMorigiKarlMarx.pdf 
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“Repubblicanesimo”; REPVBLICANISMVS GEOPOLITICVS 
FONTES ORIGINES ET VIA MASSIMO MORIGI 
GEOPOLITICA GEOPOLITICS GEOPOLITIK 
MASSIMO MORIGI MARXISMO MARXISMUS
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 151 di 158 
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italiano 
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Massimo Morigi 
MARXISM REPUBBLICANESIMO REPUBLICANISM 
REPUBLIKANISMUS MAZZINI 
REPVBLICANISMVS GEOPOLITICVS FONTES 
ORIGINES ET VIA MASSIMO MORIGI 
GEOPOLITICA GEOPOLITICS GEOPOLITIK 
MASSIMO MORIGI MARXISMO MARXISMUS 
MARXISM REPUBBLICANESIMO REPUBLICANISM 
REPUBLIKANISMUS 
GEOPOLITICA GEOPOLITICS GEOPOLITIK 
MASSIMO MORIGI NEO-REPUBBLICANESIMO, 
NEO-REPUBLICANISM NEUE REPUBLIKANISMUS 
NEUER REPUBLIKANISMUS NEO-REPUBLICANISMO 
MARX REPVBLICANISMVS 
GEOPOLITICVS FONTES ORIGINES ET VIA 
MASSIMO MORIGI GEOPOLITICA GEOPOLITICS 
GEOPOLITIK NEO- REPUBBLICANESIMO, NEO-REPUBLICANISM 
NEUE REPUBLIKANISMUS 
NEUER REPUBLIKANISMUS NEO-REPUBLICANISMO 
MARX 
REPVBLICANISMVS GEOPOLITICVS FONTES 
ORIGINES ET VIA MASSIMO MORIGI 
GEOPOLITICA GEO-POLITICA GEO POLITICA
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GEOPOLITICS GEOPOLITIK NEO 
REPUBBLICANESIMO, NEO REPUBLICANISM NEUE 
REPUBLIKANISMUS NEUER REPUBLIKANISMUS 
NEO REPUBLICANISMO 
REPVBLICANISMVS GEOPOLITICVS FONTES 
ORIGINES ET VIA MASSIMO MORIGI 
GEOPOLITICA GEO-POLITICA GEOPOLITICS 
GEOPOLITIK REPUBBLICANESIMO 
REPUBLICANISMOM REPUBLIKANISMUS 
REPUBLICANISMO 
REPVBLICANISMVS GEOPOLITICVS FONTES 
ORIGINES ET VIA MASSIMO MORIGI MAZZINI 
MARX HANNAH ARENDT MACHIAVELLI CARL 
SCHMITT MARXISMO REPUBBLICANESIMO 
REPUBLICANISMUS GEOPOLITICUS FONTES 
ORIGINES ET VIA MASSIMO MORIGI 
MACHIAVELLI MARX HANNAH ARENDT 
MACHIAVELLI MARXISMO 
REPVBLICANISMUS GEOPOLITICUS FONTES 
ORIGINES ET VIA 
;“Repubblicanesimo”; IMPERIALISMO “Repubblicanesimo”; “Repubblicanesimo”; “Repubblicanesimo”; “Marxismo”; “Marxismo”; 
PARAEIDOLIA “Marxismo”; “Marxismo”; “Marxismo “Repubblicanesimo”;
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Dialettica del postmodernismo è un paper presentato da Massimo Morigi e Stefano Salmi al convegno internazionale “ Encuentros en el Sur – Poder, Comunicaciones y Propaganda” (Sala de Juntas, Edificio Millares Carlo, Campus del Obelisco – Universidad de Las Palmas de Gran Canaria – Desde 25-11-2009 hasta 26-11-2009). Il paper tratta in prospettiva marxista e neorepubblicana del postmodernismo e del poststrutturalismo e giudica questi fenomeni culturali come un ultimo tentativo, portatato avanti da alcune ristrette élite intellettuali, di dissimulare – in parte attraverso meccanismi subliminali ed inconsci agli stessi ideologi postmodernisti e poststrutturalisti – il trauma del Secolo breve rappresentato dal fascismo, dal nazismo e dai regimi totalitari che ne sono seguiti. Oggi, in pieno periodo turbocapitalista e postdemocratico non c’è però più nemmeno bisogno di questa cortina ideologica per celare l’intima natura fascista e totalitaria dell’attuale modo di produzione capitalistico e, infatti, postrutturalismo e postmodernismo in final e di Secolo breve avevano totalmente cessato la loro influenza intellettuale per essere sostituiti nella loro funzione di occultamento dei rapporti di classe da 
più scaltrite filosofie, vedi il positivismo à la Popper, che nell’attuale fase politico-economica riveste il medesimo ruolo dell’empiriocriticismo, a suo tempo definito da Lenin con il termine di machismo indicando con questo neologismo inteso in senso spregiativo la filosofi a empiriocriticista come falsamente scientifica ed oggettiva e, in realtà, un’ottima scusa per il disimpegno degli intellettuali. Gli autori e i personaggi citati e a cui, comunque, ci si è riferiti direttamente o indirettamente in Dialettica del postmodernismo sono: Hannah Arendt, Karl Marx, Walter Benjamin, Luigi Bonaparte, Carl Schmitt, Machiavelli, Hobbes, Martin Heidegger, Karl Popper, Leo Strauss, Jacques Derrida, Jean Baudrillard, Friedrich Wilhelm Nietzsche, Jean-François Lyotard, Ludovico Geymonat, Lenin (Vladimir Ilyich Ulyanov), Max Horkheimer, Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno, Richard Wolin, Fredric Jameson, Terry Eagleton, Ernst Jünger, Arthur Moeller van den Bruck, Ernst Niekisch, Ludwig Klages, Jeffrey Herf, Paul de Man, Ortwin de Graef, Ernst Mach. Le parole chiave e i concetti trattati di questo paper sono: fascismo, nazismo, nazi fascismo, totalitarismo, marxismo, neomarxismo, neo 
marxismo, neo-marxismo, repubblicanesimo, neorepubblicanesimo, neo-repubblicanesimo, neo repubblicanesimo, liberalismo, democrazia, liberaldemocrazia, società di massa, classe sociale, lotta di classe, messianismo, antisemitismo, storicismo, postmodernismo, poststrutturalismo, post-strutturalismo, dialettica, positivismo, neopositivismo, empiriocriticismo, machismo, rivoluzione conservatrice, postdemocrazia, post-democrazia, capitalismo, turbocapitalismo, turbo-capitalismo, Vita Activa, Illuminismo, Leviatano, Leviathan, Catechon, Katechon, bestia bionda, Führerprinzip, modo di produzione capitalistico, revisionismo, revisionismo storiografico. Per concludere, la prospettiva lungo la quale si muove Dialet ica del postmodernismo è operare, attraverso un critica radicale di questo fenomeno culturale, una sintesi dialettica fra marxismo e repubblicanesimo per un neo-repubblicanesimo che sappia porre le basi per un’autentica Vita Activa il cui significato ed inveramento altro non è che il rovesciamento degli attuali rapporti di forza politico-economici che – sotto il manto ieratico delle parole “ libertà” e “democrazia”, equivalenti purtroppo, con la loro progressiva perdita di significato, a 
pure invocazioni magiche – sono la più pura e perfetta espressione dell’ intima natura fascista e totalitaria delle moderne società di massa. 
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Heidegger, marxism, neo marxism, neo-marxism, republicansim, neo republicanism, neo-republicanism, Marxismus, neue Marxismus, Republikanismus, neue Republikanismus, republicanismo, neo-republicanismo, marxismo, neo-marxismo, républicanisme, néo-républicanisme, néorépublicanisme, marxisme, néo-marxisme, marxismo, neomarxismo, neo marxismo, neo-marxismo, repubblicanesimo, neorepubblicanesimo, neo-repubblicanesimo, neo repubblicanesimo, Nietzsche, marxism, neo marxism, neo-marxism, republicansim, neo republicanism, neo-republicanism, Marxismus, neue Marxismus, Republikanismus, neue Republikanismus, republicanismo, neo-republicanismo, marxismo, neo-marxismo, républicanisme, néo-républicanisme, néorépublicanisme, marxisme, néo-marxisme, marxismo, neomarxismo, neo marxismo, neo-marxismo, repubblicanesimo, neorepubblicanesimo, neo-repubblicanesimo, neo repubblicanesimo, Lenin, marxism, neo marxism, neo-marxism, republicansim, neo republicanism, neo-republicanism, Marxismus, neue Marxismus, Republikanismus, neue Republikanismus, republicanismo, neo-republicanismo, marxismo, neo-marxismo, républicanisme, néo-républicanisme, 
néorépublicanisme, marxisme, néo-marxisme, marxismo, neomarxismo, neo marxismo, neo-marxismo, repubblicanesimo, neorepubblicanesimo, neo-repubblicanesimo, neo repubblicanesimo, Hobbes, marxism, neo marxism, neo-marxism, republicansim, neo republicanism, neo-republicanism, Marxismus, neue Marxismus, Republikanismus, neue Republikanismus, republicanismo, neo-republicanismo, marxismo, neo-marxismo, républicanisme, néo-républicanisme, néorépublicanisme, marxisme, néo-marxisme, marxismo, neomarxismo, neo marxismo, neo-marxismo, repubblicanesimo, neorepubblicanesimo, neo-repubblicanesimo, neo repubblicanesimo, Karl Popper , marxism, neo marxism, neo-marxism, republicansim, neo republicanism, neo-republicanism, Marxismus, neue Marxismus, Republikanismus, neue Republikanismus, republicanismo, neo-republicanismo, marxismo, neo-marxismo, républicanisme, néo-républicanisme, néorépublicanisme, marxisme, néo-marxisme, marxismo, neomarxismo, neo marxismo, neo-marxismo, repubblicanesimo, neorepubblicanesimo, neo-repubblicanesimo, neo repubblicanesimo, Leo Strauss , marxism, neo marxism, neo-marxism, 
republicansim, neo republicanism, neo-republicanism, Marxismus, neue Marxismus, Republikanismus, neue Republikanismus, republicanismo, neo-republicanismo, marxismo, neo-marxismo, républicanisme, néo-républicanisme, néorépublicanisme, marxisme, néo-marxisme, marxismo, neomarxismo, neo marxismo, neo-marxismo, repubblicanesimo, neorepubblicanesimo, neo-repubblicanesimo, neo repubblicanesimo, Jacques Derrida , marxism, neo marxism, neo-marxism, republicansim, neo republicanism, neo-republicanism, Marxismus, neue Marxismus, Republikanismus, neue Republikanismus, republicanismo, neo-republicanismo, marxismo, neo-marxismo, républicanisme, néo-républicanisme, néorépublicanisme, marxisme, néo-marxisme, marxismo, neomarxismo, neo marxismo, neo-marxismo, repubblicanesimo, neorepubblicanesimo, neo-repubblicanesimo, neo repubblicanesimo, Max Horkheimer , marxism, neo marxism, neo-marxism, republicansim, neo republicanism, neo-republicanism, Marxismus, neue Marxismus, Republikanismus, neue Republikanismus, republicanismo, neo-republicanismo, marxismo, neo-marxismo, républicanisme, néo-républicanisme, 
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Baudrillard, Jean-François Lyotard, Ernst Mach, marxism, neo marxism, neo-marxism, republicansim, neo republicanism, neo-republicanism, Massimo Morigi, Hannah Arendt, Karl Marx, Walter Benjamin, Machiavelli, Nietzsche, Ludovico Geymonat, Lenin, Carl Schmit , Hobbes, Martin Heidegger, Karl Popper, Leo Strauss, Jacques Derrida, Max Horkheimer, Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno, Jean Baudrillard, Jean-François Lyotard, Ernst Mach, Marxismus, neue Marxismus, Republikanismus, neue Republikanismus, Massimo Morigi, Hannah Arendt, Karl Marx, Walter Benjamin, Machiavelli, Nietzsche, Ludovico Geymonat, Lenin, Carl Schmit , Hobbes, Martin Heidegger, Karl Popper, Leo Strauss, Jacques Derrida, Max Horkheimer, Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno, Jean Baudrillard, Jean-François Lyotard, Ernst Mach, republicanismo, neo-republicanismo, marxismo, neo-marxismo, Massimo Morigi, Hannah Arendt, Karl Marx, Walter Benjamin, Machiavelli, Nietzsche, Ludovico Geymonat, Lenin, Carl Schmit , Hobbes, Martin Heidegger, Karl Popper, Leo Strauss, Jacques Derrida, Max Horkheimer, Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno, Jean Baudrillard, Jean- 
François Lyotard, Ernst Mach , républicanisme, néo-républicanisme, néorépublicanisme, marxisme, néomarxisme, néo-marxisme, Massimo Morigi, Hannah Arendt, Karl Marx, Walter Benjamin, Machiavelli, Nietzsche, Ludovico Geymonat, Lenin, Carl Schmit , Hobbes, Martin Heidegger, Karl Popper, Leo Strauss, Jacques Derrida, Max Horkheimer, Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno, Jean Baudrillard, Jean-François Lyotard, Ernst Mach, Massimo Morigi, Stefano Salmi, Hannah Arendt, Karl Marx, Walter Benjamin, Luigi Bonaparte, Carl Schmitt, Machiavelli, Hobbes, Martin Heidegger, Karl Popper, Leo Strauss, Jacques Derrida, Jean Baudrillard, Friedrich Wilhelm Nietzsche, Jean-François Lyotard, Ludovico Geymonat, Lenin, Vladimir Ilyich Ulyanov, Max Horkheimer, Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno, Lotze, Richard Wolin, Fredric Jameson, Terry Eagleton, Ernst Jünger, Arthur Moeller van den Bruck, Ernst Niekisch, Ludwig Klages, Jef rey Herf, Paul de Man , Ortwin de Graef, Ernst Mach, Cartesio, Leviatano, René Descartes, Catechon, Katechon, bestia bionda, postmoderno, postmodernità, postmodernismo, postmodernity, postmodernism, postmodernisme, 
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“Repubblicanesimo”; “Repubblicanesimo”; 
“Repubblicanesimo”;PA “Marxismo”; “Marxismo”; 
“Marxismo”; “Marxismo”; “Marxismo” 
“Repubblicanesimo”; “Repubblicanesimo”; 
“Repubblicanesimo”; “Marxismo”; “Marxismo”; 
“Marxismo”; “Marxismo”; “Marxismo” 
, Geopolitics, Romagnolo, Tribuno Romagna, Auctoritas, 
Romandiola, Forlì, Fondamentalismo, Imperatore, Re 
te 
“Repubblica”; impero “République”;i “Republic”; 
“Republique”; “Republica”; “Republica”; “República”; 
“Repvbblica”; “Res Publica”; “Res Pvblica”; “Republik”; 
“Nuova Repubblica”; “Nvova Repvbblica”; “Nova República”; 
“Nova Republica”; “nueva República”; “ nueva Republica”; 
“New Republic”; “ Nouvelle République”; “Nouvelle 
Republique”; “ Neue Republik”; “Nova Re Publica”; “Nova Re 
Pvblica”; “Politica”; “Politique”; “Política”; “Politics”; “Policy”; 
“Politik”; “Repubblica Italiana”; “Repvbblica Italiana”; 
“Italian Republic”; “République italienne”; “Republique 
italienne”; “ Republica Itáliania”; “Republica Italiania”; 
“Italienische Republik”
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 154 di 158 
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homo faber, Cappella dei Martiri, Gesamtkunstwerk, opera d’arte totale, empowerment , Res Publica, Ezra Pound, Pound, Morigi, Waldemar George, Filippo de Pisis, Charles Edouard Jeanneret, Le Corbusier, Incipit novus ordo, Arnaldo Carpanetti, Fortunato Depero, Depero, Osvaldo Peruzzi, Ernesto Michahelles, Thayhat, Prampolini, Enrico Prampolini, Ferruccio Vecchi, The Theory of the Avant-Garde, Theory of the Avant-Garde, Renato Poggioli, Peter Bürger, Tertulliano, agorà, De Chirico, Giorgio De Chirico, Raffaello, Raf aello Sanzio, Scuola di Atene, Ciano, Galeazzo Ciano, Gian Galeazzo Ciano, Diario di Ciano, Carrà, Carlo Carrà, Emil Nolde, Omero, Sepp Hilz, Werner Peiner, Oscar Martin Amorbach, Adolf Ziegler, Konrad Hommel, Arno Breker, Ghunther von Hagens, Capitan Harlock, Gianna Nannini, Voltaire, François-Marie Arouet, Lettres Philosophiques, Bacone, Francesco Bacone, Bacon, Francis Bacon, Novum Organum, Phänomenologie des Geistes, fenomenologia dello spirito, Max Horkheimer, Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno, bios politikos, aiesthesis , Angelus Novus, perdono, Wislawa Szymborska, Schwarze Sonne, Fukuyama, Yoshihiro Francis 
Fukuyama, Francis Fukuyama, Marx, Karl Marx, Avantgarde, mécanique quantique, mecánica cuántica, mecanica quantica, Quantenphysik, quantischen Mechanik, Dialectique quantique, dialectica quantica, quantum dialektiske, dialética cuántica, dialética quantica, quantum dialektische, dialektische, Avanguardia quantica, avanguardi a quantistica, avant-garde quantica, avant-garde quantistica, quantum avant-garde, avant-garde quantique, vanguardia cuántica, quantischen Avantgarde, Futurismo quantico, futurismo quantistico, quantum futurism, quantischen futurismus, quantisch futurismus, futurisme quantique, futurismo cuántico, Filosofia politica quantica, filosofia politica quantistica, quantum Political philosophy, philosophie politique quantique, quantischen politische Philosophie, filosofia politica cuántica, quantisch politische Philosophie, Storia quantica, storia quantistica, storiografia quantica, storiografi a quantistica, histoire quantique, quantum history, Quantenphysikgeschichte, Quanten geschichte, quantischen geschichte, História cuántica, historia quantica, quantisch geschichte, quantisch Geschichtsschreibung, quantischen Geschichtsschreibung, quantum historiography, 
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dialéctico, Diamat quantistico, Diamat quantico, quantum Diamat, Diamat quantique, quantisch Diamat, quantischen Diamat, Diamat cuántico, materialismo quantico, materialismo quantistico, quantum materialism, matérialisme quantique, quantisch materialismus, quantischen materialismus, materialismo cuántico, marxismo quantistico, marxismo quantico, quantum marxism, marxisme quantique, quantisch marxismus, quantischen marxismus, marxismo cuántico, neo marxismo quantico, neo marxismo quantistico, neo-marxismo quantico, neo-marxismo quantistico, neomarxismo quantico, neomarxismo quantistico, quantisch neue marxismus, quantischen neue marxismus, quantisch neo marxismus, quantischen neo marxismus, quantisch neomarxismus, quantischen neomarxismus, néo-marxisme quantistique, néomarxisme quantistique, neo-marxismo cuántico, repubblicanesimo quantico, repubblicanesimo quantistico, quantum republicanism, républicanisme quantique, quantischen republikanismus, quantisch republikanismus, republicanismo quantico, republicanismo cuántico, neorepubblicanesimo quantico, neo repubblicanesimo quantistico, neo-repubblicanesimo quantico, neo-repubblicanesimo 
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Theory, Dialectic of enlightenment, Dialektik der Aufklärung, Dialectique de l'Illuminisme, Dialettica dell’illuminismo, Scuola di Francoforte, Frankfurt School, Frankfurter Schule, Teoria critica, Kritische Theorie, Critical Theory, Dialectic of enlightenment, Dialektik der Aufkl ärung, Dialectique de l'Illuminisme, Dialettica dell’illuminismo, totalitarian rule, arte degenerata, teoria marxista, marxist theory, marxistische Theorie, Théorie marxiste, teoria repubblicana, Republican Theory, théorie républicaine, Republikaner Theorie, republikanische Theorie, teoria neo repubblicana, teoria neo-repubblicana, teoria neorepubblicana, neo-republican theory, neo republican theory, théorie néo-républicaine, théorie néo républicaine, neo marxist theory, neo-marxist theory, théorie néo-marxiste, théorie néo marxiste, neue marxistische Theorie, meccanica quantistica, teoria neo-marxista, teoria neo marxista, teoria neomarxista, Quantum mechanics, quantum physics, quantum theory, fisica quantistica, teoria quantistica, sovrapposizione, sovrapposizione quantistica, principio di sovrapposizione, principio di sovrapposizione quantistica, superposition, superposition principle, quantum superposition, 
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garde, totalitarismo imperfetto, Ventennio, fascismo italiano, Novecento, novecentismo, Stalin, Piacentini, Marcello Piacentini, E 42 di Roma, E 42, Kunst der Nation, Kunst der Dritten Reich, Espressionismo, Expressionismus, Expressionism, Expressionisme, Sarfatti, Margherita Sarfatti, Piacentini, Marcello Piacentini, Terragni, Giuseppe Terragni, Mario di Renzi, Libera, Adalberto, Libera, Aesthetica, Fascistica, Aesthetica Fascistica I, neo republicanismo, neo-republicanismo, neorepublicanismo, republicanismo, républicanisme, Republicanisme, marxism, marxisme, neo-repubblicanesimo, neo repubblicanesimo, néomarxisme, néo marxisme, néo-marxisme, neomarxsime, neo marxisme, neo marxismo, neo-marxismo, neo-marxism, neo marxism, neo marxismus, neomarxismus, neue marxismus, totalitarisme, totalitarism, fascism, fascisme, faschismus, nazionalsocialismo, nazional socialismo, nazional-socialismo, nazism, National socialism, nazisme, National socialisme, National socialisme, nazismus, nationalsozialismus, post democrazia, post-democrazia, post democracy, postdemocracy, post-démocratie, postdémocratie, post demokratie, postdemokratie, post democrazia, post-democraci 
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REPUBLIKANISMUS, MARXISMUS, NEUE REPUBLIKANISMUS, NEUE MARXISMUS, NEO REPUBLICANISM, NEO MARXISM, TOTALITARISMO, TOTALITARISMUS, TOTALITARIANISM, FASCISMO, NAZISMO, ARTE TOTALITARIA, ARTE FASCISTA, ARTE NAZISTA, POSTDEMOCRAZIA, TURBOCAPITALISMO, POST DEMOCRACY, TURBO CAPITALISM, VITA ACTIVA, REPUBBLICANESIMO; NEOREPUBBLICANESIMO; MARXISMO; NEOMARXISMO; FASCISMO; ESTETIZZAZIONE DELLA POLITICA; FUTURISMO; AVANT-GARDE; MARINETTI; CONRAD; HANNAH ARENDT; VITA ACTIVA; HEIDEGGER ; CARL SCHMITT; Horkheimer; Adorno; Scuola di Francoforte ; DIALETTICA DELL'ILLUMINISMO; LEO STRAUSS, effetto tunnel, effetto tunnel quantico, ef etto tunnel quantistico, tunnel ef ect, tunneling ef ect, Quantum tunneling effect, Quantum tunnel ef ect, Quantum bilocation, Quantum bilocation ef ect, bilocazione, bilocazione quantica, bilocazione quantistica, effetto della bilocazione quantica, Quantum mechanics multi location, Quantum mechanics multi-location, Quantum mechanics multi 
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Theory of the Avant-Garde, Theory of the Avant-Garde, Renato Poggioli, Peter Bürger, Tertulliano, agorà, De Chirico, Giorgio De Chirico, Raffaello, Raffaello Sanzio, Scuola di Atene, Ciano, Galeazzo Ciano, Gian Galeazzo Ciano, Diario di Ciano, Carrà, Carlo Carrà, Emil Nolde, Omero, Sepp Hilz, Werner Peiner, Oscar Martin Amorbach, Adolf Ziegler, Konrad Hommel, Arno Breker, Ghunther von Hagens, Capitan Harlock, Gianna Nannini, Voltaire, François-Marie Arouet, Lettres Philosophiques, Bacone, Francesco Bacone, Bacon, Francis Bacon, Novum Organum, Phänomenologie des Geistes, fenomenologia dello spirito, Max Horkheimer, Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno, bios politikos, aiesthesis , Angelus Novus, perdono, Wislawa Szymborska, Schwarze Sonne, Fukuyama, Yoshihiro Francis Fukuyama, Francis Fukuyama, Marx, Karl Marx, Avantgarde, mécanique quantique, mecánica cuántica, mecanica quantica, Quantenphysik, quantischen Mechanik, Dialectique quantique, dialectica quantica, quantum dialektiske, dialética cuántica, dialética quantica, quantum dialektische, dialektische, Avanguardia quantica, avanguardia quantistica, avant-garde quantica, avant-garde 
quantistica, quantum avant-garde, avant-garde quantique, vanguardia cuántica, quantischen Avantgarde, Futurismo quantico, futurismo quantistico, quantum futurism, quantischen futurismus, quantisch futurismus, futurisme quantique, futurismo cuántico, Filosofia politica quantica, filosofi a politica quantistica, quantum Political philosophy, philosophie politique quantique, quantischen politische Philosophie, filosofia politica cuántica, quantisch politische Philosophie, Storia quantica, storia quantistica, storiografia quantica, storiografia quantistica, histoire quantique, quantum history, Quantenphysikgeschichte, Quanten geschichte, quantischen geschichte, História cuántica, historia quantica, quantisch geschichte, quantisch Geschichtsschreibung, quantischen Geschichtsschreibung, quantum historiography, historiographie quantique, materialismo historico, materialismo histórico, Eteropia quantica, Eterotopia quantistica, quantum heterotopia, quantum heterotopy, hétérotopie quantique, quantischen heterotopie, heterotopia cuántica, heterotopia quantica, quantisch heterotopie, Quantum superposition heterotopia, quantum superposition heterotopy, quantum entanglement heterotopia, quantum 
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Quantum observer heterotopia, Quantum observer heterotopy, heterotopian quantum observer, heterotopic quantum observer, eterotopia dell’osservatore quantico, eterotopia dell’osservatore quantistico, materialismo storico quantico, materialismo storico quantistico, quantischen Historischer Materialismus, matérialisme historique quantique, Quantum historical materialism, materialismo historico quantico, materialismo histórico cuántico, materialismo dialettico quantico, materialismo dialettico quantistico, Quantum dialectical materialism, quantischen Dialektischer Materialismus, Matérialisme dialectique quantique, materialismo dialético cuántico, materialismo dialéctico quantico, materialismo storico-dialettico, materialismo storico e dialettico, materialismo storico e materialismo dialettico, historical dialectical materialism, historical-dialectical-materialism, matérialisme historique-dialectique, matérialisme historique et dialectique, Dialektisch-historischer Materialismus, dialektischen und historischen Materialismus, Materialismo Histórico Dialético, materialismo historico dialéctico, materialismo quantico storico-dialettico, materialismo quantico e storico-dialettico, materialismo quantistico 
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M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 155 di 158 
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Morigi, Hannah Arendt, Karl Marx, Walter Benjamin, Machiavelli, Nietzsche, Massimo Morigi, Ludovico Geymonat, Lenin, Carl Schmitt, Hobbes, Martin Heidegger, Karl Popper, Leo Strauss, Jacques Derrida, Max Horkheimer, Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno, Jean Baudrillard, Jean-François Lyotard, Ernst Mach, marxism, neo marxism, neo-marxism, republicansim, neo republicanism, neo-republicanism, Marxismus, neue Marxismus, Republikanismus, neue Republikanismus, Massimo Morigi, Hannah Arendt, Karl Marx, Walter Benjamin, Machiavelli, Nietzsche, Ludovico Geymonat, Lenin, Carl Schmitt, Hobbes, Martin Heidegger, Karl Popper, Leo Strauss, Jacques Derrida, Max Horkheimer, Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno, Jean Baudril ard, Jean-François Lyotard, Ernst Mach, Marxismus, neue Marxismus, Republikanismus, neue Republikanismus, Massimo Morigi, Massimo Morigi, Hannah Arendt, Karl Marx, Walter Benjamin, Machiavelli, Nietzsche, Ludovico Geymonat, Lenin, Carl Schmit , Hobbes, Martin Heidegger, Karl Popper, Leo Strauss, Jacques Derrida, Max Horkheimer, Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno, Jean Baudrillard, Jean-François Lyotard, 
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Fredric Jameson, Terry Eagleton, Ernst Jünger, Arthur Moeller van den Bruck, Ernst Niekisch, Ludwig Klages, Jeffrey Herf, Paul de Man , Ortwin de Graef, Ernst Mach, Cartesio, Leviatano, René Descartes, Catechon, Katechon, bestia bionda, républicanisme, néo-républicanisme, néorépublicanisme, marxisme, néomarxisme, néo-marxisme, Massimo Morigi, Hannah Arendt, Karl Marx, Walter Benjamin, Machiavelli, Nietzsche, Ludovico Geymonat, Lenin, Carl Schmitt, Hobbes, Martin Heidegger, Karl Popper, Leo Strauss, Jacques Derrida, Max Horkheimer, Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno, Jean Baudril ard, Jean-François Lyotard, Ernst Mach, républicanisme, néo-républicanisme, néorépublicanisme, marxisme, néomarxisme, néo-marxisme, postmoderno, postmodernità, postmodernismo, postmodernity, postmodernism, postmodernisme, postmodernité, post-modernismo, post-moderno, post modernismo, post moderno, Massimo Morigi, Hannah Arendt, Karl Marx, Walter Benjamin, Machiavelli, Nietzsche, Ludovico Geymonat, Lenin, Postmoderne, Postmodernismus, Carl Schmitt, Hobbes, Martin Heidegger, Karl Popper, Leo Strauss, Jacques Derrida, Max 
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néomarxisme, néo marxisme, néo-marxisme, neomarxsime, neo marxisme, neo marxismo, neo-marxismo, neo-marxism, neo marxism, neo marxismus, neomarxismus, neue marxismus, totalitarisme, totalitarism, fascism, fascisme, faschismus, nazionalsocialismo, nazional socialismo, nazional-socialismo, nazism, National socialism, nazisme, National socialisme, National socialisme, nazismus, nationalsozialismus, post democrazia, post-democrazia, post democracy, postdemocracy, post-démocratie, postdémocratie, post demokratie, postdemokratie, post democrazia, post-democraci a, postdemocracia, turbo capitalismo, turbo-capitalismo, turbo capitalism, turbo-capitalism, turbocapitalism, turbo capitalisme, turbocapitalisme, turbo-capitalisme, futurismus, futurisme, futurism, avanguardia, avanguardie, avanguardie storiche, Gesamtkunstwerk, Totalitarian art, Totalitariske Kunst, Web, Internet, Politicizzazione dell’estetica, estetizzazione della violenza, Benjamin, Walter Benjamin, Machiavelli, Niccolò Machiavelli, Tesi di filosofi a della storia, Max Horkheimer, Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno, repubblicanesimo, marxismo, neomarxismo, fascismo, estetizzazione della politica, 
futurismo, avant-garde, avantgarde, Marinetti, Hannah Arendt, Vita Activa, Angelus Novus, Vita Activa La condizione umana, effetto tunnel, effetto tunnel quantico, ef etto tunnel quantistico, tunnel ef ect, tunneling ef ect, Quantum tunneling effect, Quantum tunnel ef ect, Quantum bilocation, Quantum bilocation ef ect, bilocazione, bilocazione quantica, bilocazione quantistica, effetto della bilocazione quantica, Quantum mechanics multi location, Quantum mechanics multi-location, Quantum mechanics multi location, Quantum mechanics multi locations, Quantum mechanics multi-locations, Quantum mechanics multi locations, multi locazione quantica, multi-locazione quantica, multilocazione quantica, multi locazione quantistica, multi-locazione quantistica, multilocazione quantistica, multi locazione, multi-locazione, multilocazione , Sublime, erhaben, sublimis,Sublime eterotopia, sublime heterotopia, sublime heterotopy, sublime hétérotopie , erhaben heterotopie, Sublime eterotopico, sublime eterotopistico, heterotopic sublime, heterotopian sublime, sublime Hétérotopic, aposublime , Avantgarde, mécanique quantique, mecánica cuántica, mecanica quantica, Quantenphysik, quantischen 
Mechanik, Dialectique quantique, dialectica quantica, quantum dialektiske, dialética cuántica, dialética quantica, quantum dialektische, dialektische, Avanguardia quantica, avanguardi a quantistica, avant-garde quantica, avant-garde quantistica, quantum avant-garde, avant-garde quantique, vanguardia cuántica, quantischen Avantgarde, Futurismo quantico, futurismo quantistico, quantum futurism, quantischen futurismus, quantisch futurismus, futurisme quantique, futurismo cuántico, Filosofia politica quantica, filosofia politica quantistica, quantum Political philosophy, philosophie politique quantique, quantischen politische Philosophie, filosofia politica cuántica, quantisch politische Philosophie, Storia quantica, storia quantistica, storiografia quantica, storiografi a quantistica, histoire quantique, quantum history, Quantenphysikgeschichte, Quanten geschichte, quantischen geschichte, História cuántica, historia quantica, quantisch geschichte, quantisch Geschichtsschreibung, quantischen Geschichtsschreibung, quantum historiography, historiographie quantique, materialismo historico, materialismo histórico, Eteropia quantica, Eterotopia quantistica, quantum heterotopia, quantum heterotopy, 
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dialectica neo-marxista, dialettica repubblicana, republican dialectics, republican dialectic, republican dialectic method, republikanische dialektik, republikanischer dialektik, dialectique républicaine, dialéctica republicana, dialectica republicana, dialettica neorepubblicana, dialettica neo repubblicana, dialettica neo-repubblicana, neo-republican dialectics, neo-republican dialectic, neo-republican dialectic method, neue republikanische dialektik, neo republikanische dialektik, néo-républicaine dialectique, dialectica neo-republicana, dialectica néo-republicana, dialettica quantistica, quantum dialectics, quantum dialectic, quantum dialectic method, neo marxismus, neomarxismus, Nietzsche, Friedrich Wilhelm Nietzsche, Friedrich Nietzsche, Totalitare Kunst, Totalitäre Kunst, Totalitarian Art, Arte totalitaria, art totalitarienne, materialismo dialettico, Dialektischer Materialismus, Dialectical materialism, Matérialisme dialectique, materialismo dialético, materialismo dialéctico, materialismo storico, Historischer Materialismus, matérialisme historique, Historical Materialism, Poliarchia, Polyarchy, Polyarchie, Poliarquia, postdemocrazia, post-democrazia, Postdemocracy, Post-Democracy, 
Postdemokratie, Post-Demokratie, post-démocratie, pós-democraci a, post democrazi a, estetizzazione della politica, aestheticization of politics, political aestheticization, politische Ästhetik, ÄSTHETIK DES POLITISCHEN, Aestheticization of Political Action, esthétiquement de la politique, Esthétique et politique, Gesamtkunstwerk, Res Publica, Nazismo, Nazionalsocialismo, Nazisme, national-socialisme, Nationalsocialisme, Nazismus, Nationalsozialismus, Nazism, National Socialism, Absoluten Historismus, historismo absoluto, historicisme absolue, absolute historicism, dialectique, dialectics, dialectic, dialéctica, dialética, Diamat, Scuola di Francoforte, Escola de Frankfurt, Escuela de Frankfurt, Teoria critica, Kritische Theorie, Critical Theory, Théorie critique, Dialettica dell’il uminismo, Scuola di Francoforte, Frankfurt School, Frankfurter Schule, Teoria critica, Kritische Theorie, Critical Theory, Dialectic of enlightenment, Dialektik der Aufklärung, Dialectique de l'Illuminisme, Dialettica dell’illuminismo, Scuola di Francofort e, Frankfurt School, Frankfurter Schule, Teoria critica, Kritische Theorie, Critical Theory, Dialectic of enlightenment, Dialektik der Aufklärung, Dialectique de 
l'Illuminisme, Dialettica dell’illuminismo, totalitarian rule, arte degenerata, teoria marxista, marxist theory, marxistische Theorie, Théorie marxiste, teoria repubblicana, Republican Theory, théorie républicaine, Republikaner Theorie, republikanische Theorie, teoria neo repubblicana, teoria neo-repubblicana, teoria neorepubblicana, neo-republican theory, neo republican theory, théorie néo-républicaine, théorie néo républicaine, neo marxist theory, neo-marxist theory, théorie néo-marxiste, théorie néo marxiste, neue marxistische Theorie, meccanica quantistica, teoria neo-marxista, teoria neo marxista, teoria neomarxista, Quantum mechanics, quantum physics, quantum theory, fisica quantistica, teoria quantistica, sovrapposizione, sovrapposizione quantistica, principio di sovrapposizione, principio di sovrapposizione quantistica, superposition, superposition principle, quantum superposition, quantum superposition of quantum mechanics, superposition principle of quantum mechanics, quantum superposition principle, correlazione quantistica, entanglement quantistico, entanglement, Quantum entanglement, complementarietà, principio di complementarietà, principio di complementarietà, 
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Morigi, Hannah Arendt, Karl Marx, Walter Benjamin, Machiavelli, Nietzsche, Massimo Morigi, Ludovico Geymonat, Lenin, Carl Schmitt, Hobbes, Martin Heidegger, Karl Popper, Leo Strauss, Jacques Derrida, Max Horkheimer, Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno, Jean Baudrillard, Jean-François Lyotard, Ernst Mach, marxism, neo marxism, neo-marxism, republicansim, neo republicanism, neo-republicanism, Marxismus, neue Marxismus, Republikanismus, neue Republikanismus, Massimo Morigi, Hannah Arendt, Karl Marx, Walter Benjamin, Machiavelli, Nietzsche, Ludovico Geymonat, Lenin, Carl Schmitt, Hobbes, Martin Heidegger, Karl Popper, Leo Strauss, Jacques Derrida, Max Horkheimer, Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno, Jean Baudril ard, Jean-François Lyotard, Ernst Mach, Marxismus, neue Marxismus, Republikanismus, neue Republikanismus, Massimo Morigi, Massimo Morigi, Hannah Arendt, Karl Marx, Walter Benjamin, Machiavelli, Nietzsche, Ludovico Geymonat, Lenin, Carl Schmit , Hobbes, Martin Heidegger, Karl Popper, Leo Strauss, Jacques Derrida, Max Horkheimer, Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno, Jean Baudrillard, Jean-François Lyotard, 
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M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 156 di 158 
Morigi, Hannah Arendt, Karl Marx, Walter Benjamin, Machiavelli, Nietzsche, Ludovico Geymonat, Lenin, Carl Schmit , Hobbes, Martin Heidegger, Karl Popper, Leo Strauss, Jacques Derrida, Max Horkheimer, Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno, Jean Baudrillard, Jean-François Lyotard, Ernst Mach, Marxismus, neue Marxismus, Republikanismus, neue Republikanismus, Massimo Morigi, Massimo Morigi, Hannah Arendt, Karl Marx, Walter Benjamin, Machiavelli, Nietzsche, Ludovico Geymonat, Lenin, Carl Schmitt, Hobbes, Martin Heidegger, Karl Popper, Leo Strauss, Jacques Derrida, Max Horkheimer, Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno, Jean Baudril ard, Jean-François Lyotard, Ernst Mach, republicanismo, neo-republicanismo, marxismo, neo-marxismo, Massimo Morigi, Massimo Morigi, Stefano Salmi, Hannah Arendt, Karl Marx, Walter Benjamin, Luigi Bonaparte, Carl Schmitt, Machiavelli, Hobbes, Martin Heidegger, Karl Popper, Leo Strauss, Jacques Derrida, Jean Baudrillard, Friedrich Wilhelm Nietzsche, Jean-François Lyotard, Ludovico Geymonat, Lenin, Vladimir Ilyich Ulyanov, Max Horkheimer, Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno, Lotze, Richard Wolin, 
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Pur individuando come Leo Strauss nella tradizione uno dei punti focali attorno al quale svolgere il racconto filosofico-politico ( impossibile concepire la dialectica in assenza di traditio ), siamo sideralmente distanti dal suo concetto archeologico e statico della stessa. Il problema in Leo Strauss non è tanto - o non solo - la torsione tradizionalista e conservatrice dello svolgimento del tema della tradizione ( e infatti non a caso Leo Strauss viene considerato un landmark dal neoconservatorismo statunitense ) , ma il fatto che in questo autore, per tanti versi molto significativo perché seppe intendere, anche oltre l’ambito strettamente filosofico- politico, l’insensatezza ed il carattere alienante del mito del progresso ( in un discorso che presenta più di una sotterranea simpatia con la Dialet ica dell’illuminismo di Horkheimer e Adorno e della Scuola di Francofort e ) il pensiero dialettico ( o, più semplicisticamente, il non ragionare per comparti stagni ) fosse del tutto atrofizzato, risultandone alla fine una sorta di contromito dove dimoravano in una sintesi azzardata solo i massimi esponenti del pensiero del mondo classico illuminati dalle fioche luci di pensatori religioso-filosofici islamici 
ebraici animati da una supposta “ermeneutica del a reticenza”, una “ermeneutica della reticenza” in cui le sconclusionate considerazioni che partendo da questa il Nostro traeva su Machiavelli ( rendendo di pubblico dominio gli arcana imperii del potere politico, il segretario fiorentino - e, al suo seguito tutto il pensiero politico moderno - si sarebbe volontariamente e malvagiamente reso responsabile di un tragico tracollo etico del e società moderne sia sul piano dei comportamenti privati che di quelli pubblici, quasi che la rimozione del problema sia la soluzione, quasi che una nevrosi traslata sul piano culturale e politico-sociale sia un contributo alla tradizione, mentre più propriamente dovrebbe essere chiamata alienazione , una alienazione che nell’attuale sistema capitalistico non opera proprio a favore del recupero dei valori della tradizione) , altro non rivelano tutta la profonda - ed antidialettica nevrosi - che sempre animò il pensiero di Leo Strauss. Oltre che per il suo indiscutibile valore di messa in discussione del mito del progresso, anche - se non soprattutto - per questo lato nevrotico ed alienante, il pensiero di Leo Strauss si presenta paradigmatico dell’attuale stato del pensiero 
storico e filosofi co e, at raverso il suo rovesciamento, indica la via per uscire dall’attuale afasia antidialettica e postmoderna. 
Il grande ed incontestabile merito dell’approccio culturalistico è stato quel o di avere fatto emergere soggetti (la cultura giovanile, le donne, le culture non occidentali) che in precedenza, anche in ragione di un marxismo di fatto unicamente rivolto alla critica delle contraddizioni delle società industriali nell’ambito dello scontro di classe dei due suoi principali protagonisti ( il proletariato e la borghesia ), erano stati accuratament e estromessi dal circolo delle narrative storiche. Ora però si tratta di andare oltre questa frammentaria rivalutazione del “mondo dei vinti” perché la sola logica di “ un posto al sole” che dovrebbe essere concesso anche a coloro che uscirono sconfitti dalla storia e dalla narrazione storiografica è assolutamente impotente a porre un argine alla totale perdita di senso - ed anzi per certi versi contribuisce ad aumentarla - che contraddistingue la condizione postmoderna. Questo primo studio ( e quelli che seguiranno ), oltre a voler rendere una resoconto scientifico sull’estetizzazione della politica operata dal fascismo italiano, vuole anche iniziare la riscrittura di un dramma dove la “moralità” non sarà solo nel provvisorio fortunato epilogo (la sconfitta del fascismo) ma, 
soprattutto, nello svolgersi della dialettica dello scontro fra le pulsioni vitalistiche e libertarie dell’opera d’arte totale così come fu intesa dalle avanguardie e l’interpret azione totalitaria che di questa fu data dalle dit ature del Novecento. Una sorta quindi di “nascita della tragedia” della nostra epoca contemporanea che utilizzando personaggi che furono sconfitti - in questo caso le avanguardie del novecento strumentalizzate e conculcate dal totalitarismo politico ma anche l’analisi marxista la cui odierna disgrazia presso le odierne intellighenzie fa da sfondo all’impotenza politica ed intel ettiva del e stesse -, intende non tanto - o non solo - rivendicare per costoro una sorta di onore delle armi ma costruire una inedita e significativa narrativa e alleanza fra questi, ponendo così le basi per un nuovo repubblicanesimo che nel combattere l’agghiacciante e mortifera afasia postmoderna e postdemocratica sappia recuperare vecchi racconti da cui apparentemente non sembrava esservi più nulla da introiettare e/o progettare rimettendoli al centro di una rinnovato ciclo di saghe e di stor 
Sull’ analogia/rapporto del e avanguardie artistiche del Novecento e le pulsioni modernizzanti del fascismo cfr. A. Hewitt, Fascist Modernism, Aesthetics, Politics, and the Avant-Garde, Stanford (Calif.), Stanford University Press, 1993 e la sua ricchissima bibliografi a sull’argomento. 
Sull’errore di identificare il fascismo politico con le spinte libertarie futuriste, fondament ale C. Salaris, Artecrazia. L’avanguardia futurista negli anni del fascismo, Firenze, La Nuova Italia, 1992. 
In I. Golomstock, Arte totalitaria: nell’ URSS di Stalin, nella Germania di Hitler, nell’Italia di Mussolini e nella Cina di Mao , Milano, Leonardo Editore, 1990, la locuzione “megamacchina totalitaria” viene impiegata diffusamente a significare appunto la costruzione di sistemi totalitari e/o l’utilizzo allo scopo di meccanismi propagandistici che utilizzarono anche le arti figurative e, in particolare, per quanto riguarda l’impiego dell’avanguardia artistica da parte del fascismo, il futurismo. Discorso parzialmente diverso, invece, sul versante opposto della rivoluzione bolscevica, che all’inizio si servì del futurismo e che poi sotto lo stalinismo lo eradicò totalmente e del nazismo per il quale tutta l’arte che non era piat amente figurativa era Entartete Kunst, ovvero arte degenerat a. Tuttavia ritroviamo per la prima volta l’espressione “totalitarian megamachine” in L. Mumford, The Myth of the Machine, v.2, The Pentagon of Power, New York, Harcourt Brace Jovanovich, 1970, dove Lewis Mumford partendo dalla storia antica dell’India, del a Mesopotamia e dell’Egitto e interpretandola alla luce dell’antropologia e della storia delle innovazioni tecnologiche, contesta la comune opinione che la 
nostra epoca possa definirsi il primo periodo della storia dell’uomo dominato dalla tecnologia in quanto le civiltà antiche prime menzionate inventarono la tecnologia del a megamacchina dell’organizzazione sociale le cui potenzialità totalitarie hanno trovato il loro culmine nell’ odierna civiltà tecnologica che allo schiavo sostituisce i dispositivi meccanici/elettrici/elettronici ma in cui le possibilità di contestazione della moderna “megamacchina totalitaria” sono, come in quelle delle civiltà scomparse, praticamente ridotte a zero. Indubbiamente si tratta di una tesi molto ardita ma che ha l’indubbio vantaggio di posizionare, al di là di ogni ideologismo di destra o di sinistra, il discorso sulla libertà in un campo semantico di rapporto/conflitto con il potere così come viene concret amente esercitato e dei mutevoli strumenti che, a seconda dei casi, sono da esso impiegati, poco importa se si tratta di un potere teocratico, tecnocratico, politico, o ideologico-totalitario come nel caso di cui stiamo discutendo. 
Cfr. C. Salaris, Artecrazia, cit. Per una storia generale del futurismo, segnaliamo E. Crispolti, Storia e critica del futurismo, Bari, Laterza, 1986. 
M. S. Stone, The State as Patron: Making Of icial Culture in Fascist Italy, in M. Af ron, M. Antliff (eds), Fascist Visions. Art and Ideology in France and Italy, Princeton (N.J.), Princeton University Press, 1997, p. 216. 
Su Mario Sironi rivalutato, al di là degli schematismi di certo antifascismo di maniera, come il maggiore pittore del ventennio fascista che, proprio in virtù della sua convinta, disinteressata ( ed ingenua ) adesione al regime, subì, dopo la seconda guerra mondiale, un assurdo ed immeritato ostracismo ( e questo a fronte dello scarso apprezzamento che a più riprese gli manifestò Mussolini e dei conseguenti intermit enti appoggi ottenuti dal regime), cfr. E. Braun, Mario Sironi’s Urban Landscapes: The Fusturist/Fascist Nexus , in M. Affron, M. Antlif (eds), Fascist Visions, cit., pp. 101-133. 
M. S. Stone, The Patron State. Culture & Politics in Fascist Italy, Princeton (N.J.), Princeton University Press, 1998, p.141. 
Ibidem. 
Su Giuseppe Terragni e la sua rivoluzionaria e tragica lezione modernista, costantemente sospesa fra razionalismo architettonico ( creativament e interpretato al di là delle eccessive rigidità architettoniche razionaliste ) e gli stilemi fascisti classico-romani imposti dal regime fascista , cfr. T.L. Schumacher, The Danteum: Architecture, Poetics, and Politics under Italian Fascism, New York, Princeton Architectural Press, 1993. 
Il dipinto che rappresenta questa disgraziata e af amata “Gioventù italiana del Littorio” è riprodotto a pagina 186 di M. S. Stone, The Patron State, cit. 
Sulla stridente contraddizione fra la roboante retorica fascista espressiva di una visione onirico-estetica dell’operato del regime e la triste realtà delle condizioni socioeconomiche dell’Italia del ventennio, cfr. S. Falasca-Zamponi, Fascist Spectacle. The Aesthetics of Power in Mussolini’s Italy, Berkeley, University of California Press, 1997. 
In realtà, nei primi tempi della presa del potere da parte del nazionalsocialismo, non tutti i gerarchi nazisti condividevano l’opinione di Hitler che l’arte che non era piattamente figurativa fosse arte degenerat a. Nel 1933 il ministro dell’informazione e della propaganda popolare Joseph Goebbels cercò di assicurare la sopravvivenza almeno al ’espressionismo tedesco che avrebbe dovuto apportare “sangue nuovo” alla “ rivoluzione spirituale nazista” ( I. Golomstock, Arte totalitaria, cit., p. 97). Tuttavia il tentativo di Goebbels e della rivista Kunst der Nation (che era stata fondata nel 1933 col patrocinio di Goebbels dagli artisti del gruppo Der Norden con lo scopo di dimostrare che l’espressionismo poteva vantare i suoi quarti di nobiltà ariani) fu un totale fallimento: nel 1935 Kunst der Nation venne soppressa e sostituita dalla rivista Kunst der Drit en Reich, il cui scopo era fare da megafono in campo artistico alle idee razziste di Rosenberg e del famigerato Völkischer Beobacther ; infine, a conclusione del processo di estirpazione dalla Germania nazista di ogni forma di arte moderna e d’avanguardia, nel 1937 fu allestita la mostra dell’ Entartete Kunst, mostra dell’arte degenerata, volta a 
dimostrare che l’arte moderna qualora non rispettasse i canoni di un piatto figurativismo se non era il frutto di un vile imbroglio commerciale era il risultato, appunto, o dell’operato di razze inferiori o di degenerazione mentale. Per ironia della storia accadde così che anche le opere del nazionalsocialista - e per sua sfortuna espressionista - Emil Nolde furono esposte accanto a quelle dell’antifascista Otto Dix. Sulla distruzione delle avanguardie artistiche nella Germania nazista in un procedimento di “ creazione del nemico” del tutto analogo a quello che in scala maggiore fu compiuta sugli ebrei, fondamentali Stephanie Barron, ed., Degenerate Art: The Fate of the Avant-Garde in Nazi Germany (Cat. Exh., Los Angeles), Los Angeles, Los Angeles Country Museum of Art, 1991 e Frank Whitford, “The Triumph of the Banal. Art in Nazi Germany” in Edward Timms and Peter Collier, eds., Vision and Blueprints. Avant-Garde Culture and Radical Politics in Early Twentieth Century Europe, Manchester, Manchester University Press, 1988, pp.252-269. 
Quando nel 2007 scrivevamo queste parole sulla decomposizione del e liberaldemocrazie occidentali fummo da un lato facili profeti, dall’altro eravamo ben lungi dall’ immaginare quanto l’involuzione delle democrazi e rappresentative in conclamate postdemocrazie potesse correre velocemente (sul concetto di postdemocrazia, fondamentale Colin Crouch, Postdemocrazia, Bari, Laterza, 2003 ). E, per quanto già nel 2007 la salute della democrazia italiana fosse fra le più problematiche di quelle pur terribilmente in af anno delle altre cosiddette democrazi e industriali, non avremmo certo potuto immaginare lo spregevole esito politico del novembre-dicembre 2011 con la nascita del Governo Monti che, al di là dei formalismi procedural-istituzionali che indubbiamente sono stati rispettati nella sua creazione ( ricordiamo solo di passaggio che, contrariamente alla vulgata, il fascismo salì al potere legalmente, non potendosi classificare, de jure, la marcia su Roma come un vulnus rispetto allo Statuto Albertino), si configura come una violenta ristrutturazione e chirurgica riduzione operata sul corpo del a poliarchia che aveva guidato i primi sessant’anni della vita politica dell’Italia postfascista. 
Detto in altre parole, la conseguenza immediata (ed anche futura) dell’operazione di body modification operata sull’establishment italiano attraverso il governo Monti, è stata quella di avere spazzato via e ridicolizzato nel sentimento popolare l’oligarchia politica e avere messo direttamente in mano all’oligarchia economico-finanzi aria il governo del paese. Al netto quindi del e ingenuità con cui si esprime il sentimento popolare - ed anche i commenti di molto pseudonotisti politici e/o pseudopolitogi - che afferma che è stato inferto un vulnus alla democrazia perché è divenuto primo ministro “uno che non è stato eletto direttamente dal popolo” ( come se l’Italia fosse una repubblica presidenziale anziché parlamentare e non vogliamo a questo punto dilungarci sulla crassa ignoranza della cultura politica italiana sia a livello basso - e ci starebbe pure - che a livello degli opinion leader ), quello che il comune sentire ha ben colto - anche se non altrettanto ben espresso -, è che con la fine dell’oligarchia politica - che per quanto male se ne possa dire e pensare è quel ceto che attraverso la sua funzione di intermediazione/rappresent azione/rappresentanza rispetto alle spinte che vengono dalla 
cosiddetta società civile rende possibile e credibile il mito e l’ideologia della democrazia - in Italia è anche terminata la pur minima possibilità del corpo elettorale di far sentire la sua voce contro i diretti e violenti desiderata dell’economia capitalistica e delle oligarchie che di questa sono espressione. Quando Colin Crouch impiegando il termine postdemocrazia sviluppò bril antemente la sua analisi sul degrado e decomposizione delle possibilità del corpo elettorale di poter far udire e contare, in opposizione alle tecnostrutture capitalistiche, la sua voce nell’ambito delle democrazie industriali, non avrebbe potuto immaginare un case-study più paradigmatico di quello che si presenta oggi nell’Italia del governo tecnico Monti: una poliarchia che nel restringersi dei gruppi di potere che ne fanno parte disvela la natura del tutto ideologica e paracosmica del ’odierno moderno concetto di democrazi a. ( Concetto che poggia sulla speranza di inveramento dell’ Hegeliano rapporto servo padrone dove la subordinazione del servo si rovescia perché il padrone diviene a sua volta dominato dal servo che prende sempre più coscienza che il padrone è totalmente dipendente dal lavoro dello stesso: 
se il capitalismo nella sua fase nascente aveva del tutto negato questa dialettica e le rivoluzioni socialiste e le liberaldemocrazie sono stati tentativi rivoluzionari e/o riformisti di inveramento della stessa, l’epoca postdemocratica si contraddistingue non tanto per la negazione di questa dialettica ma, addirittura, per la cancellazione della figura del servo e del padrone, in quanto queste due figure implicano almeno un rapporto antropologico di sottomissione mentre la poliarchia postdemocratica, annichilendo il ceto politico ed il suo ruolo di intermediazione/rappresentazione/rappresentanza, degrada il servo unicamente al ruolo di passivo ed inerte deposito di energia lavorativa, in un rapporto molto simile a quello antico della schiavitù ma che, a differenza della schiavitù del mondo classico, al moderno schiavo viene riconosciuta sul piano personale una libertà virtuale di rifiutare dal ’essere parassitato dall’oligarchia economico-finanziari a : la libertà, cioè, di morire di fame ; una situazione che trova la sua plastica rappresentazione let erari a in Cuore di Tenebra di Conrad, quando Marlowe si imbat e in inerti masse di uomini accatastate disordinatamente e semplicemente lasciate morire dalla 
compagnia coloniale perché questa aveva risucchiato tutte le loro energie vitali e non erano più di alcuna utilità: “ Forme nere stavano accoccol ate, sdraiate, sedute fra gli alberi, appoggiate ai tronchi, attaccate alla terra, visibili a metà e a metà confuse nella luce incerta, in tutti gli atteggiamenti del dolore, del ’abbandono e della disperazione. Un’altra mina esplose seguita da un lieve fremito della terra sotto i piedi. Il lavoro continuava. Il lavoro! E questo era il posto dove alcuni dei lavoratori si erano ritirati per morire. Morivano lentamente - la cosa era chiara. Non erano nemici, non erano criminali, non erano più esseri di questa terra. Erano solo ombre nere, quei negri ridotti così dalle malattie e dalla fame e giacevano confusament e nel a penombra verdognola. Portati là da tutti i recessi della costa dietro regolare contratto temporaneo, sperduti in un ambiente che non si confaceva loro, nutriti con cibi inconsueti, essi si erano ammalati, erano divenuti inabili alla fatiche; allora gli era stato concesso di tirarsi in disparte e riposare. Quelle forme di moribondi erano libere come l’aria e quasi altrettanto sottili.” [ Joseph Conrad, Cuore di Tenebra, Milano, Feltrinelli, 1982, p. 34]. Una situazione, 
quindi, nemmeno di schiavitù ma di puro parassitismo di tipo biologico ma dove, a dif erenza del capitalismo della prima rivoluzione industriale, viene riconosciuta al servo la libertà di eleggere una oligarchia politica che non detiene però, de facto, alcun potere nel porre - o anche solo nel progettare in un lontano utopico futuro - un qualsivoglia rimedio al proprio apparentemente manifesto destino di progressiva soggezione/schiavizzazione e morte biologica e/o sociale: a differenza che nel mondo antico e nel primo capitalismo industriale, oltre il danno, come si dice, anche la - orribile - bef a; una condizione che chiaramente dimostra che per restringere ed annullare gli spazi di potere del popolo e dell’illusione di una Vita Activa non è necessario ricorrere alla dittatura e/o ad un sistema totalitario che conculchino direttamente le libertà personali [ sul concetto di poliarchia si rimanda ovviamente a Robert Dahl e a tutta la sua bibliografi a che omettiamo di citare ]. Se il repubblicanesimo che attualmente vuole porsi e proporsi come alternativa al liberalismo saprà indirizzarsi con coraggio verso la problematica dello stato agonico della democrazia nelle cosiddette moderne 
liberaldemocrazie, darà allora forza e significato alla sua asserzione di volere instaurare la libertà intesa come assenza di dominio. Se invece insisterà con sterile accademismo ad esaltare la sua libertà intesa come assenza di dominio contrapposta alla libertà “liberale” intesa come assenza di costrizione ma in un quadro giudicato - con stolido ed irresponsabile ottimismo - anche se non completamente soddisfacente, di consolidata e realizzata democrazia, non solo si condannerà al ruolo di puro gioco accademico di archeologia del pensiero politico ma metterà anche in ridicolo la più che bimil enaria tradizione della filosofia politica occidentale, che di tutto può essere accusata tranne di non aver manifestato costantemente la volontà di puntare 
con spietato realismo gli occhi sull’essenza del “momento politico” e non sulle sue manifestazioni epifenomeni che ). 
Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno, Prismi. Saggi sulla critica della cultura, Torino, Einaudi, 1972, p. 22. 
Max Horkheimer, Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno, Dialet ica dell’illuminismo, Torino , Einaudi, 1966, p. 11. 
Nella sua Teoria estetica, Adorno assegna all’arte l’ingrato ruolo di evidenziare la frustrazione che sempre si accompagna all’utopia e, al tempo stesso, l’impossibilità di poterne fare a meno (“ poiché per l’arte l’utopia, ciò che ancora non è, è velata di nero, l’arte stessa resta, con tutta la mediazione, ricordo, ricordo del possibile contro il reale che ha soppresso il possibile; resta cioè qualcosa come il risarcimento immaginario di quella catastrofe che è la storia del mondo, resta la libertà che sotto la signoria del a necessità non è divenuta reale e di cui è incerto se lo diverrà” [T.W. Adorno, Teoria estetica, Einaudi, Torino, 1975, p.194]) ed è in quest’ambito di catastrofe storico-cosmica che, riprendendo l’espressione da Stendhal, Adorno definisce l’arte come “ promessa della felicità”: “ L’esperienza estetica è l’esperienza di qualcosa che lo spirito non avrebbe in anticipo né dal mondo né da se stesso; una possibilità, promessa dalla propria impossibilità. L’arte è la promessa della felicità: una promessa che non viene mantenuta” ( Ibidem ). Il presente scritto, pur in debito con la Scuola di Francoforte e con la Teoria critica, assegna però al “momento estetico” un ruolo non solo di disperata 
segnalazione dell’utopia ma, bensì, anche di vero e proprio “motore” della storia e di mutamento politico-sociale, una possibilità già adombrata, anche se ormai con profonda sfiducia nelle possibilità umane di generare una reale dialettica positiva, in Dialettica dell’illuminismo, dove la natura di “materia oscura”, magica e primigenia dell’arte viene direttamente collegata con le sue potenzialità di messa in crisi del capitalismo e del a sua ideologia borghese: “ Col progresso dell’illuminismo solo le opere d’arte genuine hanno potuto sottrarsi alla semplice imitazione di ciò che è già. L’antitesi corrente di arte e scienza, che le separa fra loro come “ settori culturali”, per renderle entrambe, come tali, amministrabili, le fa trapassare alla fine, proprio nel a loro qualità di opposti, in virtù delle loro stesse tendenze, l’una nell’altra. La scienza, nella sua interpretazione neopositivistica, diventa estetismo, sistema di segni assoluti, privo di ogni intenzione che lo trascenda: diventa, insomma, quel “ gioco” in cui i matematici hanno fieramente af ermato da tempo risolversi la loro attività. Ma l’arte della riproduzione integrale si è votata, fin dalle sue tecniche, alla scienza positivistica. Essa diventa, infatti, 
mondo ancora una volta, duplicazione ideologica, docile riproduzione. La separazione di segno e immagine è inevitabile. Ma se è ipostatizzata con ingenuo compiacimento, ognuno dei due principi isolati tende alla distribuzione della verità. L’abisso che si è aperto in questa separazione, è stato individuato e trattato dalla filosofia nel rapporto di intuizione e concetto, e a più riprese, ma invano, essa ha cercato di colmarlo: essa è definita, anzi, proprio da questo tentativo. Per lo più, è vero, essa si è messa dalla parte da cui prende il nome. Platone ha bandito la poesia con lo stesso gesto con cui il positivismo bandisce la dottrina delle idee. Con la sua arte celebrata Omero non ha compiuto riforme pubbliche o private, non ha vinto una guerra o fatto una sola scoperta. Non ci risulta che un folto stuolo di seguaci lo abbia onorato ed amato. L’arte deve ancora provare la sua utilità. L’imitazione è proscritta da lui come dagli ebrei. Ragione e religione mettono al bando il principio della magia. Anche nel distacco dalla realtà, nel a rinuncia del ’arte, esso rimane disonorante; chi lo pratica è un vagabondo, un nomade sopravvissuto, che non troverà mai patria fra coloro che sono divenuti stabili. Non si 
deve più influire sulla natura assimilandosi ad essa, ma bisogna dominarla col lavoro. L’opera d’arte ha ancora in comune con la magia il fatto di istituire un cerchio proprio e in sé concluso, che si sottrae al contesto della realtà profana, e in cui vigono leggi particolari. Come il primo atto del mago nel a cerimonia era quello di definire ed isolare, da tutto il mondo circostante, il luogo in cui dovevano agire le forze sacre, così, in ogni opera d’arte, il suo ambito si stacca nettamente dalla realtà. Proprio la rinuncia all’azione esterna, con cui l’arte si separa dalla simpatia magica, ritiene tanto più profondamente l’eredità della magia. Essa met e la pura immagine a contrasto con la realtà fisica, di cui l’immagine riprende e custodisce gli elementi. È nel senso dell’opera d’arte, nell’apparenza estetica, essere ciò a cui dava luogo, nell’incantesimo del primitivo, l’evento nuovo e tremendo: l’apparizione del tutto nel particolare. Nell’opera d’arte si compie ancora una volta lo sdoppiamento per cui la cosa appariva come alcunché di spirituale, come estrinsecazione del mana. Ciò costituisce la sua “ aura”. Come espressione della totalità, l’arte pretende alla dignità dell’assoluto. Ciò indusse, a volte, la 
filosofia ad assegnarle il primato sulla conoscenza concettuale. L’arte comincia, secondo Schelling, dove il sapere pianta l’uomo in asso. Essa è per lui il ‘modello della scienza, e dove è l’arte, la scienza deve ancora arrivare’ [ Erster Entwurf eines Systems der Naturphilophie, parte V, in Werke, Erste Abteilung, II, p. 623]. La separazione di immagine e segno viene, secondo la sua dottrina, ‘interamente abolita da ogni singola rappresentazione artistica’ [ Werke, Erste Abteilung, II, p. 626] . A questa fiducia nell’arte il mondo borghese fu disposto solo di rado. Quando pose dei limiti al sapere, ciò non avvenne, di regola, per far posto all’arte, ma alla fede. Con cui la religiosità militante della nuova età - Torquemada, Lutero, Maometto - ha preteso di conciliare spirito e realtà. Ma la fede è un concetto privativo: si distrugge come la fede, se non espone continuamente il suo contrasto col sapere e la sua concordia con esso. Dovendo fare assegnamento sui limiti del sapere, è limitata anch’essa. Il tentativo della fede, nel protestantesimo, di trovare il principio trascendent e del a verità, senza il quale non c’è fede, come nella preistoria, direttamente nella parola, e di restituire a questa il suo potere 
simbolico, è stato pagato con l’obbedienza alla let era, e non certo alla lettera sacra. Restando sempre legata al sapere, in un rapporto ostile o amichevole, la fede perpetua la separazione nella lotta per superarl a: il suo fanatismo è il segno della sua falsità, l’ammissione oggettiva che credere solo significa già non credere più. La cattiva coscienza è la sua seconda natura. Nella segreta coscienza del difetto da cui è fatalmente viziata, della contraddizione che le è immanente, di voler fare un mestiere della conciliazione, è il motivo per cui ogni onestà soggettiva dei credenti è sempre stata irascibile e pericolosa. Gli orrori del ferro e del fuoco, controri forma e riforma, non furono gli eccessi, ma la realizzazione del principio della fede. La fede si mostra continuamente dello stesso stampo della storia universale a cui vorrebbe comandare; diventa anzi, nell’epoca moderna, il suo strumento favorito, la sua astuzia particolare. Inarrestabile non è solo l’il uminismo del secolo decimottavo, come è stato riconosciuto da Hegel, ma, come nessuno meglio di lui ha saputo, il movimento stesso del pensiero. Nella conoscenza più infima, come ancora nella più alta, è implicita quella della sua distanza dalla verità, 
che fa dell’apologeta un mentitore. La paradossia della fede degenera infine nella truffa, nel mito del ventesimo secolo, e la sua irrazionalità in un dispositivo razionale in mano agli assolutamente spregiudicati, che guidano la società verso la barbarie”. [ Max Horkheimer, Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno, Dialettica dell’illuminismo, cit., pp. 26-29]. Quando af ermi amo che le Repubbliche e le Res publicae sono ( e devono essere ) ancorate ad una “ dimensione estetica” che sta a garanzia di quella “promessa di felicità” senza la quale viene svilito e prostituito il concetto stesso di democrazi a, vogliamo assegnare all’utopia un ruolo progressivo che, a nostro parere, può essere possibile solo innervandola del “momento estetico” che, al contrario di un’utopia vissuta regressivamente, agisce hic et nunc nel vissuto personale e sociale, rimettendo, insomma, l’utopia “ con i piedi per terra” ( un momento estetico che però - al contrario che in Adorno - non può essere considerato, quasi come novella cit à di Dio, solo antagonista della storia, né può privarsi - come erroneamente suggerisce Adorno - della tensione verso la Gesamtkunstwerk, snodo costitutivo della natura “sacra” - fondante 
per Adorno stesso - dell’arte e del suo rapporto dialettico con la dimensione storica, non solo legata alla contemporaneità che vide nascere il termine: “Sotto il verecondo involucro della cronique scandaleuse dell’Olimpo si era già sviluppata la dottrina della mescolanza, della pressione e dell’urto degli elementi, che si stabilì ben presto come scienza e ridusse i miti a creazione della fant asia. Con la netta separazione di scienza e poesia la divisione del lavoro, già operata per loro mezzo, si estende al linguaggio. Come segno, la parola passa alla scienza; come suono, come immagine, come parola vera e propria, viene ripartita fra le varie arti, senza che si possa più ripristinare mediante la loro addizione, sinestesia o “arte totale” ” [ M. Horkheimer, T. W. Adorno, Dialet ica dell’illuminismo, cit., p.26 ] ). Un “rovesciamento” dell’utopia che qualora operato in chiave immanentistica è il vet ore principe delle spinte antitotalitarie e libertarie, quando invece si traduce in pseudomitologie è la via maestra verso il totalitarismo. Come è del resto dimostrato dai due autori del Novecento che, da sponde avverse, vollero innervare la politica e la filosofia del “momento estetico”, contestando “ lo stato delle 
cose” delle moderne democrazie rappresentative. I due autori che diedero il maggiore contributo in questa direzione furono Martin Heidegger ed Hannah Arendt (mentre il maggior avversario di questa linea “estetizzante” fu indubbiamente il giuspubblicista cattolico e fascista Carl Schmitt, secondo il quale le categorie della politica moderna non sono altro che le categorie teologiche secolarizzate e nella cui teologia politica assume importanza centrale il concetto, di derivazione paolina, di katechon, cioè di ritardatore dell’Anticristo, che tradotto nella realtà politica moderna, è tutto quello che si oppone al mondo sorto dal ’illuminismo e dalla rivoluzione francese. Come si vede, un’impostazione anti Vita Activa, anti estetizzazione della politica e con un’interna insanabile tensione fra la sua esplicita adesione alla politica nazista - denotata da una Gesamtkunstwerk totalitaria che necessitava l’estetizzazione del a passività delle 
masse estatiche in adorazione del Führer - ed il suo intimo sentire cattolico-romano per il quale la Chiesa romana - cfr. Carl Schmitt Cattolicesimo romano e forma politica, Bologna, Il Mulino, 2010 - è quella istituzione che ha saputo unire le necessarie doti di elasticità e prudenza politica con la capacità di esercitare quell’auctoritas che le deriva dal suo ruolo di essere l’unico rappresentante in terra della trascendenza, unito al fatto di essere, su un piano storico mondano, l’erede dell’universalismo del ’impero romano e della tradizione giuridica della Città Eterna. E’ ovvio che solo in una organizzazione politico-sociale che sapesse riprendere questi tratti medievali della Chiesa nell’esercizio del potere, il ruolo frenatore del katechon poteva essere concepibile ed è altrettanto ovvio che in una società come quella nazista che si presenta, semmai, con i tratti dell’Anticristo in ragione del fatto di non esercitare alcuna prudenza politica e di non riconoscere alcun limite giuridico al suo potere totalitario/estatico/estetizzante, il tentativo di Carl Schmit di divenire l’ideologo del nuovo ordine nazista, cioè di tramutare l’Anticristo nel suo avversario e opposto katechon, fosse destinato al più 
totale fallimento), ma con esiti diametralmente opposti. Da una parte non solo un appoggio diretto al nazionalsocialismo ma anche, attraverso i nuovi miti della “ terra, cielo, uomini, immortali”, anche il rincrudimento ed occultamento dell’alienazione capitalistica ( mentre in Nietzsche, il precursore e primo architetto del progetto del ’ estetizzazione politica e padre nobile delle avanguardie artistiche, il mito del superuomo faceva chiaramente emergere come in un negativo fotografico la volontà di potenza il imitata che anima il sistema capitalista e, proprio per questo giocare a carte scoperte, la dialettica della sua estetizzazione politica comprende sia la tesi fascista che la sua antitesi libertaria, una dialettica esattamente rispecchiata dalle avanguardi e storiche, coinvolte, da parte futurista, pesantemente con il fascismo, e su un piano più generale, risucchiate nel mito di una Gesamtkunstwerk che troverà il suo cinico interprete sul piano politico con il totalitarismo fascista e comunista ), dall’altro, attraverso l’esaltazione di una Vita Activa, che secondo la Arendt sarebbe stata una condizione esistenziale realmente vissuta nel ’ antica polis greca, la faticosa costruzione di un nuovo ideale regolativo 
della vita pubblica che prendeva radicalmente le distanze da una visione delle liberaldemocrazie vissute solo in chiave contrattualistica e di una libertà vista solo come assenza di costrizione. Un “mito della polis”, quel o di Hannah Arendt, che, magari con un’operazione filologicamente spericolata ma esteticamente densa e pregnante, precorreva ed interpretava al meglio l’ideale dell’odierno repubblicanesimo della libertà vista come assenza di dominio e capacità di autoprogettarsi all’interno di una comunità politica fortemente coesa e dinamica ( coesa nei suoi obiettivi politici ma non in una esclusivistica protezione del mito delle proprie origini: operazione questa molto cara ai fascismi storici ed oggi anche molto cara, con qualche riverniciatura da parte del neoconservatorismo, ai cosiddetti comunitaristi). Al netto di tutte le mitologie ( ci riferiamo, è ovvio, anche a quelle arendtiane ma, soprattutto, a quelle di occultamento della natura sempre più strettamente ferocemente oligarchica - e, in ultima analisi, omicida a livello individuale e/o sociale per le grandi masse non capitaliste - dell’attuale fase del a poliarchia postdemocratica ), è stato questo il percorso critico sull’estetizzazione 
della politica che alla luce di un rinnovato materialismo dialettico innervato di storicismo assoluto ha ispirato questo prima riflessione neorepubblicana sui rapporti fra arte e totalitarismo e che guiderà i successivi che seguiranno. 
Full fadom five thy Father lies, 
Of his bones are Corrall made: 
Those are pearles that were his eies, 
Nothing of him that doth fade, 
But doth suffer a Sea-change 
Into something rich, & strange: 
Sea-Nimphs hourly ring his knell. 
ding-dong. 
Harke now I heare them, ding-dong, bell. 
William Shakespeare, Ariel’s Song ( The Tempest, Act 1, Scene 2 ) 
ENCONTROS A SUL 2007 
LISBOA, 20, 21 e 22 SETEMBRO 
MASSIMO MORIGI 
AESTHETICA FASCISTICA I 
TRADIZIONALISMO E MODERNISMO 
SOTTO L’OMBRA DEL FASCIO* 
*Per questa versione del paper immessa in questa fondativa giornata nel Web, mi è d’obbligo fare tre ringraziamenti: alla Biblioteca Oriani di Ravenna, centro di eccellenza italiano ed internazionale della cultura storica, per la pazienza del suo personale alle mie insistenti richieste di documenti, a Giovanni Giorgini, il cui magistero mi ricorda che il liberalismo è una forma di vita culturalmente non statica e che possiede al suo interno forti capacità di emendarsi (anche se non è proprio detto che il sottoscritto e Giorgini concordino sul e forme in cui questo possa avvenire) ed infine, a Ugo Uguzzoni per la sua disponibilità riguardo ad una mia richiesta di precisazioni intorno ad una parola, proveniente da un’altra disciplina, che ho introdotto in questa nuova versione del testo e che penso possieda un promettente campo semantico nell'ambito del a filosofia politica; una richiesta che ad altri sarebbe risultata indubbiamente bizzarra ma che Uguzzoni, per le doti empatiche derivategli dalla sua professione ma, soprattutto, per la sua innata gentilezza, ha esaudito prontamente e con dovizia di riferimenti. In questo triste 
inverno per la democrazia in Italia ed in Europa, questa apparentemente piccola cortesia è stata personalmente un conforto non da pocoRAVENNA . DIES . NATALIS . SOLIS . INVICTI . ANNO . DOMINI . MMXI . POST . CHRISTVM . NATVM 
Si dice che ci fosse un automa costruito in modo tale da rispondere, ad 
ogni mossa di un giocatore di scacchi, con una contromossa che 
gli assicurava la vit oria. Un fantoccio in veste da turco, con una pipa 
in bocca, sedeva di fronte alla scacchiera, poggiata su un’ampia 
tavola. Un sistema di specchi suscitava l’illusione che questa tavola fosse 
trasparent e da tutte le parti. In realtà c’era accoccolato un nano gobbo, che 
era un asso nel gioco degli scacchi e che guidava per mezzo di fili la 
mano del burattino. Qualcosa di simile a questo apparecchio si può 
immaginare nella filosofia. Vincere deve sempre il fantoccio chiamato 
“materialismo storico”. Esso può farcela senz’altro con chiunque se 
prende al suo servizio la teologia, che oggi, com’è noto, è piccola e 
brutta, e che non deve farsi scorgere da nessuno. 
Walter Benjamin, I Tesi di filosofia della storia
M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 157 di 158 
In quella che è stata definita l’epoca della fine del e metanarrative, è inevitabile il senso di alienazione che attraversa coloro che dovrebbero officiare la narrativa magistra vitae per eccellenza e questo spaesamento risulta essere ancora più profondo quando la storia si imbat e in problematiche la cui tradizione e costruzione teoretica nasce “ altra” rispetto a quella della scienze di Clio 
In altre parole: l’impiego di una prospettiva “culturalistica” in storiografia può prendere due direzioni. La prima è quella semplicemente di un incremento ed affinazione della strumentazione atta a produrre nuove versioni delle vecchie narrazioni, e questo è sicuramente tanto più necessario ora che le vecchie concezioni economicistiche e/o sociologiche (poco importa se di matrice liberale o marxista) hanno imboccato un (apparentemente) irreversibile viale del tramonto. La seconda, invece, è quella che cerca di farsi direttamente ed esplicitamente carico anche del problema della fine della metanarrative ( in primis, quindi, di quel e di un marxismo meccanicamente e deterministicamente inteso e di un liberalismo che nei due decenni che sono seguiti al a caduta del muro di Berlino si è dimostrato ancora più il usorio nelle sue promesse di felicità del socialismo reale), per narrare e costruire nuovi e più profondi racconti che nel contrasto della postmodernistica afasi a combinino dialetticamente, generando una rinnovata spinta creativa ed af abulatoria, la più che bimillenaria tradizione della filosofia politica occidentale (di cui ora il repubblicanesimo costituisce potenzialmente il nucleo 
più promet ente di fecondi sviluppi) alla tradizione della Scuola di Francoforte della Teoria critica di analisi delle contraddizioni del a società. 
Fascismo, avanguardie, novecentismo, modernismo, tradizione possono costituire la traccia per nuovi discorsi non solo ristretti alla comunità dei produttori professionali di storia e di quella (anch’essa molto ridotta) dei loro lettori? E, se vogliamo porre un problema che certamente non af erisce alla prima maniera di scrivere storia (non importa se rivolta a nuovi soggetti come nel caso del culturalismo o focalizzata su protagonisti più tradizionali) ma che certamente ha molto a che fare con la seconda e col tentativo del conferimento di senso oltre il discorso storico strettamente inteso, cosa può dirci a noi afflitti dal postmodernismo un momento fondativo - seppur degenerativo - della nostra storia, il fascismo, dove la generazione di un comune sentire, totalitaristicamente inteso, fu il compito cui si votò e alla fine si immolò il regime? Un racconto che qualora venisse det o ed attentamente ascoltato si presenterà con più significati, perché se dal punto di vista delle pulsioni totalitarie le avanguardi e artistiche europee non furono certamente seconde rispetto ai movimenti politici totalitari del Novecento, in Italia col futurismo siamo in presenza di un’avanguardia il cui esplicito proposito è il 
suo diretto inveramento nel “momento” politico, all’insegna di una concezione in cui il macchinismo, il nazionalismo e il bellicismo (marciare non marcire!) non erano che gli strumenti per una concezione totalizzante del ’esistenza dove non vi fossero più diaframmi fra vita ed arte, una mancanza di distinzione che fu anche il tratto caratterizzante delle altre avanguardie europee ma che nel futurismo italiano raggiunse i suoi esiti più parossistici e politicamente perniciosi (ed anche gravidi di insegnamenti fino ad oggi quasi occultati e/o non suffi cientemente rischiarati per l’attuale fase postdemocratica, in cui è molto ardito ipotizzare che la terminale crisi di legittimità della rappresentanza politica possa essere superata dai pur generosi apporti e suggerimenti di un neorepubblicanesimo prigioniero di una visione puramente archeologica delle sue origini e che ciecamente disperda le sue immense potenzialità rifiutando di volgersi inclusivamente e creativamente verso i fondamenti critici della tradizione filosofica e filosofi co-politica occidentali ). 
Con questa nuova versione, i futuristi ( interventisti ante litteram ancor prima di Mussolini), Marinetti ( fondatore di un partito politico futurista, che, anche se con un programma non certo di tipo reazionario - come , del resto , non era esplicitamente reazionario, almeno a livello programmatico, il fascismo sansepolcrista - vedrà il suo leader protagonista nell’assalto assieme ai fascisti della sede dell’ “Avanti” ), Marinetti (volontario nella guerra d’Africa - e addirittura quasi set antenne sempre volontario con la spedizione dell’ARMIR in Russia!) e, infine, il Marinetti repubblichino impenitente ( il suo ultimo lavoro, il Quarto dora di poesia della X Mas ( musica di sentimenti ) fu scritto poche ore prima della morte avvenuta a Bellagio ( Como ) il 2 dicembre 1944 ), sfuggono allora da un piatto ed univoco giudizio di correità nell’edificazione del ventennio totalitario ma con una motivazione della sentenza ben altra rispetto al giudizio di sostanziale inef icacia e sordità del fascismo rispet o al momento artistico e culturale che non fa altro che ribadire vecchi luoghi comuni storiografici. 
Siamo perciò del parere che la fondazione della megamacchina totalitaria del fascismo ( per usare la terminologia impiegata da Golomstock) non solo meriti un discorso a parte rispetto alle coeve esperienze sovietiche e naziste ( e questo non sarebbe certamente un discorso né molto originale né molto proficuo al punto in cui attualmente sono giunte le “ narrazioni” sul ventennio) ma anche che una più precisa individuazione degli snodi cruciali dei rapporti fra arte e politica nell’edificazione del totalitarismo imperfetto italiano possa essere più utile per l’edificazione di una nuova narrativa della libertà. 
Al contrario del nazismo e del comunismo sovietico, il fascismo italiano, nonostante che ex post una volta salito al potere avesse cercato di rimediare a questo vizio di origine, nasce, si sviluppa e porta al potere il suo leader Benito Mussolini, in assenza di una sua precisa ideologia, se per ideologia si intende una traditio scritta o verbale alla quale potersi riferire (non ci riferiamo qui ad un insieme di dottrine coerenti ma semplicemente alla mera esistenza delle stesse). Di fatto, dal punto di vista ideologico, come ebbe a sottolineare Togliatti, il fascismo è tutto e il contrario di tutto e l’unico vero legame tra gli aderenti al movimento che compiranno la marcia su Roma era l’odio verso il partito socialista che aveva avversato l’intervento dell’ Italia nella prima guerra mondiale e che per di più costituiva, ai loro occhi, una costante minaccia di instaurazione in Italia di un regime di stampo bolscevico. Nulla di più e nulla di meno. Per un Mussolini giunto al potere, era questo quindi un mandato che, fatta salva - e non era una novità di poco conto rispetto alla tradizione dello stato liberale - la feroce ed extralegale repressione delle espressioni politiche ed organizzative del proletariato in primo luogo e 
poi anche di quel e della borghesia, lasciava di fatto molti margini di manovra e, infatti, l’instaurazione della dittatura in Italia si configurerà come un (relativamente) lento, progressivo - ma ineluttabile - scivolamento verso forme sempre più autoritarie di governo, fino al definitivo esito dittatoriale del 3 gennaio 1925. 
Una dittatura che però se aveva idee assolutamente chiare sulla volontà di porre fine allo stato liberale, nel senso che da allora in poi vi sarebbe stato un solo partito politico e le politiche pubbliche sarebbero state di esclusiva pertinenza e responsabilità dell’indiscusso leader di questo partito, non le aveva però altrettanto chiare in merito ai rapporti di questa nuova forma di stato ( non più liberale ma senza una precisa identità ideologica) con quel a che oggi chiamiamo la società civile. È vero che già in un discorso del giugno ’25 Mussolini asseriva “ la feroce volontà totalitaria” del nuovo regime e che di lì a poco avrebbe pronunciato il famigerato aforisma “Tutto nello Stato, niente fuori dallo Stato, niente contro lo Stato” e se possiamo considerare queste dichiarazioni come una sorta di preannuncio (volontario o involontario non sappiamo ma certo acutamente sentito nel profondo del dit atore) di quello che con tutte le forze Mussolini avrebbe tentato di istituire negli anni ’30, cioè un vero e proprio stato totalitario come ce lo descrive la scienza politica, è indubbio che è improprio definire i primi anni di dittatura che seguirono il ’25 come un totalitarismo com
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Repvblicanismvs geopoliticvs fontes origines et via massimo morigi geopolitica geopolitics geopolitik massimo morigi marxismo marxismus marxism repubblicanesimo republicanism republikanismus mazzini marx

  • 1. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 1 di 158 V Colóquio Internacional. TRADIÇÃO E MODERNIDADE NO MUNDO IBERO-AMERICANO Rio de Janeiro 28-30 de maio de 2008. MASSIMO MORIGI CYBERFASCISMUS: IL DOMANI APPARTIENE A NOI ( AESTHETICA FASCISTICA IV )* *Per ragioni legate alla pesantezza del file originale, la presente versione di Repvblikanismvs Geopoliticvs Fontes Origines et Via è stato alleggerito dei file video FLV posti all’altezza dei link presenti in Cyberfascismus: il domani appartiene a noi (Aesthetica Fascistica IV). Chi volesse vedere questi file video, talvolta indispensabili per l’inattivazione di molti link presenti nel testo e, comunque, al di là di questi aspetti tecnici, importanti per la comprensione, anche estetica, di Cyberfascismus, può andare all’indirizzo https://archive.org/details/RepvblicanismvsGeopoliticvsFontesOriginesEtViaMassimoMorigi attraverso il quale potrà scaricare il file originale di Repvblikanismvs Geopoliticvs e così prendere visione dei file video.
  • 2. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 2 di 158 Ascolta il ruscello che sgorga lassù ed umile a valle scompar e guarda l'argento del fiume che sereno e sicuro va. Osserva dell'alba il primo baglior che annuncia la fiamma del sol ciò che nasce puro più grande vivrà e vince l'oscurità. La tenebra fugge i raggi del sol Iddio dà gioia e calor nei cuor la speranza non morirà il domani appartiene il domani appartiene il domani appartiene a noi. Ascolta il mio canto che sale nel ciel verso l'immensità unisci il tuo grido di libertà comincia uomo a lottar. Chi sfrutta nell'ombra sapremo stanar se uniti noi marcerem l'usura ed il pugno noi vincerem il domani appartiene il domani appartiene il domani appartiene a noi La terra dei Padri, la Fede immortal nessuno potrà cancellar il sangue, il lavoro, la civiltà cantiamo la Tradizion La terra dei Padri, la Fede immortal nessuno potrà cancellar Ah, love, let us be true il popolo vinca dell’oro il signor To one another! for the world, which seems il domani appartiene To lie before us like a land of dreams, il domani appartiene So various, so beautiful, so new, il domani appartiene a noi Hath really neither joy, nor love, nor light, Nor certitude, nor peace, nor help for pain; Il domani appartiene a noi And we are here as on a darkling plain Swept with confused alarms of struggle and flight, Where ignorant armies clash by night. Matthew Arnold, Dover Beach
  • 3. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 3 di 158 “ E qui noi siamo come su un’oscura pianura/Percorsa da allarmi confusi di lotta e di fuga,/Dove armate ignoranti si scontrano nella notte.” Non solo col dissolvimento delle metanarrative e lo svuotamento di ogni telos la condizione postmoderna si presenta sul proscenio della storia. Non solo con la fine della storia ( fine intesa non sul piano puramente événementielle, autentico ossimoro di Fukuyama, ma , molto più inquietante, come scomparsa di ogni pretesa di “filosofia della storia”), possono essere mestamente archiviati il Novecento e il secolo che da poco è iniziato. In realtà l’oscura pianura del nostro tempo è anche attraversata da bagliori di scontri e di lotte, inquietanti sicuramente, ma che proprio non ci consentono di riposare nella triste ( ma anche riposante ) condizione di un mondo giunto al massimo ( ed irreversibile) grado entropico. Forse si era stati troppo precipitosi nel proclamare la finis avanguardiae (Poggioli 1968 ; Bürger 1984) e forse non si avvertiva che la fusione fra arte e vita, il cui punto di non ritorno fu costituito dalla fascistica estetizzazione dell’arte, ha perso la sua connotazione strettamente elitaria per divenire oggi una possibilità ( speranza, dannazione ? ) ampliamente diffusa. Ma dove, sul piano strettamente effettuale, è possibile tracciare questi tentativi di reviviscenza delle metanarrative e del telos della storia? Ovviamente non nei classici grandi mezzi di informazione i quali proprio per la loro natura di massa e di trasmissione unidirezionale - quando anche sul piano dei contenuti non sono che il distillato dell’ideologia della “fine della storia” - non possono che presentarsi come la radicale antitesi di ogni pulsione integralmente avanguardistica e di estetizzazione integrale. Ed è infatti al Web che è assegnato il compito di smentire - anche se, come vedremo, con assai inquietanti bagliori - la fosca visione di una postmodernità dove avanguardia sia semplicemente un termine da manuale di storia dell’arte. Ma dove bisogna ben guardarsi dall’ingenuo errore di disvelare nel mondo virtuale anche solo una semplice
  • 4. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 4 di 158 trasposizione cibernetica di quanto tramandato da questi manuali. Vale a dire che la vera novità della rete non è tanto dare la possibilità a gruppi che si riconoscono esplicitamente come avanguardia di portare avanti e diffondere i propri programmi artistici e/o di vita ( esiste anche questo aspetto ma è il meno interessante ) ma questa consiste nel rapporto non più unidirezionale fra le avanguardie – si riconoscano o meno in questo termine poco importa – e i loro fruitori, i quali così arrivano ad apportare nuovi e più intensi significati al messaggio originale e mutandosi pertanto a loro volta da massa ad “avanguardia” essi stessi. Il lato tragico, nel senso classico della parola, di questo processo è che, come vedremo, l’intensificazione del messaggio è il preludio alla sua sclerotizzazione e alla sconfitta, in definitiva dell’avanguardia stessa ( che così viene rigettata nelle contraddizioni del passato dove la fusione fra arte e vita si conclude nel dissolvimento dell’arte nella politica - dimensione pubblica, e quindi banalizzata, della vita - altrimenti detta estetizzazione della politica). Il lato positivo è che, per l’ennesima volta, si è sollevato il velo di Maya ad un mondo solo apparentemente pacificato e non ancora in procinto ( nonostante le migliori intenzioni buoniste e democratiche) di dimettersi dalla storia. Cliccando su http://it.youtube.com/watch?v=JbB1s7TZUQk possiamo avere accesso al video “Life is life” del gruppo musicale Laibach1. I Laibach non rispondono però ai classici canoni della rock band. Tanto per iniziare essi non sono sorti per fini meramente commerciali ma costituiscono l’espressione musicale del gruppo avanguardististico NSK ( Neue Slowenische Kunst ) , il cui programma estetico-politico è l’impiego dei procedimenti dell’arte totalitaria al fine di arrivare ad un rifiuto del 1 Il video musicale presso questo indirizzo e tutti i successivi citati in questa comunicazione, vista la natura volatile delle fonti internettiane, sono stati “salvati” presso l’ “Archivio Storico Digitale Massimo Morigi-Stefano Salmi” e sono perciò senza alcun problema impiegabili come fonti primarie.
  • 5. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 5 di 158 totalitarismo sia nell’arte che nella politica (Dahal 1999; Kenney 2002; Bazzocchi 2003; Erjavec, Jay, Groïs 2003, Monroe, Zizek 2005; ). Sia come sia “Life is life” dimostra di aver fatto tesoro dei dettami della propaganda hitleriana. La musica, un arrangiamento di “Live is life” del gruppo degli anni ’80 Opus, dimostra quanto in sé sia poco importante l’originalità di un’idea quanto la sua elaborazione. La dolciastra e stucchevole “Live is life” che a tempo di reggae suggeriva le dolcezze caraibiche del carpe diem, si è tramutata in una terribilmente coinvolgente marcia , al suono della quale i componenti del gruppo musicale Laibach - che nel video nell’abbigliamento intendono richiamare un manipolo di giovani nazisti durante un’escursione ( unica eccezione il capo del gruppo ed anche capo nella realtà della band che indossa uno strano copricapo che lo avvicina sinistramente a Dracula ) - si inoltrano in un bosco, simbolo evidente ed anche molto efficace delle forze della natura da cui il puro ariano trae la forza e la sua legittimazione al dominio. Al di là degli innumerevoli simboli di cui è cosparso il video ( la donna arciere dei primi frame, che dà il la retorico a quanto segue, una specie di Diana cacciatrice che ci richiama alla nozione nietzschiana della spietatezza e al tempo stesso della feroce bellezza della vita, alla cascata in cui l’acqua invece di scendere sale, simbolo del tempo che torna indietro e quindi dell’eterno ritorno sempre nietzschiano , o sul versante di una simbologia nazionale più propriamente slovena, come, per esempio, i cervi) e delle parole della canzone che richiamano alle nozioni nazionalsocialistiche di terra, sangue, popolo, tradizione, etc. , quello che colpisce maggiormente ( e delizia anche da un punto di vista estetico) è la perfetta fusione fra l’estremamente coinvolgente marcia , cadenzata al suono di tamburi e accompagnata da squillanti suoni di tromba, e l’espressione estatica dei giovani nazisti che immersi nella natura e guidati dal loro leader col copricapo alla Dracula elevano a squarciagola il loro inno alla vita, “Life is life”, appunto.
  • 6. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 6 di 158 Se l’obiettivo era dimostrare che l’estetica nazionalsocialista qualora impiegata per fini artistici possa raggiungere le vette del sublime, allora questo obiettivo è stato raggiunto ( peraltro, non c’era bisogno dei Laibach per saperlo, basti pensare a Leni Riefensthal, su cui torneremo in seguito, e a questo proposito veramente risibili e bacchettone ci paiono le considerazioni della Sontag (1980) ) . E se il proposito era conseguentemente dimostrare che dal male assoluto nazionalsocialista bisogna trarre l’insegnamento che da questo baratro va salvato l’entusiasmo che esso sapeva suscitare, per poi indirizzarlo verso finalità non totalitarie, siamo in presenza di una lettura certamente non triviale della vicenda della Germania nazista, sicuramente avanguardistica per i mezzi con cui è stata raggiunta, l’impiego a fini artistici dei tropi nazionalsocialisti per l’indottrinamento di massa , sfidando così coraggiosamente il maggiore tabù espressivo post seconda guerra mondiale che vuole messo al bando, se non per fini puramente storiografici, qualsiasi riferimento al nazionalsocialismo ( al confronto fanno veramente ridere, quando non fanno pena, le goffe e stanche provocazioni delle pretese odierne avanguardie: vedi la “merda di artista” in scatola, epigonale, sciatto e disgustoso - ma in fondo innocuo - richiamo di un ormai esangue e ripetitivo surrealismo o le insignificanti performance di un Beuys, che più della critica d’arte avrebbero dovuto richiamare l’attenzione degli psichiatria ed altre simili mirabilia…). Sia come sia i Laibach sono stati a più riprese accusati di essere fascisti e questo faceva certamente parte del loro piano di provocazione ( “Life is life”, è solo il più famoso video dell’intera produzione del gruppo: in altri simili, anche se meno popolari, le canzoni vengono cantate in tedesco e ogni riferimento è puramente non casuale ). Ma certamente faceva molto meno parte del loro piano di provocazione che, grazie alle nuove possibilità date dall’informatica per dilatare l’espressività e l’esibizionismo
  • 7. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 7 di 158 di massa - leggi U Tube - “Life is life” fosse posta come sottofondo per un video composto da materiale tratto direttamente dal Triumph des Willens di Leni Riefenstahl, commissionato da Hitler alla cineasta tedesca per celebrare la definitiva vittoria del nazionalsocialismo in Germania . Cliccando su http://it.youtube.com/watch?v=vVHq0gViMLU davanti ai nostri occhi si snoda un video musicale in cui nella prima parte le bellissime immagini girate da Leni Riefenstahl sul congresso di Norimberga del partito nazista traggono una ancor più potente suggestione dalle note di “Life is life”2. Varrebbe poco a questo punto affermare che siamo in presenza di un’operazione che nulla ha a che spartire con gli originari intenti demistificatori e/o di approfondimento del fenomeno totalitario che sono propri dei Laibach. Se dal punto di vista politico siamo in presenza di una flagrante crassa apologia nazista, dal punto di vista estetico è proprio questa sfacciata apologia nazista a rendere ancora più inquietante il risultato estetico che non solo è pienamente raggiunto ma che si dimostra ancor più inquietante proprio in ragione del degradato messaggio che si presta espressamente di veicolare. Si è quindi di fronte ad una resa dei conti in cui siamo richiamati alla nostra responsabilità morale e all’impossibilità, almeno per quanto riguarda l’uso di estetiche totalitarie, di scindere la forma dai contenuti ? Siamo quindi in presenza del disvelamento del significato intimo del progetto dei Laibach ( e degli altri che qui di seguito tratteremo) , un orrido sguardo di Medusa in cui il totalitarismo non significa solo fittizia attribuzione, attraverso mere tecniche di indottrinamento e di ripetizione del messaggio, di un valore estetico a ciò che apparentemente sembrerebbe la sua radicale antitesi ma anche, e soprattutto, che questo indottrinamento deve unirsi 2 Nella seconda parte, invece, per cercare di evitare al video accuse di neonazismo vengono mostrate le devastazioni sulla Germania del secondo conflitto mondiale.
  • 8. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 8 di 158 simbioticamente a solide ed indiscusse basi estetiche per risultare fino in fondo convincente e vitale ? Siamo, in altre parole, di fronte al lato tragico di queste nuove avanguardie dell’era digital-telematica, le quali in virtù del cyberspazio in cui si trovano ad operare, sono ineluttabilmente trascinate - volenti o non - a dilatare enormemente le possibilità delle avanguardie storiche, le quali non potevano certo contare - e del resto non l’avrebbero nemmeno voluto, se non altro per ragioni puramente elitarie - sulla generazione telematica di un’avanguardia di massa, la quale se certamente mette radicalmente in crisi la postmoderna afasia narrativa lo fa a tutto rischio del ricadere in una ancor più pericolosa afasia totalitaria. Un nuovo fascismo cibernetico quindi come l’inaccettabile pegno della possibilità di rompere con le logiche della fine della storia? Prima di cercare di rispondere forse è più opportuno continuare il nostro viaggio nella rete. Il gruppo tedesco dei Rammstein non nasce con le stesse pretese avanguardistiche dei Laibach. I Rammstein non si propongono di demistificare l’ideologia totalitaria nazista e quando dai vari intervistatori viene fatto loro notare che la loro musica e la loro pubblica immagine costituiscono un diretto richiamo al nazismo, la loro risposta è che questo è un totale travisamento, suggerito dal fatto che essi sono tedeschi e che come tali traggono ispirazione dalla tradizione tedesca dalla quale proviene, anche se come un figlio indesiderato, anche il nazismo. Nell’identificare i Rammstein come nazisti saremmo quindi in presenza del classico fraintendimento che, più o meno in buona fede, vorrebbe fare di ogni tedesco un nazionalsocialista. Non ci rimane quindi che compiere la solita verifica. All’indirizzo http://it.youtube.com/watch?v=eZrLn9HhhjQ possiamo accedere al video ufficiale della canzone “Stripped ” dei
  • 9. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 9 di 158 Rammstein. Come nel caso di “Life is life” dei Laibach, si tratta di una cover essendo “Stripped” un pezzo originariamente dei Depeche Mode. E come nel caso dei Labaich anche questa cover è immensamente superiore all’originale. Mentre nei Depeche Mode abbiamo un esempio di pop elettronico stanco e ripetitivo, dopo la la “cura” Rammstein la ripetitività della melodia, l’incalzare del ritmo ( e la straordinaria voce cavernosa del leader del gruppo Till Lindemann, che ricorre anche a tecniche operistiche ) lo rendono uno dei motivi più coinvolgenti ( ed orecchiabili ) che siano mai apparsi sulla scena della pop music. Inoltre, le immagini del video ufficiale sono tratte - e da chi altri se no - da Olympia della solita Leni Riefenstahl. L’abbinamento fra la sublime esaltazione cinematografica dei perfetti corpi “ariani” di Olympia con la straordinaria interpretazione di “Stripped” dei Rammstein e di Till Lindemann rappresenta forse la più perfetta rappresentazione dell’ideologia nazista della superiorità della razza tedesca, una rappresentazione tanto più pericolosa quanto più veicolata attraverso un’estetica di grande valore ( e in questo caso anche non immediatamente revulsiva, necessitando le immagini di Olympia, al contrario delle due versioni video di “Life is life” anche un buon livello culturale per essere decrittate). Dove invece non è proprio necessario un buon livello culturale per comprendere che ci si trova di fronte ad una diretta apologia del nazismo è nella versione “improved fan video”di “Stripped” (secondo la definizione dataci da U Tube stesso). Ora la versione “migliorata” dei fan dei Rammstein apporta profondi cambiamenti nel video (la nuova versione all’indirizzo http://it.youtube.com/watch?v=YcGJFvaQM0s). Pur rimanendo in parte il materiale tratto da Olympia , questo viene intercalato con filmati e foto propagandistiche naziste ( adunate di massa, discorsi di Hitler, etc.) e mentre il video ufficiale dei Rammstein terminava con un tripudio di perfetti corpi umani in movimento ( che può costituire anche un astuto riferimento all’idea della supremazia
  • 10. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 10 di 158 razziale ma che molto più semplicisticamente può essere interpretato come un riferimento all’eternità dell’ideale olimpico in quanto gli ultimi frame sono costituiti da una dissolvenza di questi corpi con le eterne rovine del Partenone, una dissimulazione probabilmente molto sottile per sventare le accuse di filonazismo) , nella versione migliorata il video termina con una bandiera con la svastica che viene bruciata su un falò e un busto integro di Hitler posto su un cumulo di macerie della Berlino in fiamme ( siamo di nuovo, evidentemente, di fronte ad un depistaggio: apparentemente queste due immagini starebbero a significare la sconfitta totale del nazismo, ma in realtà la svastica che arde richiama potentemente l’idea della Fenice mentre il busto integro sul cumulo di macerie sta a significare che nonostante l’avverso destino rimangono intatte le possibilità di un ritorno, eterno possibilmente) . Ed anche in questo caso, ritornano le medesime considerazioni fatte a proposito dei Laibach : alla banalizzazione del messaggio politico apportato nel video alterato dai fan non corrisponde un abbassamento del livello estetico. In altre parole e ripetendoci. L’estetizzazione operata dall’avanguardia originale non subisce il minimo degrado quando questa viene in contatto ed assimilata dalla più vasta cerchia della fruizione internettiana. (Anche nel caso in specie dei Rammstein, che immettendo nel circolo del Web materiale del III Reich ma non palesemente nazista riescono ad operare un’esaltazione del totalitarismo tedesco ed innescano la risposta di alcuni loro fan nazisti che producono un video politicamente inaccettabile ma esteticamente comunque di grande valore). Ma dove l’esaltazione del nazismo raggiunge livelli di intensissima fascinazione l’abbiamo col video non ufficiale dei fan dei Rammstein dove le immagini commentano la canzone “Reise Reise” ( all’indirizzo http://it.youtube.com/watch? v=HdCJzfi3dY4). “Reise Reise” è una metafora della intrinseca violenza della vita umana e descrive il drammatico incontro di un
  • 11. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 11 di 158 pescatore con una grossa preda che viene trafitta dall’arpione. In questo video non ufficiale, la magistrale ed intensissima interpretazione di Till Lindemann , che ininterrottamente scandisce il ritornello “Reise Reise”, fa da tappeto musicale alle immagini tratte dal Triumph des Willens di Leni Riefenstahl. Si tratta probabilmente del più abile video di propaganda nazista mai prodotto. Perfetta la fusione fra le immagini e le parole della canzone, che proprio per la loro valenza metaforica sulla tragicità della vita si adattano benissimo a fare da commento alla tragica esperienza nazista ( anche se questo destino finale non compare nelle immagini, che anzi esaltano il nazismo nel momento del suo trionfo, è presente nel video un latente senso da Götterdämmerung della Germania nazista, solo che questo per i fanatici nazisti viene visto non come una fine ma come un momento di un eterno ritorno, vedi la svastica-fenice di cui si è già detto). E perfetto anche il tono epico della musica di “Reise Reise” che conferisce alle immagini di Leni Riefenstahl la degna ( o indegna se si vuole) colonna sonora. “ Reise Reise” , insomma come la più chiara rappresentazione del momento in cui l’intensificazione del messaggio originario estetizzante ed avanguardistico si muta, ad opera di un’elite di fruitori, in fascismo cibernetico tout court, nel quale avviene sì un degrado della valenza metaforica, tramutandosi in crassa propaganda, ma dove questo degrado non ingenera una decomposizione del risultato estetico globale ma semmai un suo innalzamento. Anche se solo a livello virtuale, siamo così forse in presenza al grado ultimo e definitivo dell’estetizzazione della politica, dove non solo il messaggio politico totalitario per essere trasmesso e recepito con successo deve rivestirsi di forme accattivanti e/o sessualmente sadomasochistiche (Sontag 1980 ) ma dove condizione ineludibile per la sua esistenza e trasmissione è che questo messaggio totalitario divenga esso stesso effettivamente momento estetico. Va da sé che questa nuova estetizzazione della politica rispetto a quella attuata dai regimi fascisti e nazisti
  • 12. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 12 di 158 accanto ad analogie presenta due sostanziali differenze. La prima, la più scontata, è che siamo in presenza di fenomeni che si svolgono all’interno del Web e non sulla carne viva di reali comunità politiche ( anche se sarebbe veramente ingenuo presupporre una soluzione di continuità fra mondo virtuale e quello reale ed anzi tutte le evidenze empiriche ci suggeriscono un sempre più veloce lievitare del primo a discapito del secondo). La seconda, molto meno scontata, che mentre le estetizzazioni politiche che videro la loro realizzazione nell’Italia fascista e nella Germania nazista avevano sì sullo sfondo il trauma della rivoluzione bolscevica ma non certo un tramonto delle ideologie, questa seconda estetizzazione politica sorge in un contesto postmoderno di fine delle ideologie e della metanarrative. E’ ovvio che attribuire a questa intensificata estetizzazione un carattere – al di là del ributtante messaggio politico che veicola – di resistenza al carattere afasico della postmodernità oppure giudicarla esclusivamente come l’unica possibilità residuale di diffusione del fascismo e del nazismo, non potendosi sul piano storico concreto altro che registrare la dimensione di “fine della civiltà” che accompagnarono il fascismo e il nazismo, è questione che così impostata può essere difficilmente sciolta e destinata a rimanere insoluta. Più utile a noi sembra piuttosto rispondere alla domanda che informa tutto il nostro discorso e cioè se è possibile che un’estetica che è comunque espressione di una ideologia di fine di civiltà possa essere annoverata fra le risposte possibili all’afasia del postmoderno. Una prima risposta ci può venire allargando l’orizzonte oltre ai casi da cui è partito il nostro discorso. Se con i Laibach e con i Rammstein3 siamo in presenza di un fenomeno dove alla ricchezza 3 Medesime considerazioni come quelle svolte sui Laibach e i Rammstein si potrebbero svolgere riguardo a molti altri gruppi del genere industrial-fascist-rock. Rinviamo per tutti ai Ministry e al video della canzone “The Land of Rape and Honey” , dove al seguente indirizzo http://it.youtube.com/watch?v=HJCHFCvMCC8 al ritmo incessante del ritornello
  • 13. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 13 di 158 della proposta estetica originaria fa riscontro un risposta sul Web altrettanto , se non di più, esteticamente valida ed indissolubilmente però legata ad un profondissimo degrado del messaggio, cosa che ci suggerisce l’idea che la forza eversiva rispetto alla postmodernità consista in una sorta di drammatica narrazione dello scacco cui viene sottoposto il momento estetico qualora s’insignorisca totalmente del momento politico, gettare lo sguardo sui numerosi gruppi fascio-rock porta sicuramente a ridimensionare l’ipotesi formulata originariamente del Web come luogo di espressione e/o creazione di avanguardie. L’ esempio classico è la canzone “Tomorrow Belongs to Me” dal film Cabaret. La canzone, il cui titolo è stato non letteralmente tradotto in italiano con “Il domani appartiene a noi” ( un “a noi” molto significativo ed anche il resto della traduzione pur rispettando lo spirito “ agreste-reazionario” dell’originale in inglese se ne discosta ancor più profondamente: per il testo integrale della versione italiana vedi in esergo) ebbe in origine l’effetto perverso di costare il taglio di una scena del film. In questa scena veniva rappresentato un biondo giovanotto della Hitlerjugend che ad una festa in un giardino di una birreria intona “Tomorrow Belongs to Me” immediatamente seguito da quasi tutti i presenti ( i pochi che non cantano dovevano rappresentare, evidentemente, coloro che non intendevano piegarsi al nazismo) . Il culmine viene raggiunto quando il giovane alza il braccio destro fasciato dalla svastica e questo nell’intenzione dello sceneggiatore avrebbe dovuto significare il pericolo del totalitarismo che si serve anche di mezzi apparentemente innocenti, come può essere una canzone sulle bellezze della natura quale “Tomorrow Belongs to “Sieg Heil” ripetuto senza sosta, possiamo leggere una feroce critica alla società statunitense mentre all’indirizzo http://it.youtube.com/watch?v=8bvgy08jPf4 , accanto a scene di un concerto dei Ministry dove con intenti irrisori viene sventolata la bandiera statunitense, compaiono Hitler e scene della conquista al potere del nazismo. L’intendo probabile è paragonare il Terzo Reich agli Stati Uniti . Il tutto è veramente molto godibile ma, come al solito, permane l’impressione di una apologia del nazifascismo.
  • 14. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 14 di 158 Me”, per insinuarsi nella mente degli uomini ( la scena tagliata può essere vista su http://it.youtube.com/watch? v=ZMVql9RLP34) . Ora, come si dice, delle buone intenzioni sono lastricate le strade che portano all’inferno e la scena fu originariamente tagliata perchè giudicata una involontaria apologia del nazismo ( e se si deve deprecare qualsiasi forma di censura, c’è da dire che veramente proprio grazie all’orecchiabilità dell’aria e all’abilità con cui era stata realizzata e recitata, questa scena funziona, in effetti, più come propaganda che come condanna del nazismo). Ma le cose, purtroppo, non finiscono qui. Probabilmente grazie a questa goffa censura ed anche al fatto che la scena tagliata era, in effetti, una potente apologia del nazismo, ora ovunque a livello planetario non c’è gruppo neofascista o neonazista degno di questo nome che dilettandosi nel cyberhate ( il termine internazionalmente adottato per definire i gruppi estremisti di destra che impiegano il Web per diffondere l’odio razziale o, comunque, l’idea della supremazia della razza bianca, versione ariana , ovviamente ) non metta in rete un suo video e una sua versione di “Tomorrow Belongs to Me”, che così per la destra estrema ha assunto il rango di una specie di inno internazionale . Ma in questo caso il risultato estetico è veramente deprimente4. 4 Solo per quanto riguarda l’Italia, segnaliamo alcuni gruppi e cantanti fascisti che si sono cimentati con questa canzone : http://it.youtube.com/watch?v=vLYVoBGLqy8 è l’indirizzo presso il quale si assiste all’interpretazione del “Domani appartiene a noi” della cantante di origini abruzzesi Aufidena ( già Viking), al secolo Francesca Ortolani. Il lato notevole – o buffo – della prova canora di Aufidena-Viking- Francesca Ortolani è che essa, pur proclamandosi una accanita sostenitrice dell’identità nazionale italiana ( e, ovviamente, odiatrice in servizio permanente effettivo degli ebrei ) , in realtà non canta “Il domani appartiene a noi” ma l’originale inglese “Tomorrow belongs to me”. Dalla “vichinga” d’ Abruzzo dagli occhi e capelli scuri - ragazza dai tratti mediterranei e che nell’aspetto potrebbe anche essere scambiata per una tipica bella figliola d’Israele - passiamo ad un altro momento involontariamente comico delle interpretazioni italiane del “Domani appartiene a noi”. All’indirizzo http://it.youtube.com/watch?v=I3fCd2kL_-o La compagnia dell’anello, questo il pomposo nome tolkieniano della band in questione, strimpella allegramente e fascisticamente sul “ruscello che sgorga lassù/e
  • 15. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 15 di 158 Cliccando su http://it.youtube.com/watch?v=1hSpWo50gj0 vediamo un video di Saga, cantante svedese di estrema destra, dove sulle note di “Tomorrow Belongs to Me” scorrono immagini di svastiche, soli che sorgono, fiori di prato, bimbi e neonati biondissimi ed altre delizie naturalistiche del genere. Per quanto sia impossibile risalire ad una responsabilità diretta della cantante umile a valle scompar […] l’usura ed il pugno [che] noi vincerem [ …] La terra dei Padri, la Fede immortal” ed altre commoventi e profonde insulsaggini. L’aspetto divertente di tutta la faccenda, è che sul palco è stato invitato anche Gianni Alemanno, componente di spicco di quell’Alleanza Nazionale il cui sforzo principale è stato fin dal Congresso di Fiuggi accreditarsi come forza responsabile di destra che ha tagliato tutti i ponti col fascismo. E il suo volto comicamente contratto, che tradisce una folle paura che alla fine della canzone si prorompa in un “a noi” ( che per sua fortuna , se stiamo al video, pare non sia stato pronunziato ) , vale più di mille discorsi su un passato che ancora non è definitivamente passato. Terminiamo con un gruppo che potremmo definire fascio-rock-futurista e non per segnalare l’ennesima ridicola interpretazione del “Domani appartiene a noi” ma semplicemente perché questa band si distacca indubbiamente dal punto di vista qualitativo dal panorama italiano della musica identitaria ( questa la definizione che l’odierna musica giovanile che si ispira al fascismo e dintorni vuole darsi). Si abbia allora la compiacenza di cliccare su http://it.youtube.com/watch?v=bpNYH5wl4E8 e sul bel filmato tratto dall’Istituto Luce sulla Trasvolata Atlantica del Decennale di Italo Balbo, si può ascoltare “Idrovolante”. Le parole di “Idrovolante” di pretta ispirazione futurista indicano una terribile spinta verso una forma di libertà anarchicamente intesa e realizzata in una spasmodica e disperata simbiosi con la macchina volante. La musica proprio nel suo rifuggire da facili linee melodiche sottolinea meravigliosamente il frustrato e mai definitivamente concluso rapporto uomo-macchina.. Il tutto è di una bellezza lancinante e commovente e Marinetti avrebbe sicuramente approvato. Come avrebbe sicuramente approvato “Squadristi”( http://it.youtube.com/watch? v=mB0rx5Yklqc ). Bellissime e torve foto di squadristi con un testo le cui sprezzanti ed inaccettabili parole sulla superiorità fisica e morale degli squadristi vengono scandite con finissima abilità da crooner. Musica ancora una volta che nulla concede alla facile orecchiabilità ma che nel suo lento e ritmato svolgersi trasmette semmai, sovrapponendosi alle foto degli squadristi, un premeditato senso di paura e sgomento. Il video è a cura del Blocco Studentesco Castelli Romani Production. A parte l’ilarità che può suscitare questa denominazione che può richiamare lo strampalato linguaggio ed atteggiamento di Ferdinando Mericoni ( Alberto Sordi), il protagonista di Un Americano a Roma (“Yogurt, marmellata, mostarda… questa è roba che magnano l’americani, roba sana, sostanziosa… ammazza che zozzeria!!”, recita con impareggiabile vis comica Alberto Sordi: un atteggiamento molto poco
  • 16. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 16 di 158 in questo prodotto (opera di suoi fan neonazisti, ovviamente) si deve rilevare accanto ad un eccellente fattura formale del video ( girato con lo stile dello spot televisivo del Mulino Bianco ed anche dal punto di vista della tecnica della dissolvenza e della qualità delle immagini si capisce che dietro c’è una mano professionale ), una totale mancanza di contenuti estetici ( a meno che per contenuti estetici non si intenda la bellezza “ariana” dei soggetti rappresentati ma qui non siamo dalle parti di Olympia di Leni Riefenstahl ma , appunto, del Mulino Bianco5). Un altro esempio di totale fallimento estetico ( ma sarebbe meglio dire di totale disinteresse per l’estetica), l’abbiamo sempre con la cantante Saga in “The Snow Fell”. Cliccando su http://it.youtube.com/watch?v=UGxP-KtqN1M, a presentazione del video compare nel primo frame la scritta “Do not be fooled into thinking Hitler was the Beast/Stalin was pure Scum/Wake up & get educated by fact not fiction”. Parte il video e la musica fa da sottofondo ad immagini dove si alternano fiocchi di neve che mestamente e pietosamente coprono le tragedie del popolo russo travolto dal comunismo, immagini di bianchissimi e purissimi unicorni, di Stalin con su scritto “Beast”, di un Hitler che saluta consono agli emuli odierni degli squadristi), su questo Blocco Studentesco Castelli Romani Production c’è – nel bene e nel male – assai poco da ridere, dimostrando di essere in possesso, oltre ad un’ideologia del tutto inaccettabile, di finissimi strumenti culturali in cui l’incontro fra estetica e politica ( cioè l’estetizzazione della politica) costituisce uno dei momenti più rilevanti. 5 Il Mulino Bianco è una linea di prodotti da forno di una nota casa italiana del settore agroalimentare. Gli spot di questi prodotti sono molto noti presso la vasta platea dei consumatori ed hanno attirato anche l’attenzione degli addetti lavori alla pubblicità per il loro stile teso a creare attorno ai prodotti del Mulino Bianco un’aura di mondo incantato e fatato in cui la natura è sempre e comunque buona e mai matrigna. L’espressione “Mulino Bianco” sta quindi ad indicare atteggiamenti e forme espressive e/o retoriche in cui l’ottimismo non è minimamente basato sulla realtà dei fatti.
  • 17. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 17 di 158 nazisticamente ( da interpretare ovviamente come un simbolo positivo ), il tutto in un guazzabuglio poco omogeneo di riferimenti e simboli che se riescono a rendere ben chiaro come la pensa l’autore del video6 (che, ovviamente, anche in questo caso è impossibile collegare direttamente a Saga, anche se a pensar male – come disse un certo italiano – si fa peccato ma ci si azzecca… ) denotano pure una totale insipienza estetica. Si potrebbe continuare con esempi sempre di Saga e di una miriade di altri gruppi di cyberhaters che sembrerebbero palesemente smentire l’ ipotesi di partenza che nelle Web sussiste la possibilità che l’estetizzazione della politica uscita sconfitta dal secondo conflitto mondiale possa comunque e per vie oblique produrre quegli anticorpi che possano costituire una prima risposta alla fine di ogni telos del postmoderno. Con Saga e con moltissimi altri gruppi neonazisti di cyberhaters siamo in presenza anche dal punto di vista estetico all’implosione e collassamento totale di ogni spazio per controbattere alla fine delle narrazioni della storia. “Il futuro appartiene a noi” risolto pianamente in chiave razzistica e di esaltazione dello stato totalitario, e che costituisce l’intimo convincimento dei cyberhaters e degli autentici neofascisti, nel suo facile ed ottuso ottimismo costituisce la radicale antitesi del tragico rapporto fra avanguardie estetizzanti ed il rischio del disvelamento/inveramento del messaggio politico fascista intimamente connesso con la sua intensificazione estetica da parte delle avanguardie internettiane dei suoi fruitori . Se quest’ ultimo caso può assumere la forma della “tragedia”, potenzialmente in grado di rimettere in moto la storia ( non diciamo verso le “magnifiche sorti e progressive” ma più 6 E per non correre il rischio che il messaggio non sia stato chiaro, il video termina con lo scorrimento di queste deliranti parole : “ Communism is deadly/National socialism is security/ Safe and prosperity for the aryan race/ Thats [sic] why the jews want it abolished/ NS can never be killed/ And is on the rise again/ Learn the truth about national socialism today/ For the sake of the white race.”
  • 18. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 18 di 158 modestamente verso la possibilità che ci siano ancora storie da raccontare, e non necessariamente a lieto fine), lo scenario affine al primo è lo stupido e pornografico film già visto del totalitarismo del Novecento. Dipenderà dalla nostra capacità di ascolto ed anche nel sapere accettare la drammaticità della storia se sapremo evitare di ricadere negli errori di un passato che in fondo non è mai passato e se ci saremo meritati di udire nuovi racconti. RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI Bazzocchi, Claudio ( 2003): La balcanizzazione dello sviluppo. Nuove guerre, società civile e retorica umanitaria nei Balcani (1991-2003). Bologna: Il Ponte. Bürger, Peter (1984): Theory of the Avant-Garde. Minneapolis: University of Minnesota Press. Dahal, Göran ( 1999) : Radical Conservatorism and the Future of Politics. London: SAGE. Erjavec, Alĕs; Jay, Martin; Groïs, Boris (2003): Postmodernism and the Postsocialist Condition. Politicized Art Under Late Socialism. Berkeley: University of California Press. Kenney, Padraic ( 2002): A Carnival of Revolution. Central Europe 1989. Princeton ( N.J. ): Princeton University Press. Monroe, Alexei; Zizek, Slavo ( 2005): Interrogation Machine. Laibach and NSK. Cambridge ( Mass.): MIT Press. Poggioli, Renato ( 1968): The Theory of the Avant-Garde. Cambridge ( Mass.): Belknap.
  • 19. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 19 di 158 Sontag, Susan ( 1980): Under the Sign of Saturn. New York: Farrar-Straus-Giroux. --------- SEMINÁRIO INTERNACIONAL DA RIBEIRA GRANDE – AÇORES Autoritarismos, Totalitarismos e Respostas Democráticas ideologias, programas e práticas Universidade dos Açores Ribeira Grande 26 a 29 de Novembro de 2008
  • 20. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 20 di 158 MASSIMO MORIGI NEUE SLOWENISCHE KUNST ( NSK ) ET AL. : LA CYBERAVANGUARDIA FRA FASCISMO E TRAGEDIA ( AESTHETICA FASCISTICA VI E PRIMI ELEMENTI PER UNA TEORIA NEOREPUBBLICANA ) *Massimo Morigi è Dottorando presso la FLUC. I was around when Jesus Christ had his moment of doubt and pain And I made damn sure that Pilate washed his hands, and sealed his fate Pleased to meet you, hope you guess my name But what's puzzling you is the nature of my game I stuck around St. Petersburg, when I saw it was time for a change I killed the Car and his ministers Anastasia screamed in vain I rode a tank, held a General's rank When the Blitzkreig raged, and the bodies stank Pleased to meet you, hope you guess my name But what's puzzling you is the nature of my game I watched with glee while your kings and queens
  • 21. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 21 di 158 fought for ten decades, for the God they made Shouted out "Who killed the Kennedys?" When after all... it was you and me Let me please introduce myself I'm a man of wealth and taste And I lay traps for troubadours Who get killed before they reach Bombay Pleased to meet you, hope you guess my name But what's puzzling you is the nature of my game Pleased to meet you, hope you guess my name But what's puzzling you is the nature of my game Just as every cop is a criminal and all the sinners saints As heads is tails, just call me Lucifer 'Cause I'm in need of some restraint! So if you meet me, have some courtesy Have some sympathy, and some taste Use all your well-learned politics Or I'll lay your soul to waste! Laibach, Sympathy For the Devil (Time for a Change ) La tradizione degli oppressi ci insegna che lo “stato di emergenza” in cui viviamo è la regola. Dobbiamo giungere ad un concetto di storia che corrisponda a questo fatto. Avremo allora di fronte , come nostro compito, la creazione del vero stato di emergenza; e ciò migliorerà la nostra posizione nella lotta contro il fascismo. Walter Benjamin, Tesi di filosofia della storia
  • 22. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 22 di 158 Per quanto nella sua Teoria estetica arrivasse ad affermare che “L’esperienza artistica è messa in azione dalla contraddizione scaturita dall’immanenza della sua sfera estetica e allo stesso tempo dall’ideologia che l’indebolisce”7 e che quindi per il suo romantico attaccamento ad una visione di assoluta autonomia dell’arte Adorno abbia dovuto scontare il pressoché unanime giudizio di aver pagato un pesantissimo tributo all’idealismo operando tuttalpiù su questo un travestimento con una fraseologia marxista, certamente, al di là delle sue affermazioni che avevano il difetto di mettere chiaramente le carte in tavola, non si può certo dire che l’idealismo - anche se en travesti - del massimo esponente della scuola di Francoforte non abbia avuto proseliti, anche se pur loro farebbero ( o avrebbero fatto ) carte false pur di negare questa imbarazzante genealogia. Che ad Adorno proprio in virtù di questo ingenuo indebitamento idealistico fosse completamente preclusa la comprensione delle avanguardie artistiche del Novecento è un dato di fatto che di per sé non dovrebbe destare soverchia sorpresa, né, al di là della filologia filosofica, troppo interesse ( se non per l’industria culturale che sui francofortesi ha sempre molto marciato ). Purtroppo, rubricare l’incomprensione delle avanguardie solo come il combinato disposto di concreti interessi del mondo cultural-editoriale e di insensibilità idealistica verso le categorie della modernità, non ci porta certo a comprendere il motivo per cui anche quegli autori che espressamente si sono sempre tenuti distanti dalle categorie idealistiche hanno ritenuto ( e ritengono ) l’avanguardia come un momento ormai definitivamente storicizzato. Al di là delle profonde differenze che infatti le animano, tutte le maggiori interpretazioni delle avanguardie novecentesche ( i.e. Guillermo della Torre, Renato Poggioli, Hans Magnus Enzensberger, Peter Bürger, Alfredo Giuliani, Edoardo Sanguineti, Elio Pagliarani, Angelo Guglielmi, Fausto Curi, Ferruccio Masini, Adrian Marino, Gregor Gazda, Stefan Morawski ) non fanno in pratica che ripetere la triste litania della finis avanguardiae. Certamente se ci si limita a considerare le avanguardie storiche, quelle che operarono essenzialmente a cavallo fra le due guerre mondiali e poi le loro stracche prosecuzioni del secondo dopoguerra, in cui delle avanguardie storiche si mantenevano ( e si mantengono tuttora ) solo i procedimenti formali ma per abbandonare completamente l’anelito alla Gesamtkunstwerk e all’inveramento del momento estetico in quello politico, non si potrebbe non concludere che fra le macerie della modernità verso le quali l’Angelus Novus di Benjamin è impotente ad operare una sua restitutio ad integrum, l’avanguardia costituisce uno dei ruderi più tristi e totalmente inadatti a fornire un sia pur minimo rifugio. Non importa siano neo o trans o qualsiasi altra aggettivazione si voglia apporre davanti al nome e non importa che tutte queste neo, trans od altro avanguardie continuino a praticare l’uso dell’allegoria, del montaggio e della citazione, se ci si limitasse a considerare solamente le esperienze estetiche sviluppatesi nell’ambito delle società industriali avanzate post seconda guerra mondiale la conclusione, se proprio non si vuole cadere in un’interpretazione idealistica all’Adorno dove l’arte non viene data per morta unicamente per il fatto che 7 T. Adorno, Aesthetic Theory, Minneapolis, University of Minnesota Press, 1997, p.349.
  • 23. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 23 di 158 si presenta come antitesi e momento totalmente altro rispetto all’ideologia e alla struttura economica ( e a questo punto sarebbe più onesto ricorrere ad Hegel che già molto prima in una sorta di avanguardismo rovesciato ed ante litteram dava l’arte per morta, per lui assorbita dalla filosofia ma noi potremmo dire dal trionfare del disincanto del mondo ), si sarebbe comunque costretti ad accettare, de facto, il trionfo della postmodernità, appunto caratterizzata dall’ uso spregiudicato della tradizione reinterpretata attraverso l’allegoria, la citazione e il montaggio ma in cui questi procedimenti sono ridotti a puro gioco combinatorio dove, al contrario delle avanguardie storiche, è completamente assente l’eroica tensione costruttiva verso la Gesamtkunstwerk e ad una mutazione antropologica che investi direttamente anche il politico. Ma come si era suggerito, questa impostazione denunzia innanzitutto una sorta di fallacia interpretativa intorno all’intima teleologia dell’avanguardia, in cui i procedimenti espressivo-linguistici altro non sono appunto che gli strumenti per operare un rovesciamento del disincanto del mondo capitalistico, un rovesciamento che, ne fossero più o meno consapevoli, è stato l’autentico primum movens di tutti i movimenti di protesta politica ed esistenziale che hanno costantemente turbato la stabilizzazione capitalistica del secondo dopoguerra. E un rovesciamento che, come nelle avanguardie storiche - anche se con minore consapevolezza teorica ma come in una sorta di tacita eredità culturale - sempre attraverso i principali procedimenti creativi delle avanguardie storiche questi movimenti continuavano ( e continuano ) a perseguire. Mentre in alcuni autori questo legame non viene rilevato limitandosi le loro interpretazioni a denunziare l’esaurimento delle avanguardie, per una sorta di ironia della storia il giudizio liquidatorio verso questi movimenti di protesta viene dato da colui che meglio di ogni altro ha saputo individuare questo nesso. Scrive infatti Hans Magnus Enzensberger nelle Aporie dell’avanguardia: E’ a Jack Keruac, il supremo comandante della setta Beatnik, canonizzato dai suoi partigiani come il Santo Jack, che noi dobbiamo la seguente massima, centrale nel suo “Credo”, insieme ad una indispensabile lista di infallibili procedimenti per lo scrittore : “ Sii sempre idiotamente distratto”. Questa frase può essere il motto per la corrente produzione di massa del tachismo, dell’arte informale, dell’acting painting, della poesia concreta, come pure di una larga parte della musica più recente.8 Se si è ad un passo dall’ “arte degenerata”, possiamo almeno dire che in Enzensberger, a differenza ad esempio che in Bürger,9 tutto proteso a formulare una 8 H. M. Enzensberger, “The Aporias of the Avant-Garde”, in P. Rahv (ed.), Modern Occasions, New York, The Noonday Press, 1966, p. 89. 9 P. Bürger, Theory of The Avant-Garde, Minneapolis, University of Minnesota Press, 1984. Oltre al saggio di Bürger, l’altro testo assolutamente seminale per una “teoria” dell’ avanguardia è R. Poggioli, The Theory of the Avant-Garde, Cambridge, Mass., Belknap, 1968. Secondo Poggioli l’ essenza dell’avanguardia poggia sulla resistenza dell’artista all’alienazione capitalistica. Le note
  • 24. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 24 di 158 “teoria dell’avanguardia” risolta unicamente nella critica alle avanguardie storiche e nell’assorbimento della loro carica antisistema nell’ambito dell’organizzazione commerciale e museale del mondo artistico, emerge chiaramente il legame fra avanguardia e le spinte radicali di critica al sistema. Che poi queste “aporie dell’avanguardia” siano viste come una sorta di “distruzione della ragione” questo fa parte dell’incapacità del marxismo classico ( ma sarebbe meglio dire scolastico ) di capire il cambiamento e della sua conseguente deriva verso il totalitarismo. Ma oltre al mancato abbinamento fra avanguardia e spinte antisistema ( Bürger ) o quando questo viene effettuato ad una sua valutazione di fondo negativa ( Enzensberger ), le classiche teorie dell’avanguardia soffrono di un elementare quanto fondamentale problema, il soffermarsi cioè unicamente sul mondo occidentale sviluppato retto da forme di stato liberaldemocratiche o presunte tali. E così fino a non molto tempo fa venivano totalmente ignorate tutte quelle esperienze avanguardistiche che nascevano al di fuori dell’Europa occidentale e degli Stati Uniti d’America ( considerando tuttalpiù distrattamente la sua diretta dépendance dell’America latina ). Hic sunt leones quindi per l’Africa e l’ Asia e scarsa e superficiale conoscenza anche per quanto avveniva oltrecortina, per l’ apparentemente ovvia ma anche del tutto errata considerazione che col realismo socialista non poteva svilupparsi alcuna forma d’arte diversa da quella consacrata ed autorizzata dallo stato . Se per quanto riguarda il cosiddetto “ Terzo mondo” sarebbero una buona volta da intraprendere, sul modello degli studi giuspubblicistici, serie ed approfondite indagini in merito al vicendevole scambio e recezione col “Primo mondo” dei modelli estetici e delle dinamiche della sociabilità dei gruppi dediti alla produzione artistica ( e il fatto che ciò non sia avvenuto è da attribuire al persistere di una superficiale mentalità coloniale ed anche al fatto che, almeno, fino a non molto tempo addietro, i cosiddetti studi culturalistici e di genere avevano una profondissima idiosincrasia verso tutto quello che avesse il pur minimo sentore di discorso estetico ), per quanto riguarda l’est Europa si doveva, da un lato, fare i conti con la narrazione liberaldemocratica per la quale tutto quanto veniva prodotto nei sistemi comunisti o era viziato all’origine per aver dovuto sottostare al diktat totalitario o doveva essere unicamente catalogato come dissenso, dissolvendo in questa comoda definizione tutte le varie soggettività e particolarità artistiche, e per l’altro, si doveva scontare lo storico ritardo della sinistra marxista per la quale affrontare l’argomento era, per farla breve, come parlare di corda in casa dell’impiccato. E invece, per una sorta di eterogenesi dei fini, possiamo affermare che se ci fu un luogo nelle coordinate spazio-temporali novencentesche dove l’avanguardia ha saputo mantenere vive le sue possibilità di trasmissione e reviviscenza dopo la caduta del muro di Berlino e attraverso ( come vedremo ) le reti digital-cibernetiche questo è il mondo dell’ex socialismo reale. Gesamtkunstwerk che seguiranno, pur facendo proprie le considerazioni di Adorno e Poggioli intorno all’ineludibilità del problema strutturale nel determinare il fenomeno arte e/o avanguardia, intendono indicare la possibilità di un rapporto autenticamente dialettico fra arte e momento strutturale, dove fra arte e il “resto del mondo” deve esistere ed esiste veramente la possibilità di un reciproco scambio ed influenza.
  • 25. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 25 di 158 Stalin,10 oltre il titolo del saggio nel quale Boris Groys magistralmente mette in rilievo che le avanguardie russe non lamentavano al sistema comunista la poca libertà ma la troppa libertà ( in quanto questa contrastava con la spinta totalitaria di rimodellamento ab imis della società su cui puntavano queste avanguardie ), sono due parole il cui potere euristico si spinge ben al di là della descrizione della situazione sovietica e in generale dei paesi comunisti e che ci forniscono anche la chiave interpretativa fondamentale del fenomeno avanguardistico e della produzione culturale più in generale: e cioè che storicamente ed empiricamente parlando le liberaldemocrazie mature non sono ambienti propizi per lo sviluppo di grandi imprese spirituali. E comunque, oltre alla mera evidenza che fu proprio in Unione Sovietica che l’avanguardia giocò la sua ultima carta di rimodellamento del mondo e oltre anche all’ altra ovvia ( ma non secondaria ) considerazione che l’arte nell’ex URSS e nel mondo sovietizzato fu sottratta coattivamente all’influenza, anch’essa totalitaria almeno nelle sue conseguenze, del “libero” mercato dell’arte ( possiamo paragonare la committenza dei partiti comunisti a quella praticata un tempo dalla Chiesa cattolico-romana, con tutti gli svantaggi ma anche i vantaggi che questa situazione comportava ), ciò che deve essere con forza sottolineata è la profonda affinità fra la mentalità totalitaria politicamente intesa e la mentalità totalitaria nel campo dell’arte d’avanguardia. Non fu legato a circostanze fortuite che i futuristi abbiano svolto un’azione parallela e di collaborazione/concorrenza col fascismo e non fu un caso che i suprematisti russi fossero, in un certo senso, più comunisti e totalitari di Stalin. Questo non significa, come vorrebbe una certa facile vulgata ma non ancora del tutto estinta, che i futuristi fossero fascisti e i suprematisti comunisti. Molto più semplicemente significa che le avanguardie vollero politicamente sposare sempre soluzioni politiche totalitarie11 perchè in queste vedevano la traduzione nella sfera pubblica dei loro ideali estetici. ( E in realtà i futuristi e i suprematisti potevano essere indifferentemente fascisti e comunisti, se non contemporaneamente sia l’uno che l’altro. Insomma, tutto fuorché liberali ). Come si sa, il “gioco” a chi era più totalitario alla fine risultò vincente per i totalitarismo politico e nel campo delle arti plastiche e figurative la sola arte consentita fu quella del realismo socialista. Ma questo non significa che una volta abbattuto il muro di Berlino, il disgregarsi del sistema sovietico comportasse una omologazione ai modelli occidentali. E se questa mancata omologazione a livello politico ha significato la fallita democratizzazione che sarebbe perfettamente inutile deprecare ( sarebbero semmai da spedire con pratica accelerata nella famosa pattumiera della storia tutti coloro che avevano predetto “la fine della storia”12 stessa, 10 B. Groys, Gesamtkunstwerk Stalin. Die gespaltene Kultur in der Sowjetunion, München-Wien, Carl Hanser Verlag, 1988 ( traduzione in italiano: Lo stalinismo ovvero l’opera d’arte totale, Milano, 1992 ). 11 Id., “More Total than Totalitarianism”, in Irwin (ed.), Kapital, Ljubljana, 1991; A. Hewitt, Fascist Modernism: Aesthetics, Politics, and the Avant-Garde, Stanford, Stanford University Press, 1993. 12 F. Fukuyama, The End of History and the Last Man, New York, Free Press, 1992.
  • 26. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 26 di 158 beotamente risolta nell’ oppiaceo e definitivo sistema liberaldemocratico ), a livello artistico ha permesso il riemergere di quelle avanguardie che erano sì state ferocemente represse dal totalitarismo comunista ma la cui persecuzione non aveva significato tanto una loro cancellazione ma bensì una loro ibernazione nelle profonde e oscure caverne delle società del socialismo reale.13 La Neue Slowenische Kunst ( NSK ) è l’esempio più convincente che la finis avanguardiae è stato un luogo comune della critica che, perlomeno, doveva rimanere confinato all’ Europa occidentale, e che questo errato giudizio non può essere salvato nemmeno ricorrendo all’adozione di un modello pluralistico a livello topologico (cioè affermando che, comunque, anche se limitata al mondo non comunista, la consunzione dell’esperienza storica di queste avanguardie aveva assunto un carattere più generale perché la loro fine era stata accompagnata anche dell’ esaurimento non solo sul piano pratico ma soprattutto teorico delle possibilità di un’espressione avanguardistica ), perché la NSK, fin dalla sua nascita agli inizi degli anni ’80, si propone non più solo come avanguardia ma molto più concretamente come retroavanguardia. Non si pensi di essere di fronte ad un giochino di parole, come quello inventato ad uso commerciale dai galleristi e dai critici d’arte, tipo post o transavanguardia. Se nel caso della post, della trans, o quant’altro si possa escogitare come specchietto per le allodole, si è di fronte, nella migliore delle ipotesi, a fiacche e svirilizzate fotocopie di quelle che furono le vere avanguardie ( e ad un qualche nuovo nome più o meno accattivante per ragioni di marketing del sistema artistico-commerciale occidentale si doveva pur ricorrere ), la definizione retro apposta davanti ad avanguardia significa nel caso dell’ NSK una duplice consapevolezza, teorica intorno al suo modus operandi e storica riguardo la sua responsabilità nei riguardi della società. Teorica innanzitutto perché se è vero come è vero che la caratteristica principale delle avanguardie del Novecento è stata la citabilità di tutti gli stili che le avevano precedute, questa libertà ed anche cinismo verso la tradizione deve riguardare, secondo la NSK, da un lato anche l’avanguardia storica stessa e dall’altro, non solo il realismo socialista ma anche l’arte totalitaria fascista e nazista e questo per l’assoluta buona ragione che sia il realismo socialista che l’arte totalitaria fascista e nazista frutto altro non furono della Gesamtkunstwerk politico-totalitaria profondamente affine all’arte totale delle avanguardie. Una applicazione pratica di questo retroprincipio della citabilità rivolto anche - se non soprattutto - alla negatività storica del nazismo e del socialismo reale fu da parte della sezione arti grafiche della 13 Per le forme di resistenza delle avanguardie durante i lunghissimi anni che in URSS e nell’Europa sovietizzata fu vigente la dura lex del realismo socialista, fondamentale Inke Arns, Subversive Affirmation. On Mimesis as Strategy of Resistance. Attualmente su http://www.projects.v2.nl/~arns/Texts/Media/Arns-Sasse-EAM-final.pdf . Per quanto invece riguarda la condizione dell’arte nell’ultimo scorcio di vita del socialismo reale, fondamentale A. Erjavec, J. Martin, B. Groys, Postmodernism and the Postsocialist Condition. Politicized Art under Late Socialism, Berkeley, University of California Press, 2003.
  • 27. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 27 di 158 NSK ( la NSK è composta da varie sezioni, i cui nomi ed anche le suddivisioni stesse sono cambiati nel corso del tempo ma che nel loro insieme, pur mantenendo ciascuna di queste ripartizioni una loro autonomia, intendono rappresentare unitariamente l’intera gamma di tutte le forme di espressione artistica), la produzione nel 1987 di un manifesto in occasione della celebrazione annuale della giornata della gioventù iugoslava. Il manifesto vinse il primo premio divenendo l’immagine propagandistica ufficiale dei festeggiamenti e, con grande sfortuna della nomenklatura politica e culturale che l’aveva scelto, subito dopo si scoprì che il manifesto altro non era che una copia quasi letterale di un manifesto nazista degli anni Trenta. In pratica, il tiro mancino dell’NSK consistè nel riprodurre tale e quale un baldo ed atletico giovanotto ariano che a torso nudo e in posa plastica esaltava “le magnifiche sorti e progressive” del Reich millenario, sostituendo la bandiera tedesca che questo reggeva con la bandiera della federazione iugoslava e l’aquila nazista in cima all’asta con una pacifica colomba. Ne seguì un enorme scandalo, poco mancò che i componenti della NSK non venissero incarcerati ma il triste epilogo della storia ( almeno per coloro che ancora credevano nella vitalità della federazione iugoslava ) fu che il 1987 fu l’ultimo anno che questi festeggiamenti vennero celebrati. Quale il senso dell’operazione montata in quell’ormai lontano 1987 dalla NSK? Sul piano meramente artistico, l’ integrale applicazione del retroprincipio che si basa sulla piena citabilità di ogni frammento espressivo del passato ( in questo caso dell’arte nazista che con sottile e feroce ironia la NSK dimostrava essere del tutto affine alla retorica figurativa comunista ). Ma se si fosse trattato solo di questo, tanto di cappello al coraggio dimostrato - si rischiavano anni di carcere per fortuna poi non scontati in ragione della incombente dissoluzione della federazione jugoslava - ma si sarebbe trattato solo di un’operazione di demistificazione dell’autoritarismo comunista dell’establishment iugoslavo giocando sull’ignoranza dell’arte nazista da parte della commissione giudicatrice del concorso. Una sorta, insomma, di goliardata, che, se anche molto rischiosa, non avrebbe colpito al cuore l’immaginario dell’ideologia comunista. Si trattava, invece, di qualcosa di altro e di ben diverso. Se da un lato, al livello più esteriore, gli autori del manifesto intendevano segnalare una affinità iconografica fra l’arte comunista e quella nazista, dall’altro, alla luce del retroprincipio che impone la piena e reale citabilità di ogni stile artistico, compresi quelli totalitari, essi non volevano ironicamente indicare che l’arte nazista e quella comunista fossero per le loro similitudini entrambe da condannare ma, al contrario, in solido da salvare, o almeno da citare. Si trattava, insomma, di un “balzo di tigre” verso il passato, solo che ora dal Jetztzeit benjaminiamo scaturiva una inquietante monade che non univa più la rivoluzione ad un momento della storia oggetto da sempre della mitizzazione da parte dell’ideologia rivoluzionaria di sinistra ( come ad esempio il movimento spartachista, la Roma repubblicana, la Rivoluzione francese o la Rivoluzione sovietica ) ma con quello che da sempre è considerato il suo demoniaco rovescio, il fascismo ed il nazismo e , ancor peggio, ciò non al fine di dimostrare almeno la loro comune negatività ( una analogia che in finale di partita della repubblica federale iugoslava poteva trovare, almeno in linea di principio, dei
  • 28. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 28 di 158 sostenitori ) ma di dimostrare la piena citabilità, artistica in primo luogo ma poi anche politica, di entrambi. Se come dicono gli inglesi, il giudizio se un budino è buono lo si può formulare solo assaggiandolo e se adottando per analogia lo stesso principio empiristico il giudizio sulla bontà di un’avanguardia è la sua dimostrata capacità di operare provocazioni non solo esteriori ma anche, e soprattutto, nell’ inespresso inconscio dei nostri sogni ed incubi, l’operazione che fu condotta col manifesto dall’ NSK era stato il segnale della resurrezione dell’avanguardia. Ma a questo punto sorgeva un problema, sulla cui soluzione - o, come vedremo, sulla sua perenne non soluzione - si giocava tutta la credibilità della NSK. Riguardo infatti alla responsabilità verso la società, un punto fondamentale era - in quanto da vera avanguardia la NSK non poteva rifugiarsi nella turris eburnea dell’arte per l’ arte o, se vogliamo, nella provocazione per la provocazione - come metterla col fatto che il retroprincipio rischiava di trasformarsi nella piena citabilità del nazismo ?, e cioè per parlare con un chiaro linguaggio politico, che il retroprincipio sembrava presentarsi come il più pericoloso tentativo - perché portato avanti con strumenti espressivi raffinatissimi che non erano certo quelli dei naziskin e del revivalismo nazifascista - di rendere rispettabile e riproporre il più bestiale totalitarismo del Novecento? Come s’è detto la soluzione fu appunto una non soluzione ma non nel senso che si volle evitare di affrontare il problema ( ciò avrebbe avuto l’inevitabile risultato di rubricare la NSK o come una larvata apologia del nazifascismo o al più, come una bizzarra manifestazione di nazicomunismo il cui interesse in sede teorica sarebbe semmai stato simile a quello che in campo bioetico si potrebbe avere intorno al problema se sia più o meno lecito mantenere in vita in laboratorio i bacilli del vaiolo, la vexata quaestio, cioè, se si sarebbe dovuta tollerare l’ esistenza dell’ennesimo gruppuscolo neonazifascista ) ma nel senso che la NSK adottò ogni azione possibile perché il problema fosse al contempo pubblicamente all’ordine del giorno ( e chiarito in senso antifascista ) ma rimanesse costantemente nella pratica artistica ambiguamente irrisolto. Concretamente cosa significò questo ? Da una parte significò che l’ NSK non indietreggiò di un solo millimetro nell’ impiego delle fonti estetiche comuniste e nazifasciste ( con provocatorie contaminazioni nelle arti figurative, negli happening teatrali ed anche nella musica pop, di cui parleremo fra breve ), che continuarono ad essere assemblate in una inestricabile fantasmagoria nazicomunista. Ma dall’altra significò anche disvelare apertis verbis la strategia comunicativa del gruppo, il cui scopo non era assolutamente compiere sgangherate ed orribili apologie ma dimostrare la pericolosità del totalitarismo, evidenziata però non attraverso la sua ridicolizzazione ma facendo emergere quegli elementi di fascinazione che costituiscono l’appeal delle estetiche e delle politiche totalitarie. Si trattava insomma, di una sorta di inversione ad U della strategia del teatro epico brechtiano dello straniamento dove all’emersione del problema attuata attraverso una rappresentazione distaccata che impedisce l’immedesimazione e che è quindi propedeutica ad un approccio razionale e al conseguente superamento del problema,
  • 29. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 29 di 158 si preferisce, al contrario che in Brecth, una integrale identificazione con lo stesso, anzi, per usare la terminologia della NSK, una sovraidentificazione. Il compito di rendere nota questa strategia del gruppo fu affidata all’oggi notissimo filosofo politico Slavoj Zizek, il quale in numerosi suoi interventi pubblici (interviste, saggi, articoli ) volle dimostrare perché la NSK non ha nulla a che spartire con il fascismo ma è da considerarsi invece come uno dei suoi più sottili e temibili avversari.14 A tutt’oggi non sappiamo se ci fu un espresso incarico affidatogli dalla NSK o se questo fu un ruolo che Zizek volle ritagliarsi di sua iniziativa e poi accettato dalla NSK ( Zizek non appartiene infatti strictu sensu alla organizzazione e le interviste rilasciate dai membri del gruppo e dallo stesso Zizek non aiutano a risolvere il problema ), quello che invece importa è che attraverso Zizek il retroprincipio della citabilità anche dell’incitabile acquista una sua cittadinanza nel mondo del polically correct in combinazione con il principio della sovraidentificazione, la cui applicazione permette d’esperire e rivivere i momenti estetici del totalitarismo che sono poi propedeutici ad una successiva presa di distanza dallo stesso. Questa è la teoria su cui si può più essere o meno d’accordo ( noi la riteniamo convincente sia per quanto riguarda le “buone” intenzioni politiche del gruppo sia dal punto di vista teorico ) ma che, un po’ come il fantoccio benjaminiamo del materialismo storico che necessita per vincere del nano della teologia che si nasconde sotto il tavolo, ha bisogno per essere funzionante di un elemento che la teoria non può né dire né renderci visibile: e cioè che, pena la riduzione della sovraidentificazione totalitaria in una grottesca, disgustosa ed inutile mascherata nazifascista, la sovraidentificazione deve poter comprendere il rischio concreto che si trasformi in reale apologia di quello che sinceramente si voleva dominare e sconfiggere. Abbiamo detto che NSK è una sigla che comprende diversi gruppi avanguardistici presenti nei vari settori delle arti e uniti dai medesimi ideali e procedimenti artistici. Ora, la sezione della NSK dove il principio della sovraidentificazione ha avuto più larga applicazione ed anche il maggior successo ed impatto di pubblico è il gruppo musicale Laibach. Abbiamo altrove già parlato dei Laibach15 e basti dire che la loro musica appartiene al genere industrial, un industrial, nel caso specifico di questa band slovena, in cui la parte ritmica sovente richiama marce o motivi militari e la costruzione armonica riecheggia la lezione wagneriana. Se considerati dal punto di vista di una propria produzione originale, il gruppo potrebbe esibire un palmarès 14 A. Monroe ( foreword by Slavoj Zizek ), Interrogation Machine. Laibach and NSK, Cambridge, Mass., MIT Press, 2005. Tuttavia possiamo considerare l’intervento più importante di Zizek intorno al problema Laibach-fascismo Everything Provokes Fascism ( an Interview with Slavoj Zizek), reperibile presso l’indirizzo internet http://sitemaker.umich.edu/herscher/files/everything_provokes_fascism.pdf . 15 M. Morigi, S. Salmi, Cyberfascismus: il domani appartiene a noi ( Aesthetica Fascistica IV ), relazione presentata al V Colóquio Internacional Tradição e Modernidade no Mundo Ibero- Americano. Rio de Janeiro 28-30 de maio de 2008.
  • 30. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 30 di 158 particolarmente deludente, in quanto i suoi maggiori successi sono delle cover, che nella terminologia dell’industria dicografica significa semplicemente il rifacimento di pezzi musicali composti da altri. Poco varrebbe a questo punto rammentare che uno dei principali moduli espressivi delle avanguardie è la disinvolta citazione degli stili ed anche dei concreti prodotti artistici del passato e ancor meno varrebbe, per quanto riguarda la NSK, giustificarsi col retroprincipio, che, abbiamo già detto, significa portare il principio della citabilità alle sue estreme ( e pericolose ) conseguenze, se in tutti questi anni le proposte musicali dei Laibach non fossero risultate altro che pigri rifacimenti di cose fatte da altri. Ma il punto è proprio questo. Molto spesso non solo le cover dei Laibach risultano molto migliori degli originali ( già solo questo potrebbe essere un ottimo risultato ma al quale si potrebbe replicare con la considerazione che chi viene dopo anche se nano vede più lontano di un gigante perchè si arrampica sulla sua testa ) ma queste cover riescono letteralmente a capovolgere, fornendo un’intensa coloritura fascista e marziale, lo spirito originale dei pezzi, che in ossequio alla cultura pop sono sempre inni ad una visione non gerarchizzata della società nella quale siano bandite l’autorità, la guerra e la repressione sociale. Uno dei più perfetti esempi di totale rovesciamento del senso musicale e culturale operato dai Laibach è “Live is Life” degli Opus. Per farla breve, nella versione originale degli Opus, “Live is Life” era una stucchevole canzoncella reggae-pop che esaltava un facile carpe diem. Nelle mani dei Laibach, come altrove abbiamo già sottolineato,16 “Life is Life” ( il nuovo titolo leggermente modificato dal gruppo ) diviene un terribilmente coinvolgente inno ai peggiori miti fascisti e nazionalsocialisti. Le nuove parole del testo non parlano più della bellezza del “lasciarsi andare” ma esaltano la terra, il sangue, il popolo e la sublimità dell’eterno ritorno ( cosa importa infatti se il nazifascismo è stato l’incarnazione del male ed è stato alla fine sconfitto se ha saputo sviluppare attimi ineffabili di eternità, questo è l’evidente messaggio ) e la musica che accompagna, pur rispettando quasi alla lettera l’originale degli Opus, in virtù di una geniale orchestrazione ( uso dei fiati anziché delle chitarre e percussioni bandistiche al posto della batteria ) si trasforma in una delle più coinvolgenti marce militari che siano mai state udite. Se quello che si cercava ( ed era proprio quello ) era una sovraindentificazione con i miti nazifascisti, il risultato è stato pienamente raggiunto perché anche a costo di vergognarsene ( ed anzi il proposito era proprio far provare un profondo piacere estetico verso una cosa che razionalmente si disprezza ), dopo aver ascoltato “Life is life” non si può, a meno di non essere insinceri verso sé stessi, non rimanere assolutamente affascinati da questa fantasmagoria nazifascista.17 Un altro esempio di pari forza degli stravolgimenti operati dai Labach è “Geburt einer Nation”, che è la cover di “One Vision” dei 16 Ibidem. 17 Anche Susan Sontag se ne sarebbe vergognata ma, contrariamente alle nostre tesi, avrebbe risolto il problema dicendo che “Life is Life” non è altro che un monumento al peggior kitsch neonazista. Per un visione del pensiero della Sontag in merito sul rapporto fra arte, nazismo e fascinazione che questo può indurre anche in chi non lo è ma anche su quanto una impostazione rigidamente politically correct ( quella della Sontag per intenderci), pur animata dalle migliori intenzioni, sia “propedeutica” a sviluppare un bel paio di paraocchi, cfr. il celeberrimo e, ahinoi, troppo celebrato S. Sontag, Under the Sign of Saturn, New York, Farrar-Straus-Giroux, 1980.
  • 31. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 31 di 158 Queen. Se c’ è da dire che a ben guardare già in “One Vision” si potevano cogliere vischiosi grani di spirito fascista ( ma non ci risulta che nessuna critica musicologica abbia evidenziato che la pulsione per un pensiero unico di “One Vision” contenesse germi di autoritarismo e questo comunque la dice lunga sul livello culturale dell’ odierno stato dell’arte nel campo ), “Geburt einer Nation” risulta essere la prima esplicita ( e terribilmente coinvolgente) messa in musica degli “ideali” del totalitarismo nazista sfruttando ( e stravolgendo) gli stilemi espressivi ed ideologici del pop ( mentre “Life is Life” esaltava piuttosto i miti - terra, sangue, popolo, eterno ritorno - che precedono tale ideologia ). Per non dilungarci nell’esegesi che in parte riprenderebbe quanto già detto per “Life is Life” basterà accennare al fatto che il titolo “Geburt einer Nation” è un’espressa citazione del celebre film “Birth of a Nation” di Griffith e per rimanere in tema Stati Uniti quel che più importa è che le prime note di “Geburt” sono un diretto calco, con una ironicamente spiazzante riscrittura metallica e marziale, dell’attacco di “ The Star Spangled Banner”, l’inno nazionale degli USA. Segue poi senza soluzione di continuità l’usuale e riuscitissimo stravolgimento, in questo caso di “One Vision”, che ancora una volta ci fa capire a quale livello di fantasmagoria nazifascista possa precipitarci la cinica, spietata e geniale applicazione dei procedimenti del retroprincipio e della sovraidentificazione. La data di pubblicazione sia di “Life is Life” che di “Geburt einer Nation” è il 1987 e al periodo furono tratti da questi due brani anche due videomusicali ( e che vedevano i membri del gruppo Laibach in pose e abbigliamenti marziali e richiamanti l’immaginario nazionalsocialista ), di cui tralasciamo la descrizione tranne che per dire che contribuivano assai incisivamente alla narrativa nazionalsocialista già molto efficacemente ( e terribilmente ) svolta dalla musica.18 Fin qui tutto bene ( o tutto male se si vuole ma noi siamo convinti tutto bene perchè il totalitarismo fu l’espressione di profondissime e radicate pulsioni e nessuno meglio delle produzioni artistiche della NSK e della musica dei Laibach è capace di farcelo comprendere ) ma i problemi posti dalla sovraidentificazione erano destinati a riproporsi decuplicati con il tumultuoso sviluppo del Web. E per quanto riguarda in particolare i Laibach, accade ora che le loro produzioni videomusicali che se certamente non riservate ad una ristretta élite non per questo si può proprio dire che raggiunsero la vastissima popolarità cui possono attingere i tradizionali gruppi pop, sono state immesse nella rete, - in particolare tramite il website You Tube - e sono così alla portata di tutti, anche di coloro che con l’avanguardia, il retroprincipio e la sovraidentificazione non hanno apparentemente nulla da spartire. Se da un certo punto di vista il non essere a conoscenza di questi principi - o esserne estranei culturalmente - porta l’esperimento estetico all’espressione massima della sua entelechia, in quanto come abbiamo già rilevato il gioco della sovraidentificazione non ha senso, pena la sua trasformazione in una stupida mascherata nazifascista, se non si materializzasse concretamente il rischio effettivo e reale che il significante totalitario estratto dal suo contesto storico 18 Cliccando su http://www.youtube.com/watch?gl=IT&hl=it&v=1YE_j0xIsJA si può prendere visione del videomuisicale di “Geburt einer Nation”. Per il videomusicale di “Life is Life” si veda nota successiva.
  • 32. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 32 di 158 anziché operare un disvelamento del suo significato totalitario operi con esso un ricongiungimento, se non esistesse cioè il rischio che la sovraidentificazione totalitaria si traducesse in una autentica adesione al totalitarismo, questo rischio, quando la platea di fruizione era in fondo abbastanza ridotta ed anche sufficientemente informata, era da un lato remoto ed anche qualora in qualche sporadico caso si fosse manifestato ( come talora è accaduto ), costituiva comunque una vicenda di ridotte dimensioni e di relativamente facile gestione politica. Con l’immissione dei videomusicali dei Laibach nella rete il discorso cambia radicalmente. E che cambi radicalmente non è solo un nostro timore suscitato dall’immenso allargamento della platea di ascolto ma anche dal fatto che questi videomusicali possono prima essere modificati dai gruppi cyberfascisti che popolano la rete per poi venire di nuovo immessi nel Web. Come è accaduto per esempio per “Life is Life” dove nella nuova versione immessa in You Tube non dai Laibach ma da alcuni utenti nazisti della rete, le immagini originali di riferimento ( già cariche di forte simbologia nazifascista ma che esigevano comunque uno sforzo interpretativo e quindi ponevano un limite alla sovraidentificazione ) sono state sostituite con le bellissime immagini del “Triunph des Willens” di Leni Riefensthal. Bellissime ma anche dannatamente ed espressamente naziste, attraverso la visione delle quali si può concludere senza tema di essere stati precipitosi che in questo caso la sovraidentificazione è sfociata nell’apologia e che quindi “Life is Life” è stata fatta propria o da qualcuno che si è convinto, non conoscendo le basi teoriche del gruppo avanguardistico NSK e dei Laibach, della bontà del nazismo attraverso la visione ingenua del loro video originale o da qualcuno che già nazista ha ritenuto comunque il videomusicale “Life is Life” un buon punto di partenza per propagandare il suo infame credo. E il problema in tutta questa vicenda non consiste tanto nello stravolgimento delle intenzioni dei Laibach ma piuttosto nel fatto che, per assurdo, è avvenuto il suo esatto contrario in quanto, in primo luogo, non ci si può certo appellare ad un concetto di autorialità in quanto il principio avanguardistico della (retro)citazione tende a dissolvere e il concetto di opera originale e della personalità individuale dell’artista su cui poggiava la vecchia concezione dell’ opera d’arte ( “Life is Life” è tutto fuorché un originale e se c’è una cosa che manca a questo prodotto artistico è l’auraticità ) e, in secondo luogo, è tutto da dimostrare che questa mutazione maligna della sovraidentificazione in un’accettazione tout court del nazismo sia un effetto non desiderato dai Laibach19 e questo non perché essi siano nazisti ma per la semplice buona ragione ( anche se dura da accettare ) che la segnalazione degli eterni pericoli della mentalità totalitaria risulta estremamente difficile, se non impossibile, se alla fine questo totalitarismo sprofonda nell’inconscio e abbandona apparentemente del tutto il campo del politico. 19 Il video originale “Life is Life” dei Laibach è reperibile presso l’ indirizzo http://www.youtube.com/watch?v=JbB1s7TZUQk mentre “Life is Life” ad opera dei fan nazisti della band slovena e dopo la “cura” Leni Riefensthal è sempre presso You Tube cliccando su http://www.youtube.com/watch?gl=IT&hl=it&v=vVHq0gViMLU .
  • 33. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 33 di 158 Se le cose stanno come le abbiamo ipotizzate è allora di tutta evidenza che il Web rappresenta per il gruppo Laibach una sorta di definitiva ed ultima frontiera sulla quale collocare il loro progetto avanguardistico e aggiungendo una ultima e sostanziale differenza rispetto alle avanguardie storiche del Novecento, le quali, limitate dalla tecnologia del tempo proponevano le loro ricerche espressive a ristrette élite e superando sempre con grande difficoltà il ristretto limes della nazione. Ora, di fatto, il progetto avanguardistico dei Laibach si mostra all’immenso transnazionale mare magum degli utenti del Web. Questo sovvertimento dei luoghi di fruizione del messaggio avanguardistico reimposta nei Laibach radicalmente i termini dell’estetizzazione della politica ( l’obiettivo ultimo delle avanguardie storiche ), che, da obiettivo da realizzarsi in primo luogo all’interno dei confini nazionali e poi successivamente extra moenia, trova ora la sua epifania ineluttabilmente traslata e inverata sulle reti telematiche. Questa traslazione dà a sua volta origine ad una sorta di avanguardia di secondo livello che, a differenza dei fruitori delle avanguardie storiche, in virtù delle nuove possibilità della tecnologia informatica, opera ed interagisce sui risultati di quella che possiamo ora chiamare l’avanguardia di primo livello. Se nel progetto dei Laibach il Web svolge quindi l’importantissimo ruolo del disvelamento e della riattivazione del “lato oscuro” del principio di sovraidentificazione ( che rischiava di perdere la sua efficacia sia perché ormai troppo conosciuto - e quindi di fatto disinnescato - ed anche perché dopo gli anni Ottanta era avvenuta la dissoluzione del mondo totalitario comunista - non avendo molto più senso sovraidentificarsi con una mentalità totalitaria che non trovava più i suoi referenti politico-statali ), innescando un inedito rapporto fra un’avanguardia di primo livello e una di secondo livello ( al di là dell’inaccettabilità del messaggio, i prodotti estetici ottenuti attraverso la citazione dei lavori “originali” dei Laibach, sono, come abbiamo visto, anch’essi di assoluto alto livello e denunziano, da parte dei cyberfascisti, non la conoscenza teorica ma, nella prassi, sicuramente l’ormai consolidata intuitiva applicazione dei procedimenti tipicamente avanguardistici ), i Laibach operano in questo modo una affascinante ( ma anche estremamente pericolosa ) mutazione dell’originale messaggio di estetizzazione della politica, così come era stato svolto all’inizio nell’era preinternet da questa avanguardia slovena. Mentre i Laibach erano e sono profondamente consapevoli dei pericoli insiti nel rapporto fra estetizzazione della politica e fascismo, è di tutta evidenza che queste avanguardie di secondo livello intendono ripercorrere tout court, e a livello estetico ed anche di politiche pubbliche, le esperienze totalitarie fasciste del Novecento. Quello che perciò si può dire della odierna strategia dei Laibach riguardo al Web è che ponendosi come cyberavanguardia di primo livello ci mettono così di fronte ad un progetto che ha abbandonato totalmente ogni legame con una seppur minima Aufklärung, perché si basa sull’evidente degrado morale del messaggio avanguardistico innescato dalla sua trasmissione/reimmissione sulle reti telematiche ma, al tempo stesso, in una sorta di estrema fedeltà al proprio mandato artistico, nel mantenimento delle valenze estetiche di questo messaggio, che vengono comunque recepite, e a volte anche potenziate, dalle avanguardie di secondo livello, che pur
  • 34. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 34 di 158 avevano ingenerato il suo azzerramento morale. Questa nuova dialettica fra superidentificazione/abbassamento etico del messaggio/innalzamento della potenza estetica rende del tutto incomparabile l’ operazione dei Laibach con quella di altre formazioni industrial presenti nel Web, magari simili a livello di scelte di genere musicale ma in cui l’esplicito ed inequivocabile viraggio totalitario operato attraverso i gruppi cyberfascisti non viene assolutamente accettato ( il riferimento cade inevitabilmente sul gruppo musicale Rammstein direttamente responsabile di videomusicali di chiara e torva - ancorché debolmente dissimulata - ispirazione nazista, vedi il caso di “Reise Reise” dove viene utizzato “Das Triunph des Willens” di Leni Riefenstahl o di “Stripped” dove sempre si ricorre per il supporto d’immagine alla Riefensthal con “Olympia” ma che, quando i supporter si permettono di mettere in rete una versione “migliorata” di “Stripped”, ancor più apologetica dell’originale, dove accanto ad “Olympia” scorrono le immagini della presa al potere del nazismo, per esempio il rogo dei libri - visto da questi fan nazisti in chiave del tutto positiva - dopo non molto il video viene ritirato per ordine, evidentemente, dei Rammstein stessi, i quali così facendo dimostrano una notevole coda di paglia e certamente intenti poco avanguardistici ma molto commerciali, i.e. non curandosi delle terribili conseguenze, sfruttare cinicamente i gruppi neonazisti che infestano la Germania e l’ Europa ma, nel contempo, praticare un’occhiuta sorveglianza sui propri videomusicali per potersi salvare dall’accusa di essere nazionalsocialisti ed evitare così probabili boicottaggi ).20 In conclusione, l’odierno progetto dei Laibach riguardo al Web si ricollega direttamente, più che ad un’idea costruttivistica tipica delle vecchie avanguardie 20 “Stripped” in una versione autorizzata dai Rammstein: http://www.youtube.com/watch? v=bbUej2HRKaY e l’indirizzo You Tube che ospitava la versione “migliorata” dai fan ma rimossa su disposizione degli stessi Rammstein: http://www.youtube.com/index? ytsession=ZELk2n3MdkWV2Asyjlkf4Vrn7aSnyIRi88wp1QWaoVjYVN-DQHp1deI8BjkV_ pacmTJamus7vwxg9j3- HfiQ0Dwa4xGgPZPhn6lCb8N4jPtx4q4vYqVegOc_q0KuQVa3BPorb2zC8VbGFUKbqYqM11Oc 0VqKq5jwl8k3xqWCFiMI9FY8nDOPbdTcAyDyZzmRl9ERtOydYb10yS1bHQv_zMXvBZ15t2e-yd4N5PjAB0IjLtgKtVBc7fX2olCxO- 4THMn1SfWD0oPk9nk-_IoE6LQwaOIhOudat-tzzOno2NBKlZLv2AbVshA6AhurnTM4PL6HXf- 6LeHYGmeIYc6f7t3crmqR9kLY. Prima di tale rimozione abbiamo comunque provveduto a scaricare questa versione presso il nostro Archivio Storico Digitale Massimo Morigi-Stefano Salmi ( ASDMMSS ).
  • 35. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 35 di 158 ( futurismo, suprematismo, surrealismo ) all’origine filosofica dell’avanguardia storica, a Nietzsche e al suo amor fati, verso il quale il miglior suggello del suo percorso filosofico ed esistenziale - e Stella Polare anche della band slovena - potrebbe esser ben riassunto nel suo “naufragium feci, bene navigavi”. Si tratta di un passo decisivo rispetto alle vecchie estetizzazioni politiche tipiche delle avanguardie novecentesche, in cui il totalitarismo non veniva vissuto come incombente tragedia ma solo come possibilità superomistica e in cui era completamente assente la percezione della dimensione demoniaca di fine di civiltà che alla fine doveva essere innescata da una Gesamtkunstwerk politico-estetica che senza mediazioni si volle riversare sul corpo vivo della società. In questo modo l’azione dei Laibach continua a mantenere anch’essa un altissimo livello di potenzialità tragiche ( come abbiamo visto la risposta sul Web che essi suscitano da parte di gruppi cyberfascisti è terribilmente angosciante ) ma risulta anche radicalmente sovversiva verso una piatta stabilizzazione liberaldemocratica e la sua ideologia che ha a tutt’oggi dimenticato ogni seppur minima genealogia con l’idea, dinamica e responsabilizzante, dell’antica Res Publica costantemente armata e all’erta contro i pericoli esteriori ed interiori che continuamente minacciano di dissolverla, configurandosi perciò questa azione “totalitaristicamente” eversiva riguardo tutte le ipotesi di fine della storia e di cessazione postmoderna delle narrative, una afasia sociale, storica e politica che, di fatto, si presenta come la negazione più assoluta di una pubblica Vita Activa e quindi come il peggiore dei fascismi. In questo senso l’ operato dei Laibach più che un servizio reso al totalitarismo, come vorrebbero i loro detrattori ( secondo i quali il gioco della sovraidentificazione sarebbe sostanzialmente scappato di mano ) si configura, questo sì sul solco delle avanguardie storiche, come una “interrogation machine”21 le cui domande e citazioni, proprio perchè inquietanti, le nostre ormai perse e confuse liberaldemocrazie non possono certo illudersi di poter ignorare se vogliono darsi un’estrema possibilità di ripercorrere la loro antica strada repubblicana per ora del tutto smarrita. Encuentros en el Sur PODER, COMUNICACIONES Y PROPAGANDA Sala de Juntas, Edificio Millares Carlo, Campus del Obelisco, Universidad de Las Palmas de Gran Canaria Desde 25-11-2009 hasta 26-11-2009 MASSIMO MORIGI 21 A. Monroe ( foreword by Slavoj Zizek), Interrogation Machine, cit.
  • 36. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 36 di 158 DIALETTICA DEL POSTMODERNISMO: SUI VECCHI (E NUOVI) FASCISMI E LA FINE E (L’INIZIO) DI VECCHIE (E NUOVE) MESSIANICHE METARRAZIONI Indubbiamente, se non rischiasse di risultare irriguardoso per le vittime, paragonare una vicenda, il fascismo, che fu il catalizzatore della catastrofe per antonomasia della civiltà occidentale con una Weltanschauung, il postmodernismo, che è rimasta dopotutto confinata, anche nei momenti della
  • 37. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 37 di 158 sua maggiore fortuna, a ristretti ambiti accademici, si potrebbe ben dire con Marx che la storia si ripete sempre due volte: “la prima volta come tragedia, la seconda volta come farsa”.22 Ma, nonostante l’inevitabile ritegno che ci tratterrebbe dall’accostare una tragedia che ha distrutto e devastato milioni di vite umane con una pagliacciata che ha direttamente danneggiato solo il cervello di un relativamente ristretto numero di intellettuali,23 parte dei quali per soprammercato, con lo “scherzetto” del postmodernismo ha potuto lucrare su comode carriere universitarie ed anche su una visibilità pubblica come maîtres à penser, riteniamo che l’accostamento debba essere mantenuto, e questo non solo per la semplice buona ragione che fra fascismo ed ideologia del postmoderno siamo in presenza di analogie che ad una analisi un po’ meno che superficiale emergono evidenti ma perché, molto di più, il postmodernismo, oltre alla sua evidente espressività sintomatologica dell’attuale fase postideologica, deve essere inquadrato come il più subdolo tentativo di “rimozione” di quello che ha significato la II guerra mondiale e il fascismo che ne è stato all’origine. In realtà, mai come in questo caso, la farsa si presenta così strettamente intrecciata alla tragedia, una sorta di sua caricatura che per darsi importanza indossa i coturni ed atteggia la voce ed il portamento, ma se vogliamo usare un’allegoria ancor più perspicua al nostro caso, il postmodernismo altro non è che il nano nascosto dentro l’automa che gioca a scacchi. Con una non piccola differenza rispetto alla prima tesi di filosofia della storia di Benjamin. Qui il nano postmoderno è tutt’altro che infallibile (alla fine sbaglia tutte le mosse) e sarebbe stato quindi del tutto sconsigliabile da parte del fascismo assumerne i servizi.24 Ma siccome fra i due compari più che una sorta di collaborazione vige, ancor più di un rapporto simbiotico, un rapporto speculare anche se mediato da uno specchio deforme riflettente distorte immagini (infatti, non c’è nessun pensatore postmodernista, che non si sia dichiarato – e probabilmente superficialmente in buona fede – come il più fiero avversario di ogni totalitarismo, fascismo compreso ça va sans dire), questo servizio anche se non richiesto, di fatto, è sempre stato reso. Che la “cattiva coscienza” del postmodernismo non sia solo rilevata dalla sua presuntuosa certificazione di morte di ogni metarrazione fatta eccezione, ovviamente, per la propria (una affermazione che al di là delle dichiarazioni di facciata antitotalitarie, lascia però in vita una sola metanarrazione, quella postmoderna appunto. Almeno il pensiero reazionario nel rifiuto della rivoluzione francese manteneva la barra dritta sulla trascendenza e quindi la possibilità di una dialettica fra terreno ed ultraterreno e per il fascismo il rifiuto del mondo scaturito dall’ ’89 significava sì l’abbandono delle idee universalistiche ma un abbandono attuato attraverso una dialettica almeno tutt’altro che pacifica e condivisa) ma si manifesti, anche al di fuori della sue elucubrazioni, come un sorta di sintomo più rivelatore di mille trattati di psichiatria è del resto la storia dei suoi fasti (e nefasti ) a rendercene chiaramente edotti. Certamente di fronte al “Il n’y a pas de hors-texte” sostenuto con tanto zelo da Derrida, il primo istinto sarebbe quello di applicare a 22 Karl Marx, Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte, Roma, Editori Riuniti, 1991, p.7. 23 Richard Wolin, The seduction of unreason: the intellectual romance with fascism: from Nietzsche to postmodernism, Princeton (N.J.), Princeton University Press, 2004; Fredric Jameson, Tardo marxismo. Adorno, il postmoderno e la dialettica, Roma, Manifesto Libri, 1994; Id., Postmodernismo ovvero la logica culturale del tardo capitalismo, Roma, Fazi Editore, 2007; Terry Eagleton, Le illusioni del postmodernismo, Roma, Editori Riuniti, 1998. 24 “Si dice che ci fosse un automa costruito in modo tale da rispondere, ad ogni mossa di un giocatore di scacchi, con una contromossa che gli assicurava la vittoria. Un fantoccio in veste da turco, con una pipa in bocca, sedeva di fronte alla scacchiera, poggiata su un’ampia tavola. Un sistema di specchi suscitava l’illusione che questa tavola fosse trasparente da tutte le parti. In realtà c’era accoccolato un nano gobbo, che era un asso nel gioco degli scacchi e che guidava per mezzo di fili la mano del burattino. Qualcosa di simile a questo apparecchio si può immaginare nella filosofia. Vincere deve sempre il fantoccio chiamato “materialismo storico”. Esso può farcela senz’altro con chiunque se prende al suo servizio la teologia, che oggi, com’è noto, è piccola e brutta, e che non deve farsi scorgere da nessuno.” (Walter Benjamin, Tesi di filosofia della storia, in Id., Angelus Novus. Saggi e frammenti, a cura di Renato Solmi, Torino, Einaudi, 1995, p.75). Al contrario di Benjamin che per far vincere il materialismo storico voleva assumere a servizio la piccola e brutta teologia, al nuovo fascismo rappresentato dall’attuale fase postdemocratica e turbocapitalistica può inizialmente essere stata funzionale l’assunzione a mezzo servizio dell’ideologia postmodernistica. Ma allo scadere del Secolo breve questa sgangherata e grottesca liaison si era già dissolta per il semplice motivo che, al contrario della teologia benjaminiana (e anche di quella schmittiana), il postmodernismo non è piccolo e brutto ma, semplicemente, è stupido. E noi tutti sappiamo qual è sempre stato il destino degli utili idioti…
  • 38. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 38 di 158 questa “singolare” affermazione le stesse categorie in uso alla psicopatologia – se non fosse per il fatto che la psichiatria e la medicalizzazione del dissenso e del diverso sono state le armi principali dei regimi totalitari –, e cioè concludere che siamo di fronte ad un interessante caso di autismo che anziché colpire una mente infantile si è accanita contro un povero filosofo ma se poi vediamo che questa singolare forma di nichilismo testuale viene non solo fatta propria in Francia e negli Stati uniti da interi dipartimenti di filosofia politica ma soprattutto è funzionale a far passare definitivamente – ma nel peggior modo, rimuovendolo – un passato che si ostina a non passare, più che la psichiatria è bene chiamare in nostro soccorso la commedia dell’arte italiana dove Arlecchino prova ad essere servitore di due padroni. E il primo padrone è il pensiero antilluminista e irrazionalista che travolto dal disastroso esito della II guerra mondiale, è riuscito a sopravvivere e a prosperare, nonostante la fine come movimenti di massa del fascismo e del nazismo, proprio nell’ideologia postmodernista. Quando Derrida nell’ambito dei suoi assalti “decostruttivi” si scaglia contro il “logocentrismo”, sembra proprio di veder riassunto con uno slogan di facile presa tutto il senso della battaglia della “rivoluzione conservatrice” degli Ernst Jünger, Arthur Moeller van den Bruck ed Ernst Niekisch, o per essere ancor più precisi, si esempla direttamente, celando la fonte, Der Geist als Widersacher der Seele (l’intelletto nemico dell’anima) di Ludwig Klages.25 E quando Lyotard paragona il consenso con il terrore non siamo solo di fronte ad una generica seppur radicale svalutazione del metodo democratico – che molto difficilmente potrebbe essere avvicinata al timore tocquevilliano per cui una democrazia in cui predomina il conformismo finisce per comprimere de facto gli spazi di libertà dell’individuo – ma si attinge direttamente alla demonologia antidemocratica di Carl Schmitt, il giuspubblicista fascista per il quale la decisione sta al di sopra della norma e la decisione fondamentale costituente il politico è quella della discriminazione fra amico e nemico. Come del resto di diretta filiazione schmittiana è la derridiana “fondazione mistica dell’autorità”26 dove con linguaggio da decostruttore e con molto meno coraggio del giurista principe del nazionalsocialismo vengono scimmiottate le tesi della Politische Theologie.27 Si 25 Ludwig Klages, Der Geist als Widersacher der Seele, Leipzig, Barth, 1929-1932. 26 Jacques Derrida, “ Force of Law: The ‘Mystical Foundation of Authority’ ”, Cardozo Law Review 11, 1990, pp. 920-1045. 27 Carl Schmitt, Politische Theologie. Vier Kapitel zur lehre von der Souveränität, München und Leipzig, Duncker und Humblot, 1922. E come Carl Schmitt fu un grande ed acuto cultore di Thomas Hobbes (Carl Schmitt, Der Leviathan in der Staatslehre des Thomas Hobbes: Sinn und Fehlschlag eines politischen Symbols, Hamburg, Hanseatische Verlagsanstalt, 1938), similmente alla scimmiottatura del giuspubblicista di Plettenberg si può anche leggere il tradimento di Derrida riguardo all’ autore del Leviatano nella Bestia e il Sovrano (cfr. Jacques Derrida, Séminaire: La bête et le Souverain, Vol. I (2001-2002), a cura di Michelle Lisse, Marie-Louise Mallet, Ginette Michaud, Paris, Éditions Galilée, 2008, trad. it. Jacques Derrida, La Bestia e il Sovrano, Vol. I (2001- 2002), Milano, Jaca Book, 2009), il titolo dell’ultimo seminario di Derrida prima della sua scomparsa e che può essere considerato come il condensato e la chiara esplicitazione della filosofia politica di Derrida, insomma una sorta di suo tristo testamento morale: “[…] non dovremmo mai accontentarci di dire, malgrado qualche tentazione, qualcosa come: il sociale, il politico, e in essi il valore o l’esercizio della sovranità non sono che manifestazioni mascherate della forza animale o conflitti di forza pura, di cui la zoologia ci rende la verità, cioè in fondo la bestialità o la barbarie o la crudeltà umana”. ( Ibidem, p. 34) “[per cui] nella sovrapposizione metaforica delle due figure, la bestia e il sovrano, [si] intuisce l’opera di una profonda ed esistenziale coppia ontologica”. ( Ibidem, p.38). Una scimmiottatura perché l’uscita dalla ferinità dello stato di natura avviene per Hobbes attraverso un patto che istituisce la società e che crea il Leviatano. Hobbes quindi, pur asserendo che il punto di partenza è l’homo homini lupus, attraverso il patto prefigura una società ed un sovrano designati ad oltrepassare la violenza iniziale degli uomini, anche se lo scotto da pagare è la fine della libertà ad opera del sovrano assoluto Leviatano. In Derrida, invece, siamo alla presenza di uno stato di natura al quale non c’è alcun rimedio e dove la metafora che più si addice al sovrano assoluto non è il Leviatano di Hobbes (immagine mitico-zoologica di origine biblica e che nell’elaborazione simbolica hobbesiana assume la forma di un enorme essere artificiale e composito, le cui unità cellulari sono i suoi sudditi che hanno deciso di conferire la propria libertà individuale al sovrano assoluto Leviatano, una elaborazione metaforica che parte da un mito inizialmente ferino ma che lo oltrepassa ed è, quindi, in polare antitesi con l’interpretazione animalesca datane da Derrida e che rimanda inequivocabilmente, piuttosto, all’invincibilità terrena – si passa, infatti, dalla ferinità del biblico Leviatano al Leviatano hobbesiano, essere artificiale, composito e che non conosce eguali su questa terra: “Dio mortale”, lo chiama Hobbes, perché è sottomesso solo al Dio immortale; invincibile, perché il suo immenso corpo nasce e prende forma dalla somma dei corpi giuridici e politici di tutti gli uomini, i quali, tramite un patto razionale definito per accordo fra tutti loro come irrevocabile e mai più negoziabile, hanno deliberato di spogliarsi della propria libertà individuale, possibile solo nello stato di natura dalla quale hanno deciso di uscire, per traslarla in toto al sovrano Leviatano, la cui nascita significa l’automatica fuoruscita dallo stato di natura e la nascita della società civile) ma la bestia tout court, cioè l’uomo del tutto privo di morale e di vincoli sociali e culturali. Come si vede, con l’ultimo Derrida il nazismo rivela la sua piena entelechia e, se Schmitt fu sì il giurista del nazismo ma la sua formazione di cattolico reazionario gli sbarrò la strada a diventare un intellettuale organico del regime hitleriano (quello che all’inizio, il nazismo, gli era sembrato una buona rappresentazione del Katechon, il frenatore dell’Anticristo –
  • 39. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 39 di 158 potrebbe continuare su questo registro ed osservare, per esempio, che i simulacri baudrillardiani28 potrebbero anche cogliere una parte di verità sulla realtà odierna dominata dai media ma così facendo ometteremmo fatalmente il punto che può riassumere tutto il discorso postmodernista: e cioè che quando tutte queste varie “decostruzioni” non riescono (perché non vogliono) separare il momento descrittivo da quello prescrittivo, quello che inevitabilmente accade è che la descrizione della crisi della civiltà sorta dall’Illuminismo si risolve in una astoricizzata ed anacronistica condanna senza appello dei Lumi, come del resto accade nel pensiero controrivoluzionario e reazionario dal quale il postmodernismo trae diretta ispirazione. Il culmine di questo essere servo del padrone chiamato pensiero antilluminista lo abbiamo però in due casi. Il primo riguarda Heidegger. Nel tentativo di sottrarre quello che se non può essere chiamato il filosofo del nazismo (infatti il nazismo di tutto aveva bisogno tranne che di filosofia e/o di filosofia politica e a questo proposito si veda la misera fine che fecero, in seguito alla presa del potere del nazionalsocialismo, molti esponenti della rivoluzione conservatrice che con sincerità e con sicuramente meno brama od abilità per il potere dei nazisti avevano avversato con tutte le loro forze il mondo sorto dall’ ’89), certamente fu il pensatore che meglio seppe esprimere la parte antimodernista della Weltanschauung nazionalsocialista, l’ineffabile Derrida arriva a sostenere sulla falsariga della Arendt (la quale però, come ben sappiamo, aveva fondati e privati motivi per prendere questo abbaglio) che in realtà Heidegger non fu che un nazista per caso, che non aveva assolutamente capito la vera natura del nazismo e che nel nazismo aveva creduto per troppa generosità avendo visto il movimento come una sorta di nuovo umanesimo in grado di ricomporre le scissioni caratteristiche della modernità e in cui il Dasein avrebbe potuto superare la sua condizione di essere “gettato” ed esercitare così la sua decisione fondamentale di vivere nel mondo. A riprova di questa ardita tesi, Derrida arriva ad affermare che il cambiamento del giudizio del filosofo sul nazismo fu chiaramente formulato nella sua dottrina in seguito alla Kehre, la svolta con la quale Heidegger inizia la sua riconversione antiumanista e in cui al Dasein viene in pratica sottratta qualsiasi azione sul mondo per porlo unicamente in condizione di ascolto dell’essere. Ora su questa ardita ricostruzione c’è semplicemente da affermare quanto segue. Vero è che Heidegger vide Anticristo che tradotto nella situazione politica tedesca del tempo aveva per Schmitt preso le sembianze della rivoluzione bolscevica –, in brevissimo tempo assunse sempre più le sembianze dell’Anticristo stesso anziché quelle del suo Katechon, e a Schmitt, nonostante la sua ambizione di rimanere ai vertici dello stato totalitario, non riuscì l’operazione di dissimulare questa sua dimensione sì cattolico-reazionaria ma intrisa di profondissime suggestioni bibliche), in Derrida questa assoluta mancanza di una qualsiasi dimensione etica sia a livello individuale che sociale e culturale (Schmitt avrebbe giudicato “Il n’y a pas de hors-texte” come una delle moderne manifestazioni dell’Anticristo, un non esserci nulla al di fuori del testo animato degli stessi propositi di annichilimento della dimensione storica, tradizionale e religiosa del tutto simili a quelli che ebbe il nazismo) sfocia nella zoolatrica sovrapposizione fra bestia e sovrano, operazione ideologica del tutto analoga a quella del nazismo che unendo il più criminale darwinismo sociale alle pseudomitologie nordiche e allo stupido e volgare mito nietzschiano della “bestia bionda” (“Al fondo di tutte queste razze scelte non è da disconoscere l'animale da preda, la splendida bestia bionda che si aggira avida di preda e di vittoria; per questo fondo nascosto c’è bisogno di tanto in tanto di uno sfogo, la belva deve di nuovo venir fuori, deve tornare nell’aperta natura – nobiltà romana, araba, germanica, giapponese, eroi omerici, Vichinghi scandinavi – in questo bisogno sono tutte eguali tra loro. Sono le razze aristocratiche che si sono lasciate dietro su tutte le loro orme, dovunque siano andate, il concetto di “barbaro”; anche la loro più alta cultura attesta una consapevolezza e perfino una fierezza di ciò (per esempio quando Pericle dice ai suoi Ateniesi, nella sua famosa orazione funebre: “il nostro ardimento si è aperto la strada in ogni terra e su ogni mare, innalzando dappertutto monumenti imperituri nel bene e nel male”.”) (Friedrich Wilhelm Nietzsche, Genealogia della morale, a cura di Sossio Giametta, Milano, BUR, 2009, p. 75)), aveva fatto della delirante convinzione della supremazia razziale ariana il principale strumento di conquista e mantenimento del potere, un potere totalitario in cui il Führerprinzip altro non significava che il diritto al comando assoluto ed incontrastato da parte di quel sovrano/bestia i cui requisiti zoologici risultavano carismaticamente superiori a quelli del resto del branco (nel caso in questione, a quelli di tutto il resto del popolo tedesco). L’unica “piccola” differenza fra il postmodernismo à la Derrida e il nazismo è che il secondo fu un movimento politico reale mentre il primo non fu nemmeno una ideologia reale ma bensì virtuale, visto che i suoi seguaci non furono che una sparuta schiera di intellettuali naufraghi nel disastro dell’epoca turbocapitalistica, non abbastanza coraggiosa ed intelligente per elaborare i “fondamentali” dialettici della critica alla società capitalistica (per questo del resto in buona compagnia anche col pensiero neoliberale) e desiderosa di reazionari ritorni ma senza doverne pagare lo scotto (da qui l’esaltazione di una soggettività “selvaggia” che non deve passare attraverso il momento della socialità). 28 Jean Baudrillard, Le Système des Objets: la consommation des signes, Paris, Gallimard, 1968; Id., Simulacre et simulation, Paris, Éditions Galilée, 1981.
  • 40. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 40 di 158 inizialmente il nazismo (e poi anche in seguito, rimanendo infatti egli fino alla fine intimamente legato al movimento) come lo strumento politico in virtù del quale il Dasein poteva assumere la sua decisione fondamentale di vivere nel mondo ma è altrettanto vero che questa decisione fondamentale per Heidegger comportava sul piano ontico il diretto rifiuto del lascito storico e filosofico dell’Illuminismo, con le conseguenze politiche che è inutile ripetere. Vero è, infine, che con la Kehre si evidenzia uno scollamento di Heidegger dal nazismo ma questo raffreddamento non avviene perché Heidegger si è accorto dei frutti avvelenati del nazionalsocialismo (Heidegger non si mostrò mai toccato dalle violenze del movimento e, per quanto di sua competenza, colloborò attivamente come rettore di Friburgo, anche tramite delazioni ad personam, alle brutali ed anticulturali politiche hitleriane) ma perché aveva giudicato alla fine il nazionalsocialismo troppo borghese ed umanista. E, infatti, la Kehre, fu sì una svolta ma una svolta antiumanista (ed antitecnologica: se si fosse dato ascolto ad Heidegger non avremmo avuto la Germania nazista così come la conosciamo ma una sorta di Medioevo dove però al posto del cristianesimo e della filosofia tomistica avremmo avuto un neofeudalesimo dominato da una filosofia razzista-esistenzialista), una svolta antiumanista ed antitecnologica che però non aveva fatto i conti con il modernismo reazionario29 che risultò essere la componente ideologica (e la prassi) egemone all’interno del nazismo. E giusto per la cronaca, è proprio l’Heidegger della Kehre quello che ha pesantemente influenzato il poststrutturalismo, solo che molto più semplicemente che in Heidegger, il rifiuto di articolare un discorso con la storia non viene più risolto tramite il Volk misticamente trascinato dall’auscultazione dei vati che indicano imperscrutabili destini (Heidegger individuò in Hölderin questa funzione profetica) e dall’assorta meditazione dei nuovi miti neopagani (per Heidegger i miti generatori erano: cielo, terra, immortali, mortali) ma si affronta più radicalmente eliminando la storia tout court (il “ non c’e niente al di fuori del testo” di Derrida). Ora se l’essere servitore di questo padrone antilluminista nella modalità che qui si è illustrata potrebbe avere, da un punto di vista meramente estetizzante e di rassicurazione psicologica, una sua logica (se si possiede una Weltanschauung incentrata sull’esistenza del soggetto cartesiano, il soggetto monadico e anelante alla salvezza della tradizione cristiana che celebra i suoi fasti – e inizio tramonto – con l’idealismo e che poi con Nietzsche inizia la sua irreversibile e consapevole decadenza,30 Heidegger potrebbe sembrare l’ultima carta da giocare per questo soggetto messo in crisi dai processi di secolarizzazione e massificazione che, prendendo slancio con la prima rivoluzione industriale, hanno ora assunto caratteristiche di chiaro segno totalitario ad opera delle odierne moderne società postindustriali, turbocapitalistiche, postdemocratiche e come non si era mai visto nella storia umana, antitradizionali – e, soprattutto, come non mai, liberticide –, mentre invece se si propende verso soggettività multiple e decentrate non si vede proprio cosa dovremmo farcene di tutto questo sgangherato armamentario di poeti e profeti e di questi fondi di bottiglia e rimasugli mitico-archeologici di mortali, immortali, terra e cielo, grotteschi saldi di fine stagione dell’irrazionalismo e della teratogenesi ideologica nazifascista), incontestabile emerge però il fatto che attraverso il rifiuto della storia, il postmodernismo si dimostra di fatto come il più inusitato tentativo di superare l’ancora non sanato profondissimo trauma generato dal fascismo. Un trauma che a differenza del becero revisionismo negazionista (Faurisson, Irving & C. per intenderci, e, per 29 Jeffrey Herf, Il modernismo reazionario: tecnologia, cultura e politica nella Germania di Weimar e del Terzo Reich, Bologna, Il Mulino, 1988. 30 “Solo per il fatto di dimenticare quel mondo primitivo di metafore, solo per l’indurirsi e irrigidirsi della massa originaria delle immagini sgorganti con ardente fluidità dalla facoltà originale della fantasia umana, solo per la fede invincibile che questo sole, questa finestra, questo tavolo siano verità in sé, insomma solo per il fatto che l’uomo si dimentica come soggetto, come soggetto artisticamente creativo, egli riesce a vivere con una certa calma, sicurezza e coerenza. Se potesse, anche solo per un momento, uscire dalle pareti di questa prigione della fede, la sua “autocoscienza” si dissolverebbe in un lampo. Gli costa più fatica ammettere che l’insetto o l’uccello percepiscano un tutt’altro mondo che l’uomo, e che la questione: quale delle due percezioni sia più giusta, sia del tutto priva di senso, dato che a tal fine bisognerebbe misurare col metro della percezione giusta, cioè un metro che non esiste.” (Friedrich Wilhelm Nietzsche, Su verità e menzogna in senso extramorale, in Id., Verità e menzogna, a cura di Sossio Giametta, Milano, BUR, 2006, p. 178).
  • 41. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 41 di 158 essere chiari discorso totalmente a parte – ed in larga misura positivo – per De Felice ed anche in parte diverso per Nolte, il quale però, al contrario del primo, non può essere totalmente staccato da una strategia di occultamento e rimozione), non intende negare i dati della storia ma la storia stessa, la possibilità, cioè, attraverso una narrazione potenzialmente condivisibile dal punto di vista culturale e/o politico, di compiere un pubblico resoconto sulle vicende umane che abbia una minima pretesa di approssimazione al dato événementielle e di conferimento di senso per l’uomo. Che il rifiuto della “metafisica della presenza” (sostenere cioè da parte di Derrida e in condivisione con gli altri pensatori postmodernisti e poststrutturalisti che la presenza di un qualcosa al di là del testo, la storia cioè, è pura metafisica), potesse presentarsi come un buon servizio reso alla rimozione del fascismo è suggerito dal fatto che, proprio attraverso questo rifiuto “metafisico”, emerge chiaramente la “cattiva coscienza” non solo di questi intellettuali ma di tutta una società capitalistica che vuole dimenticare (e quindi per un certo verso è sinceramente dimentica) quello che è stato il fascismo e il Secolo breve (ed anche il lungo Ottocento). Il problema è che qui, a differenza del crasso cinismo e malafede dei negazionismi alla Faurisson o alla Irving, impermeabili ai fatti perché nati e costruiti su una consapevole menzogna, la cattiva coscienza postmodernistica, in quanto frutto di una reale e sincera sofferenza traumatica, non può che mostrarsi interiormente inadeguata di fronte alla lezione della realtà. E la realtà, il momento della verità, nel caso del decostruzionismo postmodernista, fu costituito dal caso Paul de Man. Paul de Man, di origine belga, si era trasferito negli Stati uniti nel 1948 dove aveva intrapreso la carriera universitaria contribuendo in maniera decisiva a diffondere in quel paese il credo poststrutturalista e decostruzionista del suo collega ed amico Jacques Derrida. Secondo de Man il significato di un testo scritto è puramente ed unicamente riconducibile alle sue figure retoriche e, va da sé, che per de Man nell’ermeneutica del testo vanno rigorosamente escluse sia l’intenzione dell’autore che il contesto (sia culturale che tradizionale e storico) in cui questo testo ha avuto la ventura di venire al mondo. Sia come sia (sia cioè quanto questa tesi possa apparire cervellotica ed irreale), verso la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta il decostruzionismo di de Man- Derrida raggiunse una vasta eco ed influenza, finché alla sua morte, giunta nel 1983, il mondo accademico statunitense celebrò de Man come uno dei suoi più illustri esponenti e la rivista Yale French Studies, nel 1985, dedicò interamente un suo numero per illustrare la sua grande influenza pedagogica. Ma, come si suol dire, il diavolo (il postmodernismo) fa la pentole (la decostruzione, il rifiuto della “metafisica della presenza”) ma non i coperchi (la possibilità che la decostruzione possa opporsi non alla storia intesa come discussione dei massimi sistemi che da questa promanerebbero ma ad una storia con la s minuscola che è fatta dalle concretissime presenze al mondo di tanti uomini che in questo mondo hanno sofferto ed agito). Il 1° dicembre 1987 il New York Times diede alle stampe la scoperta di una intensa attività letteraria collaborazionista e nazista di de Man.31 Il ricercatore Ortwin de Graef rese così noto che de Man aveva scritto sulle colonne dell’ampiamente diffuso quotidiano belga Le Soir 169 articoli, fra recensioni di libri, di concerti e di conferenze. In questi articoli, de Man si mostrava favorevole all’occupazione tedesca del Belgio ed esprimeva convinzioni filonaziste. Fra questi, particolarmente imbarazzante e vergognoso risultava l’ articolo “Le Juifs dans la littérature actuelle”, articolo che, nonostante la vergognosa indifendibilità delle tesi antisemitiche che vi si sostenevano, causò nel 1988 il goffo tentativo “decostruttivo” e difensivo di Derrida,32 evidentemente non perché la causa fosse in sé difendibile ma perché 31 Cfr. Richard Wolin, The seduction of unreason, cit., p. 10 e Id., “Deconstruction at Auschwitz: Heidegger, de Man, and the New Revisionism”, in Labyrinths: Explorations in the Critical History of Ideas, Amherst, University of Massachusetts Press, 1995. 32 Jacques Derrida, “Like the Sound of the Sea Deep Within a Shell: Paul de Man’s War”, Critical Inquiry, 14(2), 1988, pp. 590-652.
  • 42. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 42 di 158 bisognava comunque far qualcosa per salvare le sorti del decostruzionismo che rischiava di crollare assieme all’annichilimento morale di uno dei suoi principali esponenti (un’altra spiegazione della maldestra difesa di Derrida è che il supremo reggitore del decostruzionismo intendesse non tanto difendere de Man – impossibile, viste le prove addotte agli atti – o il decostruzionismo ma in definitiva volesse difendere Derrida stesso dall’accusa di criptonazismo). Come abbiamo detto, mission impossible e come tale dovette essere consegnata alla storia. Dopo aver cercato di ingraziarsi la benevolenza del lettore affermando che si condivideva la costernazione ed anche l’orrore che promanavano dallo scritto di de Man (un profondissimo imbarazzo che comunque risultava come chiara smentita della critica alla “metafisica della presenza” perché questi sentimenti derivavano non dalla qualità meramente letteraria del testo di de Man ma dal contesto da cui questo testo traeva forza ed ispirazione), Derrida credé di aver trovato la chiave di volta della difesa di de Man in quanto ad un certo punto del testo era presente la condanna all’ “antisemitismo volgare”. Ma dalla lettura del testo di de Man è del tutto chiaro che non siamo in presenza della condanna dell’antisemitismo in quanto ideologia volgare ma di quelle particolari forme di antisemitismo istintive che non sarebbero sorrette da una dovuta consapevolezza culturale (chissà, da questo singolare punto di vista, che giudizio si potrebbe dare sui Protocolli dei savi anziani di Sion…). Volendo, con questo si potrebbe anche concludere la storia del postmodernismo inteso come ideologia serva di irrazionalismo e di Lete che ha imperversato fino ai primi anni Novanta per poi miseramente terminare nel discredito ed irrisione generali di questi primi anni del XXI secolo. Quella che aveva l’ambizione di presentarsi come l’ideologia che, proprio in virtù del suo definitivo affrancamento dai vincoli della ragione ma rifiutando nel contempo una visione iocentrica e superomistica tipica della destra, avrebbe dovuto operare una emersione nel “politico” e nella vita di tutti i giorni del “sublime” e della creatività, altro non si è dimostrato che un goffo tentativo di rimuovere un trauma, il fascismo ed il nazismo, una ferita particolarmente bruciante in alcune ristrette élite accademiche delle società capitalistiche del secondo dopoguerra, di anno in anno sempre più ristrette per l’inesorabilità della legge biologica (per non parlare del fatto che il fascismo, se con fascismo intendiamo il disprezzo per il meccanismi partecipativi della Vita Activa e l’esaltazione del “tecnico” che deve dominare – e nell’attuale fase postdemocratica, domina – sul “politico”, può essere giudicato come il tratto identitario fondante – seppur negato e apparentemente gettato in “oscure e profonde prigioni” – il “profilo di personalità” delle odierne società postdemocratiche a guida turbocapitalistica). Da questo punto di vista non c’è che da tristemente rallegrarsi per la pietosa estinzione ad opera della natura del postmodernismo. Ma il trauma del totalitarismo del Secolo breve non è stato inventato con il postmodernismo e la “coscienza infelice”33 della “condizione postmoderna”, se vogliamo riprendere il titolo del testo seminale 33 Oltre alla veramente “inqualificabile” difesa di de Man, un altro dolente sintomo in Derrida di questa “coscienza infelice” è Jacques Derrida, Spectres de Marx. L’État de la dette, le travail du deuil et la nouvelle Internationale, Paris, Éditions Galilée, 1993, trad. it. Id., Spettri di Marx. Stato del debito, lavoro del lutto e nuova Internazionale, Milano, Raffaello Cortina Editore, 1994, dove Derrida rileggendo Marx via Stirner e Benjamin vorrebbe compiere la singolare impresa di annettersi Marx ma rifiutando, sia dal punto di vista della teoria che della prassi, la lotta di classe. Ora se in un empito di irrazionalismo scagliato contro il materialismo dialettico ha una sua logica arruolare il solipsista Max Stirner per dare conforto alla sgangherata chiesuola postmodernista (che poi che senso abbia abbinare colui che pensò i rapporti di classe come categoria gnoseologica fondante con colui, Stirner, che filosofeggiò pensando unicamente al proprio io isolato, sol Dio lo sa, o meglio lo sa il dio dei postmodernisti, evidentemente molto ansioso sia di arruolare nel Pantheon della scuoletta tutto e il contrario di tutto sia di annullare una “metafisica della presenza” di un pensatore e di una dottrina molto presente e assai poco metafisica), è addirittura ridicolo e indegno utilizzare anche Benjamin per questo scopo: “Benjamin [associa il materialismo storico con una debole forza messianica] in un testo che qui ci interessa per quel che sin dall’inizio dice, tra tante altre cose, dell’automa. Ci riferiremo più di una volta alla figura dell’automa, specialmente quando arriveremo a quel che dice Il Capitale di un certo tavolo: figura del valore commerciale, spettro autonomo e insieme automa, origine irriducibile delle capitalizzazioni, se non del capitale. Qui Benjamin comincia con l’evocare “la leggenda dell’automa costruito in modo tale da rispondere a ogni mossa di un giocatore di scacchi, con una contromossa che gli assicurava la vittoria”. Quest’automa sta su una “tavola” che un sistema di specchi dà l’illusione di attraversare. Poi Benjamin cerca “una replica” ( Gegenstück) filosofica di questo “apparecchio” (Apparatur). Si tratta del “fantoccio chiamato ‘materialismo storico’ ”: “esso può farcela senz’altro con chiunque se prende al suo servizio la teologia, che oggi, com’è noto, è piccola e brutta e non deve farsi scorgere da nessuno.” Il
  • 43. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 43 di 158 lyotardiano,34 mantiene, almeno sul piano descrittivo, tutto il suo valore di monito. E certamente non ci aiutano ad uscire da questa condizione né le attuali versioni rivedute e corrette del marxismo, che non approfondendo – se non del tutto abbandonando – il materialismo storico/dialettico e operando sul canone marxiano estemporanei e non meditati innesti guadagnano forse un glamour da showbiz delle ideologie ma perdono la terribile incisività ed anche la commovente aura epica del marxismo delle origini,35 né il liberalismo rielaborato in chiave neorepubblicana che, come dimostrano le sue ultime vicende teoriche, non sembra certamente molto più che la traduzione – e/o la strategia di occultamento – con nostalgie, linguaggi e pensieri antiquari e neoclassici di una commedia (o meglio di una tragedia) oggi scritta dalla trionfante economia globalizzata.36 Da questo punto di vista, i problemi sollevati dal postmodernismo (in una dialettica “segnalatore d’incendio” e incendio al tempo stesso e non certo di anamnesi/diagnosi della malattia: una paragrafo seguente nomina il messianismo o, più precisamente, il messianico senza messianismo, una “debole forza messianica” (“eine schwache messianische Kraft”, corsivo di Benjamin). Citiamo questo passo per la sua consonanza, malgrado tante differenze e fatte le debite proporzioni, con ciò che tenteremo di dire qui di una certa indigenza messianica, in una logica spettrale dell’eredità e delle generazioni, ma una logica rivolta, in un tempo eterogeneo e disgiunto, tanto verso l’avvenire quanto verso il passato.” (Ibidem, pp. 225-226). “Malgrado tante differenze e fatte le debite proporzioni”. Lasciando perdere, per carità di patria, la finta modestia delle debite proporzioni fra Benjamin e Derrida, un si parva licet componere magnis che è una vera e propria excusatio non petita, accusatio manifesta che denuncia la coda di paglia di Derrida riguardo al tradimento di Benjamin che sta compiendo, sono le “tante differenze” non debitamente esplicitate che mettono a nudo la strumentalità dell’operazione Spettri di Marx riguardo a Benjamin e, più in generale, riguardo al marxismo. Quando Derrida parla di “tempo eterogeneo e disgiunto, tanto verso l’avvenire quanto verso il passato”, compie certamente una rappresentazione plastica e veritiera della Weltanschauung poststrutturalista; purtroppo, contrariamente a quanto vorrebbe suggerire, questo tempo non ha nulla a che fare con quello di Benjamin, il quale pur non condividendo una visione lineare del tempo di stampo positivista, parla sempre di Jeztzeit (il Tempo-ora), cioè di quell’istante-eternità in cui erompe quella forza messianica che opererà una rivoluzionaria restituito ad integrum verso tutte le vittime ed i vinti della storia e della modernizzazione capitalista. Nulla di tutto ciò in Derrida e nel postmodernismo che intendono sì scompaginare la linearità del tempo ma questo per far posto non a una “debole forza messianica” (una debolezza che in prospettiva davidico-veterotestamentaria richiama l’idea di forza) ma a una “indigente forza messianica”, cioè ad una Lumpenproletariat forza messianica, la quale non ha nemmeno i mezzi per provvedere a sé stessa (che è proprio il caso del postmodernismo, che finché ha avuto corso legale non poteva letteralmente “stare in piedi” senza offrire i suoi servigi di destrutturazione culturale alla violenta opera di destrutturazione sociale portata avanti dal turbocapitalismo). Detto in altre parole: gli Spettri di Marx evocati dal pensatore principe del postmodernismo e del poststrutturalismo stanno al pensatore di Treviri quanto gli spettri che abitano le antiche dimore stanno a coloro che un tempo le avevano abitate. Con quest’ultimi non hanno alcun rapporto ma sicuramente lo hanno con coloro che attraverso la credulità organizzano il business della visite turistiche e con i gonzi che dai rivenditori all’ingrosso di emozioni esoterico-spiritual-spiritistiche si lasciano facilmente abbindolare. Insomma, il desiderio nemmeno tanto nascosto di Derrida e di tutto il postmodernismo ed il poststrutturalismo era che perdere “deve sempre il fantoccio chiamato “materialismo storico” ”, lo stesso obiettivo di quello che oggi con mezzi più diretti e più efficaci (la deificazione della finanza internazionale anziché il puerile tentativo del postmodernismo che, manifestatosi agli esordi direttamente e senza infingimenti, provò – come nel caso degli Spettri di Marx – nella sua ultima fase terminale, visto il precedente scarso esito di diventare una ideologia largamente condivisa, di insinuarsi parassitariamente nel corpo del materialismo dialettico per proporsi come solipsistica nuova teologia che avesse paralizzato la lotta di classe) continuano a portare avanti le postdemocrazie turbocapitalistiche. 34 Jean-François Lyotard, La condizione postmoderna: rapporto sul sapere, Milano, Feltrinelli, 1981. 35 Un approfondimento del canone marxiano e dello snodo fondamentale della dialettica che ha avuto in Ludovico Geymonat un protagonista di livello internazionale, il quale, nei tempi in cui l’intellighenzia occidentale, soprattutto quella di sinistra, assieme all’acqua sporca del totalitarismo del blocco comunista era ansiosa, con molta codardia e totale opportunismo, di buttare via anche il bambino dell’analisi marxista del modo di produzione capitalistico, ebbe il coraggio di tornare a riflettere sui classici del pensiero marxista, vedi le acute analisi di Geymonat su Materialismo ed empiriocriticismo di Lenin (cfr. V. I. Lenin, Materialismo ed empiriocriticismo, Roma, Editori Riuniti, 1978 e, a proposito delle riflessioni di Geymonat su Materialismo ed empiriocriticismo e sul ruolo fondamentale che il materialismo dialettico gioca sia sullo sviluppo delle scienze – che una inveterata tradizione idealistica, dimentica della dialettica, vorrebbe ancora ontologicamente suddivise ed operativamente compartimentate (e incomunicanti) in scienze della natura e scienze umane – sia della filosofia della scienza, cfr. Ludovico Geymonat, Del marxismo. Saggi sulla scienza e il materialismo dialettico, a cura di Mario Quaranta, Verona, Bertani, 1987, fondamentale per comprendere come una vera filosofia della scienza non possa arenarsi nelle secche empiriocriticistico-neopositiviste ma sia di sua natura intrinsecamente dialettica) e poco importa se il Lenin in questione era stato anche colui che aveva guidato una rivoluzione che la stragrande maggioranza dell’intellighenzia di “sinistra” italiana ed internazionale giudicava ex post e con un senso storico molto simile a quello dei postmodernisti, del tutto sbagliata se non all’origine dell’ “impero del male”. Certamente avere il coraggio morale ed intellettuale di affermare che il “rispecchiamento” leniniano poteva essere una metafora e/o una teoria gnoseologica valida per rappresentare il rapporto dialettico che intercorre fra l’attività conoscitiva e l’oggetto della conoscenza, così come non fu gradito dai machisti dei tempi di Vladimir Ilyich Ulyanov, non fu nemmeno molto gradito dalla stragrande maggioranza degli intellettuali italiani ed occidentali di sinistra ai quali il neopositivismo à la Popper, al di là del falsificazionismo di facciata ma infettato dalla totale sfiducia sulla possibilità di una rappresentazione globale della realtà naturale e storica (cfr. il non si sa nemmeno se definire più ridicolo od ignobile Karl R. Popper, Miseria dello storicismo, Milano, Feltrinelli, 1988), consentiva un ritorno ad un nuovo machismo, che avendo a suo tempo asserito la totale mancanza di rapporto fra rappresentazione scientifica della realtà e la realtà stessa costituiva agli occhi di Lenin il viatico perfetto per il disimpegno degli intellettuali, così come alcuni decenni dopo è oggi del tutto lecito
  • 44. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 44 di 158 soggettività resa sempre più superflua da un capitalismo sempre più pervasivo e totalitario, una ragione di stampo borghese-illuminista “ingenuamente” ignara della dimensione storica e materiale della cultura e dell’economia umane, la quale, al di là dei suoi roboanti enunciati, quando non si presta spudoratamente alla copertura di espliciti ed immediati sordidi interessi è, comunque, costantemente al traino e succube della più oppressiva, totalitaria e fascista de facto, cultura neoliberista), sono comunque attuali anche se l’annuncio postmodernistico della fine della metanarrazioni è da tempo caduto nel ridicolo innanzitutto perché questa “cattiva novella” della fine mostrava molto chiaramente in sé la sua messianica contraddizione, la fede nella fine dell’annuncio stesso. Una fede messianica in vecchie (e nuove) metanarrazioni che, non per colpa dell’oggi morto postmodernismo, è purtroppo ancora in attesa di resurrezione. “Una delle caratteristiche più notevoli dell’animo umano, – scrive Lotze, – è, fra tanto egoismo nei particolari, la generale mancanza di invidia del presente verso il proprio futuro”. La riflessione porta a concludere che l’idea di felicità che possiamo coltivare è tutta tinta del tempo a cui ci ha assegnato, una volta per tutte, il corso della nostra vita. Una gioia che potrebbe suscitare la nostra invidia, è solo nell’aria che abbiamo respirato, fra persone a cui avremmo potuto rivolgerci, con donne che parlare di trahison des clercs, visto il loro del tutto ridicolo e meschino entusiasmo per il deresponsabilizzante, antistoricistico ed antidialettico popperismo. Insomma, gira e rigira, si è sempre dalle parti della postmodernistica critica alla “metafisica della presenza”, solo che dalle parti del Bel Paese – ed anche nel resto del mondo occidentale – anziché ricorrere alle fantasiose decostruzioni postmodernistiche si era preferito (e si preferisce tuttora) da parte della schiacciante maggioranza degli intellettuali accodarsi dietro all’apparentemente più strutturato popperismo. Oltre al coraggio politico di aver preso sul serio un autore che per ragioni “politiche” del tutto illegittime (o legittime se ci si schiera da parte del pensiero irrazionalista, ma questo bisogna dichiararlo apertamente e non collocarsi opportunisticamente a sinistra) era stato messo all’indice, è stato di Ludovico Geymonat anche l’indubbio merito di aver sottolineato come il materialismo dialettico consenta di affrontare il rapporto fra la produzione culturale dell’uomo (un concetto globale di cultura quello di Geymonat che, a livello epistemologico, non permette di scindere antidialetticamente le scienze della natura dalle scienze umane perché, quale che sia il settore investito dall’attività conoscitiva, il risultato sarà sempre una modificazione dialettica sia dell’oggetto indagato e/o della sua rappresentazione che del soggetto che compie l’indagine e questo processo di feedback soggetto/oggetto è comune in tutti i campi del sapere) e la rappresentazione scientifica della realtà: attraverso, appunto, il rispecchiamento leniniano, un rispecchiamento che pur lasciando all’uomo piena libertà interpretativa sul giudizio dell’immagine (la rappresentazione scientifica della realtà) non consente alcuna fuga dalla responsabilità compiuta attraverso la negazione dell’immagine stessa (non consente cioè di dire che la rappresentazione scientifica della realtà è totalmente arbitraria – fra realtà e sua rappresentazione sussiste infatti un rapporto dialettico, un rapporto quindi proprio per questa sua intima dialetticità sempre in continua e dinamica evoluzione ma non al punto da negare la realtà stessa –, uno scollamento fra realtà e sua rappresentazione così profondo nel machismo e nel postmodernismo che in entrambi si arriva addirittura a negare l’esistenza di una realtà esterna all’attività conoscitiva, o detto molto più semplicemente, si afferma – come da caricatura fumettistica dell’alienato mentale – che la realtà non esiste tout court). Una fuga dalla responsabilità come invece avrebbero voluto i postmodernisti e come ancora vogliono molti che, in Italia come nel resto del mondo, furono abbastanza furbi da non dichiararsi a suo tempo aderenti alla ridicola scuoletta postmodernistica ma che oggi non sono abbastanza astuti per ammettere che il mondo sorto dall’abbattimento del muro di Berlino non è un “brave new world” ma cela, invece, l’oscuro e orribile “cuore di tenebra” tecnocratico, fascista e totalitario del turbocapitalismo postdemocratico. 36 “L’illuminismo, nel senso più ampio di pensiero in continuo progresso, ha perseguito da sempre l’obiettivo di togliere agli uomini la paura e di renderli padroni. Ma la terra interamente illuminata splende all’insegna di trionfale sventura.” (Max Horkheimer, Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno, Dialettica dell’illuminismo, Torino, Einaudi, 1966, p. 11). Su l’attuale fase postdemocratica contrassegnata dalla “trionfale sventura” della vittoria del totalitaristico turbocapitalismo finanziario, vera e propria nemesi economica, politica, sociale e culturale per una “ragione” che si ostina a non comprendere l’intimo legame dialettico fra l’economia e la cultura umane (una ingenuità che, al di là delle contumelie postmodernistiche contro i Lumi, accomuna l’Illuminismo settecentesco con il postmodernismo, con la “piccola” differenza che nel Settecento si poteva – e non in certo senso si doveva – essere ingenui mentre in finale di Secolo breve l’ingenuità postmodernistica ha avuto tratti del tutto diabolici e di occultamento di strategie autoritarie che ora, ad inizio del XXI secolo, sono pienamente ed anche pubblicamente dispiegate, con la sola avvertenza che quello che una volta veniva detto “fascista” ora lo si è ribattezzato come “tecnico”: qualsiasi riferimento al caso italiano è puramente casuale…), ci si è già diffusi altrove ed individuando nella dialettica repubblicanesimo/marxismo e lungo la linea di immanentismo assoluto Machiavelli/Marx il momento per il suo superamento all’insegna di un ritrovato senso marxista della Vita Activa. Su ciò si preferisce però non fornire indicazioni bibliografiche e non per una sorta di apprezzamento per l’ “ermeneutica della reticenza” di straussiana memoria: per chi voglia confrontarsi con questa problematica, il Web fornisce ineguagliabili strumenti dialettici per farlo e, se si vuole, di reale prassi integrativa per l’inizio di autenticamente nuove metanarrazioni (e che perciò, al contrario di quelle del postmodernismo, non siano per niente dimentiche del passato e della “qualità de’ tempi”).
  • 45. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 45 di 158 avrebbero potuto farsi dono di sé. Nell’idea di felicità, in altre parole, vibra indissolubilmente l’idea di redenzione. Lo stesso vale per la rappresentazione del passato, che è il compito della storia. Il passato reca seco un indice temporale che lo rimanda alla redenzione. C’è un’intesa segreta fra le generazioni passate e la nostra. Noi siamo stati tutti attesi sulla terra. A noi, come ad ogni generazione che ci ha preceduto, è stata data in dote una debole forza messianica, su cui il passato ha un diritto. Questa esigenza non si lascia soddisfare facilmente. Il materialista storico lo sa. Walter Benjamin, Tesi di filosofia della storia Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, totalitarismo, Totalitarismus, totalitarisme, Totalitarianism, totalitarian rule, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, totalitarismo, Totalitarismus, totalitarisme, Totalitarianism, totalitarian rule, totalitarismo, Totalitarismus, totalitarisme, Totalitarianism, totalitarian rule, totalitarismo, Totalitarismus, totalitarisme, Totalitarianism, totalitarian rule, Massimo Morigi, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, totalitarismo italiano, totalitarismo in Italia, totalitarismo italia, italienischen Totalitarismus, totalitarisme italien, italian Totalitarianism, italian totalitarism, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, nazismo, nazionalsocialismo, Nazismus, Nationalsozialismus, nazisme, national-socialisme, Nazism, National Socialism, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, marxismo, marxisme, Marxismus, Marxism, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, marxismo italiano, 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Principali autori di riferimento: Machiavelli, Marx, Hannah Arendt, Walter Benjamin, Horkheimer, Adorno, Filippo Tommaso Marinetti. Critica neomarxista e neorepubblicana sul paracosmo ideologico nazista del ‘Entartete Kunst per una teoria critica e politica della Vita Activa per la Res Publica, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, avantgarde , Avantgarde, Massimo Morigi, Avantgarde, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, avantgarde, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, avant-garde , Avant-garde, Massimo Morigi , Avant-garde, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, avant-garde, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, avanguardia, Avanguardia, Massimo Morigi, Avanguardia, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, avanguardia, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Avanguardia artistica , Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Avanguardie artistiche, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, avanguardie del Novecento , Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Vita Activa, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, avanguardie storiche , Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, avanguardia storica , Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, avanguardie del ’900 , Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Diamat, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, futurismo, Futurismus, Futurism, futurisme , Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, futurismo italiano, futurismo in Italia, futurismo Italia, italienische Futurismus , Italian Futurism, futurisme italien , Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, esteti zzazione del a politica, aesthetici zation of politics, political aestheticization, politische Ästhetik, ÄSTHETIK DES POLITISCHEN, Aesthetici zation of Political Action, esthétiquement de la politique, Esthétique et politique, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, rivolu zione, révolution, Revolução, revolucion, Revolution, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, rivoluzione italiana, rivoluzione in Italia, rivoluzione Italia, révolution italienne, Revolução italiana, revolucion italiana, Italienische Revolution , italian Revolution, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, historismo absoluto, historicisme absolue, absolute historicism, storicismo assoluto, absoluten historismus , Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, espressionismo, Expressionismus, expressionism, expressionisme, Expressionismo. Gesamtkvnstwerk Res Pvblica: saggio scritto da Massimo Morigi incentrato sulla costruzione di una teoria politica basata sull’estetizzazione della politica. Principali autori di ri ferimento della filosofi a politica di Massimo Morigi, di Gesamtkvnstwerk Res Pvblica e degli altri lavori di Massimo Morigi pure incentrati ad una critica all’estetizzazione della politica: Machiavelli, Thomas Hobbes, Karl Marx, Giuseppe Mazzini, Nietzsche, Hannah Arendt, Walter Benjamin, Horkheimer, Adorno, Filippo Tommaso Marinetti, Carl Schmitt, Martin Heidegger, Leo Strauss. Nota finale sinteti ca di Gesamtkvnstwerk Res Pvblica e criterio ispiratore di tutti gli scritti filosofi co-politici di Massimo Morigi: romanticismo politico inteso a superare le artificiose e ridicole suddivisioni fra le varie scien ze politiche e orientato verso uno storicismo assoluto e ad una cri tica neomarxista e neorepubblicana sull’esteti zzazione della politica per una teoria critica materialistico-dialettica della Vita Activa contro il totalitarismo, per la rivolu zione italiana democratica e nonviolenta , per un rinnovamento del repubblicanesimo italiano e per la Res Publica democratica ed antifascista intesa come Gesamtkunstwerk (opera d’arte totale) politica. Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Repubblicanesimo italiano, Italienische Republikanismus, républicanisme italien, republicanismo italiano, Italian Republicanism, Repubblicanesimo italiano, Italienische Republikanismus, républicanisme italien, republicanismo italiano, Italian Republicanism, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Repubblicanesimo italiano, Repubblicanesimo in Italia, Repubblicanesimo Italia, Italienische Republikanismus, républicanisme italien, republicanismo italiano, Italian Republicanism, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, rivolu zione italiana, révolution italienne, Revolução italiana, revolucion italiana, Italienische Revolution , italian Revolution, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, marxismo italiano, marxisme italienne, italienischen Marxismus, Italian Marxism, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, fascismo italiano, Italienische Faschismus, fascisme italien, Italian Fascism, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo 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Pedro, Biblioteca Geral da Universidade de Coimbra 19 a 23 de Outubro de 2009
  • 46. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 46 di 158 MASSIMO MORIGI APOSUBLIME NOW : DAL TERRORE DELL’AESTHETICA FASCISTICA ALL’ ORRORE POSTMODERNO DELLA FINE DELLE METANARRAZIONI ELEMENTI PER UNA TEORIA NEOREPUBBLICANA DEL SUBLIME In England we have not been completely emboweled of our natural entrails; we still feel within us, and we cherish and cultivate, those inbred sentiments which are the faithful guardians, the active monitors of our duty, the supporters of al liberal and manly morals. We have not been drawn and trussed, in order that we may be filled, like stuffed bird in a museum, with chaff and rags, and paltry, blurred shreds about the rights of man. Edmund Burke, Reflections on the Revolution in France
  • 47. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 47 di 158 “ ... No, it is impossible, it is impossible to convey the life-sensation on any given epoch on one’s existence - that which makes its truths, its meaning - its subtle and penetrating essence. It is impossible. We live, as we dream - alone ...” Joseph Conrad, Heart of Darkness Indubbiamente, se l’ Angelus novus di Benjamin, proprio per il suo essere volto unicamente verso il passato non potrà mai essere in grado di offrirci alcuna narrazione della storia, questa allegoria è assai adatta ad illustrare la mentalità di coloro che con la storia ritengono di avere un conto aperto ed intendono risolverlo strappando alla storia la sua stessa essenza, la possibilità cioè di connettere in una narrazione le vicende umane, ed assegnarlo invece ad una riflessione che prescinda, in ultima istanza, dalla umilissima qualità tutta umana del racconto. Se in Benjamin la fascinazione dell’allegoria dell’angelo deriva dalla drammaticità espressa dalla nona tesi (un paesaggio di rovine, la storia, e l’incapacità del messaggero di Dio di guardare verso il futuro e di soffermarsi sulle rovine stesse, le sole cose, fra l’altro, di cui l’angelo riesca ad avere visione ) e anche da una nascosta contraddizione all’interno dell’ allegoria stessa ( nascosta perché dubitiamo che Benjamin stesso ne fosse consapevole ), e cioè che è perlomeno singolare far rappresentare il rifiuto ad una visione unificante del processo storico ad un angelo, che altro non è che l’araldo di Dio e quindi, tradotto in termini di filosofia della storia, dell’ idealismo hegeliano e/o del materialismo dialettico marxiano, nell’ultima incarnazione in terra dell’ allegoria, il postmodernismo, la fascinazione è, come dire, completamente evaporata per lasciare in terra non delle rovine sulle quali piangere mentre un impetuoso vento ci strappa via ma una sorta di maleodorante fanghiglia sulla quale è veramente poco opportuno indulgere in malinconie düreriane ma è meglio chiamare gli addetti al risanamento locali e alle pulizie. E se non è certamente da tutti votarsi ad una dimensione messianica della storia ( aver vissuto, come Benjamin, direttamente il tragico fallimento storico e filosofico della soteriologia marxista ed aver vissuto male e poi alla fine morire in virtù della reazione fascista alla stessa è un privilegio che giustamente non si augura a nessuno ), altrettanto a molti ( se non a tutti ) dovrebbe essere interdetto spacciare quelli che altro non sono che giochini di parole o strizzatine d’occhio per verità rivelate che col vero Messia hanno lo stesso rapporto delle illustrazioni del Salvatore dei catechismi per i bambini. Questo è per esempio il caso del differénd, concetto alla base della filosofia politica di Lyotard. Per l’autore del testo seminale del postmodernismo, il diretto portato della condizione postmoderna37 è l’anomia della società e degli individui, i quali non possono quindi più riconoscersi in alcuna etica condivisa. Tuttavia in Lyotard l’osservazione della fine de facto nelle nostre moderne società secolarizzate dell’universalismo nel campo dell’ etica non è l’ avvio, come per esempio in Nietzsche, di una riflessione sulla genealogia della morale nè del tentativo, come per esempio nella Arendt, di sostituire all’ideale della vita contemplativa, dalla quale derivano le norme della vecchia morale, una vita activa, che trovi nella dimensione pubblica e nella sanzione estetica 37 Jean-François Lyotard, La condizione postmoderna : rapporto sul sapere, Milano, Feltrinelli , 1981.
  • 48. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 48 di 158 della gloria terrena la sua ragion d’ essere, ma costituisce la base per un grigia costruzione pseudonormativa. In Au Just: Conversation38 e in The differend 39 viene così presentata una inedita teoria postmoderna della giustizia che sic et simpliciter sostiene che, vista la molteplicità delle comunità linguistiche ed etiche che stanno l’ una accanto all’altra ma completamente incapaci di instaurare una comunicazione di qualsiasi genere ( e dove empiricamente Lyotard abbia mai potuto osservare una situazione del genere solo Dio lo sa, perché, al limite, anche l’ odio presuppone una forma di comunicazione, ma quando si dice completa mancanza del senso della storia, forse capiamo perché l’ angelo piange ), la massima ingiustizia che possa essere commessa non è tanto il fatto che il crimine, risulti più o meno punito attraverso una legge di tipo universale, è comunque irredimibile, ma perché per giudicare non si tiene conto della differente visione etica della due parti nel processo: I would like to call differend the case where the plaintiff is divested of the means to argue and becomes for that reason a victim. If the addressor, the addressee, and the sense of the testimony are neutralized, everything takes place as if there were there were no damages. A case of differend between two parties takes place when the regulation of the conflict that opposes them is done in the idiom of one of the parties while the wrong suffered by the other is not signified in that idiom.40 Come un procedimento legale possa tenere conto del différend lo si è appena visto ( o sarebbe meglio dire lo si è visto ma non lo si è capito) ma è altrettanto interessante notare che la scoperta del différend non è solo per Lyotard impiegabile in sede di dottrina giuspubblicistica e di pratica processuale ma trova un’altra pregevole applicazione in campo estetico, nel senso che viste le insormontabili differenze degli ambiti comunicativi della società, il compito dell’arte è appunto supplire a questa mancanza. Ma a differenza delle teorie estetiche più tradizionali, a partire da Schiller per finire con Adorno, dove l’arte rappresentava comunque la speranza del superamento del momento negativo, per Lyotard all’arte non spetta la costruzione di una narrazione ma, come nel caso della giustizia, non deve minimamente nemmeno sognarsi un superamento del différend. E se nel caso della giustizia questo significava, in pratica, una impossibilità di giudicare, per quanto riguardo l’arte questo comporta un rifiuto dell’estetica del bello ( in quanto, in linea con la lezione kantiana, il bello viene assimilato ad un processo narrativo che da un soggetto definito si proietta su un oggetto altrettanto definito nel tempo e nello spazio ) e l’elevazione del sublime come la categoria principe dell’estetica postmoderna. Ora, se è un indubbio merito di Lyotard l’individuazione del sublime come uno degli elementi fondativi dell’ ideologia dell’avanguardia ( e quindi rispetto a Kant il sublime non viene più impiegato solo per dar conto del rapporto estetico dell’ uomo con le forze della natura, che si risolve nell’ impossibilità della loro rappresentazione ), è del tutto fuorviante innanzitutto sussumere tutta l’avanguardia sotto la categoria del sublime ( sono infatti esistite forme d’avanguardia che non volevano essere sublimi, generare cioè un discorso estetico che fosse al di là della comunicazione, ma produrre invece nuove forme di comunicazione, pensiamo ad esempio al futurismo; che volevano, insomma, essere moderne e non certo postmoderne ) e , in secondo luogo, è totalmente ridicolo considerare il sublime solo come una sorta di traduzione artistica dell’impossibilità di una qualsiasi azione comunicativa e in cui il risultato di questa afasia non sarebbe un inevitabile cupissimo generale ed indistinto autismo ma l’ 38 Jean-François Lyotard, Jean-Loup Thebaud, Au Juste : conversations, Paris, C. Bourgois, 1979. 39 Jean-Franco̧is Lyotard, The differend : phrases in dispute, Minneapolis, University of Minnesota Press, 1988. 40 Jean-Franco̧is Lyotard, The differend, cit., p.9.
  • 49. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 49 di 158 emersione fra le fratture delle monadi incomunicanti della società di estatiche manifestazioni del sublime. In altre parole, non è che facendo della società una specie di imago avanguardiae ( e di una avanguardia che è astoricamente appiattita sul sublime) che riusciamo a superare le aporie della storia e tantomeno quelle dell’avanguardia stessa.41 Se però il sublime non può essere, come vorrebbe Lyotard, una specie di Lancia di Longino, che apre e al tempo stesso risana le ferite che ha procurato, non per questo le estetiche basate sull’ irreducibile scarto fra capacità rappresentative e realtà non cessano forse di essere il migliore “segnalatore d’incendio”42 di una condizione storica che dopo la rivoluzione francese molto difficilmente potrà essere ricomposta. Il problema riguardo al postmodernismo è che, mentre nei momenti più significativi della tradizione culturale della modernità questa segnalazione d’incendio costituiva comunque un reale momento di disagio che trovava manifestazione in alte espressioni artistiche e filosofiche, in cui la tragedia e lo scacco definitivo erano comunque virilmente contemplati, nel postmodernismo il grido dall’ allarme viene del tutto depotenziato e de/realizzato. E’ po’ come se invece della rappresentazione di una tragedia fossimo di fronte ad una farsa o come se invece di un racconto giallo ci fosse rappresentata una storia a fumetti di Topolino detective. Ed è forse proprio per la loro intima serietà che “questi segnalatori d’incendio” sono praticamente o ignorati o travisati dalla critica postmodernista. Se si considerassero separatamente il suo trattato sul bello ed il sublime43 e le sue riflessioni sulla rivoluzione francese44 di Burke, in fondo, ci potremmo in buona sintesi ridurre a dire o semplicemente che la sua Philophical Inquiry è uno dei testi seminali che s’inserisce nella tradizione del conferimento di un valenza filosofico-conoscitiva al sensibile ( tendenza che culminerà nell’ideologia avanguardista del Novecento ) oppure, se ci riferiamo alla Reflections sulla rivoluzione francese, si potrebbe liquidare il nostro autore affermando che la sua particolarità, rispetto alla mainstream del pensiero reazionario, è che qui un discorso sui diritti non viene in assoluto rifiutato, purché di diritti sviluppati nel corso di una tradizione storica ( quella inglese) si tratti e non di diritti dell’uomo e del cittadino astrattamente universalistici come nel caso della rivoluzione francese. Tuttavia Burke è molto di più della matematica aggiunta di questi due momenti della sua produzione. Nelle sue Riflessioni sulla rivoluzione francese, Burke metterà in opera i principi estetici della sua Indagine filosofica sul bello e sul sublime e nella descrizione del terrore rivoluzionario fatta da Burke dobbiamo sì vedere l’autentica indignazione e disgusto di un conservatore per le follie, le idiozie e la ferocia della rivoluzione ma al di sotto di questo manto di sincera ripulsa, riluce anche il profondo teorico del bello e del sublime il quale è consapevole che una delle vie maestre per suscitare una sensazione sublime è la rappresentazione artistica di uno stato di terrore e/o di orrore. Uno dei passaggi più incisivi dove terrore ed orrore vanno a braccetto è quando Burke con una immagine grottesca e raccapricciante afferma che i diritti universalistici della rivoluzione francese hanno la stessa funzione degli stracci e delle cartacce che si mettono dentro gli animali impagliati, dopo che questi sono stati debitamente eviscerati. Va da sé che in questa corrusca e lugubre allegoria le viscere estratte dal corpo non sono altro che le tradizioni storiche buttate a mare dalla rivoluzione francese e il suo inquietante significato è che se si avesse la malaugurata idea di essere abbagliati dalla ideologia rivoluzionaria si farebbe la fine dei francesi che in virtù di questa brillante operazione svolta sulle interiora corporis della tradizione sono finiti come raccapriccianti animali imbalsamati in un museo di scienze naturali. Difficilmente nella pubblicistica politica della modernità, il momento descrittivo è più intimamente legato alla 41 Hans Magnus Enzensberger, “The Aporias of the Avant-Garde”, in P. Rahv (ed.), Modern Occasions, New York, The Noonday Press, 1966. 42 Michael Löwy, Segnalatore d'incendio : una lettura delle tesi sul concetto di storia di Walter Benjamin, Torino, Bollati Boringhieri, 2004. 43 Edmund Burke, Philosophical inquiry into the origin of our ideas of the Sublime and Beautiful : with an introductory discourse concerning taste, London, T. Noble, 1845. 44 Edmund Burke, Reflections on the revolution in France and on the proceedings in certain societies in London, relative to that event in a letter intended to have been sent to a Gentleman in Paris, London, 1790.
  • 50. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 50 di 158 prescrizione e mai, come in questa allegoria, è fondamentale l’uso della consapevolezza estetica burkiana che sul sublime e sull’orrore/terrore ha svolto fondamentali riflessioni. Se si volesse pensare male, si potrebbe dire che la fondamentale trascuratezza degli autori postmoderni verso il grande conservatore inglese, visto il discorso sul sublime sviluppato da Burke che avrebbe invece dovuto indurli ad un grande interesse, è dovuta a tre ordini di motivi. Il primo riguarda l’incontestabile unicità di Burke che non solo fu un teorico del sublime ma che di questa conoscenza dei meccanismi del sublime fece anche uno strumento di grandezza letteraria ( le Riflessioni, fra le altre cose, potrebbero anche essere considerate come uno dei più riusciti esempi della letteratura dell’orrore, per non parlare come una specie di Urtext dei procedimenti avanguardistici, visto il pastiche fra i vari linguaggi, da quello giuridico a quello delle classi alte a quello del popolo, con cui le Riflessioni vengono costruite : il “montaggio” non è stato un’invenzione delle avanguardie novecentesche). Una grandezza letteraria che non avrebbe fatto che suscitare l’invidia dei principali autori postmoderni, visto che le loro sparate teoriche, comunque le si voglia giudicare ( cioè male ) non sono state accompagnate da nessun risultato estetico di rilievo. Il secondo, più che alle personali debolezze umane degli autori postmoderni, si rivolge alla falsa coscienza del postmodernismo, che ambirebbe essere una filosofia di liberazione mentre in realtà è forse la visione più conservatrice che mai mente umana abbia concepito, mentre le Riflessioni, in apparenza un testo ultrareazionario, è in realtà un inno alle libertà autenticamente vissute e non solo astrattamente proclamate ( compito che fra l’altro avrebbe dovuto assumersi il postmodernismo se invece di compiere una giusta critica ai principi dell’ ‘89 in base, come fece Burke, a riflessioni storiche – ma questo costa fatica – non avesse preferito proclamare astratte scemenze come il différend o la “metafisica della presenza” come ha fatto Derrida). Il terzo motivo dell’ estraneità del postmodernismo da Burke può essere considerato affine al secondo ma è la conseguenza più che della percezione di una classe intellettuale che si sente minacciata ed emarginata e che quindi elabora una dottrina, qualsiasi essa sia, formalmente di sinistra ma che in realtà anela all’assoluto immobilismo, è, ancor più, la conseguenza del vero “cuore di tenebra” del postmodernismo, e cioè della intima e profondissima Weltanschauung totalitaria da cui questo trae la sua più vera ispirazione ( mentre, invece, tutto di Burke si può dire tranne che fosse attratto da soluzioni totalitarie). Non si tratta qui della semplice osservazione che un’ideologia che proclama la fine di tutte le metanarrative ( tranne, ovviamente, la propria), non solo è contraddittoria e dal punto di vista epistemologico ridicolmente insensata; non è solo infatti solo questa inconcussa volontà di “farsi largo” un indice abbastanza eloquente ed inquietante di una profonda volontà omicida. C’ è molto di più e più specifico. E questo di più deriva direttamente dall’ incontestabile dato che il postmodernismo nasce dalla fusione della filosofia nietzschiana dell’estasi dionisiaca con l’impostazione che il pensiero heideggeriano ebbe dopo la Kehre. Riguardo a questa questione genealogica, basti dire che contrariamente a quello che vorrebbe la vulgata postmodernista derridiana, la Kehre non significò una svolta antinazista di Heidegger ma bensì la formulazione di una visione che il filosofo tedesco giustamente definì antiumanista perché, se con Essere e tempo al Dasein era comunque lasciato una spazio per una decisione fondamentale ( e tradotto in campo politico la decisione fondamentale significava l’adesione al nazionalsocialismo, gesto autolesionista che comunque necessitava preliminarmente di una dimensione volitiva), dopo la svolta veniva accentuato il momento della critica alla “metafisica della presenza”. Questa critica che in versione poststrutturalista avrà la sua più gloriosa manifestazione in Derrida e nel suo “non c’è nulla al di là del testo” ( e questo “ Il n’ y a pas de horse-texte ”45 è già il segno dell’impossibilità del 45 Jacques Derrida, De la grammatologie, Paris, Minuit, 1967, p. 227. Che il rifiuto della “metafisica della presenza” ( sostenere cioè da parte di Derrida e in condivisione con gli altri pensatori postmodernisti e poststrutturalisti che la presenza di un qualcosa al di là del testo, la storia cioè, è pura metafisica ) potesse, in definitiva, presentarsi come un buon servizio reso alla rimozione del fascismo è suggerito dal fatto che, molto probabilmente, solo attraverso questo rifiuto “metafisico” emerge chiaramente la “cattiva coscienza” non solo di questi intellettuali ma di tutta una società che vuole dimenticare ( e quindi per un certo verso è sinceramente dimentica ) di quello che è stato il fascismo e il secolo breve. Il problema è che, a differenza
  • 51. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 51 di 158 poststrutturalismo di pensare la storia ), in Heidegger significava la diretta cancellazione di una qualsiasi dimensione sociale e al Dasein non veniva nemmeno più lasciata alcuna decisione fondamentale che comportasse un atto volitivo ( tanto Hitler era già giunto al potere) ma bensì solo la possibilità di ascoltare la voce del vate Hölderin sulla futura Germania e di perdersi nell’ assorta meditazione dei nuovi miti heideggeriani: terra, cielo, mortali immortali ( versione altamente poetica, se vogliamo, di Blut und Boden e della natura celeste del nazionalsocialismo e del suo sommo Führer ). Ma una critica alla “metafisica della presenza” che troppo timidamente ancora avesse accettato come compagni di viaggio le “mitiche” presenze di vati e di divinità uraniche e, dall’altro, di uomini tellurici nel senso etimologico della parola, era da un lato assolutamente troppo agreste per poter essere compresa da un mondo dove sempre più dominava la rivoluzione dell’informazione e del crasso cinismo e malafede dei negazionismi alla Faurisson o alla Irving, impermeabili ai fatti perché nati e costruiti su una consapevole menzogna, la cattiva coscienza, in quanto frutto di una reale e sincera sofferenza traumatica, non può che mostrarsi inadeguata di fronte alla lezione della realtà. E la realtà nel caso del decostruzionismo postmodernista fu costituito dal caso di Paul de Man. Paul de Man, di origine belga, si era trasferito negli Stati uniti nel 1948 dove intraprese la carriera universitaria contribuendo in maniera decisiva a diffondere in quel paese il credo post strutturalista e decostruzionista del suo collega ed amico Jacques Derrida. Secondo De Man il significato di un testo scritto è puramente ed unicamente riconducibile alle sue figure retoriche e va da sé che per De Man nell’ermeneutica del testo vanno rigorosamente escluse sia l’intenzione dell’autore che il contesto ( sia culturale che tradizionale e storico ) in cui questo testo ha la fortuna di venire al mondo. Sia come sia ( sia, cioè, quanto questa tesi possa apparire cervellotica ed irreale ) verso la fine degli anni Settanta e l’ inizio degli anni Ottanta il decostruzionismo di De Mann-Derrida raggiunse una vasta eco ed influenza, finché alla sua morte giunta nel 1983 il mondo accademico statunitense celebrò De Man come uno dei suoi più illustri esponenti e la rivista Yale French Studies, nel 1985, dedicò interamente un suo numero per illustrare la sua grande influenza pedagogica. Ma, come si suol dire, il diavolo ( il postmodernismo ) fa la pentole ( la decostruzione, il rifiuto della “metafisica della presenza” ) ma non i coperchi ( la possibilità che la decostruzione possa opporsi non alla storia intesa come discussione dei massimi sistemi che da questa promanerebbero ma ad una storia con la s minuscola che è fatta dalle concretissime presenze al mondo di tanti uomini che in questo mondo hanno sofferto ed agito ). Il 1° dicembre 1987 il New York Times diede alle stampe la scoperta di una intensa attività letteraria collaborazionista e nazista di De Man. Il ricercatore Ortwin de Graef rese così noto che De Man aveva scritto sulle colonne dell’ ampiamente diffuso quotidiano belga Le Soir 169 articoli, fra recensione di libri, di concerti e di conferenze. In questi articoli, De Man si mostrava favorevole all’occupazione tedesca del Belgio ed esprimeva convinzioni filonaziste. Fra questi, particolarmente imbarazzante e vergognoso, risultava l’ articolo “Le Juifs dans la littérature actuelle”, articolo che nonostante la vergognosa indifendibilità delle tesi antisemitiche che vi si sostenevano, diede origine, nel 1988, al goffo tentativo “decostruttivo” e difensivo di Derrida ( Jacques Derrida, “Like the Sound Deep Within a Shell: Paul de Man’s War”, Critical Inquiry, 14(2)[1988]: 590-652), evidentemente non perché la causa fosse in sé difendibile ma perché bisognava comunque far qualcosa per salvare le sorti del decostruzionismo che rischiava di crollare assieme all’annichilimento morale di uno dei suoi principali esponenti ( un’altra spiegazione della maldestra difesa di Derrida è che il supremo reggitore del decostruzionismo non tanto intendesse difendere il decostruzionismo stesso e/o De Mann – una difesa all’onorabilità dello studioso scomparso impossibile, viste le prove addotte agli atti – ma, in definitiva, volesse difendere Derrida stesso dall’accusa di criptonazismo). Come abbiamo detto “mission impossible” e come tale dovette essere consegnata alla storia. Dopo aver cercato di ingraziarsi la benevolenza del lettore affermando che si condivideva la costernazione ed anche l’orrore che promanavano dallo scritto di De Mann ( un profondissimo imbarazzo che comunque risultava come chiara smentita della critica alla “metafisica della presenza” perché questi sentimenti derivavano non dalla qualità meramente letteraria del testo di De Man ma dal contesto da cui questo testo traeva forza ed ispirazione ), Derrida crede di aver trovato la chiave di volta della difesa di De Man in quanto ad un certo punto del testo compare la condanna all’ “antisemitismo volgare”. Ma dalla lettura del testo di De Mann è del tutto chiaro che non siamo in presenza della condanna dell’ antisemitismo in quanto ideologia volgare ma di quelle particolari forme di antisemitismo istintive che non sono sorrette da una dovuta consapevolezza culturale. Volendo con questo si potrebbe anche concludere la storia del postmodernismo inteso come ideologia serva di irrazionalismo e di Lete che ha imperversato
  • 52. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 52 di 158 dall’altro rivelava nemmeno troppo copertamente le sue pulsioni totalitarie. Occorreva quindi un’opera di make-up. Detto fatto. Ecco allora che sotto la critica alla “metafisica della presenza”, versione Derrida, non rimaneva più nulla, se non il semplice testo, autoreferenziale, che ora risplendeva in splendido isolamento. E non rimaneva nemmeno più un soggetto che di questo elaborato avrebbe dovuto costituire almeno il minimun del contesto perché il postmodernismo nasce dalla fusione di Heidegger con Nietzsche, il Nietzsche soprattutto della Nascita della tragedia, dove però al posto di nascita della tragedia si dovrebbe scrivere, per quanto riguarda la sua versione postmodernista, di nascita della farsa. La nascita della tragedia è il testo seminale dell’estetizzazione politica nel quale si propone la più radicale controvisione della modernità politica ed antropologica così come ci viene consegnata dalla Rivoluzione dell’ ‘89. All’etica dell’egualitarismo e della libertà originata dagli universali diritti dell’uomo, nella Nascita della tragedia viene contrapposta una visione aristocratica e gerarchica dell’umanità, dove i diritti dell’uomo non sono altro che un ridicolo succedaneo per le masse degli schiavi che sono consapevoli della morte di Dio ma che non vogliono per questo perdere i diritti politici ed individuali che il vecchio Dio, soprattutto nella versione en travesti rivoluzione francese dei diritti dell’uomo e del cittadino, paternamente loro accordava. Contro questa morale, definita da Nietzsche da schiavi, assolutamente chiaro è il messaggio lanciato dalla Nascita della Tragedia. Il mondo appartiene ai forti, a coloro che non solo hanno accettato la morte di Dio ma che da questa hanno tratto la forza per costituire una visione estetica della vita, in cui come nella tragedia greca, i due elementi costitutivi siamo il momento apollineo, l’ordine, la forza, la volontà di darsi contro il caos una forma, e il momento dionisiaco, il riconoscimento che la vita su cui deve ergersi l’apollineo è caos, disordine, estasi - in altre parole il sublime -, tutto quello, cioè, che non può essere espresso dalla soggettività tutelata dal vecchio Dio, una forza eversiva ma anche positiva che così diviene generatrice sotto il dominio e la guida dell’apollineo ed in seguito al suo costituirsi come polo alternativo ma complementare al momento apollineo. Come i Greci che dalla tragedia avevano appreso dell’inestricabile compresenza di questi due poli, così, secondo La nascita della tragedia, avrebbe dovuto comportarsi la nuova aristocrazia sorta in seguito alla morte di Dio e alla fine politica dei principi universalistici: consapevole che la vita va vissuta accettando la compresenza dell’apollineo e del dionisiaco e dal primo traendo la forza della costruzione di una nuova soggettività dominatrice che rifiuti il vecchio individualismo frutto di una mentalità da schiavi e dal secondo il gioioso riconoscimento che il vecchio io figlio di un Dio morto e di un’ ideologia che ha tentato di sostituirlo, l’egualitarismo sorto dalla Rivoluzione francese, è definitivamente sepolto e che quindi è necessario dire un sì al sublime, a tutti quegli elementi caotici ed al di là del logos che costituiscono la fonte della vita. E se sul piano teorico questo poteva risultare moto affascinante, sul piano pratico, ci troviamo così di fronte al primo schema di estetizzazione politica dell’epoca moderna dove la dionisiaca irrazionalità dell’estasi e del sublime si abbina con l’apollinea volontà di potenza dando così forma compiuta allo schema della mentalità fascista così come ci è stata consegnata dalla storia. Di questa forma originaria il postmodernismo prenderà ad un tempo molto e molto poco. Molto poco perché pur facendo propria la fine di ogni valore ( la fine delle metanarrazioni ), come al solito il postmodernismo non è che la caricatura di ciò da cui trae ispirazione, perché in Nietzsche al fino ai primi anni Novanta per poi miseramente terminare nel discredito ed irrisione generali di questi primi anni del XXI secolo. Quella che voleva presentarsi come l’ ideologia che, proprio in virtù del suo preteso definitivo affrancamento dai vincoli della ragione ma rifiutando nel contempo una visione iocentrica e superomistica tipica della destra, avrebbe posseduto le potenzialità per l’affioramento nel “politico” e nella vita di tutti i giorni del “sublime” e della creatività, altro non si è dimostrata che un goffo tentativo di rimuovere dal proprio orizzonte la tragicità del secolo breve, un sintomo, in definitiva, della sempre maggiore marginalizzazione ed emarginazione della classe intellettuale nei sistemi liberaldemocratici a capitalismo avanzato.
  • 53. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 53 di 158 fondo del suo nichilismo sta una trasvalutazione dei valori che da giudaico-cristiani devono compiere la mutazione etica aristocratica ed estetizzante basata sulla compresenza dell’apollineo e del dionisiaco così come ci sarebbe stata tramandata dalla tragedia greca. Al tempo stesso molto, perché in un certo senso viene incorporato il disegno estetizzante di Nietzsche basato sulla potenzialità tragica del sublime, solo che nel caso del postmodernismo al rifiuto dell’etica giudaica-cristiana ( ed alla sua secolare e moderna traduzione politica negli ideali universalistici della rivoluzione francese) non segue nessuna trasvalutazione di valori ma un radicale rifiuto di basare su una qualsiasi operazione valoriale un seppur minimo discorso pubblico ( ed in particolare un radicale rifiuto viene opposto non solo alla religione, tanto ormai non importa più a nessuno... ma ai principi politici dell’ ‘89: questi a qualcuno importano ancora qualcosa e delle pulsioni omicidiarie del poststrutturalismo qualcosa abbiamo già detto) e della dialettica apollineo-dionisiaco si accoglie solo il momento estatico e sublime di rifiuto della soggettività e si espunge totalmente l’apollineo, tanto è ormai divenuto anacronistico parlare del “grande stile” della costruzione di un’identità forgiata dal senso tragico della vita, troppa fatica e non necessario, visto che per dominare bastano ormai paroline magiche come différend o différance o slogan prêt-à-porter come “metafisica della presenza”. Risultato?: una sorta di heideggerismo post Kehre strappato alle auscultazioni Höelderiniane e alle contemplazioni tellurico-uraniche al quale viene offerto come magra consolazione per queste mancate meditazioni non tanto il superuomo nietzschiano ( da questo punto di vista anche a buon ragione, visto che la traduzione storica di questo mito filosofico non è stata decisamente entusiasmante, e, comunque, palesemente impresentabile, almeno per qualche secolo a venire ) ma, come al solito nello stile postmoderno, una sua ridicola caricatura, l’ultimo uomo, quello che ha rinunciato ad ogni autentico slancio ma che non ha rinunciato non diciamo tanto all’estasi, al sublime e al “grande stile” ma alla loro truffaldina rappresentazione e contraffazione ( la fine delle metanarrazioni e la facile eutanasia postmoderna dell’io ). Anche se però pulsa nel petto dell’ ultimo uomo, il cuore del postmodernismo è pur sempre un cuore di tenebra, quel Cuore di tenebra col quale Joseph Conrad non solo ci ha rappresentato l’ insostenibilità etica prima ancora che pratica del “fardello dell’uomo bianco” ma ancor di più ci fece da “segnalatore d’incendio” degli abissi in cui stava sprofondando una civiltà che sorta dai Lumi non si era più fermata a riflettere su sé stessa e sulla natura assai poco angelica, di tenebra per l’appunto, dell’ astratta proclamazione dei suoi principi universalistici ( che proprio in quanto astrattamente enunciati si traducevano nella concreta attuazione esattamente nella loro antitesi, il colonialismo e la mentalità autoritaria). Proprio per il suo evidente pessimismo sulla metanarrazione dell’illuminismo e il per il largo impiego di tropi basati sull’orrore, il terrore ed il sublime, Cuore di Tenebra sembrerebbe avere tutte le caratteristiche per essere considerato come una sorta di romanzo di formazione per il postmodernismo. In realtà, se si eccettuano sporadici commenti, Cuore di tenebra non ha mai costituito un “segnalatore d’ incendio” per tutti gli esegeti della decostruzione e della “metafisica della presenza”. Le ragioni di questo mancato incontro sono del tutto analoghe a quelle già discusse per Burke, con l’aggravante, però, che nel caso di Cuore di Tenebra, sembrano proprio riferirsi direttamente alla tara morale del postmodernismo. Di solito, quando un romanzo viene tradotto in un film, il massimo che ci si possa augurare è che la versione della settima arte non tradisca troppo l’ ispirazione originale del testo scritto. Questo tradimento si è verificato in parte anche nel caso di Apocalypse now, il film che trae diretta ispirazione dal romanzo di Conrad ( roboanti scene con elicotteri da combattimento che mitragliano villaggi al suono della Cavalcata delle Valchirie e un colonello pazzo Kilgore che in tutto questo macello – apocalisse nel senso più banale della parola – non trova niente di meglio che cavalcare un’ asse da surf mentre la giungla brucia sotto il napalm, tutta una fracassona e fiammeggiante spettacolarizzazione che pensiamo non sarebbe proprio piaciuta allo scrittore anglo-polacco) ma anche se fosse solo per la prima parola del titolo del film, Apocalypse, ( ma come vedremo Apocalypse now non si giustifica solo per il nome ), l’opera di Francis Ford Coppola potrebbe essere considerata come una continuazione del romanzo di Conrad perché, attraverso la sua
  • 54. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 54 di 158 sapiente costruzione simbolica, si presta pure perfettamente alla rappresentazione del “cuore di tenebra” del postmodernismo. Perchè anche se fosse solo per la prima parola del titolo, il film potrebbe essere considerato fedele, o meglio, rivelatore dell’intima moralità del racconto conradiano? Apocalisse viene dal greco apocalypsis, rivelazione o meglio svelamento, in altre parole l’apocalisse è un racconto che fa conoscere qualcosa che prima era tenuto nascosto. E, il romanzo di Conrad, in effetti, ci rivela molte cose attorno al cuore di tenebra che dovevano rimanere celate. Ci svela, innanzitutto, che c’è sempre stato e sempre ci sarà un muro invalicabile ad instaurare una “presa diretta” fra il linguaggio e la realtà, essendo il racconto del protagonista non rivolto direttamente al lettore ma indirizzato ad alcuni suoi ascoltatori, uno dei quali poi è la voce narrante che si rivolge al lettore del romanzo. Ci troviamo così di fronte ad una costruzione narrativa assolutamente capovolta rispetto a quella del narratore onnisciente del romanzo classico. In Cuore di tenebra non solo il narratore per questo suo parlare per relato non può certificare la veridicità della storia e del suo significato ma, addirittura, non sappiamo chi sia il vero narratore ( è Marlow che ci racconta della sua discesa nel cuore di tenebra della giungla e di Kurtz o è colui che nel romanzo ci parla di Marlow o è Conrad stesso che, attraverso l’impotenza in fondo mostrata dai due suoi narratori fittizi, vuole confessarci la sua impossibilità come uomo e come romanziere a raccontarci l’abisso che si sta di spalancando di fronte all’uomo? ). Il romanzo di Conrad quindi è un’apocalisse, una rivelazione, ma una rivelazione non solo in merito al cuore di tenebra del colonialismo ( e visto in chiave apocalittico-profetica anche di quello che di peggio ci ha consegnato il Secolo breve) ma è anche un’apocalisse come costruzione letteraria, in quanto la sua strutturazione non è altro che un’allegoria rivelatrice dell’impossibilità di una “presa diretta” fra linguaggio e realtà, o detto ancor meglio , è un’allegoria sulla tragicità del sublime che, come Kant ci insegna, è correlato ad una impotenza rappresentativa. Del resto, di questa funzione allegorica era pienamente consapevole Conrad stesso quando il narratore del racconto di Marlow dice al lettore che “Marlow non era un marinaio tipico ( a parte la sua tendenza a raccontare), e per lui il significato di una storia non si trovava all’interno come il gheriglio di una noce ma all’esterno, e avviluppava il racconto che lo generava unicamente come il calore genera una foschia, a somiglianza di uno di quei nebulosi aloni sovente resi visibili dalla luce spettrale della luna.”46 Ma se il significato della struttura allegorica del romanzo non è che la sublime ( ed orribile ) impossibilità di vincere una reale solitudine esistenziale, vista l’impossibilita del linguaggio di trasmettere l’esperienza ( “ ‘… No, è impossibile; è impossibile – dice Marlow – trasmettere la viva sensazione di qualsiasi periodo della propria esistenza – ciò che costituisce la verità, il significato – l’essenza sottile e penetrante. E’ impossibile. Si vive, così come si sogna – soli...’ ”47 ), il disvelamento del romanzo in quanto racconto è l’ apocalittico incontro di Marlow con Kurtz, apocalittico non tanto per la situazione terminale di Kurtz alla cui radice Marlow individua la brama di potere e di ricchezza di questo agente impazzito del colonialismo ma apocalittico perché disvela la sublime impossibilità di Marlow di arrivare al fondo dell’animo di Kurtz e di capirne le ragioni profonde al di là delle evidenti e banali umanissime brame: “ ‘Non ho mai visto prima, e spero che non mi tocchi mai più di rivedere, niente che assomigli al mutamento prodottosi sul suo viso. Oh, non ero affatto commosso. Ero affascinato. Come se fosse stato squarciato un velo. Su quel volto d’avorio vidi un’espressione di orgoglio fosco, di forza spietata, di abietto terrore – di una intensa e irrimediabile disperazione. Forse che in quel momento supremo di perfetta conoscenza riviveva la sua vita in tutti i particolari del desiderio, della tentazione, e dell’abbandono? Gridò sussurrando ad una qualche immagine, ad una qualche visione – gridò due volte con un grido che era poco più di un sospiro: “ Che orrore! Che orrore!” [...] . Non m’accostai più a quell’uomo notevole che aveva pronunciato un giudizio sulle avventure terrestri dell’anima sua. La voce era scomparsa. E che altro c’era stato? Ma naturalmente so bene che l’indomani i pellegrini seppellirono alcunché in una fossa piena di fango. E poi per poco non seppellirono anche me. Tuttavia come vedete, non andai a raggiungere Kurtz seduta stante. No. 46 Joseph Conrad, Al limite estremo ; Cuore di tenebre ; La linea d' ombra, Milano, Garzanti, 1978, p. 154. 47 Ibid., p. 183.
  • 55. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 55 di 158 Rimasi a sognare quell’incubo sino alla fine, e a mostrare ancora una volta la mia lealtà a Kurtz. Il destino. Il mio destino! Che cosa buffa è la vita – questo misterioso accomodamento della logica implacabile per un futile scopo. Il massimo che uno può sperare da essa è una certa conoscenza di se stesso – che giunge troppo tardi – messe di inestinguibili rimpianti. Ho combattuto con la morte. È la contesa meno emozionante che si possa immaginare. Si svolge in un grigiore impalpabile , senza nulla sotto i piedi, senza nulla intorno, senza spettatori, senza clamori, senza gloria, senza il grande desiderio della vittoria, senza la grande paura della sconfitta, in una debole atmosfera di tepido scetticismo, senza molta fede nel proprio diritto, e ancor meno in quello dell’avversario. Se tale è la forma della saggezza suprema, allora la vita è un enigma più grande di quanto non si creda. Mancò poco che mi fosse data l’occasione di pronunciare l’ultima parola, e scopersi con umiliazione che probabilmente non avrei avuto nulla da dire. Questa è la ragione per cui affermo che Kurtz era un uomo notevole. Egli aveva qualcosa da dire. La disse. E poiché anch’io ho lanciato un’occhiata di là dalla soglia, capisco meglio il significato del suo sguardo fisso, che non poteva vedere la fiamma della candela, ma era ampio abbastanza da abbracciare l’universo intero, abbastanza acuto da penetrare tutti i cuori che battono nelle tenebre. Egli aveva tirato le somme – aveva giudicato. ‘Che orrore!’ ’ ”48 Marlow ha lanciato un’ occhiata al di là della soglia , capisce meglio il significato ma, nonostante questo, la sua apocalisse ( e quella del lettore del romanzo ) è la sublime impossibilità di rappresentare l’ insondabile abisso se non evocando l’infinito orrore che esso suscita . Con Apocalypse now siamo di fronte al disvelamento di Cuore di tenebra in quanto racconto. E l’apocalisse trova la sua risoluzione nella figura di Marlon Brando-Kurtz il cui capo completamente calvo altro non è che il ritratto iperrerealistico del Mussolini degli ultimi orribili anni di guerra, l’immagine di un capo rasato da condannato a morte e che già prefigura piazzale Loreto. L’epifania dell’orrore altro non è che , ci dice Apocalypse, il fascismo e ci fa comprendere che l’abisso di cui Marlow aveva presentito qualcosa gettandoci un’occhiata ma ritraendosi subito dopo con orrore altro non era che la stazione ultima dell’ uomo occidentale che, a partire dall’illuminismo, passo dopo passo fino ad arrivare a Nietzsche e alla sua traduzione nella religione politica nazifascista, altro non significava che l’annientamento di tutti i valori della civiltà giudaico-cristiana. Vista la natura del testo e delle potenzialità veramente “apocalittiche” del suo commentario non c’è da sorprendersi che nonostante apparentemente superficiali affinità nell’ambito dell’estetica del sublime, i decostruttori postmoderni abbiano mostrato una profonda indifferenza verso Cuore di tenebra. Gli ultimi uomini non possono infatti sopportare nemmeno un’occhiata al loro interno e, ancor peggio, elaborare la dura realtà di un’ estetica del sublime che se è una indispensabile chiave di lettura per comprendere la condizione esistenziale dell’uomo, si è fino ad oggi dimostrata carica delle più disastrose potenzialità totalitarie per quanto riguarda la vita pubblica, o qualsiasi cosa assimilabile a questa sia concepibile attraverso i loro ridicoli concetti di différend, différance o “metafisica della presenza”. In conclusione di queste note, è giusto però cogliere il fondamentale nocciolo di verità contenuto non tanto nell’estetica postmoderna ma in coloro che devono essere considerati non diremmo i loro precursori ( sicuramente Nietzsche ed Heidegger si offenderebbero a morte ad essere considerati tali) ma sicuramente i loro ispiratori. E la vera “apocalisse” che emerge dai due principali esponenti del pensiero antiilluministico è la consapevolezza che la ragione ha operato sul vissuto degli uomini e dei popoli profondissimi traumi, il “disincantamento” weberiano,49 e che non c’è nessuna 48 Ibid., pp. 240-41. 49 Un “disincantamento” del mondo moderno al quale però lo stesso Weber, contrariamente a quello che comunemente si insegna, non assegnava assolutamente alcun carattere di irreversibilità: “Die alten Götter, entzaubert und daher in Gestalt unpersönlicher Mächte, entsteigen ihren Gräbern, streben nach Gewalt über unser Leben und beginnen untereinander wieder ihren ewigen Kampf ”. (Cit. in Michael Ley, Apokalypse und Moderne. Aufsätze zu politischen Religionen, Wien 1997, p. 12. ). Max Weber scriveva queste parole nel 1890 e per lui “Gli antichi dei, disincantati” altro non erano che le religioni politiche moderne sorte dopo che la rivoluzione francese aveva abbattuto le due massime agenzie dell’ “incantamento”, il trono e l’altare. Conosciamo l’esito e le terribili conseguenze degli dei che poco dopo sorsero dalle loro tombe. Ma, con buona pace del fascismo e/o del postmodernismo che vorrebbero una fuoruscita dalla storia, la lotta fra questi dei, anche se essi non assumeranno le spoglie delle ideologie che
  • 56. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 56 di 158 ingegneria politica e sociale che possa porvi rimedio a meno che non si accetti di non ripensare radicalmente il brave new world sorto dalla rivoluzione francese. Se escludiamo le risposte fasciste ( non solo quelle storicamente realizzatesi in vere e proprie forme di movimento politico o di governo ma anche quelle “virtuali” e di cui il postmodernismo è un esempio con potenzialità sottotraccia di pericolosità culturale e/o pubblica fra le più marcate, anche se l’ultimo decennio sembra segnare il definitivo declino di questa moda), le risposte nel perimetro liberaldemocratico al “disincanto” sono state particolarmente deludenti. Per non parare del comunitarismo, che difficilmente potrebbe essere inscritto nella tradizione liberaldemocratica ma semmai è un aggiornamento in veste lessicale delle vecchie ideologie nazionaliste, il neocontrattualismo alla Rawls, oltre a basare la nascita della politeia su un espediente logico introdotto unicamente per la costruzione della teoria stessa, la quale dovrebbe trovare il consenso non in virtù del riconoscimento pubblico che questa filosofia politica sia alla fine derivata da un accertamento induttivo ed empirico sulla natura della società nella sua concreta storicità ed antropologia ma su un suo astratto primato etico ( si vorrebbe che i decisori pubblici, a qualsiasi livello essi appartengano, ispirassero le loro scelte avendo come modello comportamentale di riferimento un ipotetico soggetto pienamente e consapevolmente deliberante per quanto riguarda la migliore ingegneria sociale da adottare il quale, però, nulla sa di sé stesso – in quanto pura mente e quindi non ancora facente parte di questo mondo – e quali siano le sue vere potenzialità e capacità una volta che questo soggetto da pura mente venga al mondo; si presuppone, in altre parole, una mente disincarnata, cioè una non mente, che dovrebbe costituire l’ideale parametro – proprio perché sarebbe la sua “disincarnazione” storica e biologica a garantirne la prudenza e moralità non potendo questa prendere decisioni contro i meno dotati perché in uno stato di assoluta ignoranza sulle sue reali capacità in quanto disincarnata dal bios e dalla storia – sul quale basare politiche pubbliche improntate alla giustizia), non è assolutamente in grado, proprio per la sua natura astrattamente formalistica, non diciamo di abbinarsi ad un soggetto politico che possa pensare di farne una sua bandiera ma anche solo di informare una cultura politica che possa avere un qualche peso nel dibattito pubblico. Quanto al neorepubblicanesimo, le sue ultime vicende stanno a dimostrarne l’ insabbiamento in considerazioni di archeologia politica e l’ abbandono, di fatto, di ogni pretesa di candidarsi come canone interpretativo e prescrittivo del “politico”. Quello che in altre parole necessita, non è tanto una politica che al disincanto risponda riproponendo nuove ideologie più o meno incantatrici ( sul versante autenticamente tragico Nietzsche, Heidegger, il fascismo, il nazismo e, per finire sotto il versante della parodia, il postmodernismo hanno già ampiamente dato...) ma qualcosa che consenta di rimettere la politica “in forma”, conferendo alla politica in sé e per sé e non attraverso estrinseche mitologie e/o ideologie quella carica incantatrice e sublime che, in seguito al trasferimento di sacralità operato dalla rivoluzione francese, era passata dal trono e dall’altare alle varie ideologie dell’Ottocento e del secolo breve.50 La hanno funestato il secolo breve, è veramente – come pensava Weber – “eterna” e dipenderà anche da un “incantamento” che sappia insediarsi direttamente e senza mediazioni ideologiche nella politica se questa non avrà gli esiti totalitari e distruttivi che si sono avuti nel Novecento. 50 Si mutua il concetto di “politica in forma” da “guerre en forme” secondo la lezione di Carl Schmitt: “ Ad entrambe, alla guerra di religione ed alla guerra civile, si contrappone la guerra puramente statale del nuovo diritto internazionale europeo, al fine di neutralizzare e quindi di superare i conflitti tra i partiti. La guerra diventa ora una “guerra in forma”, une guerre en forme, e ciò solo per il fatto che essa diventa
  • 57. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 57 di 158 direzione che qui allora si vuole indicare è quella tracciata da Hannah Arendt, che al di là di una mitologia della polis assolutamente datata, ha ripetutamente insistito sul fatto che una politica veramente umana ( che non voglia discendere da spietate tecnoburocrazie o da un mondo tradizionale ormai morto ) non può che avere al suo centro l’aspirazione dell’uomo a distinguersi tra i suoi simili e al raggiungimento della gloria terrena.51 Distinzione e gloria che sono concepibili solo attraverso una visione estetica della rappresentazione del politico e che altro non è che la politicizzazione per gli uomini di quel sublime “grande stile” che Nietzsche avrebbe voluto solo riservare ai superuomini. Ma questi, per nostra somma fortuna, sono morti e a vegliarne le mute spoglie ormai sono solo rimasti gli ultimi uomini del postmodernismo per i quali non c’è allegoria guerra tra Stati europei chiaramente delimitati sul piano territoriale, ovvero un confronto tra entità spaziali raffigurate come personae publicae, le quali costruiscono sul suolo comune d’Europa la “famiglia” europea e possono quindi considerarsi reciprocamente come justi hostes. La guerra può divenire così qualcosa di analogo a un duello, uno scontro armato tra personae morales determinate territorialmente che stabiliscono tra loro lo jus publicum Europaeum”. ( Carl Schmitt, Il nomos della terra nel diritto internazionale dello “Jus publicum Europaeum”, Milano, Adelphi, 2006, p. 165 ). Nonostante che tutta la filosofia politica del giuspubblicista nazista fosse ossessionata dal concetto del Katechon e quindi lo studioso di Plettenberg volesse rintracciare nella storia europea ogni possibile esempio di freno alla calata dell’anticristo ( cioè del disordine rivoluzionario e la guerre en forme sia oppure no un concetto con qualche valore euristico, si presta elegantemente a svolgere il ruolo di “frenatore”), anche noi come Carl Schmitt, anche se più che nella veste di “frenatori” ci piacerebbe immaginarci nel ruolo di “acceleratori”, intendiamo fornire alla politica – prima ancora che alla guerra – quella “forma” che secondo Carl Schmitt sembrava tralucere nelle relazioni tra gli stati europei ( e nella loro vita pubblica interna ) prima della rivoluzione francese. Si potrebbe a questo punto obiettare che i sistemi liberaldemocratici, al di là delle varie e diverse forme di governo da questi adottate, hanno già realizzato la “politica in forma”. Ma se si tiene presente che 1) giustamente il fascismo, il nazismo e il comunismo sono state definiti “religioni politiche” ma che non si capisce perché il liberalismo inteso come ideologia non debba subire lo stesso trattamento e che 2) l’attuale “sacralizzazione della politica” che aveva caratterizzato le liberaldemocrazie del secondo dopoguerra sta ora sempre più assumendo la forma di “sacralizzazione del potere politico” caratterizzante gli stati dell’ancien régime e, nella modernità, gli stati totalitari, ci si rende conto che il “trasferimento di sacralità”, che in origine era partito dal trono e dall’altare, sta ora tornando a nuovi troni ed altari che con la democrazia non hanno proprio molto a che fare. Il riconoscere che nella politica vi sono solo justi hostes non significa però compiere solo i soliti e retorici vacui riconoscimenti alla dignità dell’avversario politico di cui i teatrini delle varie liberaldemocrazie ci hanno da tempo abituati ma far rientrare nella politica democratica tutta quella carica sacrale che nei due secoli che si sono succeduti alla rivoluzione francese aveva trovato allocazione prevalentemente nelle religioni politiche. In altre parole, se non si avrà il coraggio di contaminare la politica con la dimensione del “numinoso” ( cfr. Rudolf Otto, Il sacro. L’irrazionale nell’idea del divino e la sua relazione al razionale ( 1917), Milano, Feltrinelli, 1989 ), il “mysterium tremendum et fascinans” della ricerca della gloria terrena rimarrà schiavo del momento economico e/o tornerà a rifluire dentro le ideologie ( che, infatti, nonostante quello che pretende il postmodernismo, solo apparentemente sono “fuori forma” e il cui ruolo attuale , al di là delle dichiarazioni di facciata di decesso delle stesse, non è altro che favorire l’attuale globalizzazione sotto il segno del turbocapitalismo ). 51 Hannah Arendt aveva aggiunto che la ricerca della gloria terrena attraverso la politica aveva come necessario complemento la capacità di perdono: “ Il rimedio contro l’irreversibilità e l’imprevedibilità del processo avviato dall’azione non scaturisce da un’altra facoltà superiore, ma è una delle potenzialità dell’azione stessa. La redenzione possibile dell’aporia dell’irreversibilità – non riuscire a disfare ciò che si è
  • 58. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 58 di 158 né narrativa che possa loro strappare il “cuore di tenebra” e fargli gridare “ ‘Che orrore!, Che orrore! ’ ” 52 silenzioso, nella posa di un Budda meditabondo. Per un po’ nessuno si mosse. ‘Abbiamo perduto il primo riflusso della marea ’ osservò ad un tratto il consigliere d’amministrazione. Alzai la testa. L’orizzonte era sbarrato al largo da un nero banco di nuvole, e quel tranquillo corso d’acqua che portava ai confini estremi della terra fluiva cupo sotto un cielo oscuro – pareva condurre nel cuore di una tenebra immensa.” fatto anche se non si sapeva, e se non si poteva sapere, che cosa si stesse facendo – è nella facoltà di perdonare. Rimedio all’imprevedibilità, alla caotica incertezza del futuro, è la facoltà di fare e mantenere delle promesse. Le due attività si completano, poiché una, il perdonare, serve a distruggere i gesti del passato, i cui “peccati” pendono come la spada di Damocle sul capo di ogni nuova generazione; l’altra, il vincolarsi con delle promesse, serve a gettare nell’oceano dell’incertezza, quale è il futuro per definizione, isole di sicurezza senza le quali nemmeno la continuità, per non parlare di una durata di qualsiasi genere, sarebbe possibile nelle relazioni tra gli uomini.” (Hannah Arendt, Vita Activa. La condizione umana, Milano, Bompiani, 1999, p. 175). Riteniamo Il passo appena citato di Hannah Arendt uno dei migliori esempi di “reincantamento della politica”. Non tanto la messa in scena di superuomini, di miti alla Heidegger e/o di ideologie, ma assegnare alla politica, ai suoi gesti e al suo linguaggio ( nella condizione attuale da riscrivere totalmente ) quella funzione “religiosa” di tenere unito in un vincolo solido eppure flessibile i mutevoli ma eterni aspetti della condizione umana avendo come ideale regolativo quello zoon politikon che costituisce la categoria più caratterizzante e tradizionale ( ed al tempo stesso più rivoluzionaria ) del pensare il “politico” in occidente. “Politica in forma” e nient’altro. Forse politica sublime. 52 Joseph Conrad, Al limite estremo ; Cuore di tenebre ; La linea d' ombra, cit., p. 250. Conrad e Marlow sono pienamente consapevoli che l’Apocalisse è una conquista dolorosa e difficile, iniziatica, che deve essere ai più risparmiata. In conclusione del viaggio nel cuore di tenebra, Marlow incontra la fidanzata di Kurtz, la quale accoratamente gli chiede di riferirle degli ultimi momenti di vita del folle duce della giungla: “ ‘ ‘Sino alla fine,’ dissi, con voce scossa. ‘ho ascoltato le sue ultime parole…’ Tacqui allarmato. ‘Ripetetele,’ disse lei con tono accorato. ‘Ho bisogno – bisogno – di qualcosa – di qualcosa – con cui – con cui possa vivere.’ Ero sul punto di gridarle, ‘Ma non le udite?’ Il crepuscolo le andava ripetendo un mormorio insistente tutt’intorno a noi, in un mormorio che sembrava gonfiarsi minaccioso come il primo mormorio del vento che si alza. ‘Che orrore! Che orrore!’ ‘ ‘L’ ultima sua parola – con cui possa vivere’ insistette. ‘Non capite che io l’amavo – l’amavo – l’amavo!’ Ripresi animo e parlai lentamente. ‘ L’ultima parola che pronunciò fu – il vostro nome.’ ’ […] Marlow tacque, e restò seduto in disparte, indistinto e silenzioso, nella posa di un Budda meditabondo. Per un po’ nessuno si mosse. ‘Abbiamo perduto il primo riflusso della marea ’ osservò ad un tratto il consigliere d’amministrazione. Alzai la testa. L’orizzonte era sbarrato al largo da un nero banco di nuvole, e quel tranquillo corso d’acqua che portava ai confini estremi della terra fluiva cupo sotto un cielo oscuro – pareva condurre nel cuore di una tenebra immensa.”
  • 59. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 59 di 158 SEMINÁRIO INTERNACIONAL DE COIMBRA ESTADOS AUTORITÁRIOS E TOTALITÁRIOS E SUAS REPRESENTAÇÕES PROPAGANDA, IDEOLOGIA, HISTORIOGRAFIA E MEMÓRIA Coimbra, Arquivo da Universidade 28, 29 e 30 de Novembro de 2007 MASSIMO MORIGI
  • 60. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 60 di 158 ARTE E MODERNITA’. I DUE PERCORSI COMUNI DEL FASCISMO E DELL’ESTADO NOVO ( AESTHETICA FASCISTICA III ) * Massimo Morigi è Dottorando presso la FLUC. MANIFESTO ANTI-DANTAS E POR EXTENSO por José de Almada-Negreiros POETA D'ORPHEU FUTURISTA e TUDO BASTA PUM BASTA! UMA GERAÇÃO, QUE CONSENTE DEIXAR-SE REPRESENTAR POR UM DANTAS É UMA GERAÇÃO QUE NUNCA O FOI! É UM COIO D'INDIGENTES, D'INDIGNOS E DE CEGOS! É UMA RÊSMA DE CHARLATÃES E DE VENDIDOS, E SÓ PODE PARIR ABAIXO DE ZERO! ABAIXO A GERAÇÃO! MORRA O DANTAS, MORRA! PIM! UMA GERAÇÃO COM UM DANTAS A CAVALO É UM BURRO IMPOTENTE! UMA GERAÇÃO COM UM DANTAS À PROA É UMA CANÔA UNI SECO! O DANTAS É UM CIGANO! O DANTAS É MEIO CIGANO! O DANTAS SABERÁ GRAMMÁTICA, SABERÁ SYNTAXE, SABERÁ MEDICINA, SABERÁ FAZER CEIAS P'RA CARDEAIS SABERÁ TUDO MENOS ESCREVER QUE É A ÚNICA COISA QUE ELLLE FAZ! O DANTAS PESCA TANTO DE POESIA QUE ATÉ FAZ SONETOS COM LIGAS DE DUQUEZAS! O DANTAS É UM HABILIDOSO! O DANTAS VESTE-SE MAL! O DANTAS USA CEROULAS DE MALHA! O DANTAS ESPECÚLA E INÓCULA OS CONCUBINOS! O DANTAS É DANTAS! O DANTAS É JÚLIO! MORRA O DANTAS, MORRA! PIM! O DANTAS FEZ UMA SORÔR MARIANNA QUE TANTO O PODIA SER COMO A SORÔR IGNEZ OU A IGNEZ DE CASTRO, OU A LEONOR TELLES, OU O MESTRE D'AVIZ, OU A DONA CONSTANÇA, OU A NAU CATHRINETA, OU A MARIA RAPAZ! E O DANTAS TEVE CLÁQUE! E O DANTAS TEVE PALMAS! E O DANTAS AGRADECEU! O DANTAS É UM CIGANÃO!
  • 61. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 61 di 158 NÃO É PRECISO IR P'RÓ ROCIO P'RA SE SER UM PANTOMINEIRO, BASTA SER-SE PANTOMINEIRO! NÃO É PRECISO DISFARÇAR-SE P'RA SE SER SALTEADOR, BASTA ESCREVER COMO DANTAS! BASTA NÃO TER ESCRÚPULOS NEM MORAES, NEM ARTÍSTICOS, NEM HUMANOS! BASTA ANDAR CO'AS MODAS, CO'AS POLÍTICAS E CO'AS OPINIÕES! BASTA USAR O TAL SORRISINHO, BASTA SER MUITO DELICADO E USAR CÔCO E OLHOS MEIGOS! BASTA SER JUDAS! BASTA SER DANTAS! MORRA O DANTAS, MORRA! PIM! O DANTAS NASCEU PARA PROVAR QUE, NEM TODOS OS QUE ESCREVEM SABEM ESCREVER! O DANTAS É UM AUTOMATO QUE DEITA PR'A FÓRA O QUE A GENTE JÁ SABE QUE VAE SAHIR... MAS É PRECISO DEITAR DINHEIRO! O DANTAS É UM SONETO D'ELLE-PRÓPRIO! O DANTAS EM GÉNIO NUNCA CHEGA A PÓLVORA SECCA E EM TALENTO É PIM-PAM-PUM! O DANTAS NÚ É HORROROSO! O DANTAS CHEIRA MAL DA BOCA! MORRA O DANTAS, MORRA! PIM! O DANTAS É O ESCARNEO DA CONSCIÊNCIA! SE O DANTAS É PORTUGUEZ EU QUERO SER HESPANHOL! O DANTAS É A VERGONHA DA INTELLECTUALIDADE PORTUGUEZA! O DANTAS É A META DA DECADÊNCIA MENTAL! […] E OS CONCERTOS DO BLANCH! E AS ESTATUAS AO LEME, AO EÇA E AO DESPERTAR E A TUDO! E TUDO O QUE SEJA ARTE EM PORTUGAL! E TUDO! TUDO POR CAUSA DO DANTAS! MORRA O DANTAS, MORRA! PIM! PORTUGAL QUE COM TODOS ESTES SENHORES, CONSEGUIU A CLASSIFICAÇÃO DO PAIZ MAIS ATRAZADO DA EUROPA E DE TODO OMUNDO! O PAIZ MAIS SELVAGEM DE TODAS AS ÁFRICAS! O EXILIO DOS DEGRADADOS E DOS INDIFERENTES! A AFRICA RECLUSA DOS EUROPEUS! O ENTULHO DAS DESVANTAGENS E DOS SOBEJOS! PORTUGAL INTEIRO HA-DE ABRIR OS OLHOS UM DIA - SE É QUE A SUA CEGUEIRA NÃO É INCURÁVEL E ENTÃO GRITARÁ COMMIGO, A MEU LADO, A NECESSIDADE QUE PORTUGAL TEM DE SER QUALQUER COISA DE ASSEIADO! MORRA O DANTAS, MORRA! PIM! José de Almada-Negreiros POETA D'ORPHEU FUTURISTA e TUDO José de Almada-Negreiros, Manifesto Anti-Dantas e por Extenso […] E a musica cessa como um muro que desaba,/ A bola rola pelo despenhadeiro dos meus sonhos interrompidos,/e do alto dum cavallo azul, o maestro, jockey amarello tornando-se preto,/Agradece, pousando a batuta em cima da fuga d’um muro/E curva-se sorrindo, com uma bola branca em cima da cabeça, /Bola branca que Ihe desapparece pelas costas abaixo… Fernando Pessoa, Chuva Oblíqua Nel segno della fine delle narrazioni sorta dagli orrori totalitari del Novecento e dai quasi altrettanto inquietanti inizi del secolo che gli è succeduto, nel segno tecnologico dell’afasia di significato dell’era dell’iperriproducibilità elettronica e nel segno della crisi di civiltà che forse tutti li riassume della finis avanguardiae53 si svolge il nostro racconto delle strategie propagandistiche di due regimi politici, il fascismo italiano e l’Estado Novo salazarista, che, al di là dei diversi stili e mezzi comunicativi dispiegati, condivisero il medesimo proposito di generazione di un uomo nuovo. Un uomo nuovo che se per Mussolini doveva “credere, obbedire e combattere” per 53 A questo proposito risultano seminali R. Poggioli, Theory of the Avant-Garde, Cambridge, Mass., Belknap, 1968 e P. Bürger, Theory of the Avant-Garde, Minneapolis, University of Minnesota Press, 1984.
  • 62. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 62 di 158 Salazar, al di là della scontata accettazione dell’estremo sacrificio patriottico, era decisiva una sua supina accettazione dei valori tradizionali e cristiani ( “Non discutiamo - ripeteva incessantemente l’autocrate portoghese - Dio e la virtù. Non discutiamo la Patria e la sua storia. Non discutiamo l’autorità e il suo prestigio. Non discutiamo la famiglia e la sua morale. Non discutiamo la gloria del lavoro”54, ecc…). Ed anche noi accettando supinamente il “non discutiamo” salazariano ma rivolgendolo sia contro di lui che contro Mussolini avremmo pronta a questo punto la conclusione, veramente molto conclusiva perché assolutamente liquidatoria e rassicurante, che più o meno suonerebbe in questo modo : fascismo e salazarismo perseguirono, pur nella diversità dei metodi adottati ( la mobilitazione di massa per il fascismo, l’apatia di massa nel salazarismo) il medesimo obiettivo di risolvere in via dittatoriale e/o totalitaria le tensioni che scaturirono dalla crisi dei regimi liberali del primo dopoguerra. Sotto questo punto di vista, se dal punto politico è sempre necessario mantenere alta la guardia contro nostalgici ritorni di soluzioni autoritarie, dal punto di vista storico non si può non sottolineare che ciò ebbe origine nel quadro della crisi del primo dopoguerra del liberalismo è per sempre consegnato appunto alla storia55 senza possibilità alcuna di ritorno. E come si dice, e tutti vissero felici e contenti. Felici e contenti gli odierni (neo)fascisti che se nel privato continuano a coltivare onirici sogni di “uomini forti” ( nel caso del Portogallo un sondaggio televisivo certamente non scientifico ma sicuramente significativo ha eletto Salazar come “ o maior português de sempre”), pubblicamente possono dedicarsi a costruirsi un’immagine di difensori di quell’ordine liberale che in un non troppo lontano passato tanto s’impegnarono per distruggerlo. Altrettanto felici quelli della controparte di sinistra, che ormai non chiedono altro che di “glissare” sulla storia dei totalitarismi del Novecento per proporsi anch’essi come gli unici difensori della “vera fede” liberal-liberista emersa trionfante dalle macerie post ’89 della caduta del muro di Berlino. E felici e contenti, alla fine, anche gli “addetti ai lavori” alle narrazioni (per intenderci : gli storici e più in generali gli intellettuali) che, ammesso che non siano compresi ( e/o presi) nelle problematiche e nelle ambasce delle categorie prima citate, dalla storicizzazione integrale del recente passato hanno se non altro da guadagnare una riposante ridefinizione del ruolo , che da coscienza critica viene convertito a più o meno gradevole cantastorie da fiera dell’era digital-televisiva. Purtroppo ( o per fortuna, se si vuole ) se sembra essere perduta la capacità di costruire narrative, non altrettanto si verifica per le possibilità di accadimento di vicende significative che anzi nel segno del postmoderno assumono una capacità riproduttiva inversamente proporzionale alla inanità nel rappresentarle. Evidentemente la (relativa) tranquillità evocata dalla “fine della storia”56 presenta rischi di agitati risvegli per evitare i quali , pensiamo, siano altrettanto errate sia la 54 Parole del dittatore che ora riecheggiano tramite You Tube anche nel web. 55 Nelle forme, cioè, che il totalitarismo assunse dopo il primo dopoguerra. 56
  • 63. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 63 di 158 strategia di storicizzazione integrale che relegherebbe il passato recente in una tranquillizzante preistoria senza più alcun significato a gloria ed edificazione di un presente (ed infinito) neolibelirismo sia la demonizzazione integrale delle varie manifestazioni degli autoritarismi e/o totalitarismi del Novecento ( nel nostro caso in specie il fascismo italiano ed il salazarismo), che seppur mantiene tutta la sua validità assiologica a livello di proposizione delle politiche pubbliche, rivela anche una profonda incapacità di contrapporsi efficacemente alla fine delle narrazioni che sembra lo stigma ineliminabile della condizione postmoderna ( una condizione postmoderna di afasia, come vedremo, anche storicamente correlata all’irrisolto - ed irresolubile in ultima istanza – rapporto fra estetica ed estetizzazione della politica tipico di questi regimi).57 1932. Siamo alle prime avvisaglie dell’Estado Novo e Antonio Ferro nell’ambito della sua autopromozione d’immagine per proporsi di fronte a Salazar come il futuro responsabile dell’arte e della propaganda del nuovo regime, invita a Lisbona Filippo Tommaso Marinetti. L’incontro più importante Marinetti lo avrà con Júlio Dantas, lo scrittore provinciale e casereccio che nel 1916 Almada Negreiros aveva messo simbolicamente e giocosamente a morte nel Manifesto Anti-Dantas e por Extenso F. Fukuyama, The End of History and the Last Man, New York, Free Press, 1992. Sarebbe ingeneroso rilevare come gli scenari rappresentati dal fantasioso funzionario del Dipartimento di Stato siano stati letteralmente ridicolizzati dalle fortissime “turbolenze” degli anni che sono seguiti alla caduta del muro di Berlino. Piuttosto, è più significativo sottolineare come il sogno ( o meglio l’incubo) di una fine della storia, anche se in salsa neoliberilista, altro non è che l’ultima edizione dell’utopia secolarizzata hegeliana e marxiana che nella fine di ogni narrativa storica e sociale vedevano l’obiettivo cui immancabilmente avrebbero portato le loro filosofie e la massima realizzazione delle potenzialità dell’uomo. Se è perciò ironico che in questo caso il sogno totalitaristico sia stato concepito in un “perimetro” di pensiero politico, quello liberale, che in passato era stato ritenuto ( forse troppo affrettatamente) come assolutamente “altro” rispetto alle pulsioni totalitarie ( per un pensiero liberale che rifiuta le lusinghe liberiste e intende risalire alle fonti della filosofia politica classica cfr. G. Giorgini, Liberalismi eretici, Trieste, Edizioni Goliardiche, 1999 ), ci deve anche risultare non di piccolo sollievo che la produzione di anticorpi contro questa nuova versione di pensiero unico non sia affidata alle lusinghe dei cantori del postmoderno ma in particolare a coloro che nella necessità della continuazione delle narrazioni, della memoria e della metafora hanno incentrato la loro antropologia e la loro attività come storici ed intellettuali. Accanto quindi ad una visione “culturalistica” del fenomeno del fascismo e del totalitarismo e dei rapporti con le avanguardie artistiche ( vedi nota 5), la presente comunicazione è ugualmente debitrice verso il magistero di Ricoeur ( per una incisiva sintesi ed elaborazione del quale si rimanda a F. Catroga, Memória, História e Historiografia , Coimbra, Quarteto Editora, 2001) che alla memoria e alla possibilità della metafora e della poiesis di generare nuove narrazioni affida le speranze dell’uomo del XXI secolo. 57 Fondamentale, per affrontare sul piano storico ma anche politologico e della filosofia politica il rapporto fra fascismo, avanguardie artistiche ed elaborazione dei linguaggi estetici del modernismo A. Hewitt, Fascist Modernism. Aesthetics, Politics, and the Avant-Garde, Stanford, Stanford University Press, 1993, opera che sta alla base dell’impostazione ideologica “culturalistica” del presente lavoro e di quelli che l’hanno preceduto (cfr. nota 26).
  • 64. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 64 di 158 ( il primo manifesto futurista portoghese). Ora, indignato da questo incontro, preannuncio, a suo giudizio , di una mediocre politica antiavanguardistica che in campo artistico rischiava di intraprendere il regime, Almada Negreiros, la cui ideologia, come del resto di tutta l’avanguardia artistica portoghese, è antidemocratica e autoritaria ma che sa ben sa distinguere la teoria dalle sue ricadute pratiche ( nel caso in specie, il realistico scenario di una involuzione conservatrice del regime nelle scelte estetiche), prorompe in questo amarissimo sfogo: Esattamente 23 anni dopo il Movimento Futurista, è venuto in Portogallo il suo capo e creatore F. T. Marinetti. Meglio tardi che mai. In realtà, per i futuristi portoghesi ( perché ce ne furono e ce ne sono ancora ) ciò che Marinetti ha portato loro l’altro ieri alle Belle Arti è vecchio di 23 anni e un giorno, né più né meno. E per chi non è futurista il compito del capo dev’essere stato splendidamente inutile o un bel numero di varietà […] . L’ammirevole creatore del Futurismo è in quella fase accademica e nella relativa età che si prestano bellamente ad essere maneggiate dai putrefatti e dagli archivisti. Il più grave è che Marinetti non ignora che il Portogallo è l’unico paese latino, oltre l’Italia, in cui ci sia stato un movimento futurista. Ebbene, da parte di Marinetti non c’è stato un unico e semplice saluto ai suoi compagni del Portogallo e al contrario, ben custodito dagli austeri “pompiers” nazionali, è venuto in frac a stabilire più confusione di quanta già non ci fosse qui tra coloro che amano equivocare e fra gli eterni soggetti agli equivoci. Quanto all’ammirevole e sempre muovo creatore del Futurismo, F.T. Marinetti, deploriamo noi, futuristi portoghesi, la sua amnesia relativamente al Portogallo, la sua mancanza di memoria su quanti nomi eroici del Futurismo hanno fatto qui su questa terra, in una lotta senza tregua contro i semifreddi in panciotto. Deploriamo, noi futuristi portoghesi, che il grande cosmopolita Marinetti abbia per disgrazia il grande e irreparabile difetto di non saper viaggiare, per lo meno in Portogallo. Per finire noi, futuristi portoghesi, salutiamo con il maggiore dei nostri entusiasmi il sempre nuovo creatore del Futurismo in questo suo passaggio per la capitale del nostro paese e gli auguriamo il felice viaggio di ritorno alla sua grande patria, dove lo attente il suo posto ben meritato di accademico del fascio italiano.58 Almada Negreiros aveva tutte le sue buone ragioni per deplorare l’imborghesimento di Marinetti che giungeva in Portogallo al traino di istanze artistiche decisamente poco promettenti e certamente connotate da mediocrità conservatrice di cui Dantas rappresentava la sintesi suprema; molto meno, purtroppo, a parlare con un “noi” collettivo a nome dei futuristi portoghesi, i quali anche nel momento del loro pubblico manifestarsi nel 1917 attraverso il numero unico di “Portugal Futurista” non furono, in fondo, che uno sparuto gruppo di individui da potersi contare sul palmo di una mano o poco più ( Santa-Rita Pintor, Almada Negreiros, Amadeo de Souza- Cardoso, Raul Leal, Fernado Pessoa - o meglio il suo eteronimo Álvaro De Campos - , mentre il grande amico di Pessoa e compartecipe col massimo poeta portoghese contemporaneo dell’avventura dell’ “Orpheu” , Sá-Carneiro, suicidandosi nel 1916 in una indifferente Parigi protesa allo sforzo bellico, era già passato a miglior vita ); uno sparuto gruppo che per soprammercato non diede mai l’impressione, al contrario 58 L. Stegagno Picchio, Nel segno di Orfeo. Fernando Pessoa e l’Avanguardia portoghese, Genova, il melangolo, 2004, pp.116-117.
  • 65. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 65 di 158 dei futuristi italiani, di essere una compatta compagine tesa ad imporre al mondo ostile il proprio credo estetico ( o meglio estetico-politico trattandosi di futuristi). Prendiamo ad esempio Almada Negreiros. Il Manifesto Anti-Dantas e por Extenso dal punto di vista formale rispecchia tutti i canoni dell’irriverenza del manifesto futurista ( l’uso sprezzante di rozza carta da imballaggio per stamparlo, l’ironico impiego di procedimenti onomatopeici, il “pim” molto più ripetuto del “pum”, a significare che Júlio Dantas, in definitiva, non meritava nemmeno un colpo di pistola; una pistola a sua volta rappresentata dall’indice puntato di una manina nera, un simbolo usato per gli annunci commerciali e ritenuto evidentemente da Almada Negreiros più atto della rappresentazione di una pistola vera a freddare il maggiore esponente di un’ arte venduta e commerciale quale era Júlio Dantas) ma rispetto al modello italiano, nel Manifesto Anti-Dantas non è un gruppo di futuristi che si scaglia contro l’odiato simbolo della mediocrità artistica ma solo Almada Negreiros. Ricordiamo l’incipit del manifesto riportato in esergo : “MANIFESTO ANTI-DANTAS E POR EXTENSO/ por José de Almada Negreiros/ POESTA D’ORPHEU, FUTURISTA e TUDO.” Solo e unicamente Almada Negreiros, il quale in mancanza di un senso collettivo di gruppo si sente - od è costretto , non sappiamo - di riassumere nel suo solo nome tutto il futurismo portoghese. E ancora Almada Negreiros, questa volta in riferimento a “Portugal Futurista”. Dove sfogliando il numero unico della rivista del futurismo portoghese ci appare all’improvviso un guizzante e fiammeggiante Almada in tuta aviatorio-paracadustitica . L’immagine ci restituisce un senso di militarità e dinamismo veramente futurista, peccato solo che a differenza del modello italiano, dove i futuristi marzialmente agghindati si facevano fotografare in gruppo mentre volontari partivano per il fronte,59 qui il povero Almada appare in totale solitudine, a gloria ed edificazione della sua immagine pubblica, certamente, ma trasmettendo un’impressione di un così profondo solipsismo non certo benaugurante per le sorti del movimento. Un solipsismo addirittura con venature patetiche nel caso di Santa-Rita Pintor, dove sempre sulle pagine di “Portugal Futurista”, è fotografato in veste di lunare Pierrot con bombetta e con una tuta a quadri. Come nel caso di Almada Negreiros, anche questa fotografia ritrae un uomo solo e per di più la postura di Santa-Rita-Pierrot è esattamente agli antipodi di quello che dovrebbe essere un porgersi da vero futurista: seduto, con schiena ricurva e lo sguardo perso nel vuoto. Una desolazione, una tristezza, una solitudine, che evidentemente non dovevano essere il risultato di un’istantanea che non era riuscita a restituire un senso attivistico ed energetico della vita come avrebbero voluto i dettami futuristi ma che dovevano essere propri del disastro esistenziale che connotò la vita di Santa-Rita. Già a Parigi, dove soggiornava in veste di borsista di belle arti, aveva avuto modo di rendersi fastidioso a Sá-Carneiro dichiarandosi ultramonarchico, imperialista e alla ricerca di un uomo superiore ( abbiamo già detto che i futuristi portoghesi erano pochi amanti del sistema liberaldemocratico ed erano ancor meno ben propensi verso la repubblica portoghese ma a tutto c’è un limite e questo guazzabuglio incoerente ed antiliberale di tradizione 59 Per una chiara e dettagliata storia della vicende artistiche ed umane dei futuristi italiani, vedi E. Crispolti, Storia e critica del futurismo, Bari, Laterza, 1986.
  • 66. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 66 di 158 reazionaria e di nietzschianismo risultava particolarmente indigesto ai suoi interlocutori ) e non contento di questo pretenzioso biglietto da visita ideologico prima di ripartire nel 1914 per Lisbona affermava che il suo ritorno era legato all’incarico ricevuto direttamente da Marinetti di tradurre in portoghese i manifesti ed i proclami futuristi e di diffondere in patria il movimento.60 Veramente singolare la parabola esistenziale di questo autoproclamato ( ma non riconosciuto come tale dai suoi sodali ) capo del futurismo portoghese. Morirà molto giovane, non ancora trentenne, nel 1918 , non si sa bene se suicida o per la spagnola o per una via di mezzo fra il suicidio e la malattia ( in pratica si sarebbe lasciato morire rifiutando ogni cura) e lasciando come sua ultima volontà l’ordine di distruggere tutte le sue opere. Una fine assai poco futuristica ma molto romantica anche se gravata dal tragicomico sospetto che in realtà non ci sia mai stato quasi nulla da distruggere perché probabilmente Santa-Rita aveva dipinto pochissimo essendo le uniche opere sicuramente attribuibili al “protofondatore” del futurismo portoghese quelle apparse nel numero unico di “Portugal futurista”.61 Per quanta poi riguarda il segno lasciato da Fernando Pessoa su “Portugal Futurista”, notiamo intanto che l’ Ultimatum di Alvaro De Campos apparso sul primo ed unico numero della rivista del futurismo portoghese è firmata appunto solo dallo stesso Alvaro de Campos, a conferma di una vera e propria idiosincrasia di questi futuristi di parlare coralmente ( e al di là dei giudizi letterario-estetici che si possano dare sull’uso degli eteronimi in Pessoa, è da sottolineare la singolarità di non concedere il proprio nome per diffondere il nuovo movimento, un atteggiamento, comunque, assai poco nella linea di Marinetti e compagni, per i quali l’affermazione del futurismo significava oltre che una martellante politica di immagine di gruppo anche l’affermazione e la definizione quasi maniacale delle singole personalità all’interno dello stesso). Per il resto l’ Ultimatum di Álvaro De Campos è abbastanza in linea con i dettami della casa madre futurista italiana. Per quanto riguarda la politica vi si propone l’ “Abolição total do conceito de democracia, conforme a Revolução 60 Un compito per il quale, comunque, si voglia o no dare credito alle affermazioni di Santa-Rita, il lunare artista Pierrot non ebbe la primogenitura in quanto il 5 agosto 1909 è il “Diário dos Açores” che accanto ad una intervista a Marinetti pubblica la prima traduzione in portoghese del Manifesto di fondazione del futurismo. 61 Per un primo approccio, in lingua italiana, sul futurismo portoghese cfr. Avanguardie e lingue iberiche nel primo Novecento, a cura di Stefania Stefanelli, Pisa, Edizioni della Normale, 2007 e I manifesti dell’avanguardia portoghese. Materiali d’avanguardia, a cura di Valeria Tocco, Viareggio-Lucca, Mauro Baroni, 2002. Per quanto riguarda invece una prima bibliografia portoghese di base sull’argomento cfr. Os Modernistas Portugueses. Escritos Públicos, Proclamações e Manifestos, Porto, Textos Universais, CEP, 1954; J. Alves das Neves, O Movimento Futurista em Portugal, Porto, Divulgação, 1966; José Augusto França, Cinquantenario do Futurismo em Portugal, “Colóquio”, 44, 1967 e id., Almada, o Português sem Mestre, Lisboa, Estúdios Cor, 1974; M. L. Machado De Sousa, O Futurismo de Portugal futurista in “Estudos Italianos em Portugal”, n. 38-39, pp.171-182; J. A. Seabra, Marinetti e o Futurismo em Portugal, in “Estudos Italianos em Portugal”, nn. 45-46-47.
  • 67. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 67 di 158 Franceza, pelo qual dois homens correm mais que um homem só, o que é falso, porque um homem que vale por dois é que corre mais que um homem só!”, anche se, molto eccentricamente rispetto al futurismo italiano il principale oggetto degli strali dell’ Ultimatum non è il vecchio modo di intendere la vita e la cultura che deve essere travolto a vantaggio di uno sfrenato dinamismo riassunto dal mito della macchina ma, bensì, la più significativa parte degli strali è diretta contro le potenze e la cultura straniere, impiegando verso il Portogallo una mano relativamente leggera . E se è vero che l’Ultimatum vuole fare piazza pulita dei vecchi soloni della cultura assunti a simbolo di passatismo, le cariatidi con cui se la prende Alvaro De Campos sono tutte straniere, a testimonianza, se non altro, che i vari Dantas locali riuscivano a suscitare, anche presso i novelli avanguardisti portoghesi, se non rispetto, certamente timore. La chiusa dell’ Ultimatum è culturalmente in riga coll’irrazionalismo di fondo del futurismo italiano, anche se nella proclamazione finale del superuomo prossimo venturo è completamente assente il mito della macchina sostituito appunto da un superuomo che più quell’individuo al di là della morale e del bene e del male vaticinato da Nietzsche sembra presentarsi piuttosto come un superumanista ( o forse come il sebastianico super-Camões versione futurista ) : “ E proclamo tambem: Primeiro: / O Superhomem será, não o mais forte, mas o mais completo! / E proclamo tambem : Segundo: / O Superhomem será, não o mais duro, mas o mais complexo! / E proclamo tambem: Terceiro:/ O Superhomem será, não o mais livre, mas o mais harmonico!” “Portugal Futurista” ospita inoltre anche un altro ultimatum, quello di Almada Negreiros. Sull’uso di questo sostantivo in ben due titoli dei manifesti futuristi portoghesi ebbe certamente un peso determinante l’ultimatum del 1890 dell’Inghilterra, che per il Portogallo significò l’abbandono di ogni speranza di espansione coloniale e a livello interno l’avvio di una traumatica ed irreversibile crisi di legittimità delle istituzioni liberali. Ma al di là di questa notazione storica, che però evidenzia il fatto che i futuristi lusitani traducevano pesantemente in portoghese, se ci si può passare l’espressione, anche gli stimoli culturali più innovativi che giungevano dall’estero, l’ Ultimatum futurista ás gerações portuguezas do Seculo XX di Almada Negreiros è certamente più fedele ai modelli italiani. Vi troviamo il mito della giovinezza ( “Eu tenho 22 anos fortes de saude e de inteligencia”), l’esaltazione della guerra (“È a guerra que accorda todo o espirito de criação e de construção assassinando todo o sentimentalismo saudosista e regressivo”) ed anche, finalmente!, un accenno antitradizionalistico che se non può essere paragonato alla furia iconoclasta del futurismo italiano sintetizzata nell’ “uccidiamo il chiarodiluna”, alle tradizionaliste orecchie lusitane doveva risultare particolarmente sgradito, quasi una profanazione (“porque Portugal a dormir desde Camões ainda não sabe o novo significado das palavras”62). Una fedeltà, tuttavia, che, more solito , si differenzia in 62 Certamente Pessoa che fin dal 1912 aveva iniziato “a dormir” evocando il super-Camões non era proprio dello stesso avviso di Almada. Un altro segno, comunque, della grande difficoltà dei futuristi portoghesi di proiettare un’immagine esterna di compattezza.
  • 68. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 68 di 158 un punto fondamentale rispetto al manifesto futurista italiano: anche qui è sempre e solo una voce che parla, in questo caso Almada Negreiros, e non la coralità dei futuristi. A questo punto il quadro del futurismo portoghese comincia a delinearsi più chiaramente e possiamo anche azzardare un’ipotesi in merito al tardivo viaggio ( il 1932! ) di Marinetti in Portogallo. Marinetti, che mai si risparmiò in viaggi promozionali all’estero, non venne all’inizio in Portogallo semplicemente perché era assolutamente impossibile organizzare un gruppo di futuristi come era stato fatto in Italia. Esistevano certamente delle sensibilità avanguardiste ma si trattava di pochi individui ( i futuristi che abbiamo fin qui nominato se non esauriscono il novero di coloro che erano sensibili alle avanguardie estere certamente ne costituiscono la maggioranza) e per di più con una fortissima predisposizione all’isolamento,63 del tutto refrattari, quindi, al lavoro di gruppo che, almeno a livello promozionale, era solito imporre Marinetti. E se a questo aggiungiamo che il 1918 sarà segnato dalla morte di Amadeo de Souza- Cardoso e di Santa-Rita Pintor ben si comprende, dal punto di vista di Marinetti, l’inutilità di un viaggio in Portogallo in quel periodo. Un Almada Negreiros quindi sostanzialmente in errore quando di fronte al tardivo viaggio di Marinetti in Portogallo rivendica i meriti storici e presenti del futurismo lusitano? Questa perlomeno sembra essere la risposta di coloro che sostengono che in Portogallo il futurismo e l’avanguardismo fu un fenomeno d’importazione che indubbiamente servì per l’espressione e lo sviluppo di feconde personalità artistiche (in primis, ovviamente, Almada Negreiros e poi anche Pessoa ) ma che sostanzialmente fu un fatto imitativo e che non marcò “lo stato delle cose” della conservatrice repubblica delle lettere portoghese.64 Ma, a nostro giudizio, la tesi del modernismo e delle avanguardie portoghesi come il risultato di una “invenzione della tradizione” dei tardi anni Venti ad opera della rivista “Presença” non rende conto dei seguenti punti. Primo, su un piano generale, è del tutto scorretto affermare che siccome in una data realtà nazionale si sviluppano movimenti politici, letterari o religiosi con marcate peculiarità rispetto al modello originale, questi movimenti hanno poco o nulla a che fare con la realtà da cui hanno tratto lo spunto. Questo vale per il futurismo, per il fascismo, per il comunismo e per il liberalismo e così via. In altre parole: l’assunzione della categoria della “imitazione” a giustificazione della non comparabilità rispetto al modello originale renderebbe del tutto impossibile ogni più timido tentativo di narrativa storica. Si tratta di una scelta forse rispettabile ma 63 Un ulteriore esempio di questa tendenza all’isolamento è quella del futurista coimbrano Francisco Levita il quale pur mettendo in pratica tutti i dettami comportamentali ed estetici del futurismo non riuscì a saldare nessun significativo vincolo di colleganza artistica al di fuori dell’ambito strettamente locale. Per Levita cfr. R. Marnoto, A Obra de Francisco Levita, um Futurista Inconcluso, in “Estudos Italianos em Portugal”, 51,52,53, 1988-89-90, pp.145-162 e Levita, Almada e Dantas. O Feitiço contra o Feiticeiro, in “A Cidade”, n.s., 9, 1994, pp.7-21. 64 In particolare, questa è la testi sostenuta in L. Stegagno Picchio, Nel segno di Orfeo, cit., pp. 235-245.
  • 69. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 69 di 158 che proprio per il suo carattere postmoderno rifiutiamo metodologicamente alla radice. Secondo. Il fatto che la rivista “Presença” abbia ordinato ex post sotto la definizione di “modernismo” le avanguardie portoghesi degli anni Dieci e degli anni Venti del Novecento, questo non significa necessariamente che si sia di fronte all’invenzione di una genealogia ma, più ragionevolmente, che “Presenca” compì uno sforzo di riflessione teorica intorno ad una fenomeno culturale che continuava a persistere e che coinvolgeva “Presença” stessa. Detto altrimenti su un piano più generale: il fatto ad esempio che il termine “medioevo” fosse ignoto a coloro che vissero in quel periodo nulla toglie alle sue capacità euristiche. E questo vale anche per il fenomeno culturale che “Presença” volle definire come “modernismo”. Terzo e fondamentale. Un modernismo “inventato” se sotto il profilo della differenza delle suggestioni culturali dei futuristi portoghesi rispetto ai futuristi italiani e sotto il profilo dei modelli di sociabilità dei suoi componenti ( futuristi portoghesi solitari V/S foto di gruppo dei futuristi italiani e, più in generale, la tendenza delle avanguardie a presentarsi come compagini fortemente coese ed organizzate) può presentare qualche non banale spunto ermeneutico, rischia di oscurare il “momento” politico del modernismo portoghese; come infatti puntualmente avviene - e con risultati totalmente catastrofici - nella valutazione dell’avanguardia e del futurismo portoghesi, che del tutto analogamente a quanto accadeva nel resto d’Europa sorsero e si svilupparono all’insegna di una fusione fra arte e vita che correva parallela all’estetizzazione della politica, uno dei tratti distintivi dell’autoritarismo del Novecento. La prima e più illustre vittima di questo autentico disastro interpretativo è Fernando Pessoa. Del quale non si sa bene se all’insegna del politically correct o di una cinica politica commerciale ( molto verosimilmente per entrambi i motivi) si cerca di trasmettere un’immagine di letterato quasi totalmente estraneo al dibattito politico e politologico dell’epoca. Il culmine di questa obnubilamento esegetico è raggiunto da Luciana Stegagno Picchio, la quale citando una lettera che Pessoa scrisse nel 1935 al “Diario de Lisboa” ( ma che il giornale si rifiutò di pubblicare), dove lo scrittore ironizzava contro la politica estera dell’ Italia fascista, ne conclude che Pessoa era per questo antifascista.65 Purtroppo questa interpretazione omette un fatto fondamentale, e cioè che la politica estera dell’Italia fascista aveva già da molto tempo e ripetutamente sollevato preoccupazioni nell’opinione pubblica portoghese riguardo a presunte mire dell’Italia riguardo le colonie portoghesi. E il fatto che fosse in corso la guerra d’aggressione contro l’Etiopia, un atto che comunque lo si volesse giudicare minacciava di destabilizzare il quadro del diritto internazionale ( un diritto internazionale che per il Portogallo era della massima importanza rimanesse sovrano nelle controversie fra stati non potendo questo paese contare sulla sua inesistente forza militare per mantenere le colonie) e lo scacchiere africano non migliorava certo 65 Ibidem, pp.246-251.
  • 70. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 70 di 158 la situazione riguardo i timori che l’Italia fascista suscitava nell’opinione pubblica portoghese, timori che erano condivisi, se così ci vogliamo esprimere, sia a sinistra che a destra. Del resto quello appena citato non è nemmeno il maggiore degli infortuni interpretativi riguardo Pessoa e i modernisti portoghesi, che a dispetto dei fantasiosi giudizi di nascita virtuale a cura della rivista “Presença” , esistettero realmente e che conformemente ad ogni buona avanguardia europea cercarono costantemente di non tenere mai separato il momento prettamente creativo da quello pubblico, in una costante ricerca di fusione fra arte e vita che saltando a piè pari le mediazioni dello stato liberale conduceva ineluttabilmente all’esaltazione di soluzioni autoritarie. Per rimanere al profondo travisamento ( o meglio , occultamento) del pensiero di Pessoa. Se ovviamente sull’ Ultimatum di Alvaro de Campos non si può sorvolare cercando però di rubricare le affermazioni antidemocratiche qui espresse come trombonate retoriche dettate più dagli stilemi tipici del manifesto futurista che a reale convincimento ( e chissà perché Pessoa e compagni non devono essere presi sul serio mentre Marinetti e tutta la sua allegra brigata invece sì), per quanto riguarda invece Á memoria do Presidente-Rei Sidónio Pais (1920), l’ opuscolo O Interregno: Defesa e justificação da ditadura em Portugal del 1928, si preferisce omettere o se proprio se ne deve parlare, addebitare tutto al romantico sebastianesimo dello scrittore, quasi che rifarsi miticamente alla romantica figura del re Sebastião I, letteralmente scomparso all’età di 24 anni nel 1578 durante la battaglia di Alcácer-Quibir ( non venne trovata la salma e da qui la leggenda di un suo possibile ritorno ), possa di per sé costituire un antidoto riguardo a più moderne pulsioni autoritarie. Per quanto poi riguarda Mensagem, il solo volume di poesia in portoghese pubblicato in vita dallo scrittore, si è ancora in attesa di una spiegazione plausibile e non dissacratoria sul piano personale - ovviamente che non sia quella banale ma realistica di un’accettazione di fondo, nonostante le sue profonde riserve sulla personalità e su specifiche scelte del dittatore,66 di Pessoa all’ Estado Novo o perlomeno alla politica do espírito di Antonio Ferro - del perché Pessoa avesse accettato di far concorrere Mensangem al concorso Prémio Antero de Quental, premio che si svolgeva sotto lo stretto controllo del Secretariado da propaganda Nacional ( SPN) di António Ferro. 66 Il principale motivo di disagio di Pessoa riguardo il nuovo regime riguardò la massoneria. Sul “Diario de Lisboa” del 4 febbraio 1935 è pubblicato un lungo ed argomentato articolo di Fernando Pessoa contro il progetto di legge del deputato José Cabral di scioglimento delle società segrete, legge che sarà promulgata il 21 maggio rendendo la massoneria fuorilegge fino alla caduta dell’Estado Novo. Anche se è assai verosimile rispondere affermativamente sull’appartenenza all’Ordine di Pessoa, non sappiamo, prove alla mano, se Pessoa fosse massone; quello che invece possiamo affermare è che l’esoterismo fu una componente importante della personalità dello scrittore (ebbe persino un incontro con Aleister Crowley), un aspetto della sua biografia privata ed intellettuale che attende ancora una seria ed approfondita indagine. Più in generale, per un primo approccio sul ruolo della massoneria in Portogallo, imprescindibile F. Catroga, As Maçonarias liberais e a politica, in MATOSO, José, História de Portugal, vol. 5, Lisboa, Circulo de Leitores, 1993, pp.204-211.
  • 71. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 71 di 158 (António Ferro, che giova ricordarlo, anch’esso poteva vantare i suoi quarti di nobiltà davanti al gruppo avanguardistico-futuristico di cui Pessoa era stato il leader, avendo addirittura ricoperto appena diciannovenne il ruolo di direttore editoriale dell’ “Orpheu”. Ma su questo personaggio chiave ci dilungheremo in conclusione). Ma il culmine della rimozione su Pessoa lo si raggiunge riguardo alla sua collaborazione fra il maggio e l’agosto del 1919 alla rivista “Acção”. “Acçao” era la creatura di uno stretto amico di Pessoa, l’ingegnere minerario Geraldo Coelho da Jesus. Come quasi la totalità dell’intellighenzia del periodo era stato un convinto sidonista e dopo l’assassinio del dittatore si adoperò per diffondere le proprie idee politiche elitiste ed autoritarie. Lo strumento per compiere questa opera di propaganda fu appunto la nascita, aiutato dall’amico Pessoa, di “Acção”. Durante i primi due numeri la rivista tenne un relativamente low profile compiendo un’accorta opera di depistaggio con una linea editoriale improntata farisaicamente non tanto alla critica dei partiti in quanto tali ma, come diremmo oggi, ai guasti prodotti dalla partitocrazia. Ma col numero 3 furono svelate le vere intenzioni della rivista: sulla prima pagina campeggiava una gigantesca immagine dell’assassinato dittatore Sidonio Pais e alla base della foto una citazione in inglese scelta assai verosimilmente da Pessoa, tratta dall’Amleto di Shakespeare: “He was a man, take him for all in all / I shall not look upon his like again.” Alea iacta est , e per essere ancora più chiari, scriveva su questo numero, spalleggiato da Pessoa, Coelho de Jesus: Se procurarmos na vida nacional, qual a força capaz de concentrar patriotismo, qual a força capaz de, ao mesmo tempo, atingir as competências e o povo ( sendo assim um esboço de coesão nacional) , encontramos só uma: o sidonismo, o culto […] pela memória do chorado presidente Sidónio Pais. O resto é só bolchevismo […] ou o bolschevismo dos nossos pobres operários […] ou o bolchevismo disfarçado dos nossos partidos politicos […] . Ou sidonismo ou bolchevismo: o problema está nisto para quem queira ter acção política em Portugal. Nos […] vamos pelo sidonismo.67 Un’ ultima notazione in merito al pensiero politico di Pessoa. E’ assolutamente certo che se anche di Coelho de Jesus queste parole rispecchiavano benissimo il pensiero di Pessoa. Il primo elemento che ci conforta in questo giudizio è che Pessoa già nel numero 2 di “Acção”, nell’articolo A Opinião Pública, pur non dichiarandosi esplicitamente sidonista, aveva decisamente espresso tesi elitiste e darwiniste giudicando la folla incapace di guidarsi da sola. Il secondo è il carteggio intercorso fra Pessoa e Coelho, dal quale si evince l’impegno del poeta per il compito che si era assunto di distribuire la rivista e l’entusiasmo per aver raggiunto un ottimo risultato in questa impresa. Del resto non è lo stesso Pessoa che altrove ebbe a scrivere : “entre um operário e um macaco há menos diferença que entre um operário e um 67 Manuel Villaverde Cabral, The Aesthetics of Nationalism: Modernism and Authoritarianism in Early Twentieth-Century Portugal, in “Luso-Brazilian Review”, Vol.26, n.1, (Summer, 1989), pp.27-28.
  • 72. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 72 di 158 homem realmente culto” ? Un’affermazione totalmente politicamente scorretta e profondamente elitista e antidemocratica che, del resto, fa benissimo il paio con quest’altra di Alvaro de Campos : “ A capacidade de pensar o que sinto,/ que me distingue do homem vulgar, / Mais do que ele se distingue do macaco.”68 Analogamente e con le medesime conclusioni si potrebbe proseguire nel far affiorare le posizioni ideologico-politiche dei protagonisti del modernismo portoghese ( da Almada Negreiros che molto coerente con le sue idee elitiste ed antidemocratiche finì per collaborare, per quello che gli fu consentito ( cioè molto ), ad un Estado Novo per principio assolutamente conservatore in fatto d’arte, a Sá-Carneiro che, con sprezzo superomistico, nelle sue lettere a Pessoa arriva a definire i borghesi come “lepidotteri”; fino a giungere a Raul Leal ( che contribuì a “Portugal Futurista” con L’abstractionism futuriste - una sorta di delirante panegirico sull’arte di Santa Pintor - , omosessuale, fascista, mistico, che voleva fondare una nuova chiesa basata sullo spirito santo, che sul n. 8 di “Presença”, 1927, espose le sue idee di “Sindacalismo personalista” - idee che Almada Negreiros definì “speculazione trascendente su un Super Stato - e che nel 1959 fonderà “Tempo Presente”, rivista fascista e futurista dove Raul Leal cercherà, a suo modo modo, di fare i conti con Freud, Marinetti, Homem Christo Filho , arrivando a dichiarare a chiare lettere anche se con la sua solita enfasi mistica : “Presque tous les artistes et penseurs d’ “Orpheu”, dit-il, nous avions de fortes tendances monarchistes, bien que, pour ce qui me concerne, également sublimement anarchistes. Nous étions, par-dessus tout, de nobles amants de l’ Ordre Spirituel.”69 ) ma ora il vero problema non è tanto determinare se la generazione anvanguardista dell’ “Orpheu” e di “Portugal Futurista” sia stata omologa alle coeve avanguardie europee nel suo disprezzo per la Weltanschauung liberale e nella ricerca di una unione fra arte e vita che quasi ineluttabilmente portava a soluzioni politicamente autoritarie ma, piuttosto, la determinazione di come questo “momento” avanguardistico-autoritario portoghese sia confluito nell’ambito dell’Estado Novo salazarista. Il passaggio in Portogallo dallo stato liberale ad un sistema autoritario ebbe uno svolgimento assolutamente diverso dall’Italia e se ci si volesse soffermare sul diverso ruolo che ebbero nei due paesi i movimenti fascisti e/o le avanguardie intellettuali nella caduta dello stato liberale, ovviamente, il discorso potrebbe già qui finire. In fondo, il Portogallo non vide mai come in Italia un partito politico futurista e se pure vi fu chi volle ispirarsi direttamente al fascismo italiano ( i nazionalisti lusitani di João de Castro Osório, Rolão Preto, che a capo dei Nacionais Sindicalistas cercherà di contrapporre un modello fascista più vicino all’originale italiano al “fascismo dalla cattedra” di Salazar - ed anche Homem Christo Filho, probabilmente agente di Mussolini e che perì in Italia nel ’28 in un misterioso incidente stradale 68 Ibidem, p.29 69 P. Rivas, Idéologies réactionnaires et séductions fascistes dans le futurisme portugais, in Giovanni Lista (a cura di), Marinetti et le Futurisme, L’Age d’Homme, Lausanne, 1977, p.189.
  • 73. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 73 di 158 mentre si recava in ad un incontro con il duce70 ) , la caduta della repubblica fu dovuta unicamente ai militari. Certamente una mentalità fascista e le suggestioni ideologiche che provenivano dall’Italia furono importanti nel determinare la crisi di fiducia nel sistema democratico-rappresentativo che minò alle fondamenta la repubblica ma il colpo di stato del ’26 fu unicamente opera dei militari e non di inesistenti squadracce nere e in questa svolta autoritaria fu fondamentale la misera prova di sé che fin dal 1910, anno della sua nascita, aveva dato la repubblica, e non certo l’azione di agguerrite e militarizzate minoranze come lo furono in Italia il fascismo e il futurismo.71 Purtroppo questa ricostruzione trascura a nostro giudizio un elemento fondamentale. Intendiamo riferirci ad António Ferro e al ruolo che rivestì nell’ambito del Segretariado da Propaganda Nacional. La sola scorsa della sua scheda biografica dovrebbe già da sola dissipare una singolare vulgata che vorrebbe Ferro come un personaggio quasi macchiettistico in perenne ricerca di pubblicità personale e sostanzialmente privo di autentico spessore. Amico dal liceo di Sá-Carneiro, a 19 anni giovanissimo direttore editoriale dell’ “Orpheu”, subirà ancora più di altri suoi sodali avanguardisti l’influsso autoritario della tragica figura di Sidonio Pais. Il rapido declino del futurismo portoghese, dovuto e alla prematura dipartita di molti dei suoi principali protagonisti e anche alla particolare sociabilità di questo gruppo, non lo lascia tuttavia inattivo. Nel ’19 si reca a Fiume ed è autore di una clamorosa intervista a D’Annunzio, che sarà il trampolino di lancio per le sue famose pirotecniche interviste con i maggiori personaggi internazionali dell’epoca, con una particolare predilezione per i dittatori. E, infatti, prima di arrivare alle famose 70 Fra le varie iniziative intraprese da questo “commesso viaggiatore” del mussolinismo e del totalitarismo, significativo per il nostro discorso fu la direzione di Christo Filho della rivista “A Idéia Nacional”. La rivista nata nel 1915 e che traeva ispirazione dal movimento nazionalista italiano ( il titolo richiamava direttamente l’organo del nazionalismo italiano “ L’idea nazionale” e nell’ “Idéia Nacional” vennero pubblicati articoli di Corradini e Federzoni) ospitò contributi, assieme a quelli dei massimi esponenti dell’Integralismo Lusitano, anche di Almada Negreiros, il quale fu l’autore di diverse copertine della rivista. Un’ennesima indicazione, se mai ce fosse ancora bisogno, verso quale parte politica batteva il cuore dell’avanguardia artistica portoghese. 71 Uno degli esempi più chiari del ruolo subordinato che a differenza che in Italia ebbero in Portogallo gli intellettuali antisistema, è la vicenda della rivista “Homens Livres”, pubblicata nel 1923 e che fu un punto d’incontro fra integralisti, seareiros e modernisti. I fondatori di “Homens Livres” provenivano dalle riviste “Águia”, “Lusitânia”, “Monarquia”, “Integralismo Lusitano” e “Seara Nova”. Questi “uomini liberi” erano accomunati per il disprezzo verso la partitocrazia ( e nella maggior parte anche verso la democrazia) e la plutocrazia e per il favore comunque accordato ad una riorganizzazione elitista della società. Nel campo artistico gli “uomini liberi” erano a favore di un modernismo che avesse superato il naturalismo e il classicismo del XIX secolo. Tutti questi “buoni” propositi che avrebbero dovuto gettare un ponte fra destra e sinistra e portare all’affossamento dell’odiata repubblica vecchia naufragarono ingloriosamente quando due seareiros di “Homens Livres” aderirono al governo di Álvaro de Castro, un tradimento a favore del campo repubblicano che segnò la fine di questo esperimento d’ incontro fra le diverse componenti antisistema colla conseguente cessazione delle pubblicazioni.
  • 74. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 74 di 158 interviste con Salazar che costituiranno l’ultimo tassello per farsi investire come responsabile della politica culturale dell’ Estado Novo e dell’immagine pubblica dell’autocrate portoghese, Ferro nel ’23 e nel ’26 incontra Mussolini, raccogliendo queste interviste in Viajem a volta das dictaduras (1927) e Homens e Multidões , opera che riunisce anche le interviste ad Alfonso XIII, Primo de Rivera, Pio XI (dittatore del Vaticano per Ferro). Ma Ferro non disdegna nemmeno quello che oggi chiameremmo il jet set internazionale e nel 1929 con Praça da Concordia vengono riunite le sue interviste con Herriot, Farrère, Mistinguett, Cocteau, Citroën, Foch, Coty, Petain, Poincaré, Clémanceau. Le interviste, anche se parte fondamentale della sua attività, non completano però l’arco espressivo di questo singolare ma non per questo non meno importante versione mondan-fascista dell’avanguardia portoghese. Nel 1920 pubblica Theoria da Indiferença, una serie di paradossi ad imitazione degli aforismi di Cocteau; nel 1923 A Arte de Bem Morrer, dove esprime “la sua visione modernista dell’arte e della morte e l’annullamento finale della stessa attraverso l’estasi”72; ancora, nel 1923, A Idade do Jazz-Band, pubblicazione della sua conferenza tenuta in brasile sul jazz e che con idea molto avanguardistica era stata interrotta dall’irrompere di un banda jazz ed é sempre in Brasile che partecipando nel 1922 alla settimana di arte moderna di S. Paolo pubblicherà Nós, l’originale e personale contributo di Ferro al genere futurista del manifesto e che rivela tutte le ambiguità dell’inedito mondan-futurismo di Ferro. Ed è proprio quest’uomo che nel 1933 Salazar mette alla direzione dell’appena costituito SPN.73 Ora, se su questa scelta fecero sicuramente premio le aspettative per un radicale miglioramento della scialba immagine pubblica dell’autocrate, un miglioramento cui Ferro venne ritenuto tecnicamente all’altezza e le cui famose interviste del 1932 a Salazar erano state il primo riuscito banco di prova in questa direzione, sarebbe stato del tutto illogico da parte di Salazar investire della 72 P. Rivas, Idéologies réactionnaires, cit., p.188. 73 Su António Joaquim Tavares Ferro e il Segredariado da Propaganda nacional attraverso il quale si sarebbe dovuta realizzare una política do espírito che secondo il nostro mondan-futurista avrebbe omologato il Portogallo salazarista all’esperienza modernista dell’Italia fascista di sinergia fra arte e potere politico cfr. António Quadros, António Ferro, Lisboa, ed. Panorama, SNI, 1963, Gastão de Bettencourt, António Ferro e a política do Atlântico, Pernambuco, 1960, José Augusto França, O modernismo na arte portuguesa, Lisboa, Biblioteca Breve, 1979, C. Barreira , Nazionalismo e Modernismo, de Homem Cristo Filho e Almada Negreiros, Lisboa, ed. Assírio e Alvim, 1981, António Rodrigues, António Ferro. Na idade do Jazz-Band, Lisboa, Livros Horizonte, 1995, H. Paulo, Estado Novo e Propaganda em Portugal e no Brasil. O SPN/SNI e o DIP, Coimbra, Livraria Minerva, 1994 , A. Portela, Salazarismo e Artes Plasticas, Lisboa, Instituto de Cultura e Língua Portuguesa, 1982 e G. Adinolfi, Ai confini del fascismo. Propaganda e consenso nel Portogallo salazarista ( 1932-1944), Milano, Franco Angeli, 2007.
  • 75. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 75 di 158 delicatissima responsabilità della propaganda e della politica culturale un uomo come Ferro astraendo dal suo consolidato ed indiscutibile curriculum di rappresentante storico dell’avanguardia e del modernismo portoghesi ( anche se di un futurismo tutto virato sulla mondanità, il che dal punto di vista di Salazar, pur se personalmente totalmente avverso allo stile di vita rappresentato da Ferro, non doveva guastare, visto che l’ importantissimo posto di responsabile della cultura e della propaganda non poteva certo essere assegnato ad un puro esteta ma ad uno “scafato” ed esperto navigatore, ancorché esibizionista, nel mare tempestoso della cultura moderna da attrarre nell’orbita del regime). Di fatto, la lettura delle numerosissime iniziative intraprese da Ferro sotto l’egida del Segretariado da Propaganda Nacional ( le grandi esposizioni organizzate in Portogallo e all’estero,74 i numerosi premi artistici e letterari, i concorsi volti ad esaltare la cultura popolare e l’identità portoghesi,75 il cinema ed il teatro itineranti 74 L’esposizione attraverso la quale l’ Estado Novo provò ad esercitare il maggior sforzo di mobilitazione popolare e d’investimento di immagine fu la grande “Exposição do Mundo Português” del 1940. In un’Europa travolta dalla guerra, il regime voleva così presentarsi di fronte alla nazione e al mondo intero come un’isola di pace e di speranza contrapposta ad un Vecchio continente in preda alla violenza. E alla luce del grande successo di partecipazione, certamente questo messaggio fu colto dal popolo portoghese (discorso assai diverso comprendere quanto fosse creduto ed assimilato, non potendosi risolvere il giudizio su un problema articolato e stratificato come quello del consenso in regime autoritario/dittatoriale solo sulla base della partecipazione ad occasioni di sociabilità più o meno eterodiretta, come ben sappiamo riguardo al caso del fascismo italiano). Quello che per noi è però importante da rilevare in questa sede è che, se è vero che l’allestimento dell’esposizione si giovò anche di coloro che non si riconoscevano in forme espressive tradizionalistiche, ciò - al contrario di quanto invece era accaduto in Italia con la “Mostra della Rivoluzione fascista”, nell’anniversario del decennale della marcia su Roma - non avvenne assolutamente all’insegna di un apprezzamento pubblicamente espresso di estetiche avanguardistiche od in vista di un loro inserimento in quanto tali nella narrativa retorica del regime. (Emblematico l’episodio di Salazar che visitando un’esposizione di arte moderna organizzata dal Secretariado Nacional de Informação - dal novembre 1944 l’acronimo SPN era stato mutato in SNI - e passando davanti un Retrato do meu Pai di Carlos Botelho aveva davanti a tutti esclamato: “Quem é o artista que tem um pai tão feio ?”, una reazione che sarebbe stata assolutamente inconcepibile in un Mussolini che aveva sempre “abbozzato”, se non addirittura espresso coram populo esplicito apprezzamento, anche di fronte alle deformazioni più caricaturali - a patto fossero animate da sincere e “fascistissime” intenzioni agiografiche - della sua stessa fisionomia da parte di artisti modernisti e futuristi , un atteggiamento tenuto, ovviamente, non in virtù delle sue profonde conoscenze estetiche ma solo per dimostrare che il duce era protettore di tutte le arti, anche quelle più avanguardistiche). Per l’ “Exposição do Mundo Português” cfr. M. Acciaiuoli, As exposiçoes do Estado Novo 1934-1940, Lisboa, Livros Horizonte, 1998 e H. Paulo, Estado Novo e Propaganda em Portugal e no Brasil, cit., che pur non addentrandosi sulla tematica del rapporto avanguardie artistiche e retoriche autoritarie è tuttavia fondamentale per comprendere l’importanza di questo tipo di manifestazioni per la politica propagandistica del regime. 75 Memorabile il concorso istituito dall’ SPN per premiare il paese che meglio avesse rappresentato una presunta portoghesità dal punto di vista architettonico, culturale e paesaggistico. Il regolamento per l’ Aldeia mais portuguesa de Portugal venne pubblicato il 7 febbraio 1938, richiedendo il bando come condizione basilare ed irrinunciabile che i paesi che concorrevano dovessero
  • 76. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 76 di 158 fino ad arrivare alla progettazione e designazione di particolari tipologie dei luoghi di accoglienza per i turisti stranieri) non può non rilevare come filo conduttore una precisa e mai risolta dialettica fra istanze moderniste e la visione integralmente conservatrice e reazionaria( e perciò non fascista ma piuttosto tradizionalista76) di Salazar e del suo regime. E che il mondan-fascio-futurista Ferro si trovasse di fronte a spinosi problemi per interpretare in Portogallo la lezione che sembrava provenire dall’Italia (in quel primo scorcio degli anni ’30 l’apparente felice e proficua convivenza fra le istanze avanguardiste e/o moderniste con lo stato fascista) la storia dei primi anni dell’ Estado Novo ne dà ampio riscontro.77 Innanzitutto, a differenza presentare negli aspetti della vita quotidiana (architettura delle abitazioni, arredi delle case, urbanistica delle località, modo di vestire ed in generale tradizioni folcloriche) una totale impermeabilità ad influenze estere e mostrare appunto una forte connotazione tipicamente portoghese. Seppur caso tipico di “invenzione della tradizione”, il concorso fu un autentico successo : ancor oggi il paese di Monsanto, che vinse il concorso, basa la sua economia turistica su quell’ormai lontana vicenda che lo indicò come l’ Aldeia mais portuguesa de Portugal e il Galo de Prata , il gallo d’argento che gli fu assegnato come segno tangibile di questo primato, è tutt’oggi fonte di orgoglio e di un forte senso di appartenenza. 76 Un deciso ed integrale tradizionalismo ideologico-estetico che tuttavia non impedì all’ Estado Novo di compiere dei veri e propri orrori in fatto di conservazione del patrimonio artistico, in questo emulo del peggiore esempio che proveniva dall’Italia fascista che , ad imperitura memoria del suo passaggio sulla scena della storia, impiegò nelle città italiane ( soprattutto Roma ma non solo ) il “piccone risanatore” per demolire vestigia ed anche interi quartieri medievali - ritenuti non sufficientemente fascisti - e per edificare al loro posto edifici di rappresentanza in stile littorio ( uno stile che tentava di fondere alcuni tratti di architettura modernista con pesanti reminiscenze classico-romane o presunte tali). Non differentemente si comportò l’ Estado Novo, vedi il caso di Coimbra, in cui il regime, facendosi beffe della sua proclamata fedeltà ai valori tradizionali, non si peritò di demolire gran parte della vecchia città universitaria per imitare, nello stile architettonico modernista impiegato per la costruzione della nuova città universitaria e nell’intenzione che animava tutta l’operazione ( lasciare un imperituro segno di sé), la triste lezione che proveniva dall’Italia sotto l’ombra del fascio ( una delegazione portoghese fu inviata a Roma per prendere visione diretta dell’architettura retorico-modernista piacentiniana, che così buona prova aveva data nella progettazione della città universitaria della capitale d’Italia). Fondamentale per comprendere questa vicenda connotata da hubris edificatoria, N. Rosmaninho ( coordenação e apresentação de Luís Reis Torgal), O princípio de uma “Revolução Urbanistica” no Estado Novo. Os Primeiros Programas da Cidade Universitária de Coimbra (1934-1940), Coimbra, Minerva Editora, 1996 e Id., O Poder da Arte. O Estado Novo e a Cidade Universitaria de Coimbra, Coimbra, Imprensa da Universidade, 2006. Sempre per quanto riguarda l’Università di Coimbra ma sul versante di una sempre più ridotta autonomia accademica durante l’ Estado Novo, fondamentale Luís Reis Torgal, A Universidade e o Estado Novo. O Caso de Coimbra (1926 -1961), Coimbra, Minerva, 1999. 77 Il segno che davanti alla política do espírito ci sarebbe stato un percorso tutto in salita ed irto di contraddizioni si ebbe già da subito nel 1934 con la pubblicazione e diffusione capillare ad opera dell’ SPN del decalogo dell’ Estado Novo che al punto 1 recitava: “ O ESTADO NOVO representa o acordo e a síntese de tudo o que é permanente e de tudo o que é novo, das tradiçoes vivas da Pátria e dos seus impulsos mais avançados. Representa, numa palavra, a vanguardia moral, social e política.” e al punto 10 : “ Os inimigos do ESTADO NOVO são inimigos da Nação. Ao serviço da Nação – isto é : da ordem, do interesse comum e da justiça para todos – pode e deve ser usada a força, que realiza neste caso a legítima defesa da Pátria.” Veramente un compito difficile quello
  • 77. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 77 di 158 dell’Italia, si poneva di fronte a Ferro il problema tutto portoghese dell’esiguità numerica del fronte modernista, che nel caso italiano fra novecentisti e futuristi poteva vantare falangi di artisti più o meno modernisti e tutti volenterosi di dare i loro particolari suggerimenti al duce in merito alla politica culturale. E così quella che Almada Negreiros volle interpretare come la volontà conservatrice di normalizzazione dell’avanguardia, stiamo parlando dell’invito di Ferro a Marinetti di visitare il Portogallo, altro in realtà non fu che un tentativo da parte del futuro direttore del Segretariado da Propaganda Nacional di tessere significative alleanze internazionali moderniste e di supplire così, in chiave di una inedita politica estera culturale, alla debolezza delle locali schiere dell’avanguardia. Un tentativo che si rivelò un fiasco totale visto che la ribalta fu presa da Júlio Dantas e Almada, cui le pulsioni avanguardistiche andavano di pari passo col desiderio - che venne del resto ampiamente appagato - di collaborare col regime , aveva piena ragione di dolersene. Le cose, evidentemente, presero una piega non prevista anche nel 1934 quando Fernando Pessoa venne sollecitato a pubblicare il suo primo volume di poesie, Mensagem, per presentarlo al Prémio Antero de Quental. La raccolta di tematica sebastianista e patriottica, le cui poesie furono composte dal 1913 fino allo stesso 1934, l’opera quindi di una vita ed espressione autentica del suo mondo intellettuale e spirituale, si qualificò seconda, un vero disastro esistenziale per il poeta degli eteronimi e vaticinatore del super-Camões e la motivazione formale fu che il libro non poteva concorrere per il primo premio perché non contava il minimo delle 100 pagine richieste. Si trattava di un’evidente scusa, significativa dimostrazione che il “pilotaggio” dei concorsi e dei premi letterari e artistici era ancora sotto il controllo dei vari Dantas che nel profondo conservatorismo dell’ Estado Novo trovarono l’ ambiente naturale per vivere e per prosperare ( e continuare ad esercitare il loro potere). Ma è sul piano dell’organizzazione dello stato e del consenso che le contraddizioni fra la concezione elitista e modernista di forme di partecipazione politica sempre più pervasive e penetranti e la politica salazarista, semplicemente reazionaria e del tutto refrattaria a concedere questi pericolosi spazi alle masse pur se eterodirette, che la politica do espirito dovette subire le più dolorose sconfitte. Rifiutando Salazar esplicitamente il modello italiano dello stato totalitario, venivano implicitamente anche messe fuori gioco - anche se talvolta dall’ Estado Novo timidamente e con poca convinzione praticate - tutte quelle pratiche di mobilitazione che indicava il decalogo: negli anni a venire Ferro e la sua política do espírito si sarebbero dovuti muovere da una parte fra gli imperscrutabili ossimori di tradizione e innovazione del punto 1 del decalogo e dall’altra fare i conti con le concrete promesse repressive del punto 10. Un prevedibilmente deludente esito finale della politica dello spirito già segnato dai suoi espliciti e pubblici esordi ma i quali non impedirono, tuttavia, una iniziale apertura di credito verso la política do espírito anche di coloro i quali obiettivamente avevano ben poco da aspettarsi dall’ Estado Novo: il riferimento d’obbligo cade sul poeta António Botto ( le cui Canções sull’amore omosessuale furono nel 1923 difese pubblicamente da Pessoa e Raul Leal, il quale a sostegno di Botto scrisse addirittura un pamphlet intitolato Sodoma divinizada, venne così a sua volta furiosamente attaccato - e ancora Pessoa intervenne contro queste manifestazioni di intolleranza e di omofobia) la cui adesione all’ Estado Novo non lo trarrà fuori dalla condizione di pariah emarginato dal potere in cui l’aveva gettato la sua evidente omosessualità.
  • 78. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 78 di 158 di massa tanto consone ( ed anche care) alle avanguardie, che nell’estetizzazione della politica (in pratica : nella direzione delle masse da parte di ristrette élite di superuomini) vedevano il compimento definitivo e ultimo del programma avanguardistico e futuristico dell’atto artistico totale di fusione dell’arte con la vita. Estetizzazione della politica pienamente raggiunta in Italia, quindi, mentre in Portogallo venne frustrata? In realtà sappiamo che le cose non andarono proprio in questo modo perché, come abbiamo detto altrove,78 se durante i primi anni Trenta l’Italia sembrò, sotto molti aspetti, quasi un alchemico laboratorio dove la feroce concussione delle libertà politiche poteva coesistere - ed anzi trarre vantaggio - con la libertà di ricerca formale delle avanguardie artistiche, il tentativo subito successivo di realizzare lo stato totalitario ( in fondo il sogno delle avanguardie che nel totalitarismo scorgevano il massimo atto estetico) si rivelerà letale anche per le possibilità di espressione di queste avanguardie. Lo stato totalitario ( o per essere più precisi: lo sforzo del regime per avvicinarsi a questo obiettivo) alla fine aveva sortito lo stesso effetto di depressione delle energie creative che nel Portogallo salazarista era stato raggiunto attraverso il calcolato rifiuto di questi modelli di integrale e pervasiva partecipazione politica. In entrambi i casi si trattò di un gioco a somma zero dove sia in Portogallo che in Italia risultarono sconfitte le avanguardie mentre vincente risultò lo spegnimento di qualsiasi anelito di autentica estetizzazione politica . In Italia, a causa dell’alleanza col nazismo, questa involuzione assunse coloriture più intensamente parodistiche con la pedissequa imitazione degli stilemi estetici nazionalsocialisti ( premio Cremona creato da Farinacci e condanna dell’avanguardia, del futurismo e anche del novecentismo in quanto ritenuti forme d’arte giudaica). In Portogallo, in assenza di eventi epocalmente negativi come l’alleanza col nazismo e la guerra, la sconfitta della politica do espirito assunse più le movenze di una rallentatissima slow- motion, tanto che il regime aspettò fino al ’49 per rimuovere Ferro dalla direzione del Segretariado, giudicando ormai del tutto inutile continuare ad affidarsi per la politica culturale ad un personaggio dotato di indubbie doti istrioniche e di propagandista ma il cui pedigree ad un tempo avanguardistico nel campo dell’arte e filofascista per quanto riguarda la cultura politica, lo rendevano sempre più inutilizzabile per un regime con equilibri sempre 78 Cfr. Massimo Morigi, Stefano Salmi, Aesthetica fascistica. Tradizionalismo e modernismo sotto l’ombra del fascio ( comunicazione inviata al convegno “Encontros a Sul 2007- Lisboa 20, 21 e 22 setembro”) e Id. Aesthetica fascistica II. Tradizionalismo e modernismo sotto l’ombra del fascio ( comunicazione inviata al convegno “IV Colloquio Tradição e modernidade no mundo Iberoamericano – Coimbra 1, 2, 3 de outubro de 2007”).
  • 79. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 79 di 158 più arretrati79 e , per converso, impresentabile di fronte ad un mondo che aveva sconfitto il nazifascismo. “E a musica cessa como um muro que desaba,/A bola rola pelo despenhadeiro dos meus sonhos interrompidos,/ E do alto dum cavallo azul, o maestro, jockey amarello tornando-se preto,/Agradece, pousando a batuta em cima da fuga d’um muro,/E curva-se, sorrindo, com uma bola branca em cima da cabeça,/Bola branca que Ihe desapparece pelas costas abaixo…” L’esaurimento delle avanguardie, musica che s’interrompe come un muro che rovina, ha apparentemente consegnato all’inattualità qualsiasi discorso pubblico che conceda spazio all’estetizzazione della vita activa. Forse inevitabile pedaggio pagato per la sconfitta degli autoritarismi e totalitarismi che di questa esigenza fecero instrumentum regni per conculcare la libertà, l’occultamento delle pulsioni verso un’aiesthesis liberata ha anche prodotto l’incapacità di generare racconti integralmente umani e dotati di senso. Palla bianca che scompare dietro la schiena di un sorridente ( e dispettoso ) maestro, la risoluzione del problema posto dall’avanguardia portoghese, in questo del tutto simile a quelle degli altri paesi, di 79 Il 6 maggio 1949, incombente la sua rimozione dalla direzione dell’ SNI, alla XIII edizione dell’ Esposizione di Arte Moderna, António Ferro in difesa della sua politica do espirito e ribattendo ai suoi denigratori - i quali per altro erano assolutamente in linea con le opinioni su Ferro di Salazar - ebbe a pronunciare le seguenti amare parole: “ Os chamados clássicos […] acusam-nos de simpatia tendenciosa, parcial por todas as audácias , todos os vanguardismos, todas as acrobacias, todas as dissonâncias em matéria de cores ou de linhas […]. Os outros consideram igualmente nefasta a nossa obra porque não nos levam a bem que saibamos perfeitamente ( os nossos olhos e a nossa sensibilidade têm um largo treino destas viagens e miragens …) onde acaba a sinceridade e principia o bluff, onde termina o autêntico e principia o falso, onde finda a Arte Moderna, isto é , a arte que deve reflectir o seu tempo, e começa o antigo, ou antes, o já velho da arte moderna […]. A selecção dos quadros deste Salão nunca obedeceu, portanto, a um critério de extremo vanguardismo mas à aspiração do nível mínimo de bom-gosto e à recusa dum mínimo de personalidade. O mal-entendido residiu sempre na lamentável confusão que se faz ainda entre nós , apesar de tanto havermos lutado, entre arte avançada, que já não o é, e o simples bom-gosto contemporâneo , ou melhor, simples gosto contêmporaneo, simples sabor da época”. ( A. Portela, cit., p.105). Ma l’epoca degli equilibrismi fra tradizionalismo e modernismo era tramontata definitivamente e lasciata la direzione dell’SNI, in una sorta di vera e propria fuga dall’ingratitudine del regime e dall’incomprensione degli artisti modernisti che non gli riconoscevano più alcun ruolo di trait d’union con il potere salazarista, nel 1950 Ferro si farà nominare ambasciatore del Portogallo a Berna e, nel 1954, a Roma. “Sono solo … Così solo. Neppure con me stesso”, scriverà Ferro in Suadades de mim ( pubblicato postumo nel 1957, Ferro morirà nel 1956 a Lisbona a soli 61 anni, ricoverato d’urgenza per i postumi di un precedente intervento chirurgico ), l’ amaro e disperato redde rationem di una vita naufragata cercando di saldare, esibizionisticamente ma anche con profonda sincerità e in assoluta fedeltà ai dettami futuristi e dell’avanguardismo artistico, l’arte con una visione estetizzante del potere. Una sorta di profezia. I giornali portoghesi diedero limitatissimo spazio alla sua morte; Salazar, con un comportamento che forse non intendeva essere offensivo ma che è certamente significativo dell’abisso che al di là dei rapporti di mutua convenienza aveva sempre separato i due uomini, intervenne inizialmente al funerale ma non si degnò di accompagnare il feretro all’ultima dimora.
  • 80. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 80 di 158 attingere ad un momento creativo totale che confondesse le categorie di arte, vita e politica fu certamente frustrato. Ma il dispettoso maestro, sia questi Mussolini, Salazar, Stalin o qualsiasi altro autocrate o sia anche, più modestamente, l’impossibilità molto umana di essere all’altezza dei propri sogni, deve fare i conti con una possibilità, molto obliqua, ma non per questo meno reale, di trasformare attraverso la poiesis una sconfitta in una vittoria. E’ un insegnamento che Pessoa conosceva molto bene e che sarebbe opportuno fosse preso molto sul serio anche dagli odierni cantori postmoderni della fine delle narrazioni e della storia. ENCONTROS A SUL 2007 LISBOA, 20, 21 e 22 SETEMBRO MASSIMO MORIGI AESTHETICA FASCISTICA I TRADIZIONALISMO E MODERNISMO L’OMBRA DEL FASCIO*
  • 81. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 81 di 158 ________ *Per questa versione del paper immessa in questa fondativa giornata nel Web, mi è d’obbligo fare tre ringraziamenti: alla Biblioteca Oriani di Ravenna, centro di eccellenza italiano ed internazionale della cultura storica, per la pazienza del suo personale alle mie insistenti richieste di documenti, a Giovanni Giorgini, il cui magistero mi ricorda che il liberalismo è una forma di vita culturalmente non statica e che possiede al suo interno forti capacità di emendarsi (anche se non è proprio detto che il sottoscritto e Giorgini concordino sulle forme in cui questo possa avvenire) ed infine, a Ugo Uguzzoni per la sua disponibilità riguardo ad una mia richiesta di precisazioni intorno ad una parola, proveniente da un’altra disciplina, che ho introdotto in questa nuova versione del testo e che penso possieda un promettente campo semantico nell'ambito della filosofia politica; una richiesta che ad altri sarebbe risultata indubbiamente bizzarra ma che Uguzzoni, per le doti empatiche derivategli dalla sua professione ma, soprattutto, per la sua innata gentilezza, ha esaudito prontamente e con dovizia di riferimenti. In questo triste inverno per la democrazia in Italia ed in Europa, questa apparentemente piccola cortesia è stata personalmente un conforto non da poco. RAVENNA . DIES . NATALIS . SOLIS . INVICTI . ANNO . DOMINI . MMXI . POST . CHRISTVM . NATVM Si dice che ci fosse un automa costruito in modo tale da rispondere, ad ogni mossa di un giocatore di scacchi, con una contromossa che gli assicurava la vittoria. Un fantoccio in veste da turco, con una pipa in bocca, sedeva di fronte alla scacchiera, poggiata su un’ampia tavola. Un sistema di specchi suscitava l’illusione che questa tavola fosse trasparente da tutte le parti. In realtà c’era accoccolato un nano gobbo, che era un asso nel gioco degli scacchi e che guidava per mezzo di fili la mano del burattino. Qualcosa di simile a questo apparecchio si può immaginare nella filosofia. Vincere deve sempre il fantoccio chiamato “materialismo storico”. Esso può farcela senz’altro con chiunque se prende al suo servizio la teologia, che oggi, com’è noto, è piccola e
  • 82. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 82 di 158 brutta, e che non deve farsi scorgere da nessuno. Walter Benjamin, I Tesi di filosofia della storia In quella che è stata definita l’epoca della fine delle metanarrative, è inevitabile il senso di alienazione che attraversa coloro che dovrebbero officiare la narrativa magistra vitae per eccellenza e questo spaesamento risulta essere ancora più profondo quando la storia si imbatte in problematiche la cui tradizione e costruzione teoretica nasce “altra” rispetto a quella della scienze di Clio. In altre parole: l’impiego di una prospettiva “culturalistica” in storiografia può prendere due direzioni. La prima è quella semplicemente di un incremento ed affinazione della strumentazione atta a produrre nuove versioni delle vecchie narrazioni, e questo è sicuramente tanto più necessario ora che le vecchie concezioni economicistiche e/o sociologiche (poco importa se di matrice liberale o marxista) hanno imboccato un (apparentemente) irreversibile viale del tramonto. La seconda, invece, è quella che cerca di farsi direttamente ed esplicitamente carico anche del problema della fine della metanarrative (in primis, quindi, di quelle di un marxismo meccanicamente e deterministicamente inteso e di un liberalismo che nei due decenni che sono seguiti alla caduta del muro di Berlino si è dimostrato ancora più illusorio nelle sue promesse di felicità del socialismo reale), per narrare e costruire nuovi e più profondi racconti che nel contrasto della postmodernistica afasia combinino dialetticamente, generando una rinnovata spinta creativa ed affabulatoria, la più che bimillenaria tradizione della filosofia politica occidentale (di cui ora il repubblicanesimo costituisce potenzialmente il nucleo più promettente di fecondi sviluppi) alla tradizione della Scuola di
  • 83. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 83 di 158 Francoforte della Teoria critica di analisi delle contraddizioni della società.80 Fascismo, avanguardie, novecentismo, modernismo, tradizione possono costituire la traccia per nuovi discorsi non solo ristretti alla comunità dei produttori professionali di storia e di quella (anch’essa molto ridotta) dei loro lettori? E, se vogliamo porre un problema che certamente non afferisce alla prima maniera di scrivere storia (non importa se rivolta a nuovi soggetti come nel caso del culturalismo o focalizzata su protagonisti più tradizionali) ma che certamente ha molto a che fare con la seconda e col tentativo del conferimento di senso oltre il discorso storico strettamente inteso, cosa può dirci a noi afflitti dal postmodernismo un 80 Pur individuando come Leo Strauss nella tradizione uno dei punti focali attorno al quale svolgere il racconto filosofico-politico ( impossibile concepire la dialectica in assenza di traditio ), siamo sideralmente distanti dal suo concetto archeologico e statico della stessa. Il problema in Leo Strauss non è tanto - o non solo - la torsione tradizionalista e conservatrice dello svolgimento del tema della tradizione ( e infatti non a caso Leo Strauss viene considerato un landmark dal neoconservatorismo statunitense ) , ma il fatto che in questo autore, per tanti versi molto significativo perché seppe intendere, anche oltre l’ambito strettamente filosofico-politico, l’insensatezza ed il carattere alienante del mito del progresso ( in un discorso che presenta più di una sotterranea simpatia con la Dialettica dell’illuminismo di Horkheimer e Adorno e della Scuola di Francoforte ) il pensiero dialettico ( o, più semplicisticamente, il non ragionare per comparti stagni ) fosse del tutto atrofizzato, risultandone alla fine una sorta di contromito dove dimoravano in una sintesi azzardata solo i massimi esponenti del pensiero del mondo classico illuminati dalle fioche luci di pensatori religioso-filosofici islamici ed ebraici animati da una supposta “ermeneutica della reticenza”, una “ermeneutica della reticenza” in cui le sconclusionate considerazioni che partendo da questa il Nostro traeva su Machiavelli ( rendendo di pubblico dominio gli arcana imperii del potere politico, il segretario fiorentino - e, al suo seguito tutto il pensiero politico moderno - si sarebbe volontariamente e malvagiamente reso responsabile di un tragico tracollo etico delle società moderne sia sul piano dei comportamenti privati che di quelli pubblici, quasi che la rimozione del problema sia la soluzione, quasi che una nevrosi traslata sul piano culturale e politico-sociale sia un contributo alla tradizione, mentre più propriamente dovrebbe essere chiamata alienazione , una alienazione che nell’attuale sistema capitalistico non opera proprio a favore del recupero dei valori della tradizione) , altro non rivelano tutta la profonda - ed antidialettica nevrosi - che sempre animò il pensiero di Leo Strauss. Oltre che per il suo indiscutibile valore di messa in discussione del mito del progresso, anche - se non soprattutto - per questo lato nevrotico ed alienante, il pensiero di Leo Strauss si presenta paradigmatico dell’attuale stato del pensiero storico e filosofico e, attraverso il suo rovesciamento, indica la via per uscire dall’attuale afasia antidialettica e postmoderna.
  • 84. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 84 di 158 momento fondativo - seppur degenerativo - della nostra storia, il fascismo, dove la generazione di un comune sentire, totalitaristicamente inteso, fu il compito cui si votò e alla fine si immolò il regime?81 Un racconto che qualora venisse detto ed attentamente ascoltato si presenterà con più significati, perché se dal punto di vista delle pulsioni totalitarie le avanguardie artistiche europee non furono certamente seconde rispetto ai movimenti politici totalitari del Novecento,82 in Italia col futurismo siamo in presenza di un’avanguardia il cui esplicito proposito è il suo diretto 81 Il grande ed incontestabile merito dell’approccio culturalistico è stato quello di avere fatto emergere soggetti (la cultura giovanile, le donne, le culture non occidentali) che in precedenza, anche in ragione di un marxismo di fatto unicamente rivolto alla critica delle contraddizioni delle società industriali nell’ambito dello scontro di classe dei due suoi principali protagonisti ( il proletariato e la borghesia ), erano stati accuratamente estromessi dal circolo delle narrative storiche. Ora però si tratta di andare oltre questa frammentaria rivalutazione del “mondo dei vinti” perché la sola logica di “un posto al sole” che dovrebbe essere concesso anche a coloro che uscirono sconfitti dalla storia e dalla narrazione storiografica è assolutamente impotente a porre un argine alla totale perdita di senso - ed anzi per certi versi contribuisce ad aumentarla - che contraddistingue la condizione postmoderna. Questo primo studio ( e quelli che seguiranno ), oltre a voler rendere una resoconto scientifico sull’estetizzazione della politica operata dal fascismo italiano, vuole anche iniziare la riscrittura di un dramma dove la “moralità” non sarà solo nel provvisorio fortunato epilogo (la sconfitta del fascismo) ma, soprattutto, nello svolgersi della dialettica dello scontro fra le pulsioni vitalistiche e libertarie dell’opera d’arte totale così come fu intesa dalle avanguardie e l’interpretazione totalitaria che di questa fu data dalle dittature del Novecento. Una sorta quindi di “nascita della tragedia” della nostra epoca contemporanea che utilizzando personaggi che furono sconfitti - in questo caso le avanguardie del novecento strumentalizzate e conculcate dal totalitarismo politico ma anche l’analisi marxista la cui odierna disgrazia presso le odierne intellighenzie fa da sfondo all’impotenza politica ed intellettiva delle stesse -, intende non tanto - o non solo - rivendicare per costoro una sorta di onore delle armi ma costruire una inedita e significativa narrativa e alleanza fra questi, ponendo così le basi per un nuovo repubblicanesimo che nel combattere l’agghiacciante e mortifera afasia postmoderna e postdemocratica sappia recuperare vecchi racconti da cui apparentemente non sembrava esservi più nulla da introiettare e/o progettare rimettendoli al centro di una rinnovato ciclo di saghe e di storie. 82 Sull’ analogia/rapporto delle avanguardie artistiche del Novecento e le pulsioni modernizzanti del fascismo cfr. A. Hewitt, Fascist Modernism, Aesthetics, Politics, and the Avant-Garde, Stanford (Calif.), Stanford University Press, 1993 e la sua
  • 85. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 85 di 158 inveramento nel “momento” politico, all’insegna di una concezione in cui il macchinismo, il nazionalismo e il bellicismo (marciare non marcire!) non erano che gli strumenti per una concezione totalizzante dell’esistenza dove non vi fossero più diaframmi fra vita ed arte, una mancanza di distinzione che fu anche il tratto caratterizzante delle altre avanguardie europee ma che nel futurismo italiano raggiunse i suoi esiti più parossistici e politicamente perniciosi (ed anche gravidi di insegnamenti fino ad oggi quasi occultati e/o non sufficientemente rischiarati per l’attuale fase postdemocratica, in cui è molto ardito ipotizzare che la terminale crisi di legittimità della rappresentanza politica possa essere superata dai pur generosi apporti e suggerimenti di un neorepubblicanesimo prigioniero di una visione puramente archeologica delle sue origini e che ciecamente disperda le sue immense potenzialità rifiutando di volgersi inclusivamente e creativamente verso i fondamenti critici della tradizione filosofica e filosofico-politica occidentali ). Con questa nuova versione, i futuristi ( interventisti ante litteram ancor prima di Mussolini), Marinetti ( fondatore di un partito politico futurista, che, anche se con un programma non certo di tipo reazionario - come , del resto , non era esplicitamente reazionario, almeno a livello programmatico, il fascismo sansepolcrista - vedrà il suo leader protagonista nell’assalto assieme ai fascisti della sede dell’ “Avanti” ), Marinetti (volontario nella guerra d’Africa - e addirittura quasi settantenne sempre volontario con la spedizione dell’ARMIR in Russia!) e, infine, il Marinetti repubblichino impenitente ( il suo ultimo lavoro, il Quarto d’ora di poesia della X Mas ( musica di sentimenti ) fu scritto poche ore prima della morte avvenuta a Bellagio ( Como ) il 2 dicembre 1944 ), sfuggono allora da un piatto ed univoco giudizio di correità nell’edificazione del ventennio totalitario ma con una motivazione della sentenza ben altra rispetto al giudizio di sostanziale inefficacia e sordità del fascismo rispetto al momento artistico e culturale che non fa altro che ribadire vecchi luoghi comuni storiografici.83 ricchissima bibliografia sull’argomento. 83 Sull’errore di identificare il fascismo politico con le spinte libertarie futuriste, fondamentale C. Salaris, Artecrazia. L’avanguardia futurista negli anni del fascismo, Firenze, La Nuova Italia, 1992.
  • 86. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 86 di 158 Siamo perciò del parere che la fondazione della megamacchina totalitaria del fascismo ( per usare la terminologia impiegata da Golomstock)84 non solo meriti un discorso a parte rispetto alle coeve esperienze sovietiche e naziste ( e questo non sarebbe certamente un discorso né molto originale né molto proficuo al punto in cui attualmente sono giunte le “narrazioni” sul ventennio) ma anche che una più precisa individuazione degli snodi cruciali dei rapporti fra arte e politica nell’edificazione del totalitarismo imperfetto italiano possa essere più utile per l’edificazione di una nuova narrativa della libertà. 84 In I. Golomstock, Arte totalitaria: nell’ URSS di Stalin, nella Germania di Hitler, nell’Italia di Mussolini e nella Cina di Mao, Milano, Leonardo Editore, 1990, la locuzione “megamacchina totalitaria” viene impiegata diffusamente a significare appunto la costruzione di sistemi totalitari e/o l’utilizzo allo scopo di meccanismi propagandistici che utilizzarono anche le arti figurative e, in particolare, per quanto riguarda l’impiego dell’avanguardia artistica da parte del fascismo, il futurismo. Discorso parzialmente diverso, invece, sul versante opposto della rivoluzione bolscevica, che all’inizio si servì del futurismo e che poi sotto lo stalinismo lo eradicò totalmente e del nazismo per il quale tutta l’arte che non era piattamente figurativa era Entartete Kunst, ovvero arte degenerata. Tuttavia ritroviamo per la prima volta l’espressione “totalitarian megamachine” in L. Mumford, The Myth of the Machine, v.2, The Pentagon of Power, New York, Harcourt Brace Jovanovich, 1970, dove Lewis Mumford partendo dalla storia antica dell’India, della Mesopotamia e dell’Egitto e interpretandola alla luce dell’antropologia e della storia delle innovazioni tecnologiche, contesta la comune opinione che la nostra epoca possa definirsi il primo periodo della storia dell’uomo dominato dalla tecnologia in quanto le civiltà antiche prime menzionate inventarono la tecnologia della megamacchina dell’organizzazione sociale le cui potenzialità totalitarie hanno trovato il loro culmine nell’ odierna civiltà tecnologica che allo schiavo sostituisce i dispositivi meccanici/elettrici/elettronici ma in cui le possibilità di contestazione della moderna “megamacchina totalitaria” sono, come in quelle delle civiltà scomparse, praticamente ridotte a zero. Indubbiamente si tratta di una tesi molto ardita ma che ha l’indubbio vantaggio di posizionare, al di là di ogni ideologismo di destra o di sinistra, il discorso sulla libertà in un campo semantico di rapporto/conflitto con il potere così come viene concretamente esercitato e dei mutevoli strumenti che, a seconda dei casi, sono da esso impiegati, poco importa se si tratta di un potere teocratico, tecnocratico, politico, o ideologico-totalitario come nel caso di cui stiamo discutendo.
  • 87. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 87 di 158 Al contrario del nazismo e del comunismo sovietico, il fascismo italiano, nonostante che ex post una volta salito al potere avesse cercato di rimediare a questo vizio di origine, nasce, si sviluppa e porta al potere il suo leader Benito Mussolini, in assenza di una sua precisa ideologia, se per ideologia si intende una traditio scritta o verbale alla quale potersi riferire (non ci riferiamo qui ad un insieme di dottrine coerenti ma semplicemente alla mera esistenza delle stesse). Di fatto, dal punto di vista ideologico, come ebbe a sottolineare Togliatti, il fascismo è tutto e il contrario di tutto e l’unico vero legame tra gli aderenti al movimento che compiranno la marcia su Roma era l’odio verso il partito socialista che aveva avversato l’intervento dell’ Italia nella prima guerra mondiale e che per di più costituiva, ai loro occhi, una costante minaccia di instaurazione in Italia di un regime di stampo bolscevico. Nulla di più e nulla di meno. Per un Mussolini giunto al potere, era questo quindi un mandato che, fatta salva - e non era una novità di poco conto rispetto alla tradizione dello stato liberale - la feroce ed extralegale repressione delle espressioni politiche ed organizzative del proletariato in primo luogo e poi anche di quelle della borghesia, lasciava di fatto molti margini di manovra e, infatti, l’instaurazione della dittatura in Italia si configurerà come un (relativamente) lento, progressivo - ma ineluttabile - scivolamento verso forme sempre più autoritarie di governo, fino al definitivo esito dittatoriale del 3 gennaio 1925. Una dittatura che però se aveva idee assolutamente chiare sulla volontà di porre fine allo stato liberale, nel senso che da allora in poi vi sarebbe stato un solo partito politico e le politiche pubbliche sarebbero state di esclusiva pertinenza e responsabilità dell’indiscusso leader di questo partito, non le aveva però altrettanto chiare in merito ai rapporti di questa nuova forma di stato ( non più liberale ma senza una precisa identità ideologica) con quella che oggi chiamiamo la società civile. È vero che già in un discorso del giugno ’25 Mussolini asseriva “la feroce volontà totalitaria” del nuovo regime e che di lì a poco avrebbe pronunciato il famigerato aforisma “Tutto nello Stato, niente fuori dallo Stato, niente contro lo Stato” e se possiamo considerare queste dichiarazioni come una sorta di preannuncio (volontario o involontario non sappiamo ma certo acutamente sentito nel profondo del dittatore) di quello che con tutte le forze Mussolini avrebbe tentato di istituire negli anni ’30, cioè un vero e proprio stato totalitario come ce lo descrive la scienza politica, è indubbio che è improprio definire
  • 88. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 88 di 158 i primi anni di dittatura che seguirono il ’25 come un totalitarismo compiuto, trattandosi più propriamente di un regime dittatoriale a forte impronta personalistica, in altre parole un regime bonapartista o cesarista secondo le definizioni politologiche più correnti. E che la “feroce volontà totalitaria” fosse in quei primi anni molto in “potenza” ma assai poco in “atto” prova ne è il pensiero e l’atteggiamento di Mussolini di fronte all’arte. A fronte di una situazione dove le varie correnti artistiche e letterarie insistentemente si affannavano a “tirare per la giacchetta” il dittatore cercando di farsi consacrare come arte ufficiale del nuovo regime ( e a scanso di equivoci bisogna guardarsi bene dal vedere in ciò un volere salire sul carro del vincitore perché se i futuristi erano da considerare i precursori artistici - ed anche politici - del fascismo, la stragrande maggioranza dell’intellettualità artistica, letteraria e filosofica guardava al fascismo con grande fiducia pari solo al disprezzo verso il defunto stato liberale e si trattava quindi non di prostrarsi di fronte al vincitore ma di ottenere i dividendi verso i quali si riteneva di rivendicare solidi ed incontestabili diritti), a fronte, dicevamo, di una situazione di notevole affollamento artistico nell’anticamera del dittatore, abbiamo un Mussolini che a tanto vociferante ed insistente assedio non faceva altro che ripetere che ad un’arte di stato non era proprio il caso di pensare perché un’arte di stato - a suo dire - era una contraddizione in termini. Amore nei “distinti” di crociana memoria, una sorta di consapevolezza che una volta imboccata la deriva di un’arte di stato non si sarebbe più potuta invertire la costruzione della megamacchina totalitaria? Certamente, in linea di principio, non possiamo ignorare questa ipotesi (anche se la biografia personale, politica ed intellettuale ci porterebbe ad escludere questa teleologia del dittatore, anzi ci induce a formulare ipotesi di segno esattamente contrario), ma quello che la situazione obiettiva ci consente di constatare è che Mussolini nei primi anni del suo potere non poteva assolutamente optare per un arte ed una letteratura di stato perché così facendo avrebbe scontentato molti dei suoi supporter artisti che sarebbero rimasti esclusi da una scelta così definitiva e totalitaria ( in un certo senso questa è la storia vera di tutto il totalitarismo “frenato” del ventennio: optando precipitosamente per questa soluzione, inevitabilmente si sarebbero dovute compiere delle scelte fra le varie anime del fascismo e nei primi anni di consolidamento della dittatura non era proprio il caso).
  • 89. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 89 di 158 E quindi? E quindi nel campo delle arti figurative vedremo di fronte al trono del dittatore azzuffarsi per ottenere il riconoscimento della più bella del reame l’eclettico indirizzo denominato Novecento contro l’avanguardistico propagandista della “guerra sola igiene del mondo” - e precursore del fascismo - futurismo. Del futurismo abbiamo un po’ già detto e c’è semmai da sottolineare che a parte le folcloristiche autocertificazioni reiterate per tutto il ventennio per (auto)accreditarsi come l’unica arte di stato del fascismo85 ( e in questo millantare Marinetti raggiungerà vette di vera e propria mitomania, una dimensione onirico-superomistica che però faceva parte del codice genetico futurista), durante tutti gli anni del regime il movimento fondato da Marinetti dovrà costantemente scontare l’insanabile contraddizione della sua concezione individualistica ed anarcoide con un regime che via via che approntava la sua megamacchina totalitaria era animato dal proposito di far sorgere “l’uomo nuovo”, un uomo nuovo che avrebbe negato in ragione della cancellazione dell’individualismo e dell’esaltazione dell’uniformità gli slanci vitalistici e nietzschiani del futurismo. Il Novecento non era invece certamente un’avanguardia artistica ed incarnava piuttosto, se proprio vogliamo assegnargli una sua artistica ragion d’essere al di là dell’ovvia ed anche antipatica constatazione che esso in realtà fu poco più che un cartello o sindacato d’artisti di diversa provenienza ed ispirazione associati per ottenere benemerenze e commesse nel nuovo clima politico ( verso il quale, valga l’avvertenza fatta sopra, la maggioranza dei novecentisti era animata da propositi tutt’altro che ostili: un esempio per tutti, il caso del già futurista, ex squadrista e vignettista del “Popolo d’Italia” Mario Sironi), la voglia d’ordine che, sia in campo politico che artistico, spirava in Italia (e in Europa) dopo la fine della prima guerra mondiale. Animatrice di questo sodalizio - o sarebbe meglio dire sindacato o gruppo di pressione - era Margherita Sarfatti. Certamente, almeno in teoria, le armi per prevalere sul futurismo non mancavano al Novecento. A parte il 85 Cfr. C. Salaris, Artecrazia, cit. Per una storia generale del futurismo, segnaliamo E. Crispolti, Storia e critica del futurismo, Bari, Laterza, 1986.
  • 90. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 90 di 158 legame intimo fra la Sarfatti e Mussolini ( un rapporto sentimentale che se fu certamente utile alla Sarfatti nell’ accreditarsi di fronte ai suoi sodali artisti, è tutto da provare che abbia giovato di fronte al duce per favorire il movimento, che infatti non riuscì mai a diventare arte di stato; e quanto valore desse infatti Mussolini alle ragioni del cuore ben lo si vede dalla caduta in disgrazia della Sarfatti stessa in seguito alla campagna razziale dell’ultima fase del regime), a favore del Novecento, di fronte ad un regime che si configurava nel corso degli anni sempre più conservatore, avrebbe dovuto giocare il suo programma artistico di richiamo all’ordine che, all’atto pratico, si traduceva in un accentuato figurativismo che accomuna le opere della maggioranza dei novecentisti e quindi in una sua maggiore leggibilità e potenziale possibilità di impiego a livello propagandistico. Ma Mussolini non prese mai una decisione e Bottai, seppure in contrasto con l’ala dura del partito di ispirazione farinacciana, ripetutamente si pronunciò contro l’ipotesi di un’arte di stato perché a suo parere l’arte fascista era quella che, appunto, riusciva a raggiungere un autentico risultato estetico - anche se per conseguire questo obiettivo doveva ripudiare le più scriteriate esagerazioni avanguardistiche a favore di un maggior senso delle proporzioni ed equilibrio tipico della tradizione artistica italiana, e in queste valutazioni di Bottai è facile leggere una preferenza per il Novecento - e non quella che astrattamente e retoricamente si proclamava fascista ma alla fine risultava essere solo propaganda. Mussolini e il suo regime quindi con le mani in mano rispetto al problema dell’arte ? Non proprio, anzi in un certo senso esattamente il contrario. Se il tentativo di realizzare una compiuta megamacchina totalitaria era ancora di là dal venire, il problema del consolidamento della dittatura cesaristica era un compito che non poteva certo aspettare utopici nuovi assetti integralmente totalitari e che doveva essere affrontato nell’immediato. E il risultato di questo stato delle cose fu che a condizione dell’accettazione del nuovo regime illiberale, l’artista poteva godere della più ampia libertà creativa sul piano formale e, rispetto alla condizione socioeconomica spesso misera che lo contraddistingueva nel precedente periodo liberale, esso veniva spesso aiutato e gratificato, nel clima venutosi a creare nel nuovo regime mussoliniano di attenzione - anche se tutt’altro che
  • 91. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 91 di 158 disinteressata - per l’arte, da numerose commesse provenienti sia dai privati ( fra i quali possiamo enumerare molti gerarchi fino a Mussolini stesso, il quale privatamente per l’arte era solito spendere grosse somme ) che dal partito o, ancor più direttamente, dallo stato, che nell’arte, come del resto in tutti gli altri settori della vita sindacale e professionale, stava assumendo la forma corporativa. Certamente, sarebbe esagerato sostenere che l’inquadramento degli artisti in una corporazione professionale non abbia arrecato danni alla ricerca espressiva ( è verosimile cioè ipotizzare che un artista inquadrato nella sua corporazione professionale e in attesa di succulente commesse da parte di gerarchi fascisti o dello stato privilegiasse produzioni figurative od addirittura propagandistiche su ricerche formali più astratte avanguardiste e futuriste); quello che però deve essere sottolineato - e che l’evidenza storica sta a dimostrare - è che da numerosi artisti i primi anni del regime mussoliniano furono ricordati come un periodo di libertà (come abbiamo già detto per la maggior parte di costoro non si trattava di nascondere la propria avversione verso il fascismo ma si trattava semmai di avere diritto ai dividendi dello stesso e comunque i condizionamenti politici del regime risultavano ai loro occhi del tutto irrilevanti in confronto alle precedenti costrizioni socioeconomiche che avevano caratterizzato l’esistenza dell’artista nel vecchio stato liberale) e di una (relativa) prosperità economica.86 Se un condizionamento più o meno subliminale in senso figurativo operato dal regime è un’ipotesi che può essere sostanziata oltre che dal “significato” politico-culturale della dittatura mussoliniana anche dalle opinioni di Mussolini stesso , il quale, via via che ci si inoltra nel sua dittatura e ci si appresta a costituire un vero e proprio regime totalitario ispirandosi ad un malinteso senso di romanità imperiale, pronuncerà battute velenose e sprezzanti anche riguardo al figurativismo dei novecentisti ( ad esempio a Mussolini risultava del tutto ributtante il figurativismo arcaicizzante e mitologico di Sironi87 in quanto restituiva una 86 M. S. Stone, The State as Patron: Making Official Culture in Fascist Italy, in M. Affron, M. Antliff (eds), Fascist Visions. Art and Ideology in France and Italy, Princeton (N.J.), Princeton University Press, 1997, p. 216. 87 Su Mario Sironi rivalutato, al di là degli schematismi di certo antifascismo di maniera, come il maggiore pittore del ventennio fascista che, proprio in virtù della
  • 92. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 92 di 158 figura umana deformata, del tutto antitetica rispetto al canone di perfezione fisica espresso, per esempio, nella statuaria del Foro Italico), non è un’ipotesi ma una incontestabile evidenza che sotto l’ombra del fascio le espressioni artistiche che volgevano le spalle alla tradizione ebbero modo di esprimersi non diciamo liberamente ( avverbio semanticamente molto pesante e che va sempre giustificato anche quando trattiamo di regimi liberaldemocratici) ma intessendo col regime un intenso rapporto dialettico. Per una dittatura come quella mussoliniana in cui il principale se non unico investimento era sul piano simbolico e non delle effettive realizzazioni materiali (e quando queste venivano poste in essere si veda, per esempio, quota 90, la battaglia del grano, la bonifica delle paludi pontine, il momento simbolico, al di là delle ricadute pratiche, spesso negative, era sempre preponderante), la celebrazione del primo decennale del regime presentava le potenzialità per assurgere ad uno dei momenti topici nella sua edificazione mitopoietica. Un’occasione di “costruzione del mito” che orientò decisamente Mussolini - consapevole del rapporto dialettico fra correnti artistiche modernistiche e fascismo ed altresì anche consapevole che, anche a costo di rischiare esiti propagandistici più incerti e meno controllabili, se si volevano colpire i cuori e le menti dei fruitori dell’evento era necessario ricorrere a soluzioni estetico-espositive decisamente innovative e in linea con le pretese rivoluzionarie del fascismo - verso l’impiego massiccio di architetti ed artisti modernisti. “La mostra - ebbe a dire Mussolini - [ deve essere] estremamente moderna… e audace, senza la melanconica raccolta di passati stili decorativi”.88 E così in effetti fu. La mostra del decennale della rivoluzione fascista del 1932 impiegò per la sua realizzazione architetti, pittori e scultori in assoluta prevalenza di ispirazione modernista, a tal punto che sua convinta, disinteressata ( ed ingenua ) adesione al regime, subì, dopo la seconda guerra mondiale, un assurdo ed immeritato ostracismo ( e questo a fronte dello scarso apprezzamento che a più riprese gli manifestò Mussolini e dei conseguenti intermittenti appoggi ottenuti dal regime), cfr. E. Braun, Mario Sironi’s Urban Landscapes: The Fusturist/Fascist Nexus, in M. Affron, M. Antliff (eds), Fascist Visions, cit., pp. 101-133. 88 M. S. Stone, The Patron State. Culture & Politics in Fascist Italy, Princeton (N.J.), Princeton University Press, 1998, p.141.
  • 93. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 93 di 158 l’organo ufficiale del PNF, con evidente orgoglio, li descrisse come “una schiera di artisti dell’avanguardia”.89 La svolta dell’intransigente ed esclusivista accettazione della tronfia romanità archeologica era ormai alle porte ma per l’ultima ( e forse anche per la prima) volta il regime volle presentarsi, anziché come una ridicola riedizione di passate e millenarie glorie, come una soluzione di continuità rispetto al passato. Un’esperienza politica ed estetica come quella del fascismo non poteva pretendere nulla di meno che un’ autocelebrazione che impiegasse procedimenti espressivi di stampo avanguardistico. Già all’entrata della mostra della rivoluzione fascista si volle che il visitatore subisse uno shock emotivo. Gli architetti razionalisti Adalberto Libera e Mario De Renzi avevano completamente nascosto la vecchia facciata del Palazzo delle Esposizioni, nel quale si teneva la mostra, e vi avevano sovrapposto una parete metallica davanti alla quale si protendevano quattro giganteschi fasci sempre metallici dell’altezza di 25 metri. Alle due estremità di questo imponente colonnato littorio si ergevano due gigantesche X, ancora rivestite di metallo, dell’altezza di sei metri. Ma se l’entrata doveva costituire un impegnativo biglietto da visita, il coinvolgimento estetico-emotivo generato dalle modalità espositive delle varie sale era assolutamente all’altezza di un così espressivo incipit. La sala del 1922 intendeva simboleggiare la lotta fra il caos e il principio ordinatore e l’arco di tempo rappresentato era dall’inizio del 1922 fino alla marcia su Roma. L’architetto razionalista Giuseppe Terragni aveva tenuto ben presente la lezione del futurismo, movimento al quale egli per altro non aderiva ma da cui nella realizzazione di questa sala trasse evidente ispirazione per l’intimo dinamismo delle soluzioni, con il risultato di un felice compromesso nella dialettica modernismo/astrattismo/figurativismo.90 Dal punto di vista di un fervente 89 Ibidem. 90 Su Giuseppe Terragni e la sua rivoluzionaria e tragica lezione modernista, costantemente sospesa fra razionalismo architettonico ( creativamente interpretato al di là delle eccessive rigidità architettoniche razionaliste ) e gli stilemi fascisti classico-romani imposti dal regime fascista , cfr. T.L. Schumacher, The Danteum: Architecture, Poetics, and Politics under Italian Fascism, New York, Princeton Architectural Press, 1993.
  • 94. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 94 di 158 fascista, l’entrata nella sala costituiva indubbiamente un altro shock, ma questo di segno contrario, negativo (almeno inizialmente), rispetto all’ingresso della mostra. Infatti, appese al soffitto, erano state poste autentiche bandiere dei partiti sovversivi ma il momento della speranza e della rinascita era immediatamente suggerito dal fatto che tali simboli erano stati fissati tramite pugnali a significare la definitiva vittoria fascista che sarebbe seguita nell’ottobre. E il messaggio finale della sala del 1922 era veramente quello della riscossa contro le forze sovversive. Una riscossa rappresentata, oltre che dai pugnali che trafiggevano le insegne nemiche, dalla parete diagonale che tagliava la sala che narrava le spedizioni punitive tramite l’esposizione di ritagli di giornali e riviste ed anche di cimeli relativi a quel “glorioso” momento della storia nazionale e del fascismo. Ma il culmine espressivo della sala del 1922 era la parete denominata Adunate. Nella parte inferiore della parete erano rappresentate tre eliche d’aereo la cui immagine era composta dalle foto delle adunate di massa. Il resto della parete era infine ricoperto da una marea di mani in rilievo aperte nel saluto romano, a suggerire che il fascismo (saluto romano) promanava direttamente dal dinamismo delle masse, le eliche d’aereo composte con le foto delle adunate (la realtà ed anche il giudizio che Mussolini aveva delle masse, lo sappiamo, erano diametralmente opposti ma qui, non a caso, siamo di fronte ad un tipico esempio di arte totalitaria, cioè ad una rappresentazione specularmente rovesciata e simmetricamente antitetica di quella che è la realtà). Le critiche da parte fascista spesso entusiastiche su questa sala non riuscivano però a celare un elementare quanto imbarazzante dato di fatto. Le influenze dell’avanguardia europea e, in particolare, che la tecnica del fotomontaggio, che era uno dei punti di forza dell’allestimento, era di diretta ispirazione dei futuristi costruttivisti sovietici Melnikov e El Lissitzky e del dadaismo tedesco (dadaismo non certo in odore di fascismo, anche se di un’ intima analogia fra avanguardia, tesa alla fusione totale tra vita e atto artistico, e fascismo totalitario, finalizzato all’eliminazione di ogni diaframma fra vita individuale e vita collettiva per edificare la megamacchina totalitaria, abbiamo già detto). Inoltre, la marea di mani aperte nel saluto romano altro non era che una diretta citazione del manifesto elettorale Lavoratori, tutti devono votare nelle
  • 95. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 95 di 158 elezioni dei Soviet del costruttivista Gustav Klutsis per le elezioni sovietiche del 1927. Mentre il contributo di Terragni alla mostra fu tutto inteso nella costruzione di un’estetica che rappresentasse il dinamismo del fascismo e delle masse ricorrendo ad un simbolismo che traeva dalla modernità artistica i suoi spunti, nelle sale affidate a Sironi, l’espressione di questo dinamismo fu affidato ad una rilettura in chiave futurista ed avanguardista di vecchie e consolidate simbologie. Nella sala della marcia su Roma affidata a Sironi si poteva ammirare un bassorilievo di un’aquila in volo stilizzata affiancato dal tricolore. L’accostamento della bandiera col bassorilievo generava il profilo del fascio, antico/nuovo simbolo politico la cui tradizione promanava direttamente da Roma antica (l’aquila) ma la cui modernità politica, si intendeva affermare, era una diretta emanazione dei più consolidati valori patriottici, la bandiera nazionale. Il culmine della maestria sironiana fu però raggiunto nella Galleria dei Fasci, un allestimento dove l’artista fascista della prima ora riuscì effettivamente a creare un ambiente totalmente coinvolgente. Siamo qui in presenza di un lungo corridoio scandito da due energiche e massicce file di fasci. Questo doppio colonnato, che intendeva richiamarsi alla romanità e che aveva assunto come motivo ispiratore il principale simbolo del fascismo, conduceva ad un classicheggiante bassorilievo di un cavallo e del suo cavaliere col braccio destro proteso in avanti. La direzione indicata imperiosamente dal cavaliere era quella che il fascismo aveva impresso all’Italia ed era anche il percorso verso il momento culminante di tutta l’esposizione: l’entrata nella Cappella dei Martiri. La realizzazione della Cappella dei Martiri fu affidata agli architetti Adalberto Libera ed Antonio Valente. Indubbiamente affidare il climax del percorso liturgico della mostra ai due architetti razionalisti fu una scelta rischiosa ma che si dimostrò vincente. Invece di una tradizionale e cimiteriale commemorazione il cui unico risultato non sarebbe stato altro che confermare un inseparabile iato fra i vivi e i morti, Libera e Valente concepirono un ambiente ispirato a criteri minimalisti di assoluta economia e concentrazione simbolica. La Cappella dei Martiri ( i caduti, cioè, per la causa fascista) era costituita da una sala circolare la cui parete era ricoperta dalla parola “presente” riscritta senza soluzione di continuità,
  • 96. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 96 di 158 che veniva riecheggiata non solo visivamente ma anche con un apparato sonoro con voci che senza posa la ripetevano continuamente. Infine, il completamento della frase e soluzione del dramma della Cappella dei Martiri era affidata ad una croce posta al centro della sala sulla quale campeggiava la dicitura “Per la patria immortale”. Una crepuscolare illuminazione a luce rossa avvolgeva l’intero ambiente. Nella Cappella siamo di fronte alla soluzione finale del dramma rappresentato dalla mostra e dal fascismo. Nelle sue varie sale (ne abbiamo descritte solo alcune), il visitatore era stato posto di fronte a simbologie negative cui trionfalmente si contrapponevano i segni del fascismo vincitore ( dalla simbologia fascista a vere e proprie “reliquie” squadriste: vennero esposte camicie nere, gagliardetti, armi impiegate dalle squadracce, etc.) ma di fronte al sangue che era stato necessario versare per redimere l’Italia (la luce rossa) siamo di fronte al più profondo disvelamento: il fascismo era basato su un culto di sacrificio e di morte e in cui l’angoscia che questa inevitabilmente suscita doveva annullarsi con il sorgere hic et nunc (presente) di una superindividualità collettiva ( le voci che ininterrottamente ripetevano presente) che avrebbe trasceso la vita e la morte. In fondo la megamacchina totalitaria che in quegli anni cominciava ad aumentare i suoi giri, prendeva coscienza di sé e si annunciava con un messaggio che aveva più di un’analogia con quello impiegato dalle avanguardie (e non a caso la realizzazione della Cappella dei Martiri fu affidata a chi era ben a conoscenza dei procedimenti linguistici che potevano veicolare il progetto di un superamento dell’individualità). Solo che nel caso delle avanguardie si trattava di superare il confine fra arte e vita per la creazione della Gesamtkunstwerk, l’opera d’arte totale, mentre nel caso del fascismo si volle creare la megamacchina totalitaria, opera non dell’artista ma del Leviatano che inverava in una politica totale ed in uno stato totalitario questo supremo obiettivo dell’arte delle avanguardie e dove sì sarebbe avvenuto un superamento radicale ed assoluto del vecchio modo di intendere la vita e l’individualità ma in cui questo superamento si sarebbe mostrato non attraverso la trasfigurazione artistica della Gesamtkunstwerk ma con la nascita di in una ipostatizzata olistica comunità di tutti coloro (viventi e non ) che avevano combattuto e si riconoscevano nell’idea fascista.
  • 97. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 97 di 158 Se la dialettica avanguardia/fascismo trovò nella Mostra della rivoluzione fascista il suo momento più alto, il premio Cremona voluto e realizzato dal gerarca Farinacci non si può nemmeno dire che rappresenti il momento più basso, configurandosi semmai come la più assoluta negazione di questa dialettica. Il premio Cremona, la cui prima edizione è del ’39, infatti, non fu altro sul piano artistico che l’equivalente della campagna razziale intrapresa nel ’38: l’omologazione, cioè, ai dettami provenienti dalla Germania nazista. E come nella Germania nazista si era messa all’indice l’ Entartete Kunst, “l’arte degenerata” (tutte le avanguardie, che proprio in ragione della loro idiosincrasia verso un piatto figurativismo non potevano assolutamente essere impiegate per un arte propagandistica nazionalsocialista di facile presa sul popolo), così anche Farinacci intendeva dare una sterzata in senso nazista e proporre modelli estetici del tutto assimilabili a quelli allora imposti in Germania. E se la creazione di liste di proscrizione artistiche sul modello nazista era impossibile nella realtà italiana ( cosa fare dei futuristi e di Marinetti, ferventi per quanto scomodi sostenitori del regime?, cosa fare dei novecentisti, che per quanto sostenitori di un’estetica di mediazione fra una cosiddetta tradizione italiana e gli impulsi modernisti non erano comunque mai scaduti in un arte piattamente propagandista?, e cosa fare degli architetti razionalisti la cui organicità al regime andava ben al di là della mostra sulla rivoluzione fascista ma si era dispiegata con momenti più o meno alti lungo tutto il secondo decennio della dittatura mussoliniana fino a giungere - col finale e doloroso compromesso piacentiniano - alla sottomissione alle ragioni di un pseudoclassicismo in chiave imperiale nella progettazione e parziale realizzazione dell’ E 42 di Roma?), certamente era possibile imitare pedissequamente i più vieti modelli estetici che dalla Germania ora calavano. Nella prima edizione del 1939, i partecipanti del premio Cremona si produssero prevalentemente sul tema, indicato dalla commissione, “L’ascolto alla radio di un discorso del Duce”. L’esame dei 123 dipinti prodotti per la mostra rivela uno stile piattamente figurativo con (involontari) tratti naïf . Le donne che ascoltano la radio tengono sovente un bimbo in braccio, gli uomini o sono in camicia nera o si tratta di lavoratori agricoli che ascoltano con un’espressione fra l’assorto e l’estatico ( ma verrebbe anche da dire il perplesso, ma forse qui si tratta di un nostro malevolo pregiudizio ideologico), le storiche parole del duce. Di
  • 98. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 98 di 158 solito in questi dipinti vediamo le figure umane allineate in maniera elementare, il tutto trasmettendo un’impressione di gelida, congelata, rattrappita - ed involontaria - surreale staticità. Per gli scenari che fanno da sfondo a queste disanimate ed esanimi auscultazioni, vengono di solito privilegiati metafisici ed immoti paesi di collina, che vagamente richiamano insediamenti di un indeterminato centro Italia. Ma il culmine dell’omologazione all’estetica nazista la abbiamo con l’edizione del ’41 dove i dipinti furono gremiti da immagini maschili palesemente ispirate alla mitologia razziale ariana, anche se talvolta con risultati a nostro giudizio non proprio all’altezza del modello originale. Vedi, per esempio, il quadro vincitore nella sezione “Gioventù italiana del Littorio”, dove vengono raffigurati un gruppo di giovani di ambo i sessi in attesa di compiere esercizi ginnici. Sulle figure femminili nulla di particolare da rilevare mentre sulle figure maschili, a torso nudo e che dovrebbero trasmettere il senso di una virile muscolarità, si intravvedono, piuttosto, i segni di una sofferta magrezza.91 Una insinuazione maligna: le restrizioni alimentari del periodo non potevano non imporre un adattamento rispetto al modello ideale nazista compatibile solo con un apporto calorico pro capite superiore. E questo con tanti saluti alla mitologia dei miglioramenti razziali indotti dalla guerra, cui Mussolini stesso cadde in (auto)inganno e alla retorica della sobrietà (tratto stilistico-retorico fondamentale del regime e che avrebbe dovuto marcare la nuova Italia fascista, contrapposto alla “degenerazione” alimentare e non dei popoli opulenti) e che tanto spazio ebbero nel misero ultimo atto del ventennale regime.92 Sarebbe tuttavia un falso storico affermare che col premio Cremona il regime fascista disvelò la sua realtà estetica. In effetti, la megamacchina totalitaria fascista aveva raggiunto il culmine della sua potenza, ma 91 Il dipinto che rappresenta questa disgraziata e affamata “Gioventù italiana del Littorio” è riprodotto a pagina 186 di M. S. Stone, The Patron State, cit. 92 Sulla stridente contraddizione fra la roboante retorica fascista espressiva di una visione onirico-estetica dell’operato del regime e la triste realtà delle condizioni socioeconomiche dell’Italia del ventennio, cfr. S. Falasca-Zamponi, Fascist Spectacle. The Aesthetics of Power in Mussolini’s Italy, Berkeley, University of California Press, 1997.
  • 99. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 99 di 158 sarebbe meglio dire della sua hubris, con le leggi razziali, implicitamente rinnegando - proprio con la sua volontà di automutilarsi e di dannare una quota della comunità nazionale - le sue pretese di totalità. Per quanto riguarda il nostro discorso, il premio Cremona non risulta essere altro che il certificato di morte del contraddittorio rapporto fra arte e potere sviluppatosi nel ventennio. Era quindi inevitabile questo esito materiatosi nel premio Cremona? Probabilmente si tratta di una domanda mal posta. Come sappiamo i regimi totalitari comportano, assieme ad un estrema rapidità nella decisione, anche una sua estrema imprevedibilità, imprevedibilità che costituisce uno degli strumenti principali per ottenere il dominio senza limiti, a legibus solutus, sulla popolazione, il cui intimo consenso può variare nel tempo ma la cui soggezione è comunque garantita dall’imprevedibilità delle decisioni politiche che genera una totale sottomissione davanti ad un potere incontrollabile ed incontrastabile percepito di natura più divina che umana. In questo senso, l’unica certezza che si può avere in un regime totalitario è la totale incertezza del domani, il quale è così nelle mani del numinoso demiurgo di turno al vertice della catena di comando. Per quanto riguarda nello specifico il ventennio, il fascismo italiano nella fase del suo maggior consenso - al contrario del nazismo tedesco, che fu apertis verbis un regime che fin dall’inizio decise di eleggere le avanguardie fra i suoi più importanti nemici -93 pensò che alla costruzione 93 In realtà, nei primi tempi della presa del potere da parte del nazionalsocialismo, non tutti i gerarchi nazisti condividevano l’opinione di Hitler che l’arte che non era piattamente figurativa fosse arte degenerata. Nel 1933 il ministro dell’informazione e della propaganda popolare Joseph Goebbels cercò di assicurare la sopravvivenza almeno all’espressionismo tedesco che avrebbe dovuto apportare “sangue nuovo” alla “rivoluzione spirituale nazista” ( I. Golomstock, Arte totalitaria, cit., p. 97). Tuttavia il tentativo di Goebbels e della rivista Kunst der Nation (che era stata fondata nel 1933 col patrocinio di Goebbels dagli artisti del gruppo Der Norden con lo scopo di dimostrare che l’espressionismo poteva vantare i suoi quarti di nobiltà ariani) fu un totale fallimento: nel 1935 Kunst der Nation venne soppressa e sostituita dalla rivista Kunst der Dritten Reich, il cui scopo era fare da megafono in campo artistico alle idee razziste di Rosenberg e del famigerato Völkischer Beobacther; infine, a conclusione del processo di estirpazione dalla Germania nazista di ogni forma di arte moderna e d’avanguardia, nel 1937 fu allestita la mostra dell’ Entartete Kunst, mostra dell’arte degenerata, volta a dimostrare che l’arte moderna qualora non rispettasse i
  • 100. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 100 di 158 della sua megamacchina totalitaria fosse funzionale una mediazione fra le istanze tradizionalistico-reazionarie con quelle espressioni del mondo culturale ed artistico che si rifacevano alla modernità ( vedi l’esempio della mostra del decennale della rivoluzione fascista ma anche l’abile strategia portata avanti da Bottai, tutta tesa all’ inclusione di strati sempre più vasti dell’intellettualità italiana). Ma a nostro parere il fatto decisivo è che il fascismo italiano, proprio per la sua pulsione di farsi esso stesso momento estetico totale con caratteristiche di assoluta autoreferenzialità, non poteva che, in ultima istanza, considerarsi come una sorta di prodotto più perfezionato rispetto alla avanguardie futuriste e moderniste, verso le quali poteva redigere provvisori trattati di alleanza ma il cui proposito finale non poteva essere altro se non orchestrare la loro definitiva rimozione dalla scena. Se questo è il quadro in cui si deve muovere il nostro giudizio sui rapporti fra arte e fascismo, allora il premio Cremona non si presenta che come la circostanza fortuita, nel quadro di un’alleanza totalmente squilibrata dell’Italia fascista con la Germania nazista, per la rottura di un rapporto il cui destino era comunque segnato. Che poi questa rottura sia avvenuta in campo artistico attraverso la ridicola importazione degli stilemi estetici nazisti e, per quanto riguarda il consenso del popolo italiano verso il regime, attraverso la bestiale politica razziale e l’avventuristico precipitarsi nel secondo conflitto mondiale, rappresenta in un certo senso una sorta di “astuzia della storia” che si incaricò coram populo di rivestire di ridicolo ed orrore quello che già di per sé si configurava come la catastrofe ultima della civiltà giudaico-cristiana, e cioè la costruzione dell’uomo nuovo, che in verità sarebbe stata proprio una novità, ma di segno totalmente canoni di un piatto figurativismo se non era il frutto di un vile imbroglio commerciale era il risultato, appunto, o dell’operato di razze inferiori o di degenerazione mentale. Per ironia della storia accadde così che anche le opere del nazionalsocialista - e per sua sfortuna espressionista - Emil Nolde furono esposte accanto a quelle dell’antifascista Otto Dix. Sulla distruzione delle avanguardie artistiche nella Germania nazista in un procedimento di “creazione del nemico” del tutto analogo a quello che in scala maggiore fu compiuta sugli ebrei, fondamentali Stephanie Barron, ed., Degenerate Art: The Fate of the Avant-Garde in Nazi Germany (Cat. Exh., Los Angeles), Los Angeles, Los Angeles Country Museum of Art, 1991 e Frank Whitford, “The Triumph of the Banal. Art in Nazi Germany” in Edward Timms and Peter Collier, eds., Vision and Blueprints. Avant-Garde Culture and Radical Politics in Early Twentieth Century Europe, Manchester, Manchester University Press, 1988, pp.252-269.
  • 101. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 101 di 158 negativo, perché intendeva annichilire - come in nessun’altra esperienza storica prima conosciuta - ogni individualità sotto il segno di una superindividualità collettiva agli ordini del capo supremo. La storia decretò la fine violenta della metanarrativa fascista e la vittoria della metanarrativa liberaldemocratica assieme a quella totalitaria comunista sovietica. Non sono trascorsi ancora vent’anni che la metanarrativa sovietica è finita, per usare una frustra ma efficace espressione veteromarxista, nella pattumiera (sempre della stessa) storia ma non sembra che in compenso le metanarrative liberaldemocratiche ne abbiano tratto grande giovamento. Al di là dei disastri politico-militari di marca statunitense e dell’incapacità delle democrazie industriali di esportare un minimo di equità e giustizia al di fuori dei propri confini (i quali semmai sono posti sotto assedio dalle ondate migratorie), il male principale che corrode le liberaldemocrazie è che esse, in ragione del radicale fallimento al loro interno nell’assicurare una reale e non virtuale ridistribuzione delle ricchezze prodotte dal sistema capitalistico e nell’esercizio da parte dello stato del monopolio della forza ( sempre più risibilmente limitato, quando non direttamente dannoso, nell’assicurare la sicurezza e la libertà personali, ma anche sempre più selettivo e discriminante: efficace e di pronto uso solo contro la popolazione qualora protesti contro l’iniqua distribuzione delle risorse ma di fatto assente - per collusione, incapacità e per il combinato disposto di questi due fattori - contro i grandi cartelli criminali della droga e delle tratta degli esseri umani), non riescono assolutamente più ad esercitare quella funzione di “creazione di senso” e di “promessa della felicità” per quelle comunità che da queste ( e attraverso queste) dovrebbero essere governate. E siccome almeno nelle faccende che riguardano l’uomo, il principio dell’ horror vacui ha mantenuto la sua piena validità, con la crisi della metanarrativa democratica si fanno ora avanti delle micronarrative che se non contrastate da un rinvigorito - e soprattutto rinnovato - senso di cittadinanza repubblicana rischiano alla fine di provocare il collasso e lo svuotamento politico e valoriale di quelle liberaldemocrazie che poco più di mezzo secolo fa seppero vincere i sistemi totalitari nazifascisti (e che, per ora, sopravvivono a quelli comunisti). E in aggiunta alle miriadi delle nuove micronarrative porno-edonistico-irrazionaliste che come fiumi carsici solcano le società opulente - e in maniera del tutto palese e spudorata il suo sistema circolatorio informatico-telematico -, ecco che il
  • 102. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 102 di 158 Web ci mostra con tutta la sua solare e oscena evidenza estetizzanti proposte di totalitari ritorni di un passato che certamente non era mai del tutto passato ma che attraverso il medium internettiano hanno come subìto una sorta di mutazione in senso ancora più estetizzante (al di là della marcatissima caratterizzazione razzista, quello che colpisce di più delle pagine Web delle organizzazioni fasciste e naziste è sovente una sviluppata sensibilità artistica, che utilizza i linguaggi delle pubblicità commerciali televisive - quando non cita direttamente questi messaggi promozionali -, che similmente impiega i manga giapponesi e che, con operazioni esteticamente raffinatissime, giunge all’impiego di procedimenti espressivi tipici dell’avanguardia e della pop art ). Di fronte a tutto questo, riteniamo che un repubblicanesimo che si faccia carico di superare l’attuale ormai terminale impasse delle odierne liberaldemocrazie in piena fase involutiva postdemocratica94 non possa 94 Quando nel 2007 scrivevamo queste parole sulla decomposizione delle liberaldemocrazie occidentali fummo da un lato facili profeti, dall’altro eravamo ben lungi dall’ immaginare quanto l’involuzione delle democrazie rappresentative in conclamate postdemocrazie potesse correre velocemente (sul concetto di postdemocrazia, fondamentale Colin Crouch, Postdemocrazia, Bari, Laterza, 2003 ). E, per quanto già nel 2007 la salute della democrazia italiana fosse fra le più problematiche di quelle pur terribilmente in affanno delle altre cosiddette democrazie industriali, non avremmo certo potuto immaginare lo spregevole esito politico del novembre-dicembre 2011 con la nascita del Governo Monti che, al di là dei formalismi procedural-istituzionali che indubbiamente sono stati rispettati nella sua creazione ( ricordiamo solo di passaggio che, contrariamente alla vulgata, il fascismo salì al potere legalmente, non potendosi classificare, de jure, la marcia su Roma come un vulnus rispetto allo Statuto Albertino), si configura come una violenta ristrutturazione e chirurgica riduzione operata sul corpo della poliarchia che aveva guidato i primi sessant’anni della vita politica dell’Italia postfascista. Detto in altre parole, la conseguenza immediata (ed anche futura) dell’operazione di body modification operata sull’establishment italiano attraverso il governo Monti, è stata quella di avere spazzato via e ridicolizzato nel sentimento popolare l’oligarchia politica e avere messo direttamente in mano all’oligarchia economico-finanziaria il governo del paese. Al netto quindi delle ingenuità con cui si esprime il sentimento popolare - ed anche i commenti di molto pseudonotisti politici e/o pseudopolitogi - che afferma che è stato inferto un vulnus alla democrazia perché è divenuto primo ministro “uno che non è stato eletto direttamente dal popolo” ( come se l’Italia fosse una repubblica presidenziale anziché parlamentare e non vogliamo a questo punto dilungarci sulla crassa ignoranza della cultura politica italiana sia a livello basso - e ci starebbe pure - che a livello degli opinion leader ), quello che il comune sentire ha
  • 103. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 103 di 158 non tener conto dell’ immissione del momento estetico nel suo discorso pubblico e questo non tanto per scimmiottare in chiave “politicamente corretta” le liturgie dei fascismi e dei totalitarismi che vollero servirsi dell’arte per edificare la Gesamtkunstwerk delle loro megamacchine totalitarie ma per dare sfogo all’insopprimibile bisogno dell’uomo di accedere, sia a livello della sfera privata che di quella pubblica, ad una dimensione estetica, una dimensione estetica che in virtù della sua intima tensione a sintetizzare le varie pulsioni economiche, sociali, etiche e ben colto - anche se non altrettanto ben espresso -, è che con la fine dell’oligarchia politica - che per quanto male se ne possa dire e pensare è quel ceto che attraverso la sua funzione di intermediazione/rappresentazione/rappresentanza rispetto alle spinte che vengono dalla cosiddetta società civile rende possibile e credibile il mito e l’ideologia della democrazia - in Italia è anche terminata la pur minima possibilità del corpo elettorale di far sentire la sua voce contro i diretti e violenti desiderata dell’economia capitalistica e delle oligarchie che di questa sono espressione. Quando Colin Crouch impiegando il termine postdemocrazia sviluppò brillantemente la sua analisi sul degrado e decomposizione delle possibilità del corpo elettorale di poter far udire e contare, in opposizione alle tecnostrutture capitalistiche, la sua voce nell’ambito delle democrazie industriali, non avrebbe potuto immaginare un case-study più paradigmatico di quello che si presenta oggi nell’Italia del governo tecnico Monti: una poliarchia che nel restringersi dei gruppi di potere che ne fanno parte disvela la natura del tutto ideologica e paracosmica dell’odierno moderno concetto di democrazia. ( Concetto che poggia sulla speranza di inveramento dell’ Hegeliano rapporto servo padrone dove la subordinazione del servo si rovescia perché il padrone diviene a sua volta dominato dal servo che prende sempre più coscienza che il padrone è totalmente dipendente dal lavoro dello stesso: se il capitalismo nella sua fase nascente aveva del tutto negato questa dialettica e le rivoluzioni socialiste e le liberaldemocrazie sono stati tentativi rivoluzionari e/o riformisti di inveramento della stessa, l’epoca postdemocratica si contraddistingue non tanto per la negazione di questa dialettica ma, addirittura, per la cancellazione della figura del servo e del padrone, in quanto queste due figure implicano almeno un rapporto antropologico di sottomissione mentre la poliarchia postdemocratica, annichilendo il ceto politico ed il suo ruolo di intermediazione/rappresentazione/rappresentanza, degrada il servo unicamente al ruolo di passivo ed inerte deposito di energia lavorativa, in un rapporto molto simile a quello antico della schiavitù ma che, a differenza della schiavitù del mondo classico, al moderno schiavo viene riconosciuta sul piano personale una libertà virtuale di rifiutare dall’essere parassitato dall’oligarchia economico-finanziaria: la libertà, cioè, di morire di fame; una situazione che trova la sua plastica rappresentazione letteraria in Cuore di Tenebra di Conrad, quando Marlowe si imbatte in inerti masse di uomini accatastate disordinatamente e semplicemente lasciate morire dalla compagnia coloniale perché questa aveva risucchiato tutte le loro energie vitali e non erano più di alcuna utilità: “ Forme nere stavano accoccolate,
  • 104. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 104 di 158 politiche dell’uomo costituisce quella vera e propria “materia oscura” su cui si edificano e mantengono le Repubbliche e le Res publicae e la loro “promessa della felicita”. Sotto questo punto di vista, l’insegnamento che promana dal Novecento è uno negativo, l’orrore dei regimi totalitari che vollero servirsi dell’arte per edificare la Gesamtkunstwerk della megamacchina totalitaria in seguito alla quale “scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto di sdraiate, sedute fra gli alberi, appoggiate ai tronchi, attaccate alla terra, visibili a metà e a metà confuse nella luce incerta, in tutti gli atteggiamenti del dolore, dell’abbandono e della disperazione. Un’altra mina esplose seguita da un lieve fremito della terra sotto i piedi. Il lavoro continuava. Il lavoro! E questo era il posto dove alcuni dei lavoratori si erano ritirati per morire. Morivano lentamente - la cosa era chiara. Non erano nemici, non erano criminali, non erano più esseri di questa terra. Erano solo ombre nere, quei negri ridotti così dalle malattie e dalla fame e giacevano confusamente nella penombra verdognola. Portati là da tutti i recessi della costa dietro regolare contratto temporaneo, sperduti in un ambiente che non si confaceva loro, nutriti con cibi inconsueti, essi si erano ammalati, erano divenuti inabili alla fatiche; allora gli era stato concesso di tirarsi in disparte e riposare. Quelle forme di moribondi erano libere come l’aria e quasi altrettanto sottili.” [ Joseph Conrad, Cuore di Tenebra, Milano, Feltrinelli, 1982, p. 34]. Una situazione, quindi, nemmeno di schiavitù ma di puro parassitismo di tipo biologico ma dove, a differenza del capitalismo della prima rivoluzione industriale, viene riconosciuta al servo la libertà di eleggere una oligarchia politica che non detiene però, de facto, alcun potere nel porre - o anche solo nel progettare in un lontano utopico futuro - un qualsivoglia rimedio al proprio apparentemente manifesto destino di progressiva soggezione/schiavizzazione e morte biologica e/o sociale: a differenza che nel mondo antico e nel primo capitalismo industriale, oltre il danno, come si dice, anche la - orribile - beffa; una condizione che chiaramente dimostra che per restringere ed annullare gli spazi di potere del popolo e dell’illusione di una Vita Activa non è necessario ricorrere alla dittatura e/o ad un sistema totalitario che conculchino direttamente le libertà personali [ sul concetto di poliarchia si rimanda ovviamente a Robert Dahl e a tutta la sua bibliografia che omettiamo di citare ]. Se il repubblicanesimo che attualmente vuole porsi e proporsi come alternativa al liberalismo saprà indirizzarsi con coraggio verso la problematica dello stato agonico della democrazia nelle cosiddette moderne liberaldemocrazie, darà allora forza e significato alla sua asserzione di volere instaurare la libertà intesa come assenza di dominio. Se invece insisterà con sterile accademismo ad esaltare la sua libertà intesa come assenza di dominio contrapposta alla libertà “liberale” intesa come assenza di costrizione ma in un quadro giudicato - con stolido ed irresponsabile ottimismo - anche se non completamente soddisfacente, di consolidata e realizzata democrazia, non solo si condannerà al ruolo di puro gioco accademico di archeologia del
  • 105. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 105 di 158 barbarie”95 - orrore che oggi trova una sua nuova rappresentazione, anche se non dichiaratamente ed ideologicamente omicida come nei fascismi del Novecento, nella disperante attuale fase postdemocratica dominata dal turbocapitalismo finanziario dove “la terra interamente illuminata splende all’insegna di trionfale sventura”-96 e uno positivo, il manifestarsi, anche se sovente in forme regressive e politicamente criminali, dell’insopprimibile bisogno dell’uomo di accedere comunque e ad ogni costo ad una dimensione estetica. La sfida etica e politica del prossimo millennio sarà l’edificazione di Res publicae basate e costruite sulla soddisfazione di questa pulsione estetica senza (e per non) ricadere negli orrori totalitari del secolo che ci appena lasciato e per non continuare ad essere illuminati dal sole nero dei postdemocratici orrori dal “cuore di tenebra” del nuovo appena iniziato.97 pensiero politico ma metterà anche in ridicolo la più che bimillenaria tradizione della filosofia politica occidentale, che di tutto può essere accusata tranne di non aver manifestato costantemente la volontà di puntare con spietato realismo gli occhi sull’essenza del “momento politico” e non sulle sue manifestazioni epifenomeniche ). 95 Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno, Prismi. Saggi sulla critica della cultura, Torino, Einaudi, 1972, p. 22. 96 Max Horkheimer, Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno, Dialettica dell’illuminismo, Torino , Einaudi, 1966, p. 11. 97 Nella sua Teoria estetica, Adorno assegna all’arte l’ingrato ruolo di evidenziare la frustrazione che sempre si accompagna all’utopia e, al tempo stesso, l’impossibilità di poterne fare a meno (“ poiché per l’arte l’utopia, ciò che ancora non è, è velata di nero, l’arte stessa resta, con tutta la mediazione, ricordo, ricordo del possibile contro il reale che ha soppresso il possibile; resta cioè qualcosa come il risarcimento immaginario di quella catastrofe che è la storia del mondo, resta la libertà che sotto la signoria della necessità non è divenuta reale e di cui è incerto se lo diverrà” [T.W. Adorno, Teoria estetica, Einaudi, Torino, 1975, p.194]) ed è in quest’ambito di catastrofe storico-cosmica che, riprendendo l’espressione da Stendhal, Adorno definisce l’arte come “promessa della felicità”: “L’esperienza estetica è l’esperienza di qualcosa che lo spirito non avrebbe in anticipo né dal mondo né da se stesso; una possibilità, promessa dalla propria impossibilità. L’arte è la promessa della felicità: una promessa che non viene mantenuta” ( Ibidem ). Il presente scritto, pur in debito con la Scuola di Francoforte e con la Teoria critica, assegna però al “momento estetico” un ruolo non solo di disperata segnalazione dell’utopia ma, bensì, anche di vero e proprio “motore” della storia e di mutamento politico-sociale, una possibilità
  • 106. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 106 di 158 MIV COLOQUIO “ TRADIÇÃO E MODERNIDADE NO MUNDO IBEROAMERICANO” - COIMBRA 1, 2, 3 DE OUTUBRO DE 2007 MASSIMO MORIGI già adombrata, anche se ormai con profonda sfiducia nelle possibilità umane di generare una reale dialettica positiva, in Dialettica dell’illuminismo, dove la natura di “materia oscura”, magica e primigenia dell’arte viene direttamente collegata con le sue potenzialità di messa in crisi del capitalismo e della sua ideologia borghese: “ Col progresso dell’illuminismo solo le opere d’arte genuine hanno potuto sottrarsi alla semplice imitazione di ciò che è già. L’antitesi corrente di arte e scienza, che le separa fra loro come “settori culturali”, per renderle entrambe, come tali, amministrabili, le fa trapassare alla fine, proprio nella loro qualità di opposti, in virtù delle loro stesse tendenze, l’una nell’altra. La scienza, nella sua interpretazione neopositivistica, diventa estetismo, sistema di segni assoluti, privo di ogni intenzione che lo trascenda: diventa, insomma, quel “gioco” in cui i matematici hanno fieramente affermato da tempo risolversi la loro attività. Ma l’arte della riproduzione integrale si è votata, fin dalle sue tecniche, alla scienza positivistica. Essa diventa, infatti, mondo ancora una volta, duplicazione ideologica, docile riproduzione. La separazione di segno e immagine è inevitabile. Ma se è ipostatizzata con ingenuo compiacimento, ognuno dei due principi isolati tende alla distribuzione della verità. L’abisso che si è aperto in questa separazione, è stato individuato e trattato dalla filosofia nel rapporto di intuizione e concetto, e a più riprese, ma invano, essa ha cercato di colmarlo: essa è definita, anzi, proprio da questo tentativo. Per lo più, è vero, essa si è messa dalla parte da cui prende il nome. Platone ha bandito la poesia con lo stesso gesto con cui il positivismo bandisce la dottrina delle idee. Con la sua arte celebrata Omero non ha compiuto riforme pubbliche o private, non ha vinto una guerra o fatto una sola scoperta. Non ci risulta che un folto stuolo di seguaci lo abbia onorato ed amato. L’arte deve ancora provare la sua utilità. L’imitazione è proscritta da lui come dagli ebrei. Ragione e religione mettono al bando il principio della magia. Anche nel distacco dalla realtà, nella rinuncia dell’arte, esso rimane disonorante; chi lo pratica è un vagabondo, un nomade sopravvissuto, che non troverà mai patria fra coloro che sono divenuti stabili. Non si deve più influire sulla natura assimilandosi ad essa, ma bisogna dominarla col lavoro. L’opera d’arte ha ancora in comune con la magia il fatto di istituire un cerchio proprio e in sé concluso, che si sottrae al contesto della realtà profana, e in cui vigono leggi particolari. Come il primo atto del mago nella cerimonia era quello di definire ed isolare, da tutto il mondo circostante, il luogo in cui dovevano agire le forze sacre, così, in ogni opera d’arte, il suo ambito si stacca nettamente dalla realtà. Proprio la rinuncia all’azione
  • 107. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 107 di 158 GESAMTKUNSTWERK RES PUBLICA* ______ *Questa lezione del paper Aesthetica Fascistica II, Gesamtkunstwerk Res Publica, presentato nell’ottobre del 2007 a Coimbra, è pienamente giustificata dalla strana combinazione delle sue insufficienze di origine e della sua analisi apparentemente profetica sull’attuale fase turbo-capitalistica, in cui le morenti democrazie si tramutano malignamente in autoritarie e criptofasciste postdemocrazie (come mostrano le ultime vicende politiche italiane esterna, con cui l’arte si separa dalla simpatia magica, ritiene tanto più profondamente l’eredità della magia. Essa mette la pura immagine a contrasto con la realtà fisica, di cui l’immagine riprende e custodisce gli elementi. È nel senso dell’opera d’arte, nell’apparenza estetica, essere ciò a cui dava luogo, nell’incantesimo del primitivo, l’evento nuovo e tremendo: l’apparizione del tutto nel particolare. Nell’opera d’arte si compie ancora una volta lo sdoppiamento per cui la cosa appariva come alcunché di spirituale, come estrinsecazione del mana. Ciò costituisce la sua “aura”. Come espressione della totalità, l’arte pretende alla dignità dell’assoluto. Ciò indusse, a volte, la filosofia ad assegnarle il primato sulla conoscenza concettuale. L’arte comincia, secondo Schelling, dove il sapere pianta l’uomo in asso. Essa è per lui il ‘modello della scienza, e dove è l’arte, la scienza deve ancora arrivare’ [ Erster Entwurf eines Systems der Naturphilophie, parte V, in Werke, Erste Abteilung, II, p. 623]. La separazione di immagine e segno viene, secondo la sua dottrina, ‘interamente abolita da ogni singola rappresentazione artistica’ [ Werke, Erste Abteilung, II, p. 626] . A questa fiducia nell’arte il mondo borghese fu disposto solo di rado. Quando pose dei limiti al sapere, ciò non avvenne, di regola, per far posto all’arte, ma alla fede. Con cui la religiosità militante della nuova età - Torquemada, Lutero, Maometto - ha preteso di conciliare spirito e realtà. Ma la fede è un concetto privativo: si distrugge come la fede, se non espone continuamente il suo contrasto col sapere e la sua concordia con esso. Dovendo fare assegnamento sui limiti del sapere, è limitata anch’essa. Il tentativo della fede, nel protestantesimo, di trovare il principio trascendente della verità, senza il quale non c’è fede, come nella preistoria, direttamente nella parola, e di restituire a questa il suo potere simbolico, è stato pagato con l’obbedienza alla lettera, e non certo alla lettera sacra. Restando sempre legata al sapere, in un rapporto ostile o amichevole, la fede perpetua la separazione nella lotta per superarla: il suo fanatismo è il segno della sua falsità, l’ammissione oggettiva che credere solo significa già non credere più. La cattiva coscienza è la sua seconda natura. Nella segreta coscienza del difetto da cui è fatalmente viziata, della contraddizione che le è immanente, di voler fare un mestiere della conciliazione, è il motivo per cui ogni onestà soggettiva dei credenti è sempre stata irascibile e pericolosa. Gli orrori del ferro e del fuoco, controriforma e riforma, non furono gli eccessi, ma la realizzazione del principio della fede. La fede si mostra continuamente dello stesso stampo della storia universale a cui vorrebbe comandare; diventa anzi, nell’epoca moderna, il suo strumento favorito, la sua astuzia particolare.
  • 108. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 108 di 158 col governo Monti e, come, in forma ancora più plastica e drammatica, si vede con la tragedia del popolo greco; un’azione di distruzione, quella verso il popolo greco, che se fosse compiuta manu militari da qualche dittatorello non facente parte dell’UE avrebbe immediatamente scatenata una guerra di reazione da parte delle potenze occidentali con successivo giudizio davanti ai tribunali internazionali del dittatorello stesso, mentre, siccome la perdizione del popolo greco è stata decisa per soddisfare gli interessi della Germania e del turbo-capitale finanziario, il tutto viene rubricato dai mezzi di distrazione di massa come una dolorosa vicenda, magari frutto della cecità politica della cancelliera tedesca o della burocrazia europea e non, come dovrebbe essere, se s’impiegasse un minimo di onestà intellettuale, un crimine contro l’umanità portato avanti con mezzi non militari ma economici). Analisi in realtà molto piatta e di buon senso ma che almeno umilmente accettava di essere guidata dai giganti sulle cui spalle ci si era limitati a salire. Ovvio dire che un rinnovato repubblicanesimo che voglia uscire dall’attuale stato di sterile dibattito accademico storico-filologico sulle sue origini ed indicare una via d’uscita dall’attuale stato delle cose poliarchico-postdemocratico a guida turbo-capitalistica di morte della democrazia debba almeno dimostrare eguale umiltà verso tutta la migliore tradizione filosofica e filosofico- Inarrestabile non è solo l’illuminismo del secolo decimottavo, come è stato riconosciuto da Hegel, ma, come nessuno meglio di lui ha saputo, il movimento stesso del pensiero. Nella conoscenza più infima, come ancora nella più alta, è implicita quella della sua distanza dalla verità, che fa dell’apologeta un mentitore. La paradossia della fede degenera infine nella truffa, nel mito del ventesimo secolo, e la sua irrazionalità in un dispositivo razionale in mano agli assolutamente spregiudicati, che guidano la società verso la barbarie”. [ Max Horkheimer, Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno, Dialettica dell’illuminismo, cit., pp. 26-29]. Quando affermiamo che le Repubbliche e le Res publicae sono ( e devono essere ) ancorate ad una “dimensione estetica” che sta a garanzia di quella “promessa di felicità” senza la quale viene svilito e prostituito il concetto stesso di democrazia, vogliamo assegnare all’utopia un ruolo progressivo che, a nostro parere, può essere possibile solo innervandola del “momento estetico” che, al contrario di un’utopia vissuta regressivamente, agisce hic et nunc nel vissuto personale e sociale, rimettendo, insomma, l’utopia “con i piedi per terra” ( un momento estetico che però - al contrario che in Adorno - non può essere considerato, quasi come novella città di Dio, solo antagonista della storia, né può privarsi - come erroneamente suggerisce Adorno - della tensione verso la Gesamtkunstwerk, snodo costitutivo della natura “sacra” - fondante per Adorno stesso - dell’arte e del suo rapporto dialettico con la dimensione storica, non solo legata alla contemporaneità che vide nascere il termine: “Sotto il verecondo involucro della cronique scandaleuse dell’Olimpo si era già sviluppata la dottrina della mescolanza, della pressione e dell’urto degli elementi, che si stabilì ben presto come scienza e ridusse i miti a creazione della fantasia. Con la netta separazione di scienza e poesia la divisione del lavoro, già operata per loro mezzo, si estende al linguaggio. Come segno, la parola passa alla scienza; come suono, come immagine, come parola vera e propria, viene ripartita fra le varie arti, senza che si possa più ripristinare mediante la loro addizione, sinestesia o “arte totale” ” [ M. Horkheimer, T. W. Adorno, Dialettica dell’illuminismo, cit., p.26 ] ). Un “rovesciamento” dell’utopia che qualora operato in chiave immanentistica è il vettore principe delle spinte antitotalitarie e libertarie, quando invece si traduce in pseudomitologie è la via maestra verso il totalitarismo. Come è del resto dimostrato dai due autori del Novecento che, da sponde avverse, vollero innervare la politica e la filosofia del “momento estetico”, contestando “lo stato delle cose” delle moderne democrazie rappresentative. I due autori che diedero il maggiore contributo in questa
  • 109. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 109 di 158 politica occidentale di liberazione dell’uomo. E inutile aggiungere che questo rinnovato repubblicanesimo dovrà fare ammenda anche di molte di quelle pecche rappresentate in questo paper. Ma delle quali si omette una pur minima indicazione sia perché la loro scoperta è continua e sempre in evoluzione anche per l’autore stesso e, soprattutto, perché questo continuo cercare e rettificare costituisce forse l’elemento più importante per una reale Vita Activa, in cui il perdono che ci viene concesso per le nostre azioni e le sue irreversibili ed imprevedibili conseguenze, questo paper compreso, è l’elemento più importante per poter ogni volta ricominciare, riscrivere le narrazioni e conferire così senso alla vita dello zoon politikon e della polis; una eterna riscrittura individuale e collettiva che costituisce l’orizzonte della vera azione di liberazione contro i decreti apparentemente inappellabili, ma invece sempre continuamente ridiscussi e rovesciati, di ogni potere autoritario e del destino apparentemente mortale dell’uomo ma invece sicuramente immortale attraverso l’incessante suo agire generatore dei suoi eterni simboli e narrazioni. Questa riscrittura di Aesthetica Fascistica II del febbraio 2012 è quindi dedicata all’oggi martire ma immortale popolo greco. direzione furono Martin Heidegger ed Hannah Arendt (mentre il maggior avversario di questa linea “estetizzante” fu indubbiamente il giuspubblicista cattolico e fascista Carl Schmitt, secondo il quale le categorie della politica moderna non sono altro che le categorie teologiche secolarizzate e nella cui teologia politica assume importanza centrale il concetto, di derivazione paolina, di katechon, cioè di ritardatore dell’Anticristo, che tradotto nella realtà politica moderna, è tutto quello che si oppone al mondo sorto dall’illuminismo e dalla rivoluzione francese. Come si vede, un’impostazione anti Vita Activa, anti estetizzazione della politica e con un’interna insanabile tensione fra la sua esplicita adesione alla politica nazista - denotata da una Gesamtkunstwerk totalitaria che necessitava l’estetizzazione della passività delle masse estatiche in adorazione del Führer - ed il suo intimo sentire cattolico-romano per il quale la Chiesa romana - cfr. Carl Schmitt Cattolicesimo romano e forma politica, Bologna, Il Mulino, 2010 - è quella istituzione che ha saputo unire le necessarie doti di elasticità e prudenza politica con la capacità di esercitare quell’auctoritas che le deriva dal suo ruolo di essere l’unico rappresentante in terra della trascendenza, unito al fatto di essere, su un piano storico mondano, l’erede dell’universalismo dell’impero romano e della tradizione giuridica della Città Eterna. E’ ovvio che solo in una organizzazione politico-sociale che sapesse riprendere questi tratti medievali della Chiesa nell’esercizio del potere, il ruolo frenatore del katechon poteva essere concepibile ed è altrettanto ovvio che in una società come quella nazista che si presenta, semmai, con i tratti dell’Anticristo in ragione del fatto di non esercitare alcuna prudenza politica e di non riconoscere alcun limite giuridico al suo potere totalitario/estatico/estetizzante, il tentativo di Carl Schmitt di divenire l’ideologo del nuovo ordine nazista, cioè di tramutare l’Anticristo nel suo avversario e opposto katechon, fosse destinato al più totale fallimento), ma con esiti diametralmente opposti. Da una parte non solo un appoggio diretto al nazionalsocialismo ma anche, attraverso i nuovi miti della “terra, cielo, uomini, immortali”, anche il rincrudimento ed occultamento dell’alienazione capitalistica ( mentre in Nietzsche, il precursore e primo architetto del progetto dell’ estetizzazione politica e padre nobile delle avanguardie artistiche, il mito del superuomo faceva chiaramente emergere come in un negativo fotografico la volontà di potenza illimitata che anima il sistema capitalista e, proprio per questo giocare a carte scoperte, la dialettica della sua estetizzazione politica comprende sia la tesi fascista che la sua antitesi libertaria, una dialettica esattamente rispecchiata dalle
  • 110. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 110 di 158 Salite in autocarro aeropoeti e via che si va finalmente a farsi “Fiat ars - pereat mundus” , dice il fascismo, benedire dopo tanti striduli fischi di ruote rondini criticomani e, come Marinetti ammette, vuole la guerra lambicchi di ventosi pessimismi per fornire gratificazione estetica a un Guasto al motore fermarsi fra Italiani ma voi voi ventenni siete modo di percepire che è stato cambiato gli ormai famosi renitenti alla leva dell'Ideale e tengo a dirvi che dalla tecnologia. Questo è evidentemente spesso si tentò assolvervi accusando l'opprimente pedantismo la conseguenza finale dell’arte per l’arte. di carta bollata burocrazie divieti censure formalismi L’umanità che nei tempi di Omero era meschinerie e passatismi torturatori con cui impantanarono il oggetto della contemplazione degli dei avanguardie storiche, coinvolte, da parte futurista, pesantemente con il fascismo, e su un piano più generale, risucchiate nel mito di una Gesamtkunstwerk che troverà il suo cinico interprete sul piano politico con il totalitarismo fascista e comunista ), dall’altro, attraverso l’esaltazione di una Vita Activa, che secondo la Arendt sarebbe stata una condizione esistenziale realmente vissuta nell’ antica polis greca, la faticosa costruzione di un nuovo ideale regolativo della vita pubblica che prendeva radicalmente le distanze da una visione delle liberaldemocrazie vissute solo in chiave contrattualistica e di una libertà vista solo come assenza di costrizione. Un “mito della polis”, quello di Hannah Arendt, che, magari con un’operazione filologicamente spericolata ma esteticamente densa e pregnante, precorreva ed interpretava al meglio l’ideale dell’odierno repubblicanesimo della libertà vista come assenza di dominio e capacità di autoprogettarsi all’interno di una comunità politica fortemente coesa e dinamica ( coesa nei suoi obiettivi politici ma non in una esclusivistica protezione del mito delle proprie origini: operazione questa molto cara ai fascismi storici ed oggi anche molto cara, con qualche riverniciatura da parte del neoconservatorismo, ai cosiddetti comunitaristi). Al netto di tutte le mitologie ( ci riferiamo, è ovvio, anche a quelle arendtiane ma, soprattutto, a quelle di occultamento della natura sempre più strettamente ferocemente oligarchica - e, in ultima analisi, omicida a livello individuale e/o sociale per le grandi masse non capitaliste - dell’attuale fase della poliarchia postdemocratica ), è stato questo il percorso critico sull’estetizzazione della politica che alla luce di un rinnovato materialismo dialettico innervato di storicismo assoluto ha ispirato questo prima riflessione neorepubblicana sui rapporti fra arte e totalitarismo e che guiderà i successivi che seguiranno. Full fadom five thy Father lies, Of his bones are Corrall made: Those are pearles that were his eies, Nothing of him that doth fade, But doth suffer a Sea-change Into something rich, & strange: Sea-Nimphs hourly ring his knell. ding-dong. Harke now I heare them, ding-dong, bell.
  • 111. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 111 di 158 ritmo bollente adamantino del vostro volontariato sorgivo a olimpici ora lo è per se stessa. La sua mezzo il campo di battaglia autoalienazione ha raggiunto un tale grado Non vi grido arrivederci in Paradiso che lassù vi toccherebbe che può vivere la sua autodistruzione come ubbidire all'infinito amore purissimo di Dio mentre voi ora un piacere estetico di prim’ordine. Questa è smaniate dal desiderio di comandare un esercito di la situazione della politica che il fascismo ragionamenti e perciò avanti autocarri ha reso estetica. Il comunismo risponde Urbanismi officine banche e campi arati andate a scuola a politicizzando l’arte. questi solenni professori di sociologia formiche termiti api castori Walter Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica Io non ho nulla da insegnarvi mondo come sono d'ogni quotidianismo e faro di una aeropoesia fuori tempo spazio I cimiteri dei grandi Italiani slacciano i loro muretti agresti nella William Shakespeare, Ariel’s Song ( The Tempest, Act 1, Scene 2 ) Walter Benjamin, Machiavelli, Niccolò Machiavelli, Tesi di filosofia della storia, Max Horkheimer, Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno, repubblicanesimo, marxismo, neomarxismo, fascismo, estetizzazione della politica, futurismo, avant-garde, avantgarde, Marinetti, Hannah Arendt, Vita Activa, Angelus Novus, Vita Activa La condizione umana, effetto tunnel, effetto tunnel quantico, ef etto tunnel quantistico, tunnel ef ect, tunneling ef ect, Quantum tunneling effect, Quantum tunnel ef ect, Quantum 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Friedrich Wilhelm Nietzsche, Jean-François Lyotard, Ludovico Geymonat, Lenin, Vladimir Ilyich Ulyanov, Max Horkheimer, Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno, Lotze, Richard Wolin, Fredric Jameson, Terry Eagleton, Ernst Jünger, Arthur Moel er van den Bruck, Ernst Niekisch, Ludwig Klages, Jef rey Herf, Paul de Man , Ortwin de Graef, Ernst Mach, Cartesio, Leviatano, René Descartes, Catechon, Katechon, bestia bionda, républicanisme, néo-républicanisme, néorépublicanisme, marxisme, néomarxisme, néo-marxisme, Massimo Morigi, Hannah Arendt, Karl Marx, Walter Benjamin, Machiavelli, Nietzsche, Ludovico Geymonat, Lenin, Carl Schmitt, Hobbes, Martin Heidegger, Karl Popper, Leo Strauss, Jacques Derrida, Max Horkheimer, Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno, Jean Baudrillard, Jean-François Lyotard, Ernst Mach, républicanisme, néo-républicanisme, néorépublicanisme, marxisme, néomarxisme, néo-marxisme, postmoderno, postmodernità, postmodernismo, postmodernity, postmodernism, postmodernisme, postmodernité, 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  • 112. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 112 di 158 viltà dello scirocco e danno iraconde scintille crepitano impazienze di polveriera senza dubbio esploderanno esplodono morti unghiuti dunque autocarri avanti Voi pontieristi frenatori del passo calcolato voi becchini cocciuti nello sforzo di seppellire primavere entusiaste di gloria ditemi siete soddisfatti d'aver potuto cacciare in fondo fondo al vostro letamaio ideologico la fragile e deliziosa Italia ferita che non muore Autocarri avanti e tu non distrarti raggomitola il tuo corpo ardito a brandelli che la rapidità crudele vuol sbalestrarti in cielo prima del tempo Scoppia un cimitero di grandi Italiani e chiama Fermatevi fermatevi volantisti italiani aveva bisogno di tritolo ve lo regaliamo noi ve lo regaliamo noi noi ottimo tritolo estratto dal midollo dello scheletro E sia quel che sia la parola ossa si sposi colla parola possa con la rima vetusta frusti le froge dell'Avvenire accese dai biondeggianti fieni di un primato Ci siamo finalmente e si scende in terra quasi santa Beatitudine scabrosa di colline inferocite sparano Vibra a lunghe corde tese che i proiettili strimpellano la voluttuosa prima linea di combattimento ed è una tuonante cattedrale coricata a implorare Gesù con schianti di petti lacerati Saremo siamo le inginocchiate mitragliatrici a canne palpitanti di Preghiere Bacio ribaciare le armi chiodate di mille mille mille cuori tutti traforati dal veemente oblio eterno Filippo Tommaso Marinetti, Quarto d’ora di poesia della “X MAS” ( musica di sentimenti) Terminato da Marinetti poche ore prima della morte, avvenuta a Bellagio (Como) il 2 dicembre 1944, il Quarto d’ora di poesia della “X MAS” (musica di sentimenti), ci appare col suo “Bacio ribaciare le armi chiodate di mille mille mille cuori tutti/traforati dal veemente oblio eterno” come l’estremo congedo dalla scena della storia di quella parte del fascismo che aveva creduto nella fine dello stato liberale e nel successivo ventennio come ad un’autentica esperienza rivoluzionaria, una rivoluzione, per intenderci, non sulla falsariga di una “rivoluzione conservatrice” (che invece fu la forma propria e definitiva, con l’aggiunta del totalitarismo, del fascismo) ma bensì decisa a volgere le spalle alla tradizione per proiettarsi
  • 113. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 113 di 158 verso una lirica modernità. E se in questa modernità “la guerra sola igiene del mondo” rappresentava l’ubi consistam della Weltanschauung futurista (da questo punto di vista le aspettative verso il fascismo di questa avanguardia politico-letteraria non andarono certo deluse), il Quarto d’ora di poesia è anche il segno della consapevolezza dell’inequivocabile fallimento fascista di estetizzare la politica, estetizzazione della politica che fu anche la vera chiave di volta nel “progetto futurista” di collaborazione/osmosi col fascismo giunto al potere. Una collaborazione/osmosi - che poi negli ultimi atti del regime andrà sempre più affievolendosi - che Benjamin, nella parte finale dell’Opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, ha completamente smarrito a favore di una identificazione tout court fra futurismo e fascismo98 (Benjamin qui intese il fascismo solo come momento di pura reazione e non come il contraddittorio contenitore politico di tutte le pulsioni antiilluministe e irrazionaliste - perciò pure di sinistra e avanguardiste) e nella quale il Fiat ars - pereat mundus non va inteso, contrariamente a quanto Benjamin giudicava, unicamente come il disvelamento delle pulsioni reazionarie del fascismo sotto il segno dell’estetizzazione della politica ma rappresenta anche la teleologia di tutte le avanguardie europee tese a tutto sacrificare pur di giungere alla fusione fra arte e vita (mentre il fascismo non si accontentò di una trasfigurazione artistica ma intendeva annullare la vita e la personalità individuale nel momento politico-totalitario). 99 Una identificazione fra futurismo e fascismo che, se da un lato, non rende giustizia dell’alterità dei propositi dei futuristi e di Marinetti rispetto al fascismo, dall’altro risulta pure parziale nei riguardi dei rapporti del fascismo con la modernità artistica e letteraria, che non furono limitati solo al futurismo ma che, per oltre il primo decennio del regime, furono dal fascismo attivamente cercati e coltivati, riservando al futurismo il ruolo 98 Sul fallimento del progetto futurista di egemonizzare la cultura fascista e sull’errore di identificare il fascismo politico con le spinte libertarie futuriste, fondamentale C. Salaris, Artecrazia. L’avanguardia futurista negli anni del fascismo, Firenze, La Nuova Italia, 1992. 99 Sulle analogie (e sui rapporti) fra le avanguardie artistiche del Novecento e le pulsioni modernizzanti che furono patrimonio anche del fascismo cfr. A. Hewitt, Fascist Modernism, Aesthetics, Politics, and the Avant-Garde, Stanford (Calif.), Stanford University Press, 1993.
  • 114. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 114 di 158 della pubblica certificazione dell’origine rivoluzionaria del regime, un inizio che, per quanto frutto di una elaborazione mitologica delle origini, faceva certamente gioco nei primi anni di consolidamento della dittatura. Una dittatura la quale si rese subito conto che se voleva aspirare a durare doveva assolutamente cercare di incanalare nel suo alveo tutte quelle forze intellettuali ed artistico-letterarie che erano state ostili ed estranee allo stato liberale ma che non per questo esprimevano un rifiuto della modernità. In altre parole, Mussolini era ben deciso a non ripetere l’errore che aveva minato alle fondamenta l’Italia giolittiana, l’assoluta indifferenza dello stato verso il momento intellettuale per concentrarsi solo verso quelli che oggi noi chiameremmo i problemi strutturali (lo sviluppo industriale in un quadro interno di libera competizione fra le forze economico-sociali). Il risultato era stato un’assoluta ostilità degli intellettuali verso lo stato liberale, ostilità che sarebbe stata uno dei fattori decisivi per il suo tramonto. Successore dello stato liberale e fermamente determinato a crearsi un consenso su tutte quelle forze che avevano contribuito alla sua fine (escluse quelle socialiste, ovviamente), i primi anni del regime di Mussolini saranno segnati dal tentativo non tanto di creare uno stato totalitario ma bensì di esercitare verso queste un’egemonia di fatto, intesa in senso gramsciano. Ecco allora che, per stare nel campo dell’arte, nell’anticamera del dittatore vedremo passare non solo i futuristi (i quali, a buon ragione, potevano vantare il merito di “precursori” del fascismo) ma anche novecentisti, strapaesani, esponenti della pittura metafisica, astrattisti e via dicendo. E non bisogna pensare che tutto questo affollamento nella suprema stanza del potere fosse il frutto del classico saltare sul carro del vincitore, perché questo carro era stato appunto faticosamente costruito da quella gran parte dell’intellettualità che ora spingeva e faceva a gomitate di fronte al dittatore. Si trattava, in altre parole, non tanto di prostrarsi di fronte al dittatore, ma più semplicemente di andare a reclamare di fronte al proprio superiore (Mussolini) i dividendi della riuscita impresa (la morte dello stato liberale e l’instaurazione della dittatura).
  • 115. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 115 di 158 I primi anni della dittatura mussoliniana non potevano quindi che tenere conto di questa sincera (ed allo stesso tempo assai interessata) volontà di condivisione delle sorti del regime. Era pertanto da escludere a breve l’edificazione di uno stato totalitario, il cui risultato immediato non sarebbe stato altro che introdurre all’interno del regime tutte quelle violente e mutualmente contraddittorie volontà di partecipazione che al momento risultavano assai più utili nel loro anarchico ed indisciplinato manifestarsi attraverso una libera e darwinistica competizione di fronte all’autocrate e non ricorrendo ad un loro casermesco inquadramento. Questo sul piano delle arti significò non solo che inizialmente non era possibile affrontare il problema di un’arte di stato (perché ciò avrebbe comportato scegliere una corrente artistica scontentando tutte le altre) ma anche che, per quanto possibile, tutte le forme artistiche andavano sostenute e sovvenzionate (questo, a scanso di equivoci, purché la libertà di ricerca formale non fosse accompagnata da una eguale libertà contenutistica). Visto con gli occhi non ottenebrati dalla partigianeria e con l’immeritato distacco che ci viene dal considerare vicende ormai trascorse da molti anni, è evidenza storica che il rinvio della costruzione della megamacchina totalitaria100 (verso la quale spingevano e la biografia politica del dittatore ed anche le sue più intime pulsioni) a favore di un autoritario mecenatismo di stato non risultò del tutto negativo per l’arte italiana. Dal punto di vista degli artisti, costretti nel vecchio stato liberale ad essere totalmente esposti alle forze del libero mercato e quindi sovente a fare letteralmente la fame, l’essere inquadrati sindacalmente ed essere inseriti nello stato corporativo - potendo così accedere a commesse di stato e/o di partito o comunque usufruire di un contesto relazionale fortemente orientato all’acquisto delle loro opere - costituì in molti casi un drammatico miglioramento nelle condizioni di vita.101 Ma sarebbe del tutto 100 I. Golomstock, Arte totalitaria: nell’ URSS di Stalin, nella Germania di Hitler, nell’Italia di Mussolini e nella Cina di Mao, Milano, Leonardo Editore, 1990. 101 M. S. Stone, The State as Patron: Making Official Culture in Fascist Italy, in M. Affron, M. Antliff (eds), Fascist Visions. Art and Ideology in France and Italy, Princeton (N.J.), Princeton University Press, 1997, p. 216.
  • 116. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 116 di 158 errato limitarsi a considerare unicamente il miglioramento della vita materiale di molti artisti perché l’incontro/egemonia del regime con l’arte generò - almeno fino a quando non avvenne la sua ultima ed ineluttabile evoluzione nel totalitarismo - esiti che furono sicuramente non banali sul piano espressivo e che racchiudono anche potenzialità euristiche per la comprensione delle odierne società poliarchiche e postdemocratiche, in cui il “momento” dell’estetizzazione non è affatto scomparso ma è stato traslato dallo spazio pubblico al turbocapitalismo finanziario.102 Quello che cioè si vuol qui sostenere è che se l’estetizzazione della politica così come fu effettuata dal regime fascista e nella quale l’arte rivestì un ruolo - come vedremo - non secondario fu certamente un’esperienza negativa e che, in ultima istanza, non poteva non evolvere verso il totalitarismo (estrema devianza dell’estetizzazione della politica, che invece che produrre un atto creativo totale, come avrebbero voluto le avanguardie, genera il suo simmetricamente contrario negativo fotografico dell’asservimento allo stato totalitario), certamente l’assenza di un qualsiasi momento estetico nelle cosiddette liberaldemocrazie è altrettanto un fatto negativo, una negatività in cui l’indicazione per una “politicizzazione dell’arte” che secondo Benjamin avrebbe dovuto essere la riserva di caccia esclusiva del socialismo sovietico e di tutti i futuri regimi che a questo si sarebbero ispirati (mentre più propriamente una vera “politicizzazione dell’arte” fa parte di una dialettica intrinsecamente libertaria e di eversione di ogni forma di totalitarismo), non può essere certo considerata una risposta non fosse altro perché le rivoluzioni rosse hanno prodotto, al di là della non secondaria conseguenza dell’eliminazione di ogni forma di libertà pubblica e privata, una accentuazione del momento auratico, accentuazione che storicamente si è manifestata non attraverso creazioni artistiche ma attraverso la sacralizzazione del potere politico (mentre oggi in “liberaldemocrazia” si assiste alla sacralizzazione del momento finanziario).103 102 Una analogia fra l’attuale fase postdemocratica ed il fascismo che nel 2007 poteva sembrare azzardata e che oggi nel febbraio 2012 per chiunque non voglia cedere a schiocchi paracosmi può sembrare addirittura banale. Per un’analisi più approfondita dell’intima costituzione autoritaria e, in ultima analisi, fascista della postdemocrazia poliarchica a guida turbo-capitalistica delle cosiddette democrazie occidentali, si rimanda volentieri all’analisi già svolta in Æsthetica Fascistica I.
  • 117. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 117 di 158 La mostra del decennale della rivoluzione fascista del 1932 rappresenta forse il culmine di quei momenti espressivo-estetici di alto valore e di sacralizzazione del potere fascista.104 Per l’allestimento della mostra, assumendo una decisione assai rischiosa ma che alla fine si rivelò vincente, Mussolini decise che era necessario ricorrere anche al linguaggio delle avanguardie artistiche, il solo in grado di garantire una partecipazione intensa, emotiva e coinvolgente all’evento. L’organo ufficiale del partito vantò l’impiego di una “schiera di artisti 103 Se è di tutta evidenza che nelle liberaldemocrazie si è assistito progressivamente alla totale scomparsa di una estetizzazione della politica e della sfera pubblica genericamente intesa, è altrettanto fuor di dubbio che la maniacale e parossistica prevalenza della finanza (non dell’economia perché la vita dei produttori e le condizioni di produzione sono da un lato cadute - tranne pochissime eccezioni - nel più completo discredito, trascuratezza e sciatteria nel pubblico dibattito e nell’insignificanza anche dal punto di vista effettuale - e non solo della sua rappresentazione simbolica e culturale nella discussione pubblica - del capitale prodotto perché l’economia reale genera oggi solo 1/6 del valore rispetto a quello puramente finanziario) sulla politica e sulle attività direttamente produttive, configura, de facto, una estetizzazione e/o sacralizzazione della stessa. Questa ha raggiunto livelli così sfacciati, impudenti e volgari da chiedersi cosa ci stia a fare una democrazia se non a certificare stancamente e burocraticamente l’ineluttabile dittatura (e sacralizzazione veramente, questa sì, auratica) della finanza. A meno di non voler soggiacere a questo nuovo Moloch finanziario, si impone quindi una totale conversione ad U culturale - e politica - da parte della sinistra (ma sarebbe ancor meglio dire, si impone una vera e propria rifondazione politica), un radicale revirement che sappia auraticamente unire in sintesi dialettica il momento economico-produtivo con un rinnovato senso arendtiano della Vita Activa. In altre parole, stiamo parlando di un repubblicanesimo che sappia far tesoro del magistero e dei tesori - al momento scioccamente e vilmente perduti - di Karl Marx e di Hannah Arendt, che sappia operare una sintesi “poietica” fra l’homo laborans/faber e lo zoon politikon. Solo attraverso questa prospettiva di riappropiazione/esproprio auratico ai danni del capitale finanziario turbo-capitalitistico e di ri-estetizzazione dei reali momenti produttivi della società (siano questi di natura prettamente materiale come nell’economia o di natura simbolica come nella cultura e nella politica), potremo dire di avere veramente messo una prima pietra per l’edificazione di un autentico repubblicanesimo che non si limiti a rimirare con occhio archeologico le sue passate glorie del mondo classico o dell’inizio dell’epoca moderna (benissimo Machiavelli ma c’è stato “anche” Marx, anzi Marx non sarebbe comprensibile senza Machiavelli e la tradizione della filosofia politica naturalistica iniziata con Aristotele e proseguita nell’evo moderno da Machiavelli trova la sua massima e più compiuta
  • 118. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 118 di 158 dell’avanguardia” e la mostra come disse Mussolini fu “estremamente moderna e … audace, senza la malinconica raccolta di passati stili decorativi.”105 Un’audacia che ancor prima di entrare, doveva essere percepita dal visitatore attraverso la rinnovata facciata del Palazzo delle esposizioni di Roma dove si teneva la mostra. Gli architetti razionalisti Adalberto Libera e Mario De Renzi vollero infatti che la vecchia facciata del palazzo fosse interamente nascosta da una immensa parete metallica e che questa fosse frontalmente ritmata da quattro giganteschi fasci di venticinque metri di altezza sempre metallici e che ai due estremi della stessa fossero poste due imponenti X , ancora metalliche ed alte sei metri. Si trattava di un assolutamente impegnativo incipit ma i momenti espositivi che sarebbero seguiti a questo shock estetico-emotivo si sarebbero mostrati assolutamente all’altezza di quanto esibito all’entrata. La sala del 1922 voleva simboleggiare la lotta fra il caos e il principio ordinatore rappresentato dal fascismo e l’architetto razionalista Giuseppe Terragni, cui era stata affidata la realizzazione di questa sala, pur non essendo un futurista, ne tenne ben presente la lezione nell’intimo dinamismo delle soluzioni adottate che rappresentavano un felice compromesso nella dialettica astrattismo/figurativismo. L’entrata alla sala era stata volutamente intesa per ingenerare un fortissimo shock negativo al visitatore fervente fascista. La prima cosa che questi doveva infatti notare erano autentici vessilli e bandiere dei dissolti partiti sovversivi. Ma l’angoscia così suscitata veniva immediatamente dissipata dall’immediata osservazione che questi simboli sovversivi stavano appesi al soffitto in virtù di fascistissimi pugnali dai quali erano trafitti. Il culmine espressivo della sala del 1922 era però la parete denominata Adunate. Nella parte inferiore della parete erano rappresentate tre eliche espressione nel rivoluzionario e filosofo di Treviri) e che affronti con coraggio e con creatività quelle tradizioni politiche di liberazione dell’uomo che una piatta e sciocca esegesi neorepubblicana vorrebbe ancora tenere artificiosamente lontane da sè . 104 M. S. Stone, The Patron State. Culture & Politics in Fascist Italy, Princeton (N.J.), Princeton University Press, 1998, pp. 129-176. 105 Ibidem, p. 141.
  • 119. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 119 di 158 d’aereo la cui immagine era composta dalle foto delle adunate di massa. Il resto della parete era infine ricoperto da una marea di mani in rilievo aperte nel saluto romano, a suggerire che il fascismo (saluto romano) promanava direttamente dal dinamismo delle masse, le eliche d’aereo composte con le foto delle adunate (la realtà ed anche il giudizio che Mussolini aveva delle masse, lo sappiamo, era diametralmente opposto ma qui non a caso siamo di fronte ad un tipico caso di arte totalitaria, cioè ad una rappresentazione esattamente opposta a quella che è la realtà). Le critiche da parte fascista spesso entusiastiche a questa sala non riuscivano però a celare un elementare quanto imbarazzante dato di fatto. Le influenze dell’avanguardia europea e, in particolare, che la tecnica del fotomontaggio, che era uno dei punti di forza della sala, era di diretta ispirazione dei futuristi-costruttivisti sovietici Melnikov e El Lissitzky e del dadaismo tedesco (dadaismo non certo in odore di fascismo). Inoltre, la marea di mani aperte nel saluto romano altro non era che una diretta citazione del manifesto elettorale Lavoratori, tutti devono votare nelle elezioni dei Soviet del costruttivista Gustav Klutsis per le elezioni sovietiche del 1927. Mentre il contributo di Terragni106 alla mostra fu tutto inteso nella costruzione di un’estetica che rappresentasse il dinamismo del fascismo e delle masse ricorrendo ad un simbolismo che traeva dalla modernità artistica i suoi spunti, nelle sale affidate a Sironi,107 l’espressione di questo dinamismo fu affidato ad una rilettura in chiave futurista ed avanguardista di vecchie e consolidate simbologie. Nella sala della marcia su Roma affidata a Sironi si poteva ammirare un bassorilievo di un’aquila in volo 106 Sull’innovativo (ed utopico) linguaggio architettonico di Giuseppe Terragni, disperatamente proteso a conciliare la lezione modernista con gli stilemi fascisti classico-romani, cfr. T. L. Schumacher, The Danteum: Architecture, Poetics, and Politics under Italian Fascism, New York, Princeton Architectural Press, 1993. 107 Su Mario Sironi inteso non come massimo rappresentante di una presunta pittura fascista ma, più correttamente, come il maggiore pittore del ventennio fascista che, proprio in virtù della sua convinta e disinteressata adesione al regime, subì, dopo la seconda guerra mondiale, un assurdo ed immeritato ostracismo (e questo a fronte dello scarso apprezzamento che a più riprese gli manifestò Mussolini e dei conseguenti intermittenti appoggi ottenuti dal regime), cfr. E. Braun, Mario Sironi’s Urban Landscapes: The Fusturist/Fascist Nexus, in M. Affron, M. Antliff (eds), Fascist Visions, cit., pp. 101-133.
  • 120. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 120 di 158 stilizzata affiancato dal tricolore. L’accostamento della bandiera col bassorilievo generava il profilo del fascio, antico/nuovo simbolo politico la cui tradizione promanava direttamente da Roma antica (l’aquila) ma la cui modernità politica, si intendeva suggerire, era una diretta emanazione dei più consolidati valori patriottici, la bandiera nazionale. Il culmine della maestria sironiana fu però raggiunto nella Galleria dei Fasci, un allestimento dove l’artista fascista della prima ora riuscì effettivamente a creare un ambiente totalmente coinvolgente. Siamo qui in presenza di un lungo corridoio scandito da due energiche e massicce file di fasci. Questo doppio colonnato, che intendeva richiamarsi alla romanità e che aveva assunto come motivo ispiratore il principale simbolo del fascismo, conduceva ad un classicheggiante bassorilievo di un cavallo e del suo cavaliere col braccio destro proteso in avanti. La direzione indicata dal cavaliere era quella che il fascismo aveva impresso all’Italia ed era anche il percorso verso il momento culminante di tutta l’esposizione: l’entrata nella Cappella dei Martiri. La realizzazione della Cappella dei Martiri fu affidata agli architetti Adalberto Libera ed Antonio Valente. Indubbiamente affidare il climax del percorso liturgico della mostra ai due architetti razionalisti fu una scelta rischiosa ma che si dimostrò vincente. Invece di una tradizionale e cimiteriale commemorazione il cui unico risultato non sarebbe stato altro che confermare un inseparabile iato fra i vivi e i morti, Libera e Valente concepirono un ambiente ispirato a criteri minimalisti e di assoluta economia e concentrazione simbolica. La Cappella dei Martiri (i caduti, cioè per la causa fascista) era costituita da una sala circolare la cui parete era ricoperta dalla parola “presente” ripetuta senza soluzione di continuità. A risposta di questa parola scritta all’infinito, al centro della sala era posta una croce con la dicitura “Per la patria immortale”. Mentre spettralmente la sala continuamente riecheggiava di voci registrate che senza posa ripetevano “presente”, una crepuscolare illuminazione a luce rossa avvolgeva l’intero ambiente. Nella cappella siamo di fronte alla soluzione finale del dramma rappresentato dalla mostra e dal fascismo. Nelle sue varie sale (ne abbiamo descritte solo alcune), il visitatore era stato posto di fronte a simbologie negative cui trionfalmente si contrapponevano i segni del fascismo
  • 121. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 121 di 158 vincitore (dalla rappresentazione della simbologia fascista all’esibizione di vere e proprie “reliquie” squadriste: vennero mostrate camicie nere, gagliardetti, armi adoperate dalla squadracce, etc, e con modalità espositive aperte: i “sacri” reperti erano anche materialmente alla portata del contatto fisico del visitatore non ricorrendo mai alla soluzione di rinchiuderli in teche trasparenti e questo favoriva immensamente l’immedesimazione con gli eventi rappresentati) ma di fronte al sangue che era stato necessario versare per redimere l’Italia (la luce rossa) siamo di fronte al più profondo disvelamento: il fascismo culto di sacrificio e di morte e in cui l’angoscia che questa suscita si annulla con il sorgere qui ed ora (“presente”) di una superindividualità collettiva (“presente” ripetuto senza soluzione di continuità) che trascende la vita e la morte. In fondo, la megamacchina totalitaria che in quegli anni cominciava ad aumentare i suoi giri, prendeva coscienza di sé e si annunciava con un messaggio che aveva più di un’analogia con quello portato avanti dalle avanguardie (e non a caso la realizzazione della Cappella dei martiri fu affidata a chi era ben a conoscenza dei procedimenti linguistici che potevano veicolare il progetto di un superamento dell’individualità). Solo che nel caso delle avanguardie si trattava di superare il confine fra arte e vita per la creazione della Gesamtkunstwerk, l’opera d’arte totale, mentre nel caso del fascismo si volle creare la megamacchina totalitaria, una vera e propria Gesamtkunstwerk pubblica, dove sì sarebbe avvenuto un superamento ab imis del vecchio modo di intendere la vita e l’individualità ma questo superamento si sarebbe mostrato non attraverso una trasfigurazione artistica totale ma con la nascita di in una ipostatica ed olistica comunità di tutti coloro (viventi e non) che avevano combattuto e si riconoscevano nell’idea fascista. I primi anni Trenta rappresentano, in effetti, l’inizio di una vera e propria luna di miele del fascismo con le opinioni pubbliche dei paesi industrializzati ed anche le élite culturali ed artistiche estere cominciavano a guardare con crescente simpatia all’esperimento “rivoluzionario” fascista. Di fronte ad un capitalismo selvaggio che dopo la crisi del ’29 aveva dimostrato solo di saper unire al massimo della spietatezza sul destino del proletariato anche il massimo di inefficienza economica dilapidando a vantaggio di nessuno immensi patrimoni e di fronte ad un socialismo sovietico che agli osservatori più avvertiti e smaliziati già si profilava come un pauroso balzo all’indietro per la civiltà
  • 122. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 122 di 158 umana, era forse possibile una terza via? e forse questa speranza di fuoruscita dalle strette di una modernità sempre più disperante e soffocante poteva essere costituita dal fascismo italiano e dalla sua estetizzazione dello spazio pubblico che sembrava fornire una apparente percorribile via d’uscita, non comunista, dalle contraddizioni del sistema capitalista?108 In molti allora, e non solo in Italia, lo pensarono; molti che vengono oggi - e giustamente - indicati come capisaldi della cultura democratica ed eredi nel Novecento dell’illuminismo non vollero certo convertirsi alla 108 Mentre in un sistema capitalistico a struttura politica di democrazia rappresentativa, la pulsione estetizzante viene, de facto, deviata sul sistema capitalistico sacralizzando e dotando così di un’ aura sacra i vari processi di moltiplicazione del capitale, tendenza che raggiunge il suo parossismo nell’odierna poliarchia postdemocratica a guida turbo-capitalismo finanziario, nei regimi totalitari del Novecento, rossi o neri è indifferente, è lo spazio pubblico ad essere investito da questa forza. Il problema è che per i regimi totalitari lo “spazio pubblico” è inteso unicamente come una pura astrazione geometrica che può - anzi deve - essere riempito da “uomini senza qualità” da manovrare in una vuota piazza d’armi e non uno “spazio politico”, che è luogo non di astratta geometria euclidea per i meccanici ed irrigiditi movimenti delle sfilate militari ma un vitale e sempre mutevole “spazio di possibilità” per la comparsa al mondo (o, sarebbe meglio dire, per la comparsa del mondo) di rappresentazioni ed elaborazioni simboliche e culturali e che contempla, come condizione imprescindibile per la sua esistenza, l’esperire da parte dell’uomo una reale condizione di Vita Activa ed un reale senso di empowerment. Quindi se l’attuale sistema turbo-capitalistico è volto allo svuotamento ed evisceramento totale della democrazia, violentemente sospingendosi alla sacralizzazione e/o estetizzazione dei suoi meccanismi moltiplicatori - e i totalitarismi sempre intesero un spazio pubblico sì estetizzato ma definito in senso puramente geometrico e riempito da surreali soldatini di piombo e raccapriccianti feticci di marionette antropomorfe di uomini “senza qualità” -, il problema che si oggi si pone per la democrazia, o meglio, per un Res Pvblica autenticamente politica, non è tanto rifiutare il momento estetizzante e/o sacro-auratico come una sorta di detrito alieno da una moderna concezione della politica (mentre in realtà questa dimensione viene sempre potentemente esperita da chi detiene le leve del potere reale) ma di riannetterlo con consapevolezza rivoluzionaria come l’elemento fondante del suo patto fondativo. Benjamin vedeva la via d’uscita alle contraddizioni dell’autodistruttiva estetizzazione della politica fascista nella politicizzazione dell’estetica che a suo giudizio veniva portata avanti nell’Unione Sovietica. In realtà sia i regimi fascisti che quelli comunisti hanno estetizzato la politica attraverso il processo di politicizzazione dell’estetica, non nel senso però che l’estetica è uno dei momenti fondanti della politica ma che la politica se ne serve come di una ubbidiente schiava (e in questo senso sono molte le similitudini con l’attuale fase turbo-capitalistica). In realtà la via d’uscita da questo stato delle cose rimane ancora la benjaminiana “politicizzazione dell’estetica”, che
  • 123. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 123 di 158 “luminosa” idea che si irradiava dall’Italia ma ritennero che almeno fosse saggio mantenere aperte con questo fenomeno politico - proficue, e non solo sul piano personale - linee di contatto e comunicazione. E non intendiamo qui riferirci alla disgraziatissima vicenda di Ezra Pound (la cui incomprensione della natura vera del fascismo fu pari solo a quella di Marinetti e che continua post mortem a pesare come un macigno: nei confronti dei suoi denigratori, dai quali è visto come l’archetipo del pensiero reazionario moderno, e da parte dei suoi odierni sostenitori, le destre estreme e razziste, che accettano appunto con gioia questo stereotipo) e nemmeno ad un Waldemar George, il quale pur partendo da posizioni moderniste, nel 1928 in una monografia sul pittore Filippo de Pisis, era arrivato ad affermare che “l’Italia ha creato una ideologia. Contro l’imperialismo del pensiero francese che domina l’universo nel campo dell’arte, Roma oggi proclama un’opposta ed autentica estetica italiana. Questa esasperazione dell’idea nazionale, questo conscio ed appassionato sentimento etnico, questo attaccamento alle origini, può generale una vitale, pulsante ed attiva forma di espressione? Io fortemente lo credo. Il fervore ha sempre offerto un terreno favorevole per il fiorire dei movimenti artistici.”109 Intendiamo, ancor più significativamente, volgerci verso un’ icona democratica e progressiva del secolo che si è appena congedato, a Charles Edouard Jeanneret, meglio noto come Le Corbusier, che sul numero 2 di “Stile Futurista” dell’agosto 1934, nell’articolo L’esprit romain et l’estétique de la machine, affermava : “ Io comprendo molto bene che, per quanto riguarda l’architettura e l’urbanistica, la questione è, in Italia, posta sotto il segno “Romano”. “Romano” significa intraprendere, amministrare, ordinare. […] Lo spettacolo attuale dell’Italia, lo stato della sua potenza spirituale, annunciano il fiorire imminente dello spirito moderno. Il suo splendore, in ragione della sua purezza e forza, farà luce sulle strade rese confuse dai se intesa dialetticamente significa sia che il momento estetico diventa il dominus della politica e che la politica contemporaneamente ri-torna al momento auratico della produzione materiale e simbolica con questo fondendosi, una dimensione estetico/auratica rimessa così “con i piedi per terra” e che è la speculare antitesi alle estetizzazioni autoritario-totalitarie e a quelle turbo-capitalistiche. 109 M. Affron, Waldemar George: A Parisian Art Critic on Modernism and Fascism, in M. Affron, M. Antliff (eds), Fascist Visions, cit., p.185.
  • 124. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 124 di 158 vili e dai profittatori. E questo significherà un magnifico entusiasmo nella gioventù del paese, la quale, piena d’ardore, schiuderà l’aurora di una civiltà macchinista. […] Fare il viso del paese. Farlo bello. Farlo coraggiosamente.”110 Si tratta di parole molto impegnative, che se difficilmente potrebbero essere rubricate unicamente come un giudizio positivo riservato solo alle realizzazioni estetico-urbanistiche del regime (era un giudizio globalmente positivo sull’operato del fascismo, un apprezzamento che in parte è da ritenersi sincero e, in parte, è da considerare tributario della speranza di Le Corbusier di poter contribuire professionalmente all’edificazione delle nuove città rurali che si stava compiendo in quegli anni soprattutto nell’agro pontino), sono per altro rivelatrici che la collaborazione/egemonia del regime con il mondo dell’arte (nello specifico con gli architetti modernisti alla Terragni o alla Libera o più conservatori e classicisti come Marcello Piacentini) aveva dimostrato una fortissima efficacia propagandistica all’estero come in Italia. E che non solo di propaganda nel senso classico e riduttivo della parola si trattasse, viene storicamente evidenziato da due incontrovertibili dati di fatto. Primo. Dopo una iniziale fase di mera presa di possesso e controllo delle istituzioni culturali ed artistiche, periodo in cui il regime si disinteressò sostanzialmente di instaurare un rapporto organico con le correnti artistico-letterarie italiane, assistiamo successivamente al progressivo formarsi di un vero e proprio atteggiamento mecenatesco del regime, il quale pur non arrivando ancora a formulare una dottrina ufficiale per una vera e propria arte di stato (a rigore non vi si arriverà mai), 110 E sempre sotto il segno romano può essere interpretato il seguente giudizio di Le Corbusier sulla neoedificata città pontina di Sabaudia, che in effetti può essere considerata il miglior successo della politica fascista di edificazione di nuove “città”( le virgolette sono d’obbligo perché, in realtà, non furono edificate città ma, per essere più precisi, grossi villaggi rurali): “ Un dolce poema, forse un poco romantico, segno evidente d’amore” (cit. da M. Sernini, Ancora sull’urbanistica del periodo fascista, in G. Ernesti (a cura di), La costruzione dell’utopia. Architetti e urbanisti nell’Italia fascista, Roma, Edizioni Lavoro, 1988, p.227). Sui “segni romani” cui Le Corbusier, comunque, non fu mai indifferente e sul suo rapporto col fascismo, argomento fino a non molto tempo fa tenuto debitamente “coperto”, cfr. M. McLeod, Urbanism and Utopia: Le Corbusier from Regional Sindacalism to Vichy, tesi di dottorato, Princeton, 1985.
  • 125. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 125 di 158 attraverso la bocca dei suoi principali esponenti (nel caso in specie Mussolini e Bottai), pur affermando (e realmente permettendo) la più ampia libertà e possibilità di espressione formale, cercherà di far leva sullo strumento della commissione e degli incarichi per indirizzare gli artisti verso le soluzioni che di volta riteneva più opportune. Siamo quindi di fronte ad un atteggiamento totalmente eclettico da parte di Mussolini e del suo regime, che se, come nel caso della mostra del decennale della rivoluzione fascista, portando alla collaborazione/sovrapposizione fra le espressioni più moderne del modernismo architettonico di Libera e Terragni con le migliori e più aperte istanze novecentiste-tradizionaliste (Sironi), diede alla luce un evento estetico di assoluta rilevanza anche internazionale, in altre assai meno felici circostanze, come nel caso dell’edificazione delle città pontine, accanto a risultati di buon rilievo, vedi Sabaudia, originò veri e propri disastri urbanistici, ridicole sovrapposizioni fra la retorica antiurbanistica della ruralità e quella dell’allora incipiente romanità.111 Secondo. Al di là degli insuccessi o dei disastri, l’eclettico mecenatismo di stato di questi primi anni Trenta non risultò mai una cappa soffocante per le ricerche formali. Nelle varie esposizioni, provinciali, regionali fino a giungere alla prestigiosa Biennale di Venezia, accanto a pittori novecentisti esponevano futuristi, espressionisti fino a giungere agli assolutamente ostici (certamente così apparivano agli occhi del regime) e figurativamente idiosincratici astrattisti. E se vi erano artisti, fra i meno dotati e affermati, comunque, che per compiacere i desiderata del regime si producevano in opere di pura oleografia propagandistica (vedi per es. l’Incipit novus ordo vincitore della biennale di Venezia del 1930 nella sezione a tema sponsorizzata direttamente dal partito fascista, una piatta allegoria pittorica di Arnaldo Carpanetti dove le quadrate schiere fasciste sbaragliano una scomposta marmaglia sovversiva - e dove però per eterogenesi dei fini la marmaglia sbaragliata dai fascisti risulta più interessante ed umanamente ricca delle quadrate schiere), vi erano anche dei Mario Sironi che, sempre alla Biennale di Venezia del 1930, presenterà Pascolo, dipinto sicuramente pervaso di intenso lirismo ma che non 111 Per i fasti e i nefasti dell’edificazione delle nuove “città” volute dal regime, cfr. R. Mariani, Fascismo e “città nuove”, Milano, Feltrinelli, 1976; L. Nuti, R. Martinelli, Le città di strapaese. La politica di “fondazione” nel ventennio, Milano, Franco Angeli, 1981 e G. Iuffrida, Territorio e città nell’Italia fascista. Un caso di sintesi: la Piana di S. Eufemia, Bari, Laterza, 1992.
  • 126. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 126 di 158 risparmiò all’artista fascista per antonomasia gli stizziti commenti di Mussolini che non gradiva assolutamente le deformazioni anatomiche sulla figura umana operate di solito da Sironi e particolarmente evidenti nell’opera in questione. Per non citare i soliti futuristi che non contenti dei buffi ed inquietanti automi di Fortunato Depero (sempre alieni alla mentalità di Mussolini, che sul futurismo, per soprammercato, per ragioni di opportunità politica era costretto a tacere e quando ne parlava non poteva far altro che elogiarlo) o delle “stravaganze” delle aeropitture (si veda Aeroarmonie del futurista Osvaldo Peruzzi, presentata alla Biennale di Venezia del 1934 nel salone appositamente dedicato agli aeropittori futuristi), arrivano nella rappresentazione del duce ad involontari effetti caricaturali, come in DUX di Ernesto Michahelles, detto Thayhat, una sorta di busto in ferro e acciaio dove il viso di Mussolini subisce una così profonda stilizzazione da perdere qualsiasi tratto umano e finisce coll’assomigliare ad un elmo corinzio (ed il comico fu che Mussolini dichiarò - e ci piacerebbe veramente sapere se sinceramente o no ma quando si trattava di futuristi il duce era sempre molto diplomatico - “questo è Mussolini come piace a Mussolini”) o come nella Sintesi plastica del Duce del futurista Prampolini, ritratto dove la comicità è assolutamente voluta (anche se ovviamente non derisoria) e dove la rappresentazione stereotipizzata del volto di Mussolini è ottenuta, come in una sorta di Arcimboldo cubista, tramite l’accostamento, anziché di elementi naturali, di piani geometrici; per finire con il veramente al di là del bene e del male L’impero balza dalla testa del Duce di Ferruccio Vecchi, dove sul capo di un Mussolini dall’aspetto tanto feroce e deformato da sembrare una testa imbalsamata di cinghiale da appendere al muro, si erge un altro Mussolini, nudo a figura intera con muscolatura da culturista, che brandisce un fascio littorio e una spada.112 Di fatto, in nessun altro regime del periodo, fosse questo tendenzialmente autoritario o totalitario o democratico, le arti figurative e plastiche (non parliamo della letteratura, è evidente, perché la parola, è ovvio, necessitò sin dall’inizio della dittatura di un regime “particolare” di tutt’altro segno) furono finanziate ed anche lasciate (relativamente) libere come accadde nei 112 Si può prendere visione di questi “capolavori” in L. Malvano, Fascismo e politica dell’immagine, Torino, Bollati Boringhieri, 1988, che contiene una bella sezione iconografica con alcune delle principali opere scultoree e pittoriche prodotte nel corso del ventennio.
  • 127. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 127 di 158 primi anni Trenta sotto il regime fascista. Ma quello che poteva costituire un unicum della storia del Novecento, cioè un regime dittatoriale e reazionario nella sfera delle politiche pubbliche che però in fatto di arte si tramuta in munifico ed anche amante della libertà espressiva, si rivelò in brevissimo tempo una amara illusione. Note sono le ragioni che portarono a questo tragico risveglio. Innanzitutto la natura composita del fascismo che se, solo per rimanere nel campo dell’arte, fra le sue fila poteva annoverare all’ “ala sinistra” novecentisti bontempelliani, novecentisti sarfattiani, futuristi e architetti razionalisti, nel settore di destra comprendeva gruppi che vedevano come fumo negli occhi il “generoso” mecenatismo di regime dei primi anni Trenta. E se i rondisti e i selvaggi strapaesani rappresentavano in fondo la minoranza dell’intellettualità che dava appoggio al regime, costoro non erano affatto in posizione subordinata in fatto di rappresentatività del sentire profondo del partito fascista, che decisamente spingeva per porre fine prima possibile al regime del mecenatismo di stato e alla possibilità di libera sperimentazione in campo artistico, al fine di imporre come arte di stato un tradizionalistico e piatto figurativismo intrinsecamente più adatto a propagandistiche manipolazioni romano-imperiali. La seconda ragione è più di tipo politologico e riguarda le dinamiche interne dei regimi autoritario-dittatoriali che generalmente spingono successivamente all’edificazione di sistemi totalitari. Durante i primi anni Trenta la scelta di Mussolini, ritenuti acquisiti il consolidamento della dittatura e la sconfitta delle opposizioni, era stata allargare la base di consenso del regime. In quest’operazione il mecenatismo di stato aveva rivestito un ruolo di primaria importanza ed anche in ragione di questa scelta “illuminata” nel campo dell’arte, il regime aveva acquisito un “pieno” di consenso (la mostra del decennale della rivoluzione fascista, vero proprio trait d’union fra momento politico di autorappresentazione del regime e ricerca formale artistica, era stata un travolgente successo in termini di partecipazione popolare e di apprezzamenti positivi, anche all’estero). Ma oltre a questo “pieno” non era possibile andare e insistere in questa direzione avrebbe rischiato di minare le fondamenta stesse della dittatura (che senso avrebbe avuto infatti un regime reazionario dove tutti avessero preteso una effettiva libertà espressiva, come era accaduto nel
  • 128. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 128 di 158 campo dell’arte?). Era perciò necessario mettere a frutto il consenso riscosso e passare ad una successiva fase. Si trattava quindi ora di dare finalmente ascolto a quanti nel partito, la maggioranza, non avevano mai digerito il mecenatismo di stato, ed apprestarsi alla costruzione di quanto da sempre era stata la teleologia vera e più intima, anche se mai del tutto disvelata, del fascismo e di Mussolini: la costruzione della megamacchina totalitaria, vera e propria traduzione - ma anche simmetrico negativo rovesciamento - nel momento politico di quello che era sempre stato il programma delle avanguardie storiche, il superamento cioè dell’arte nel momento più alto e significativo della Gesamtkunstwerk, cioè la totale fusione fra arte e vita.113 Con una “piccola” differenza. Mentre per le avanguardie storiche, compreso il futurismo, la Gesamtkunstwerk, l’opera d’arte totale, aveva il significato del supremo momento creativo attraverso la fusione dell’arte con la vita ma intesa, questa, ancora a livello individuale e non di massa, per il fascismo giunto alla sua maturazione totalitaria, la Gesamtkunstwerk politica doveva riguardare sia il superamento dell’arte sia dell’individuo, il quale doveva essere superato e dissolto non per fondersi con un atto creativo da sé stesso determinato ma semplicemente per unirsi passivamente al superindividuale ed olistico momento creativo rappresentato dallo stato totalitario. Piuttosto come nell’interpretazione benjaminiana secondo cui il fascismo si presenta come il sostituto di un’auraticità messa in crisi dall’entrata in scena dei mezzi di riproduzione meccanica dell’esperienza sensibile (foto e cinematografia in primis, secondo Benjamin), l’evidenza storica ci presenta una situazione dove lo stato fascista è l’agente unico, monopolistico e totale del trasferimento, all’interno della megamacchina totalitaria, di un ineliminabile e primigenio momento auratico. In questo senso, l’estetizzazione della politica pur rimanendo il concetto fondamentale per capire il “cuore di tenebra” del fascismo114 (e anche di 113 Per comprendere il problema insoluto (ed insolubile) delle avanguardie in cui il superamento dell’arte contiene in sé anche il germe dello svuotamento dell’avanguardia stessa, fondamentali, R. Poggioli, The Theory of the Avant-Garde, Cambridge (Mass.), Belknap, 1968 e P. Bürger, Theory of the Avant-Garde, Minneapolis, University of Minnesota Press, 1984. 114 A. Hewitt, Fascist Modernism, cit.
  • 129. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 129 di 158 quello di tutti i totalitarismi antipolitici, turbocapitalismo finanziario in primis, dove il “momento” dell’estetizzazione viene trasferito dallo spazio pubblico - non dalla politica, perché di politica, de rigueur, si potrebbe parlare solo in Res Pvblica e dove possa essere esercitata una Vita Activa - alla adorazione e/o sottomissione al meccanismo di riproduzione del capitale ),115 dà anche ragione - oltre al finale precipitare del fascismo nella guerra dove, come dice Benjamin, la morte stessa è evento spettacolare agli occhi di un’umanità esteticamente fascistizzata e oltre alle necessità meramente propagandistiche e di inquadramento delle masse - della vera e propria ossessione dell’ultima fase del regime per lo stile e per la forma. L’uomo nuovo fascista non solo doveva essere atletico e attendere a tutti i numerosissimi esercizi paramilitari e celebrazioni che infestavano il calendario (come questo dispendio emotivo-fisico-energetico fosse compatibile con il ridotto apporto calorico cui aveva accesso il popolo e con la retorica ufficiale della frugalità alimentare solo Dio lo sa) ma doveva altresì adottare uno stile epistolare più rapido e parlare in modo più diretto abolendo il voi in favore del tu (veramente comiche a questo proposito le circolari staraciane ma meno comiche ed 115 Quando l’estetizzazione e/o il conferimento di auraticità riguarda processi e/o situazioni che vogliono prescindere dal diretto intervento responsabilizzante della Vita Activa (totalitarismi politici e totalitarismi economici come l’attuale fase turbo-capitalistica, che potrebbe altrimenti anche essere definita come estetizzazione della non politica, all’insegna delle parole di Tertulliano: “nec ulla magis res aliena quam publica” - nulla ci è più alieno della cosa pubblica), siamo di fronte ad estetizzazioni regressive, come nel caso dell’estetizzazione politica operata dal fascismo. Nello specifico, riguardo l’estetizzazione regressiva del fascismo, anziché di estetizzazione della politica è più corretto parlare di estetizzazione dello spazio pubblico, inteso - come già detto in nota 11 - in maniera puramente geometrico-euclidea e popolato da uomini passivi ed inerti pronti a rispondere estaticamente ai più folli ed irrazionali desiderata dell’autocrate di turno, risposta perinde ac cadaver che è il vero Schwarze Sonne della Gesamtkunstwerk fascista e totalitaria tout court. Quando invece l’estetizzazione è volta al conferimento di valore ad ogni situazione che coinvolge l’attiva e piena responsabilità dell’uomo, siamo di fronte ad una vera estetizzazione politica. Al contrario della Gesamtkunstwerk fascista, la Gesamtkunstwerk della Res Pvblica è un’ agorà popolata da individui responsabili, dialoganti (e last but not the least, agenti). E se questa differenza fra la Gesamtkunstwerk del fascismo (ma anche della stessa attuale postdemocrazia a guida turbo-capitalistica) e quella della Res Pvblica vogliamo concepirla attraverso un raffronto pittorico, si confrontino le metafisiche piazze italiane di De Chirico con la Scuola di Atene di Raffaello. Inutile dire da quale dipinto sia rappresentata la Gesamtkunstwerk repubblicana.
  • 130. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 130 di 158 anzi lugubri le vignette a favore del tu che comparvero sui principali quotidiani nazionali, dove di solito il voi veniva fatto giacere sotto una pietra tombale).116 E che si trattasse di qualcosa che andava oltre la propaganda ma della realizzazione di qualcosa di più intimo e profondo, la concretizzazione insomma dell’intima pulsione fascista di estetizzazione della politica attraverso la realizzazione di una megamacchina totalitaria volta alla parossistica e geometrica occupazione di tutto lo spazio pubblico, lo apprendiamo dalle fonti interne dello stesso regime, come quando un passo del Diario di Ciano ci restituisce un voyeuristico Mussolini che personalmente crea e progetta nei dettagli una sfilata militare e poi, per paura che le sue indicazioni non vengano rispettate alla lettera, si mette a spiare le evoluzioni militari dietro le tende del suo studio. La surreale e voyeuristica scena del duce che osserva e spia nascosto da pesanti tendaggi è del resto del tutto conforme allo spirito dell’ultima fase del regime prima della guerra, quella cioè dell’alleanza con la Germania. Un’alleanza dove il regime immolò sull’altare di una folle intesa militare e della conseguente imitazione dei tratti più bestiali e deteriori dell’alleato nazista (fatta salva, ovviamente, l’efficienza militare tedesca, del tutto irriducibile alla pappagallesca - ma tragica - scopiazzatura ideologica e stilistica operata dal fascismo sul nazismo), quelli che erano stati i (pochi) tratti non del tutto ignobili di solo qualche anno prima. Difficile in questa ultima evoluzione del regime individuare la vicenda che meglio si presta ad illustrare il rapporto fra arte e fascismo in seguito all’alleanza con la Germania. Se anche in Italia non si giunse alla cosiddetta esposizione dell’Entartete Kunst (arte degenerata), e questo soprattutto per merito di Marinetti che si impegnò personalmente presso il duce perché non si ripetesse in Italia questo sconcio,117 anche sul versante artistico l’Italia non era altro ormai più che una pallida e ridicola caricatura 116 Sullo stile fascista che il regime voleva inculcare agli italiani e quanto queste pretese di estetizzazione della politica fossero in lancinante contraddizione con le condizioni socioeconomiche dell’Italia del ventennio, cfr. S. Falasca-Zamponi, Fascist Spectacle. The Aesthetics of Power in Mussolini’s Italy, Berkeley, University of California Press, 1997. 117 C. Salaris, Artecrazia, cit., pp. 192-211.
  • 131. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 131 di 158 della più forte alleata. (E chi inserire fra l’altro fra gli artisti degenerati? : alla luce dei canoni estetici che calavano ora dalla Germania, secondo i quali tutto ciò che si allontanava da un agiografico e piatto figurativismo era da considerare degenerato, la maggior parte degli artisti che sinceramente in passato avevano accondisceso alle “glorie” del regime sarebbero stati ora da considerare degenerati senza possibilità d’appello. Questo anche per significare lo stato confusionale mentale, culturale e politico in cui in quel periodo piombarono Mussolini e il suo regime). Il premio Cremona istituito da Farinacci a partire dal ’39 costituisce il tentativo più evidente del fascismo di assumere gli stilemi estetici nazionalsocialisti. Ai partecipanti alla rassegna - artisti sempre poco quotati e assolutamente ligi ai diktat del regime - non era concessa alcuna libertà espressiva dovendo essi limitarsi ad illustrare temi e soggetti stabiliti in anticipo. Ad imitazione di quanto in similari mostre veniva fatto in Germania, il tema da illustrare poteva riguardare l’ascolto del discorso del duce - anziché di Hitler - alla radio, tema assegnato alla prima edizione della rassegna nel ’39, oppure nell’edizione del ’41, la rappresentazione della gioventù del littorio. Solo per limitarci alla critica estetica di queste due edizioni, nei dipinti del ’39, la rappresentazione della auscultazione del discorso del duce viene di solito effettuata ricorrendo ad una pittura esemplata su moduli giotteschi, con semplici e statiche composizioni di masse umane cui fanno da sfondo scenari naturali che richiamano indeterminate e quasi metafisiche località collinari o montane di un indeterminato centro Italia. Nonostante sia da supporre che non rientrasse nelle intenzioni degli autori, il senso prevalente di queste opere è un senso di attonita e gelida staticità. Nel ’41 con la rappresentazione della gioventù italiana del littorio, ci si volle avvicinare agli stereotipi estetico-razziali ariani. Operazione miseramente fallita, se teniamo conto che il primo classificato di questa edizione è un dipinto dove si vede un gruppo di giovani donne e uomini prima (o dopo, questo non è ben chiaro) dell’esecuzione di esercizi ginnici. Sulle donne nulla di particolare da rilevare mentre è attraverso la rappresentazione dei ragazzi (in pantaloncini da ginnastica e a torso nudo) che si disvela persino l’incapacità imitativa rispetto allo stereotipo razziale tedesco. La muscolatura dei ragazzi, in effetti, è in rilievo ma questa
  • 132. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 132 di 158 definizione non è quella di corpi abituati a duri esercizi sportivi ma è il triste frutto di una quasi impressionante magrezza; in pratica questi giovani fascisti sono quasi ridotti a pelle e ossa. Addirittura in un torso di un ragazzo che ci volge le spalle rinveniamo i segni del paramorfismo delle scapole alate.118 Se non ci fosse da piangere, verrebbe da ironizzare sul fatto che la retorica di regime sulla nazione preparata anche razzialmente e nella umana fisicità alla guerra nulla poteva di fronte alle ristrettezze alimentari del periodo che in maniera così crudele affliggevano il corpo non solo della gioventù ma anche del resto del popolo italiano. Ma assolutamente nessun sorriso possono strappare gli odiosi e dementi articoli che Pensabene ed Interlandi rovesciavano sulle pagine di “Quadrivio” e de “Il Tevere”. Per questi due zelanti interpreti della fase terminale del fascismo nazificato, i nomi più famosi e illustri del novecentismo italiano, come Carrà, De Chirico, De Pisis dovevano essere liquidati come arte inquinata razzialmente (di ispirazione ebraica) e comunque non fascista, internazionalista, in altre parole degenerata; uguale giudizio subiva l’espressionismo della scuola romana; tutti i futuristi, con in testa il per loro incomprensibile e certamente scomodo Marinetti, venivano gettati fra gli inferi delle forme d’arte verso le quali il fascismo avrebbe dovuto separare decisamente le proprie sorti, come del resto era successo in Germania con l’inclusione fra l’Entartete Kunst anche dello stesso pittore espressionista - e nazista - Emil Nolde; stesso destino si sarebbe dovuto riservare all’architettura razionale dei Terragni e dei Libera e poco importa se in un recentissimo passato l’architettura razionale italiana era stata uno dei biglietti da visita che il regime aveva ritenuto di spendere all’estero per dissipare definitivamente la propria fama di anticultura e di brigantaggio politico (istruttivo a tal proposito il già citato episodio di Le Corbusier) e se la relativa libertà espressiva dal punto di vista formale degli artisti italiani era stata al contempo e una esperienza unica nel panorama mondiale del Novecento di un proficuo - anche se pesantemente eterodiretto dal potere politico - rapporto fra arte e potere ed anche un indiscutibile segno - poi smentito miseramente dai fatti - della “normalità” del fascismo rispetto ai regimi liberaldemocratici dell’epoca; 118 Il dipinto che illustra questa disgraziata e affamata “Gioventù italiana del Littorio” può essere osservato a pagina 186 di M. S. Stone, The Patron State, cit.
  • 133. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 133 di 158 regimi i quali, anche in virtù della liberalità dell’inizio degli anni Trenta del fascismo nel campo delle arti, erano stati indotti a considerare lo stesso fascismo solo come una sorta di rude reazione contro il sovversivismo rosso e non certo quella drammatica catastrofe della civiltà che si manifestò in seguito attraverso il tentativo di edificazione della megamacchina totalitaria. “L’umanità che nei tempi di Omero era oggetto della contemplazione degli dei olimpici, ora lo è per sé stessa. La sua autoalienazione ha raggiunto un tale grado che può vivere la sua autodistruzione come un piacere estetico di prim’ordine”. Il giudizio che Benjamin dava sulle pulsioni autodistruttive e suicide indotte dalla estetizzazione della politica in chiave totalitaria operata dal fascismo non furono sopite dalla dipartita dalla storia dei regimi che a questa avevano informato il proprio rapporto con le masse. E se già sarebbe altamente discutibile attribuire al solo defunto regime sovietico l’intento di “politicizzazione dell’arte” (a rigore una radicale politicizzazione dell’arte vollero compiere anche la Germania nazista e la fase terminale del fascismo ma se vogliamo riferirci all’edificazione della megamacchina totalitaria come suprema forma d’arte, allora, in fatto di “estetizzazione della politica”, l’ex Unione sovietica e gli analoghi regimi socialisti più o meno appartenenti al blocco sovietico del secondo dopoguerra nulla ebbero da imparare dalla Germania nazista e dall’Italia fascista), non si può nemmeno per assurdo affermare che le cosiddette moderne liberaldemocrazie siano al riparo dai fantasmi del passato, irrimediabilmente minate come sono dalla loro involuzione poliarchico-postdemocratica a guida turbo-capitalistica. In aggiunta alla comprovata incapacità delle “liberaldemocrazie” di saper ottemperare a livello di efficaci politiche pubbliche ai loro stessi enunciati ideologici e paracosmici (fornire cioè alle popolazioni da questi regimi governate quel minimum di libertà, prosperità, cultura ed appartenenza che rendano la vita degna di essere vissuta), la nostra attuale era della iperriproducibilità elettronica, oltre a mettere in radicale discussione le estetiche kantiane in misura ben oltre maggiore di quello che tentarono le avanguardie novecentesche (su un piano meramente estetico non possiamo nemmeno concepire una fusione fra arte e vita perché se l’auraticità aveva secondo Benjamin una sua estrema ridotta nel culto delle stelle del cinema, oltre che naturalmente nella fascistica “estetizzazione della politica”, ora con le tecnologie informatiche l’assoluta autonomia dell’immagine risulta
  • 134. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 134 di 158 da un lato come il definitivo de profundis verso i vecchi canoni dell’esegesi estetica e con essi del modo di intendere l’auraticità e dall’altro introduce una assoluta autoreferenzialità tecnologica generatrice di senso ben al di là della agognata e mai veramente raggiunta unione di arte e vita di avanguardistica memoria), è anche percorsa da incubi e fantasmi la cui aiesthesis se certamente deve molto alla nuova frontiera elettronica è parimenti debitrice non solo di quella Æsthetica Fascistica che per Benjamin rischiava di rendere la fine del mondo uno spettacolo gradevole ma che trae segreta linfa vitale anche da quella Æsthetica Turbocapitalistica che ha così tanti tratti comuni con quella del fascismo e di tutti gli altri totalitarismi politici.119 119 “Stranamente” la fusione fra arte e vita avviene anche nella rete e con moduli molto simili alla Gesamtkunstwerk fascista. Come nel fascismo, anche nella rete il soggetto individuale viene dissolto per essere rimpiazzato da un’olistica superindividualità collettiva che trova la possibilità della sua esistenza e delle sue potenzialità totalitarie attraverso la pervasiva presenza nel Web (mentre nel fascismo questa superindividualità collettiva trova il suo ipostatico inveramento nella comunità passata, presente e futura di tutti coloro che - morti, vivi, o ancora da venire al mondo - si riconoscono nella causa fascista) e la possibilità della sua incontrastabile proteiforme epifania nelle infinite possibilità combinatorie e/o creative messe a disposizione dalle tecnologie informatico-digitali presenti nel Web stesso, possibilità combinatorio-creative che hanno come agente produttore non l’individualità singola che era stata l’artefice/demiurgo dell’arte per secoli prima dell’epoca Internet ma la totalitaria e totalizzante olistica superindividualità collettiva la cui esistenza è stata resa possibile dalla nascita del Web, vedi l’irrisolvibile crisi del diritto d’autore, spazzato via dall’avvento del cyberspazio (mentre per il fascismo lo strumento tecnico/finalità per realizzare la sua Gesamtkunstwerk è il totalitarismo). Sarebbe un errore, però, parlare del Web come dell’ultima e più micidiale frontiera fascismo; il punto è invece interpretare, nel quadro di un mondo dominato dal Web, questo ulteriore fallimento dell’avanguardia - o, se si vuole, dei suoi attuali eredi - alla attuazione della sua Gesamtkunstwerk artistica come uno dei passaggi nella dialettica orientata alla nascita di una autentica Gesamtkunstwerk politica, la Gesamtkunstwerk della Res Pvblica, in cui la Vita Activa costituisca il momento di sintesi rivoluzionaria di tutte le forze che vogliono abbattere il totalitarismo in tutte le sue varie forme e molteplici travestimenti; un totalitarismo che attualmente trova la sua più perfetta espressione nella apparentemente inarrestabile involuzione delle democrazie rappresentative in poliarchie postdemocratiche a guida turbo-capitalista (e che sembrerebbe trovare anche una sua sinistra metafora nella natura potenzialmente totale e totalitaria del Web), una morte de facto della democrazia che ora sta mostrando il suo vero volto nella crisi politico-finanziaria dell’UE che, come un film dell’orrore, sta scorrendo davanti agli occhi degli allibiti (e parlando della Grecia, letteralmente terrorizzati) cittadini - o, meglio, sudditi - europei in questo
  • 135. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 135 di 158 Per scendere nel concreto: quale inquietante ed eversivo segno estetico unisce il necrofilico e raccapricciante plastinatore Gunther von Hagens al retoricamente efficace In remembrance of the Wehrmacht? quale legame con le immagini della vita di Benito Mussolini con sottofondo della canzone Io di Gianna Nannini o con il Capitan Harlock,120 la cui effige e il jingle italiano del manga animato giapponese è impiegato come veicolo di promozione politica da un gruppo xenofobo di estrema destra? (e innumeri altri esempi di inquietanti presenze internettiane a cavallo fra culto della morte e/o politica estremistica di estrema destra e nuova aiesthesis potrebbero essere fatte).121 inizio dell’A.D. MMXII. 120 Per chi voglia avventurarsi nell’orrore della plastinazione dei corpi umani ad opera dell’ineffabile Ghunther von Hagens, non rimane che cliccare su http://www.bodyworlds.com/en.html .Su You Tube, all’indirizzo http://it.youtube.com/watch?v=rgxth0DbHN0 si possono assistere alle peripezie, con incisiva colonna sonora, della Whermacht. Puro straniamento (garantito) presso http://www.youtube.com/watch?v=YenCR6agbpw, dove la canzone Io interpretata da Gianna Nannini fa da tappeto musicale a foto dell’ “indimenticabile” duce degli italiani. Infine, presso http://www.youtube.com/watch?v=P4xLj7VL-GM il Capitan Harlock, il pirata spaziale idolo dei bimbi italiani di qualche lustro fa, viene arruolato, con tanto di suo motivetto da Zecchino d’Oro, nell’estrema destra fascista. Una nota metodologica. Vista la volatilità delle fonti internet, tutti questi siti e/o video musicali sono stati debitamente “scaricati” presso l’Archivio Storico Digitale Massimo Morigi-Stefano Salmi e perciò devono essere considerati fonti primarie a tutti gli effetti. 121 Un ultimo clic. All’indirizzo http://www.francocenerelli.com/antologia/artenaz.htm incontriamo il sito “L’arte nazionalsocialista - L’estetica al potere”. E così, visitando questo sito, ovunque seguiti da un ipnotico motivetto arpeggiato stile musica medievale, possiamo ammirare le “migliori” opere di Sepp Hilz, Werner Peiner, Oscar Martin Amorbach, Adolf Ziegler, Konrad Hommel, Arno Breker e altri. In altre parole, di tutti i maggiori pittori e scultori preferiti da Hitler per la creazione della sua arte nazista. La lettura dei commenti alle opere ingenera l’impressione che il sito prenda - seppur gelidamente - le distanze dalle stesse e dal nazismo. In realtà, proprio in ragione della indiscutibile raffinatezza estetica del sito, che fa sì che il giudizio positivo del visitatore su come formalmente sono presentate le opere si riverberi subliminalmente anche su queste, siamo in presenza di una sottile apologia del nazionalsocialismo e della sua arte. Æsthetica Fascistica quindi, allo stato puro,
  • 136. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 136 di 158 Verrebbe facile rispondere che sebbene attraverso altre vie rispetto a quelle temute da Benjamin (la vittoria del fascismo), alla fine l’estetizzione della politica sta prendendo la sua rivincita e prima dimorando e poi risalendo attraverso i nervi virtual-internettiani delle moderne “liberaldemocrazie”, si appresta oggi a colpire con un colpo mortale questi sfiancati regimi liberaldemocratici che, se un merito storico gli si può attribuire, seppero a suo tempo resistere alla sfide portate dagli espliciti totalitarismi politici ma che ora non sanno - perché non possono opporsi alla loro intima degenerativa mutazione in postdemocrazie poliarchiche e turbocapitalistiche - dare un senso alla vita - ed anche una prospettiva di vita puramente biologica, vedi l’odierno caso della Grecia - alle popolazioni da esse governate. anche se abilmente dissimulata.
  • 137. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 137 di 158 Ma sarebbe una risposta con una analisi giusta (la “trionfale sventura”122 che illuminerebbe la civiltà giudaico-cristiana con la definitiva vittoria di un’ aiesthesis svincolata, attraverso l’ iperriproducibilità elettronica, dalle forme di produzione e controllo tradizionali e con unico punto di riferimento la Gesamtkunstwerk fascistico-turbocapitalista dominata da pulsione estetiche autodistruttive e di eliminazione dalla faccia della terra del bios politikos, una condizione dell’umanità in cui la cupa postmodernistica cacotopia di Fukuyama di fine della storia e del trionfo 122 “L’illuminismo, nel senso più ampio di pensiero in continuo progresso, ha perseguito da sempre l’obiettivo di togliere agli uomini la paura e di renderli padroni. Ma la terra interamente illuminata splende all’insegna di trionfale sventura. Il programma dell’illuminismo era di liberare il mondo dalla magia. Esso si proponeva di dissolvere e di rovesciare l’immaginazione con la scienza. Bacone, ‘il padre della filosofia sperimentale’ (Voltaire, Lettres Philosophique, in OEuvres complète, Garnier, 1879, vol. XII, p.118), ha già raccolto i vari motivi. […] Il sapere, che è potere, non conosce limiti, né all’asservimento delle creature, né nella sua docile acquiescenza ai signori del mondo. Esso è a disposizione, come di tutti gli scopi dell’economia borghese, nella fabbrica e sul campo di battaglia, così di tutti gli operatori senza riguardo alla loro origine. I re non dispongono della tecnica più direttamente di quanto ne dispongano i mercanti: essa è democratica come il sistema economico in cui si sviluppa. La tecnica è l’essenza di questo sapere. Esso non tende, sia nell’Occidente sia nell’Oriente, a concetti e ad immagini, alla felicità della conoscenza, ma al metodo, allo sfruttamento del lavoro, al capitale privato o statale. Tutte le scoperte che riserva ancora secondo Bacone, sono a loro volta solo strumenti: la radio come stampa sublimata, il caccia come artiglieria più efficiente, la teleguida come bussola più sicura. Ciò che gli uomini vogliono apprendere dalla natura, è come utilizzarla ai fini del dominio integrale della natura e degli uomini. Non c’è altro che tenga. Privo di riguardi verso se stesso, l’illuminismo ha bruciato anche l’ultimo resto della propria autocoscienza. Solo il pensiero che fa violenza a se stesso è abbastanza duro per infrangere i miti. Davanti all’odierno trionfo del “senso dei fatti” anche il credo nominalistico di Bacone sarebbe sospetto di metafisica, e cadrebbe sotto l’accusa di vanità che egli stesso formulò contro la scolastica. Potere e conoscenza sono sinonimi (Cfr. Bacone, Novum Organum, in op.cit., vol. XIV, p.31). La sterile felicità di conoscere è lasciva per Bacone come per Lutero. Ciò che importa non è quella soddisfazione che gli uomini chiamano verità, ma l’operation, il procedimento efficace; non in ‘discorsi plausibili, edificanti, dignitosi o pieni di effetto, o in pretesi argomenti evidenti, ma nell’operosità e nel lavoro, e nella scoperta di particolari prima sconosciuti per un miglior equipaggiamento e aiuto nella vita’, è ‘il vero scopo e ufficio della scienza’ (Id., Valerius Terminus, of the Interpretation of Nature, Miscellaneous Tracts, in op. cit., vol. I, p. 281). Non ci dev’essere alcun mistero, ma neppure il desiderio della sua rivelazione. […] E quando l’illuminismo può svilupparsi indisturbato da ogni pressione esterna, non c’è più freno. Alle sue stesse
  • 138. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 138 di 158 dell’uomo-cane sembrerebbe, al confronto, il paradiso terrestre - mentre in realtà non ne è che la stupida e subliminale promozione) ma dove il suo racconto non riesce ad evitare la forma della pseudoprofezia autorealizzante in cui tutti i protagonisti sono consegnati con gelida staticità ad un ruolo fisso per sempre assegnato dal destino (metafisici spazi geometrici euclidei riempiti da surreali e rigidamente cadaverici soldatini di piombo la cui subordinazione deriverebbe direttamente dalla legge di natura piuttosto che dalla storia, è il nucleo della Weltanschauung idee sui diritti degli uomini finisce per toccare la sorte dei vecchi universali. Ad ogni resistenza spirituale che esso incontra, la sua forza non fa che aumentare (Cfr. Hegel, Phänomenologie des Geistes, in Werke, II, pp. 410 sgg). Ciò deriva dal fatto che l’illumimismo riconosce se stesso anche nei miti. Quali che siano i miti a cui ricorre la resistenza, per il solo fatto di diventare, in questo conflitto, argomenti, rendono omaggio al principio della razionalità analitica che essi rimproverano all’illuminismo. L’illuminismo è totalitario.” (Max Horkheimer, Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno, Dialettica dell’illuminismo, Torino, Einaudi, 1966, pp. 11-14). Secondo la Dialettica dell’illuminismo, dopo il trionfo storico del programma di razionalizzazione della vita umana del movimento dei lumi, “la terra interamente illuminata splende all’insegna di trionfale sventura”, dominata da una nefasta ragione strumentale, totalitaria nell’essenza e nel sue conseguenze politico-culturali. Tuttavia, pur concordando con la Teoria critica della Scuola di Francoforte in merito al fallimento storico delle classe operaia nell’operare come agente storico della rivoluzione e del rovesciamento del sistema capitalistico, questo non significa che una teoria e una prassi di liberazione che abbia come leva di Archimede l’evidenza empirica della pulsione dell’uomo a sconfiggere il suo destino mortale debba scontare la stessa parabola antiumanistica dei totalitarismi politici e/o economici, dove questa pulsione trova soddisfazione in “megamacchine totalitarie” sulle quali riversare e deviare l’ineliminabile bisogno auratico di sacro e che un “cattivo” illuminismo strumentale ha finora paracosmicamente deviato su di sé (trasformandosi da mezzo di liberazione a fine ultimo da perseguire) e sulle sue successive evoluzioni ideologiche e politiche (il marxismo meccanicamente e non dialetticamente inteso e i vari socialismi reali del XX secolo). Un autentico e non deviato bisogno di sacro trova invece la sua realizzazione attraverso la realizzazione di una Vita Activa che non preveda per il suo conseguimento paradisi ultraterreni (le attuali religioni positive) né paradisi di falangi di lavoratori tutti uguali nel possesso sociale dei mezzi di produzione e nella possibilità di consumo (il generoso e grande errore di Marx, per il quale se il proletariato fosse riuscito ad imporre questo programma avrebbe liberato l’umanità intera mentre, invece, l’avrebbe abolita riducendola ad un solo tipo umano; un’utopia, questa di Karl Marx, comunque non solo generosa ma, soprattutto, euristicamente fondativa per la filosofia politica e per la politica tout court) e nemmeno, ancor peggio, poggiarsi su un definitivo divorzio dalla storia ed allo stolido e fideistico attaccamento a vuote metafisiche basate su miti
  • 139. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 139 di 158 fascistico-totalitaria e l’obiettivo finale della sua Gesamtkunstwerk politica); una profezia autorealizzante e per giunta anche del tutto cieca sul passato e sul presente, visto che le perduranti estetizzazioni fascistico-turbocapitalistiche a danno delle democrazie rappresentative - contro le quali si è ormai di fatto operato un totale svuotamento e trasferimento della loro residua carica di estetizzazione politica e forza auratica nel corpo del rampante turbocapitalismo finanziario - altro non sono che solo una fase, negativa nel presente ma ricca di infinite ed imprevedibili potenzialità nel futuro, di quel reale e non metafisico scontro dialettico fra estetizzazioni regressive e quelle progressive basate sull’anelito del bios politikos ad un autentica e piena gloria terrena e non delegata per interposta persona all’autocrate di turno e ai totalitari sistemi economici e politici che lo sostengono. “Bacio ribaciare le armi chiodate di mille mille mille cuori tutti/traforati dal veemente oblio eterno”. Con un oblio eterno non accettato passivamente, trasfigurato dall’amore fraterno e la cui ineluttabilità ci di supremazia razziale e/o di gruppo, un uomo uniformato non in base all’eguaglianza delle fortune economiche ma dall’adorazione estatica e paralizzante verso l’autocrate totalitario (fascismo, nazismo e, per eterogenesi dei fini, anche i regimi comunisti storicamente realizzati, nonostante la seppur generosa - e ripetiamo fondativa - utopia di Marx della dittatura del proletariato) ma, molto più direttamente e non attraverso ipostatiche mediazioni, la diretta ricerca da parte di ogni uomo di una gloria terrena nell’ambito di una polis il cui patto costitutivo sia appunto il raggiungimento di questo scopo fra i suoi membri e quindi, di rimbalzo, anche per sé stessa. Questo, e non altro, è autentica “estetizzazione della politica” e questo e non altro, è il modo per preservare la parte progressiva della dialettica dell’illuminismo e per rigettare i frutti tossici di quella parte avvelenata del razionalismo strumentale dell’illuminismo che non conosceva (e non conosce) né le ragioni del cuore ma nemmeno quelle della ragione stessa e che ha fatto sì che il razionalismo uscito vittorioso dall’illuminismo abbia prodotto quella disumanizzazione e depauperamento culturale-antropologico che ha fatto strada (e fa tuttora strada) ai fascismi storici - come ben sapevano Horkheimer e Adorno - e, anche, all’attuale postdemocrazia a guida turbo-capitalistica. Che ha fatto strada, in altre parole, allo Schwarze Sonne dell’estetizzazione regressiva, contro la quale si è sempre dialetticamente contrapposto il caldo sole bianco della concreta e reale estetizzazione della politica volta alla realizzazione, hic et nunc e non delegata a nessuna metafisica ed ipostatica intermediazione, di un’autentica Vita Activa.
  • 140. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 140 di 158 trasmette il senso drammatico (ed eticamente denso) della condizione umana, si concludeva l’ aiesthesis e la vita di Filippo Tommaso Marinetti. L’Angelus Novus trascinato lontano dall’umanità che vorrebbe soccorrere da un impetuoso vento contro cui non può opporsi è, in un certo senso, il sigillo tragico della vita di Walter Benjamin spesa per l’utopia. Forse non tutte le estetizzazioni della vita e della politica sono malvagie e dell’utopia condividono il destino e la profonda moralità.123 Pur individuando come Leo Strauss 123 Una moralità ed anche un’intrinseca tragicità e bellezza profondamente riecheggiate dalle parole di Hannah Arendt riguardo la fenomenologia della Vita Activa: “Mentre la forza del processo di produzione è interamente assorbita dal prodotto finito in cui si esaurisce, la forza del processo di azione non si esaurisce mai in un singolo gesto ma, al contrario, può accrescersi mentre le sue conseguenze si moltiplicano; ciò che dura nel dominio delle cose umane è costituito da questi processi, e la loro durata è tanto illimitata, tanto indipendente dalla deteriorabilità dei materiali e dalla moralità degli uomini quanto la durata della stessa umanità. La ragione per cui non siamo in grado di predire con certezza la riuscita e la fine di ogni azione è semplicemente che l’azione non ha fine. Il processo di un singolo atto può veramente durare nel tempo finché non giunge a un termine lo stesso genere umano. Che le azioni posseggano una così enorme capacità di durata, superiore a quella di qualsiasi altro prodotto umano, potrebbe esser ragione d’orgoglio se gli uomini riuscissero a sopportare il suo fardello, il fardello dell’irreversibilità e dell’imprevedibilità, da cui il processo dell’azione trae la sua vera forza. Che questo sia impossibile, gli uomini lo hanno sempre saputo. Sanno che chi agisce non sa mai ciò che sta facendo e diventa sempre “colpevole” delle conseguenze che non ha mai inteso provocare o nemmeno ha previste, che, per quanto disastrose e inaspettate siano le conseguenze del suo gesto, non può annullarle, che il processo cui dà avvio non si consuma mai inequivocabilmente in un singolo gesto o evento, e che il suo vero significato non si rivela mai all’attore, ma solo allo sguardo retrospettivo dello storico che non agisce. Tutto ciò sarebbe sufficiente a farci voltar le spalle con disperazione alla sfera delle cose umane, e a disprezzare la facoltà umana della libertà che, producendo l’intrico delle relazioni umane, sembra impigliarvi a tal punto chi la produce da farlo apparire molto più la vittima passiva che non l’autore e il realizzatore di ciò che fa. Non c’è campo (non nel lavoro, soggetto alla necessità di vita, né nella fabbricazione, dipendente da materiali dati) dove l’uomo appaia meno libero che in quelle facoltà la cui vera essenza è la libertà, e in quella dimensione che non deve la sua esistenza a nessuno e a nulla se non all’uomo. È in armonia con la grande tradizione del pensiero occidentale pensare in questa prospettiva: accusare la libertà di adescare l’uomo e di abbandonarlo nelle necessità, condannare l’azione, l’inizio spontaneo di qualcosa di nuovo perché i suoi risultati cadono in una rete predeterminata di relazioni, trascinando invariabilmente con sé l’agente, che sembra mancare la realizzazione della sua libertà nel momento stesso in cui ne fa uso. La sola
  • 141. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 141 di 158 salvezza da questo genere sembra risiedere nel non-agire, nell’astensione dall’intera sfera delle faccende umane come solo mezzo per salvare la propria sovranità e integrità personali. […] [Ma il solo] rimedio contro l’irreversibilità e l’imprevedibilità del processo avviato dall’azione non scaturisce da un’altra facoltà superiore ma è una delle potenzialità dell’azione stessa. La redenzione possibile dall’aporia dell’irreversibilità - non riuscire a disfare ciò che si è fatto anche se non si sapeva, e non si poteva sapere, che cosa si stesse facendo - è nella facoltà di perdonare. […] Senza essere perdonati, liberati dalle conseguenze di ciò che abbiamo fatto, la nostra capacità di agire sarebbe per così dire confinata a un singolo gesto da cui non potremmo mai riprenderci; rimarremmo per sempre vittime delle sue conseguenze, come l’apprendista stregone che non aveva la formula magica per rompere l’incantesimo. […] Il perdono è l’esatto opposto della vendetta, che consiste nel reagire contro un’offesa originale, e lungi dal porre un termine alle conseguenze del primo errore, lega ognuno al processo, permettendo alla reazione a catena implicita in ogni azione di imboccare un corso sfrenato. Diversamente dalla vendetta, che è la naturale, automatica reazione alla trasgressione e che per effetto dell’irreversibilità del processo dell’agire può essere prevista e anche calcolata, l’atto del perdonare non può mai essere previsto; è la sola reazione che agisca in maniera inaspettata e che ha quindi in sé, pur essendo una reazione, qualcosa del carattere originale dell’azione. Perdonare, in altre parole, è la sola reazione, che non si limita a re-agire, ma agisce in maniera nuova e inaspettata. La libertà contenuta nell’insegnamento di Gesù è la libertà dalla vendetta che imprigiona chi fa e chi soffre nell’automatismo implacabile del processo dell’azione, che non ha in sé alcuna tendenza a finire. […] Il corso della vita umana diretto verso la morte, condurrebbe inevitabilmente ogni essere umano alla rovina e alla distruzione se non fosse per la facoltà di interromperlo e di iniziare qualcosa di nuovo, una facoltà che è inerente all’azione, e ci ricorda in permanenza che gli uomini, anche se devono morire, non sono nati per morire ma per incominciare. Tuttavia, proprio come, dal punto di vista della natura, il movimento rettilineo del corso della vita dell’uomo tra la nascita e la morte sembra una peculiare deviazione dalla comune regola naturale del movimento ciclico, così l’azione, dal punto di vista dei processi automatici che sembrano determinare il corso del mondo, assomiglia a un miracolo. Nel linguaggio della scienza naturale, essa è ‘l’improbabilità infinita che si verifica regolarmente’. L’azione è in effetti l’unica facoltà dell’uomo capace di operare miracoli, come Gesù
  • 142. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 142 di 158 di Nazareth - la cui comprensione di questa facoltà può essere paragonata per la sua originalità senza precedenti alla comprensione socratica della possibilità del pensiero - doveva sapere benissimo, quando paragonava il potere di perdonare al potere più generale di far miracoli, ponendoli allo stesso livello e alla portata dell’uomo. Il miracolo che preserva il mondo, la sfera delle faccende umane, dalla sua normale, “naturale” rovina è in definitiva il fatto della natalità, in cui è ontologicamente radicata la facoltà di agire. È, in altre parole, la nascita di nuovi uomini e il nuovo inizio, l’azione di cui essi sono capaci in virtù dell’essere nati. Solo la piena esperienza di questa facoltà può conferire alle cose umane fede e speranza, le due essenziali caratteristiche dell’esperienza umana che l’antichità greca ignorò completamente. È questa fede e speranza nel mondo che trova forse la sua più gloriosa e efficace espressione nelle poche parole con cui il vangelo annunciò la “lieta novella” dell’avvento: ‘Un bambino è nato fra noi’.” (Hannah Arendt, Vita Activa. La condizione umana, Bompiani, Milano, 2011, pp. 172-182). “Vibra a lunghe corde tese che i proiettili strimpellano la/voluttuosa prima linea di combattimento ed è una tuonante/cattedrale coricata a implorare Gesù con schianti di petti/lacerati/Saremo siamo le inginocchiate mitragliatrici a canne palpitanti di/ Preghiere/Bacio ribaciare le armi chiodate di mille mille mille cuori tutti/ traforati dal veemente oblio eterno.” È del bios politikos non cercare metafisici paradisi terrestri o rifugiarsi in comode ideologie politiche ma conoscere che la morte si combatte solo con continui nuovi inizi, nuovi errori e perdoni e nuove lacrime. Il Benjamin-Angelus Novus e l’ultimo Marinetti di Bellagio questo lo sapevano bene e ciò li accomuna a quell’ininterrotta schiera di nuovi uomini (non uomini nuovi) in cui l’estetizzazione della politica altro non significa che compiere il miracolo (ma alla portata di chiunque l’abbia veramente inteso) di sconfiggere la morte non attraverso vuote fantasticherie ma con l’ azione con gli uomini e fra gli uomini animati da un’inestinguibile spinta verso la lucente eterna rinascita della Vita Activa. Devo molto a quelli che non amo. Il sollievo con cui accetto che siano più vicini a un altro.
  • 143. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 143 di 158 ef etto tunnel, ef etto tunnel quantico, effetto tunnel quantistico, tunnel effect, tunneling effect, Quantum tunneling ef ect, Quantum tunnel effect, Quantum bilocation, Quantum bilocation effect, bilocazione, bilocazione quantica, bilocazione quantistica, ef etto della bilocazione quantica, Quantum mechanics multi location, Quantum mechanics multi-location, Quantum mechanics multi location, Quantum mechanics multi locations, Quantum mechanics multi-locations, Quantum mechanics multi locations, multi locazione quantica, multi-locazione quantica, multilocazione quantica, multi locazione quantistica, multi-locazione quantistica, multilocazione quantistica, multi locazione, multi-locazione, multilocazione , Sublime, erhaben, sublimis,Sublime eterotopia, sublime heterotopia, sublime heterotopy, sublime hétérotopie , erhaben heterotopie, Sublime eterotopico, sublime eterotopistico, heterotopic sublime, heterotopian 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Völkischer Beobacther, Teoria estetica, Quarto d’ora di poesia della X Mas, X Mas, Gioventù italiana del littorio, Marlowe, Auschwitz, Robert Dahl, Dahl, Torquemada, Lutero, Maometto, Hegel, Georg Wilhelm Friedrich Hegel, Schelling, Friedrich Wilhelm Joseph von Schelling, Friedrich Schelling , Dialettica, dialettica marxista, dialectique marxiste, marxist dialectics, marxist dialectic, marxist dialectic method, marxistiche dialektik, marxistische dialektik, dialectica marxista, dialéctica marxista, dialettica neomarxista, dialettica neo marxista, dialettica neo-marxista, dialectique néo-marxiste, neo-marxist dialectics, neo-marxist dialectic, neo-marxist dialectic method, neue marxistische dialektik, neo marxistische dialektik, dialéctica neo-marxista, dialectica neo-marxista, dialettica repubblicana, republican dialectics, republican dialectic, republican dialectic method, republikanische dialektik, republikanischer dialektik, dialectique républicaine, dialéctica republicana, 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dell’illuminismo, Scuola di Francoforte, Frankfurt School, Frankfurter Schule, Teoria critica, Kritische Theorie, Critical Theory, Dialectic of enlightenment, Dialektik der Aufkl ärung, Dialectique de l'Illuminisme, Dialettica dell’illuminismo, totalitarian rule, arte degenerata, teoria marxista, marxist theory, marxistische Theorie, Théorie marxiste, teoria repubblicana, Republican Theory, théorie républicaine, Republikaner Theorie, republikanische Theorie, teoria neo repubblicana, teoria neo-repubblicana, teoria neorepubblicana, neo-republican theory, neo republican theory, théorie néo-républicaine, théorie néo républicaine, neo marxist theory, neo-marxist theory, théorie néo-marxiste, théorie néo marxiste, neue marxistische Theorie, meccanica quantistica, teoria neo-marxista, teoria neo marxista, teoria neomarxista, Quantum mechanics, quantum physics, quantum theory, fisica quantistica, teoria quantistica, sovrapposizione, sovrapposizione quantistica, principio di sovrapposizione, 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della rivoluzione fascista, mostra della rivoluzione fascista del 1933, premio Cremona, Farinacci, Joseph Conrad, Cuore di tenebra, Heart of Darkness, Totalitarian art, Totalitariske Kunst, Web, Internet, Politicizzazione dell’estetica, estetizzazione della violenza, Benjamin, Walter Benjamin, Machiavelli, Niccolò Machiavelli, Tesi di filosofia della storia, William Shakespeare, Shakespeare, Ariel’s Song, The Tempest, Act 1, Scene 2, The Tempest, Cattolicesimo romano e forma politica, Cattolicesimo romano, Cattolicesimo, Max Horkheimer, Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno, Colin Crouch, Golomstock, paracosmo, teologia, fantoccio ,REPUBLICANISM, MARXISM, REPUBLIKANISMUS, MARXISMUS, NEUE REPUBLIKANISMUS, NEUE MARXISMUS, NEO REPUBLICANISM, NEO MARXISM, TOTALITARISMO, TOTALITARISMUS, TOTALITARIANISM, FASCISMO, NAZISMO, ARTE TOTALITARIA, ARTE FASCISTA, ARTE NAZISTA, POSTDEMOCRAZIA, TURBOCAPITALISMO, POST DEMOCRACY, TURBO CAPITALISM, VITA ACTIVA, REPUBBLICANESIMO, neorepubblicanesimo, marxismo, neomarxismo, fascismo, estetizzazione della politica, futurismo, avant-garde, marinetti, Hannah Arendt, Vita Activa, Horkheimer, Adorno, Scuola di Francofort e, Dialettica dell’illuminismo, zoon politikon, polis, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, The Work of Art in the Age of Mechanical Reproduction, Das Kunstwerk im Zeitalter seiner technischen Reproduzierbarkeit , L’OEuvre d’art à l’époque de sa reproductibilité technique, L’oeuvre d’art à l’ère de sa reproductibilité technique, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità meccanica, Massimo Morigi, Fiat ars - pereat mundus, Aesthetica fascistica I, homo laborans/ faber, homo laborans, homo faber, Cappella dei Martiri, Gesamtkunstwerk, opera d’arte totale, empowerment , Res Publica, Ezra Pound, Pound, Morigi, Waldemar George, Filippo de Pisis, Charles Edouard Jeanneret, Le Corbusier, Incipit novus ordo, Arnaldo Carpanetti, Fortunato Depero, Depero, Osvaldo Peruzzi, Ernesto Michahelles, Thayhat, Prampolini, Enrico Prampolini, Ferruccio Vecchi, The Theory of the Avant-Garde, Theory of the Avant-Garde, Renato Poggioli, Peter Bürger, Tertulliano, agorà, De Chirico, Giorgio De Chirico, Raf aello, Raf aello Sanzio, Scuola di Atene, Ciano, Galeazzo Ciano, Gian Galeazzo Ciano, Diario di Ciano, Carrà, Carlo Carrà, Emil Nolde, Omero, Sepp Hilz, Werner Peiner, Oscar Martin Amorbach, Adolf Ziegler, Konrad Hommel, Arno Breker, Ghunther von Hagens, Capitan Harlock, Gianna Nannini, Voltaire, François-Marie Arouet, Lettres Philosophiques, Bacone, Francesco Bacone, Bacon, Francis Bacon, Novum Organum, Phänomenologie des Geistes, fenomenologia dello spirito, Max Horkheimer, Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno, bios politikos, aiesthesis , Angelus Novus, perdono, Wislawa Szymborska, Schwarze Sonne, Fukuyama, Yoshihiro Francis Fukuyama, Francis Fukuyama, Marx, Karl Marx, Avantgarde , mécanique quantique, mecánica cuántica, mecanica quantica, Quantenphysik, quantischen Mechanik, Dialectique quantique, dialectica quantica, quantum dialektiske, dialética cuántica, dialética quantica, quantum dialektische, dialektische, Avanguardia quantica, avanguardia quantistica, avant-garde quantica, avant-garde quantistica, quantum avant-garde, avant-garde quantique, vanguardia cuántica, quantischen Avantgarde, Futurismo quantico, futurismo quantistico, quantum futurism, quantischen futurismus, quantisch futurismus, futurisme quantique, futurismo cuántico, Filosofia politica quantica, filosofia politica quantistica, quantum Political philosophy, philosophie politique quantique, quantischen politische Philosophie, filosofia politica cuántica, quantisch politische Philosophie, Storia quantica, storia quantistica, storiografi a quantica, storiografia quantistica, histoire quantique, quantum history, Quantenphysikgeschichte, Quanten geschichte, quantischen geschichte, História cuántica, historia quantica, quantisch geschichte, quantisch Geschichtsschreibung, quantischen Geschichtsschreibung, quantum historiography, historiographie quantique, materialismo historico, materialismo histórico, Eteropia quantica, Eterotopia quantistica, quantum heterotopia, quantum heterotopy, hétérotopie quantique, quantischen heterotopie, heterotopia cuántica, heterotopia quantica, quantisch heterotopie, Quantum superposition heterotopia, quantum superposition heterotopy, quantum entanglement heterotopia, quantum entanglement heterotopy, eterotopia quantica, eterotopia quantistica, Superposition quantico-eterotopica, superposition quanto-eterotopica, superposition quantistico-eterotopica, superposition eterotopica- quantica, superposition eterotopica-quantistica, quantico-eterotopica superposition, quanto-eterotopica superposition, quantistico-eterotopica superposition, eterotopica- quantica superposition, eterotopica- quantistica superposition, eterotopica- quantica superposition, eterotopico-quantica superposition, eterotopico-quantistica superposition, eterotopico- quantica superposition, heterotopic quantum entanglement, heterotopian quantum entanglement, heterotopic quantum superpositon, heterotopian quantum entanglement, entanglement eterotopico-quantico, entanglement eterotopico-quantistico, entanglement eterotopico- quantico, entanglement quantico-eterotopico, entanglement quantistico-eterotopico, entanglement quantico-eterotopico, quantico-eterotopico entanglement, quantistico-eterotopico entanglement, quantico-eterotopico entanglement, entanglement quantistico-eterotopico, entanglement quantico-eterotopico, entanglement quantico-eterotopico, quantico-eterotopico entanglement, Quantum observer heterotopia, Quantum observer heterotopy, heterotopian quantum observer, heterotopic quantum observer, eterotopia dell’osservatore quantico, eterotopia dell’osservatore quantistico, materialismo storico quantico, materialismo storico quantistico, quantischen Historischer Materialismus, matérialisme historique quantique, Quantum historical materialism, materialismo historico quantico, materialismo histórico cuántico, materialismo dialettico quantico, materialismo dialettico quantistico, Quantum dialectical materialism, quantischen Dialektischer Materialismus, Matérialisme dialectique quantique, materialismo dialético cuántico, materialismo dialéctico quantico, materialismo storico-dialettico, materialismo storico e dialettico, materialismo storico e materialismo dialettico, historical dialectical materialism, historical-dialectical-materialism, matérialisme historique-dialectique, matérialisme historique et dialectique, Dialektisch-historischer Materialismus, dialektischen und historischen Materialismus, Materialismo Histórico Dialético, materialismo historico dialéctico, materialismo quantico storico-dialettico, materialismo quantico e storico-dialettico, materialismo quantistico storico-dialettico, materialismo quantistico e storico-dialettico, materialismo storico-dialettico quantico, materialismo storico-dialettico quantistico, 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quantico, quantum marxism, marxisme quantique, quantisch marxismus, quantischen marxismus, marxismo cuántico, neo marxismo quantico, neo marxismo quantistico, neo-marxismo quantico, neo-marxismo quantistico, neomarxismo quantico, neomarxismo quantistico, quantisch neue marxismus, quantischen neue marxismus, quantisch neo marxismus, quantischen neo marxismus, quantisch neomarxismus, quantischen neomarxismus, néo-marxisme quantistique, néomarxisme quantistique, neo-marxismo cuántico, repubblicanesimo quantico, repubblicanesimo quantistico, quantum republicanism, républicanisme quantique, quantischen republikanismus, quantisch republikanismus, republicanismo quantico, republicanismo cuántico, neorepubblicanesimo quantico, neo repubblicanesimo quantistico, neo-repubblicanesimo quantico, neo-repubblicanesimo quantistico, neo repubblicanesimo quantico, neo repubblicanesimo quantistico, quantum neo-republicanism, quantum neo republicanism, néo-républicanisme quantique, néorépublicanisme 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Cappella dei Martiri, Emil Nolde, Teoria estetica, Quarto d’ora di poesia della X Mas, X Mas, Gioventù italiana del littorio, Hegel, Georg Wilhelm Friedrich Hegel, Dialettica, dialettica marxista, dialectique marxiste, marxist dialectics, marxist dialectic, marxist dialectic method, marxistiche dialektik, marxistische dialektik, dialectica marxista, dialéctica marxista, dialettica neomarxista, dialettica neo marxista, dialettica neo-marxista, dialectique néo-marxiste, neo-marxist dialectics, neo-marxist dialectic, neo-marxist dialectic method, neue marxistische dialektik, neo marxistische dialektik, dialéctica neo-marxista, dialectica neo-marxista, dialettica repubblicana, republican dialectics, republican dialectic, republican dialectic method, republikanische dialektik, republikanischer dialektik, dialectique républicaine, dialéctica republicana, dialectica republicana, dialettica neorepubblicana, dialettica neo repubblicana, dialettica neo-repubblicana, neo-republican dialectics, 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POLITISCHEN, Aestheticization of Political Action, esthétiquement de la politique, Esthétique et politique, Gesamtkunstwerk, Res Publica, Nazismo, Nazionalsocialismo, Nazisme, national-socialisme, Nationalsocialisme, Nazismus, Nationalsozialismus, Nazism, National Socialism, Absoluten Historismus, historismo absoluto, historicisme absolue, absolute historicism, dialectique, dialectics, dialectic, dialéctica, dialética, Diamat, Scuola di Francofort e, Escola de Frankfurt, Escuela de Frankfurt, Teoria critica, Kritische Theorie, Critical Theory, Théorie critique, Dialettica dell’illuminismo, Scuola di Francofort e, Frankfurt School, Frankfurter Schule, Teoria critica, Kritische Theorie, Critical Theory, Dialectic of enlightenment, Dialektik der Aufklärung, Dialectique de l'Il uminisme, Dialettica dell’il uminismo, Scuola di Francoforte, Frankfurt School, Frankfurter Schule, Teoria critica, Kritische Theorie, Critical Theory, Dialectic of enlightenment, Dialektik der Aufklärung, Dialectique de l'Illuminisme, Dialettica dell’illuminismo, totalitarian rule, arte degenerat a, teoria marxista, marxist theory, marxistische Theorie, Théorie marxiste, teoria repubblicana, Republican Theory, théorie républicaine, Republikaner Theorie, republikanische Theorie, teoria neo repubblicana, teoria neo-repubblicana, teoria neorepubblicana, neo-republican theory, neo republican theory, théorie néo-républicaine, théorie néo républicaine, neo marxist theory, neo-marxist theory, théorie néo-marxiste, théorie néo marxiste, neue marxistische Theorie, meccanica quantistica, teoria neo-marxista, teoria neo marxista, teoria neomarxista, Quantum mechanics, quantum physics, quantum theory, fisica quantistica, teoria quantistica, sovrapposizione, sovrapposizione quantistica, principio di sovrapposizione, principio di sovrapposizione quantistica, superposition, superposition principle, quantum superposition, quantum superposition of quantum mechanics, superposition principle of quantum 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aesthetica, tradizionalismo, modernismo, fascio, arte fascista, arte nazista, arte totalitaria, estetica fascista, estetica nazista, avant garde, totalitarismo imperfetto, Ventennio, fascismo italiano, Novecento, novecentismo, Stalin, Piacentini, Marcello Piacentini, Espressionismo, Expressionismus, Expressionism, Expressionisme, Sarfatti, Margherita Sarfatti, Piacentini, Marcello Piacentini, Terragni, Giuseppe Terragni, Libera, Adalberto, Libera, Aesthetica, Fascistica, Aesthetica Fascistica I, neo republicanismo, neo-republicanismo, neorepublicanismo, republicanismo, républicanisme, Republicanisme, marxism, marxisme, neo-repubblicanesimo, neo repubblicanesimo, néomarxisme, néo marxisme, néo-marxisme, neomarxsime, neo marxisme, neo marxismo, neo-marxismo, neo-marxism, neo marxism, neo marxismus, neomarxismus, neue marxismus, totalitarisme, totalitarism, fascism, fascisme, faschismus, nazionalsocialismo, nazional socialismo, nazional-socialismo, nazism, National socialism, nazisme, 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Horkheimer, Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno, Golomstock, REPUBLICANISM, MARXISM, REPUBLIKANISMUS, MARXISMUS, NEUE REPUBLIKANISMUS, NEUE MARXISMUS, NEO REPUBLICANISM, NEO MARXISM, TOTALITARISMO, TOTALITARISMUS, TOTALITARIANISM, FASCISMO, NAZISMO, ARTE TOTALITARIA, ARTE FASCISTA, ARTE NAZISTA, POSTDEMOCRAZIA, TURBOCAPITALISMO, POST DEMOCRACY, TURBO CAPITALISM, VITA ACTIVA, Mao, repubblicanesimo, marxismo, neomarxismo, fascismo, estetizzazione della politica, futurismo, avant-garde, avantgarde, Marinetti, Hannah Arendt, Vita Activa, Leo Strauss, Angelus Novus, Wislawa Szymborska, Vita Activa La condizione umana, Lieta novella, Gesù, perdono, effetto tunnel, effetto tunnel quantico, ef etto tunnel quantistico, tunnel ef ect, tunneling ef ect, Quantum tunneling effect, Quantum tunnel ef ect, Quantum bilocation, Quantum bilocation ef ect, bilocazione, bilocazione quantica, bilocazione quantistica, effetto della bilocazione quantica, Quantum mechanics multi location, Quantum mechanics multi-location, Quantum mechanics multi location, Quantum mechanics multi locations, Quantum mechanics multi-locations, Quantum mechanics multi locations, multi locazione quantica, multi-locazione quantica, multilocazione quantica, multi locazione quantistica, multi-locazione quantistica, multilocazione quantistica, multi locazione, multi-locazione, multilocazione La gioia di non essere io il lupo dei loro agnelli. Mi sento in pace con loro e in libertà con loro, e questo l'amore non può darlo, né riesce a toglierlo. Non li aspetto dalla porta alla finestra. Paziente quasi come una meridiana, capisco ciò che l'amore non capisce, perdono ciò che l'amore non perdonerebbe mai. Da un incontro a una lettera passa non un'eternità, ma solo qualche giorno o settimana. I viaggi con loro vanno sempre bene, i concerti sono ascoltati fino in fondo, le cattedrali visitate, i paesaggi nitidi. E quando ci separano sette monti e fiumi, sono monti e fiumi che trovi su ogni atlante. È merito loro se vivo in tre dimensioni, in uno spazio non lirico e non retorico, con un orizzonte vero, perché mobile. Loro stessi non sanno
  • 144. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 144 di 158 quanto portano nelle mani vuote. “Non devo loro nulla” - direbbe l'amore su questa questione aperta. Wislawa Szymborska, Ringraziamento
  • 145. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 145 di 158 ubblicanesimo, repubblicanesimo quanto-dialettico, quanto dialettico repubblicanesimo, quantodialettico repubblicanesimo, neo-repubblicanesimo quantistico-dialettico, neo-repubblicanesimo quanto-dialettico, neo-repubblicanesimo quantico-dialettico, quantodialettico neo-repubblicanesimo, quanto-dialettico neo-repubblicanesimo, quanto dialettico neo-repubblicanesimo, quantodialettico neo-repubblicanesimo, marxismo quantistico-dialettico, marxismo quanto-dialettico, marxismo quantico-dialettico, marxismo quantodialettico, quanto-dialettico marxismo, quanto dialettico marxismo, quantodialettico marxismo, neo-marxismo quantistico-dialettico, neo-marxismo quanto-dialettico, neo-marxismo quantico-dialettico, neo-marxismo quantodialettico, neo-marxismo quanto-dialettico, neo-marxismo quanto dialettico, neo-marxismo quantodialettico, quantofuturismo, quanto-futurismo, quanto futurismo, quantodialettico futurismo, quanto dialettico futurismo, quanto-dialettico futurismo, futurismo quantico dialettico, futurismo quantico-dialettico, Diamat quantico, Diamat quantistico, Futurismo retro causale, futurismo retro-causale, futurismo retrocausale, Futurismo quanto-dialettico retrocausale, futurismo quantico dialettico-retrocausale, futurismo quantistico dialettico-retrocausale, Retrocausalità futurista, retro causalità futurista, retro-causalità futurista, retrocausalità quantica dialettico-futurista, retrocausalità quantistica dialettico-futurista, quantoretrocausalità dialettico-futurista, Retro causalità futuristica, Retrocausalità futuristica, Retro-causalità futuristica, Retrocausalità quantica dialettico-futuristica, retrocausalità quantistica dialettico-futuristica, quanto retrocausalità dialettico-futuristica, quantoretrocausalità dialettico-futurista, quanto-retrocausalità dialettico-futurista, quanto retrocausalità dialettico-futurista, quanto retrocausalità dialettico-futuristica, quantorecausalità dialettico-futuristica, quanto-recausalità dialettico-futuristica total e, Massimo Morigi , opera d’arte total e, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, opera d’arte totale , Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Gesamtkunstwerk, opera d’arte totale , Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Gesamtkunstwerk, opera d’arte totale , Entartete Kunst, arte degenerata, Massimo Morigi, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, arte degenerata, Entartete Kunst, Degenerate Art, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, arte degenerata, Entartete Kunst, Degenerate Art, arte degenerata, Entartete Kunst, Degenerate Art, Massimo Morigi, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, arte degenerata , Arte degenerata, Massimo Morigi, Arte degenerata, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, arte degenerata, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Degenerate Art , Degenerate Art, Massimo Morigi, Degenerate Art,, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Degenerate Art , Autore: Massimo Morigi. Principali autori di riferimento: Machiavelli, Marx, Hannah Arendt, Walter Benjamin, Horkheimer, Adorno, Filippo Tommaso Marinetti. Critica neomarxista e neorepubblicana sul paracosmo ideologico nazista del ‘Entartete Kunst per una teoria critica e politica della Vita Activa per la Res Publica, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, avantgarde, Avantgarde, Massimo Morigi, Avantgarde, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, avantgarde, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, avant-garde, Avant-garde, Massimo Morigi, Avant-garde, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, avant-garde, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, avanguardia, Avanguardia, Massimo Morigi, Avanguardia, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, avanguardia, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Avanguardia artistica , Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Avanguardie artisti che, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, avanguardie del Novecento, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Vita Activa, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, avanguardie storiche, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, avanguardia storica , Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, avanguardie del ’900, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Diamat, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, futurismo, Futurismus, Futurism, futurisme , Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, futurismo italiano, futurismo in Italia, futurismo Italia, italienische Futurismus , Italian Futurism, futurisme italien , Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, estetizzazione della politica, aestheti cization of politics, political aesthetici zation, politische Ästhetik, ÄSTHETIK DES POLITISCHEN, Aesthetici zation of Political Action, esthétiquement de la politique, Esthétique et politique, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, rivolu zione, révolution, Revolução, revolucion, Revolution , Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, rivoluzione italiana, rivoluzione in Italia, rivoluzione Italia, révolution italienne, Revolução italiana, revolucion italiana, Italienische Revolution , italian Revolution , Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, historismo absoluto, historicisme absolue, absolute historicism, storicismo assoluto, absoluten historismus , Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, espressionismo, Expressionismus, expressionism, expressionisme, Expressionismo. Gesamtkvnstwerk Res Pvblica: saggio scritto da Massimo Morigi incentrato sulla costruzione di una teoria politica basata sull’estetizzazione della politica. Principali autori di ri ferimento della filosofi a politica di Massimo Morigi, di Gesamtkvnstwerk Res Pvblica e degli altri lavori di Massimo Morigi pure incentrati ad una critica all’estetizzazione della politica: Machiavelli, Thomas Hobbes, Karl Marx, Giuseppe Mazzini, Nietzsche, Hannah Arendt, Walter Benjamin, Horkheimer, Adorno, Filippo Tommaso Marinetti, Carl Schmi tt, Martin Heidegger, Leo Strauss. Nota finale sintetica di Gesamtkvnstwerk Res Pvblica e criterio ispiratore di tutti gli scrit i filosofico-politici di Massimo Morigi: romanticismo politico inteso a superare le artificiose e ridicole suddivisioni fra le varie scien ze politiche e orientato verso uno storicismo assoluto e ad una critica neomarxista e neorepubblicana sul ’estetizzazione della politica per una teoria criti ca materialistico-dialettica della Vita Activa contro il totalitarismo, per la rivoluzione italiana democratica e nonviolenta , per un rinnovamento del repubblicanesimo italiano e per la Res Publica democrati ca ed antifascista intesa come Gesamtkunstwerk (opera d’arte totale) politica. Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Repubblicanesimo italiano, Italienische Republikanismus, républicanisme italien, republicanismo italiano, Italian Republicanism, Repubblicanesimo italiano, Italienische Republikanismus, républicanisme italien, republicanismo italiano, Italian Republicanism, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Repubblicanesimo italiano, Repubblicanesimo in Italia, Repubblicanesimo Italia, Italienische Republikanismus, républicanisme italien, republicanismo italiano, Italian Republicanism, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, rivoluzione italiana, révolution italienne, Revolução italiana, revolucion italiana, Italienische Revolution , italian Revolution, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, marxismo italiano, marxisme italienne, italienischen Marxismus, Italian Marxism, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, fascismo italiano, Italienische Faschismus, fascisme italien, Italian Fascism, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, fascismo in Italia, fascismo italiano, fascismo Italia, fascism in Italy, Faschismus in Italien, fascismo em Italia, fascismo en Italia, fascisme en Italie, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, totalitarismo italiano, italienischen Totalitarismus, totalitarisme italien, italian Totalitarianism, italian totalitarism, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, futurismo italiano, italienische Futurismus , Italian Futurism, futurisme italien, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, avanguardia italiana, avanguardie italiane, avanguardia italiana del Novecento, avanguardie italiane del Novecento, avant-garde italiana, avant-garde italiana del Novecento, italienische Avantgarde, Italian Avant-garde, avant-garde italienne, Avant garde italienne, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, postdemocrazia italiana, post-democrazia italiana, Italian Postdemocracy, Italian Post-Democracy, italienische Postdemokratie, italienische Post-Demokratie, post-démocratie italienne, pós-democracia italiana, post democrazia italiana, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, democrazia italiana, Italian democracy, italienische Demokratie, démocrati e italienne, democracia italiana, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, democrazia italiana, democrazia in Italia, democrazia Italia Italian democracy, italienische Demokratie, démocratie italienne, democracia italiana, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, democrazia, Democracy, Demokratie, démocratie, democracia , Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Neomarxismo italiano, neo marxismo italiano, neo-marxismo italiano, Italienische Neue Marxismus, Italian Neo-Marxism, néo marxisme italien , néo-marxisme italien, néomarxisme italien , Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Neomarxismo italiano, neo marxismo italiano, neo-marxismo italiano, neomarxismo in Italia, neo-marxismo in Italia, neo marxismo in Italia, neo marxismo Italia, neo-marxismo Italia, neo marxismo Italia, Italienische Neue Marxismus, Italian Neo-Marxism, néo marxisme italien , néo-marxisme italien, néomarxisme italien , Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, neorepubblicanesimo italiano, neo repubblicanesimo italiano, neo-repubblicanesimo italiano, Italian Neo-Republicanism, italian Neo Republicanism, Italienische Neue Republikanismus, italien néo-républicanisme , italien néorépublicanisme, italien néo republicanisme, italien neo republicanisme, italien neorepublicanisme, italien neo-republicanisme, neo republicanismo italiano , neo-republicanismo italiano , neorepublicanismo italiano , Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, neorepubblicanesimo italiano, neo repubblicanesimo italiano, neo-repubblicanesimo italiano, neorepubblicanesimo in Italia , neo repubblicanesimo in Italia, neo-repubblicanesimo in Italia, neorepubblicanesimo Italia , neo repubblicanesimo Italia, neo-repubblicanesimo Italia, Italian Neo-Republicanism, italian Neo Republicanism, Italienische Neue Republikanismus, néo-républicanisme italien, néorépublicanisme italien, néo republicanisme italien, neo republicanisme italien, neorepublicanisme italien, neo-republicanisme italien , Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, neorepubblicanesimo, neo repubblicanesimo, neo-repubblicanesimo, Neo-Republicanism, Neo Republicanism, Neue Republikanismus, néo-républicanisme, néorépublicanisme, néo republicanisme, neo republicanisme, neorepublicanisme, neo-republicanisme, neo republicanismo, neo-republicanismo, neorepublicanismo , Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, filosofia politica, Political Philosophy, Politische Philosophie, philosophie politique, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, filosofia politica italiana, italian Political Philosophy, italienische Politische Philosophie, philosophie politique italienne, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, filosofia politica italiana, filosofia politica Italia, filosofia politica in Italia, italian Political Philosophy, italienische Politische Philosophie, philosophie politique italienne, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, teoria politica, Political Theory, Politische Theorie, théorie politique, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, teoria politica italiana, Italian Political Theory, italienische Politische Theorie, théorie politique italienne, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, teoria politica italiana, teoria politica italia, teoria politica in Italia, Italian Political Theory, italienische Politische Theorie, théorie politique italienne, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, fascismo in Italia, fascism in Italy, Faschismus in Italien, fascismo em Italia, fascismo en Italia, fascisme en Italie, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, scienza politica, Political Science, Politische Wissenschaft, science politique, Ciencia política, Ciência Política, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, scien za politica italiana, italian Political Science, italienische Politische Wissenschaft, science politique italienne, Ciencia política italiana , Ciência Política italiana, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, scienza politica italiana, scienza politica Italia, scienza politica in Italia, italian Political Science, italienische Politische Wissenschaft, science politique italienne, Ciencia política italiana , Ciência Política italiana , Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, politologia, Politology, Politogie, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, politologia italiana, politologia in Italia, politologia Italia, italian Politology, italienische Politogie, politologie italienne, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, ideologia, ideologia italiana, ideologia in Italia, l’ideologia italiana, Italian REPVBLICANISMVS GEOPOLITICVS FONTES ORIGINES ET VIA Seguono ora link sul ‘Repubblicanesimo Geopolitico’, dottrina politologica e filosofico-politica elaborata negli ultimi anni dall’ autore dei paper copia-incollati nelle precedenti pagine di questo file. In questi precedenti paper era stato messo a fuoco, fra le altre cose, un nuovo tipo di repubblicanesimo profondamente debitore delle suggestioni dell’estetizzazione della politica, con le sue luci delle avanguardie artistiche e con le sue terribili ombre dei regimi totalitari, così come si era manifestata nel corso del Novecento (il numero della nota a piè di pagina che all’inizio di ogni nuovo paper non riparte da 1 ma aggiunge 1 all’ultimo numero di nota del precedente paper pur essendo dovuto ad un automatismo del copia-incolla è, se vogliamo, anche un accidente altamente simbolico del filo rosso, fra riflessioni sul repubblicanesimo e sulla estetizzazione della politica, che attraversa tutti questi interventi). Il ‘Repubblicanesimo Geopolitico’ raccoglie queste suggestioni ed intende innestarle nel tronco della tradizione realista della Geopolitica. Un realismo politico quello del ‘Repubblicanesimo geopolitico’ che però, rinnovato dalla scuola costruttivista delle relazioni internazionali (Alexander Wendt), pone in primo piano una spazialità non solo geografica ma anche di natura mentale, rappresentativa e culturale (in fondo la moderna noopolitik non è che una riscrittura postmoderna dell’estetizzazione della politica novecentesca) e che, proprio perché strettamente vincolato in senso machiavelliano all’effettualità, rifiuta con
  • 146. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 146 di 158 Republikanische Revolution , Revolução Republicana, revolucion repubblicana, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, rivolu zione, rivoluzione repubblicana, rivolu zione repubblicana in Italia, rivoluzione repubblicana italiana, rivoluzione repubblicana Italia, Italian Republican Revolution, révolution républicaine italienne, italienische Republikanische Revolution, Revolução Republicana italiana, revolucion republicana italiana, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, rivolu zione, rivoluzione marxista, Marxist Revolution, révolution marxiste , marxistische Revolution , Revolução marxista, revolucion marxista, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, rivoluzione, rivolu zione marxista, rivoluzione marxista italiana, ideology, idéologie italienne, italienische Ideologie, Ideologie, ideology, idéologie, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, ideologia, ideologia marxista, marxist ideology, idéologie marxiste, Marxistische Ideologie , Ideologie, ideology, idéologie, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, ideologia, ideologia marxista, ideologia marxista in Italia, ideologia marxista italiana, ideologia marxista Italia, italian marxist ideology, idéologie marxiste italienne, Italienische Marxistische Ideologie , Ideologie, ideology, idéologie, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, ideologia, ideologia repubblicana, ideologia repubblicana italiana, ideologia repubblicana in Italia, ideologia repubblicana Italia, italian Republican Ideology, Italienische Republikanische ideologie, idéologie républicaine italienne, ideologia republicana italiana, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, rivolu zione, rivolu zione repubblicana, Republican Revolution, révolution républicaine , rivoluzione marxista in Italia, rivoluzione marxista Italia, Italian Marxist Revolution, révolution marxiste italienne , Italienische marxistische Revolution, Revolução marxista italiana, revolucion marxista italiana, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, critica marxista, Marxist Critic, critique marxiste, Marxistische Kritik, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, criti ca marxista, critica marxista italiana, critica marxista in Italia, criti ca marxista Italia, italian Marxist Critic, critique marxiste italienne, italienische Marxistische Kritik, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, teoria marxista, Marxist Theory, théorie marxiste , marxistische Theorie, teoría marxista, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, teoria marxista, teoria marxista italiana, teoria marxista in Italia, teoria marxista Italia, italian Marxist Theory, théorie marxiste italienne , italienische marxistische Theorie, teoría marxista italiana, SCUOLA DI FRANCOFORTE, TEORIA CRITICA, L’OPERA DARTE NELL’EPOCA DELLA SUA RIPODUCIBILITà TECNICA, ESTETICA, DIALETTICA, dialettica dell’illuminismo, estetica, aestheti ca, romanticismo politico, neoromanticismo politico, novecentismo, avanguardie storiche, avanguardia storica, politica, politica italiana, piensiero politico, piensiero politico italiano, rivoluzione marxista in italia, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, fascismo, Faschismus, fascisme, Fascism, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, pensiero politico, politica in italia, teoria marxista, pensiero marxista, ideologia, ideologia marxista, ideologia repubblicana, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Neomarxismo, neo-marxismo, Neue Marxismus , Neo-Marxism, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, neo-marxismo, Neue Marxismus, Neo-Marxism, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Neo marxismo, néomarxisme, Neo-Marxism, Neue Marxismus, Massimo Morigi, Karl Marx, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Néomarxisme, néo-marxisme, neomarxismo, Neue Marxismus, Neo-Marxism, Massimo Morigi, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Neo-marxismo, néo-marxisme, Neue Marxismus, Neo-Marxism, Massimo Morigi, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Neo marxismo, neo marxisme, Neue Marxismus , Neo-Marxism, Massimo Morigi,, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Neomarxismo, neo marxisme, neomarxisme, Neue Marxismus , Neo-Marxism, Massimo Morigi, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Neomarxismo, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Neo marxismo, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Neo-marxismo, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Neomarxismo, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Neo marxismo , Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Neo-marxismo, Neomarxismo, Massimo Morigi, Neo marxismo, Massimo Morigi , Neo-marxismo, Massimo Morigi, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Neue Marxismus, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Neue Marxismus, Neue Marxismus, Massimo Morigi, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Neo Marxism, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Neo Marxism, Neo Marxism, Massimo Morigi, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Neo-Marxism, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Neo-Marxism, Neo-Marxism, Massimo Morigi, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, neo-marxismo, neo marxismo, neomarxismo, Neue Marxismus, Neo Marxism, Neo-Marxism, neo marxisme, neomarxisme, neo-marxisme, néomarxisme, néo-marxisme, néomarxisme, neo-marxismo, neo marxismo, neomarxismo, Neue Marxismus, Neo Marxism, Neo-Marxism, neo marxisme, neomarxisme, neo-marxisme, néomarxisme, néo-marxisme, néomarxisme, neo-marxismo, neo marxismo, neomarxismo, Neue Marxismus, Neo Marxism, Neo-Marxism, neo marxisme, neomarxisme, neo-marxisme, néomarxisme, critique néo-marxisme, néomarxisme, Massimo Morigi, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, neo-marxismo, neo marxismo, neomarxismo, Neue Marxismus, Neo Marxism, Neo- Marxism, neo marxisme, neomarxisme, neo-marxisme, néomarxisme, néo-marxisme, néomarxisme, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Repubblicanesimo, Republikanismus, republicanisme, républicanisme, Republicanismo, Republicanism, SCUOLA DI FRANCOFORTE, TEORIA CRITICA, L’OPERA DARTE NELL’EPOCA DELLA SUA RIPODUCIBILITà TECNICA, ESTETICA, DIALETTICA, dialettica dell’illuminismo, estetica, aesthetica, romanticismo politico, neoromanticismo politico, novecentismo, avanguardie storiche, avanguardia storica, politica, politica italiana, piensiero politico, piensiero politico italiano, rivolu zione repubblicana, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, critica marxista, Marxist Critic, irrisione tutte le ingenue, quando non interessate, visioni liberal-neopositivistiche alla Popper e si riallaccia direttamente ai grandi pensatori dialettici Hegel e Marx (da questo punto di vista, il ‘Repubblicanesimo geopolitico’ si distacca drasticamente da tutte le vulgate neomarxiste: in primo luogo perché integralmente dialettico, in secondo luogo perché non cerca surrogati salvifici alla classe operaia ma individua, sulla scia di Gianfranco La Grassa, negli agenti strategici interni ed internazionali gli autentici operatori dell’evoluzione delle società capitalistiche – ma a differenza della versione lagrassiana del marxismo, il ‘Repubblicanesimo geopolitico’ si tiene ben stretta, ed intende ulteriormente sviluppare, la visione dialettica hegelo-marxiana della realtà). Possiamo così affermare che generare una profonda dialettica fra realismo politico e le mai sopite pulsioni verso l’estetizzazione della politica (impresa alla quale fu dedicata la vita del più grande rappresentante della filosofia politica del Novecento, Hannah Arendt, alla quale però fece sempre velo la sua formazione kantiana) sia il compito che si prefigge il ‘Repubblicanesimo Geopolitico’. Un repubblicanesimo, quello geopolitico, che ha pertanto definitivamente abbandonato una visione della libertà intesa come non dominio che ha segnato – ed estenuato – le ormai vecchie ed attardate vulgate del neorepubblicaneismo e che è invece fermamente indirizzato alla realizzazione di una autentica, profonda ed intima Vita Activa. Massimo Morigi – Ravenna, 8 ottobre 2014 I link: https://archive.org/details/GeopoliticvsChildSiveRepublicanismvsGeopoliticvsA micisEtHostibvsMitto_377 https://ia801405.us.archive.org/9/items/GeopoliticvsChildSiveRepublicanismvsG eopoliticvsAmicisEtHostibvsMitto_377/GeopoliticvsChildSiveRepublicanismvsG
  • 147. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 147 di 158 marxiste, Marxistische Kritik, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, criti ca marxista, critica marxista italiana, criti ca marxista in Italia, critica marxista Italia, italian Marxist Critic, critique marxiste italienne, italienische Marxistische Kritik, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, cri tica repubblicana, Republican Criti c, critique républicaine, republikanische Kritik, critica republicana, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, criti ca repubblicana, criti ca repubblicana italiana, critica repubblicana in Italia,, criti ca repubblicana Italia, Italian Republican Critic, critique républicaine italienne, italienische republikanische Kritik, critica republicana italiana, teoria repubblicana, Republican Theory, théorie républicaine , republikanische Theori e, teoria republicana, teoria repubblicana italiana, teoria repubblicana in Italia, teoria repubblicana Italia, Italian Republican Theory, théorie républicaine italienne, italienische republikanische Theori e, teoria republicana italiana, pensiero politico, Political Thought, pensée politique, politische denken, pensiero politico, pensiero politico italiano, pensiero politico Italia, pensiero politico in Italia, italian Political Thought, pensée politique italienne, italienische politische denken, pensiero marxista, Marxist Thought, pensée marxiste, marxistische Den ken, pensiero marxista, pensiero marxista italiano, pensiero marxista in Italia, pensiero marxista Italia, italian Marxist Thought, pensée marxiste italienne, italienische marxistische Den ken, pensiero repubblicano, Republican Thought, pensée républicaine, republikanische Denken, pensamento republicano, pensiero repubblicano, pensiero repubblicano italiano, pensiero repubblicano Italia, pensiero repubblicano in Italia, Italian Republican Thought, pensée républicaine italienne, italienische republikanische Denken, pensamento republicano italiano, pensamento politico, pensamento politico italiano, pensamento marxista, pensamento marxista italiano, pensamento republicano, pensamento republicano italiano, pensiero neorepubblicano, Neo Republican Thought, pensée néo-républicaine , neue Republikanische Denken, pensamento neo-republicano, pensiero neo repubblicano, pensiero neo-repubblicano, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, pensiero neorepubblicano, pensiero neorepubblicano italiano, italian Neo Republican Thought, pensée néo-républicaine italienne , italienische neue Republikanische Denken, pensamento neo-republicano italiano, pensiero neo repubblicano italiano, pensiero neo-repubblicano italiano, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, pensiero neorepubblicano, pensiero neorepubblicano italiano, italian Neo Republican Thought, pensée néo-républicaine italienne , italienische neue Republikanische Denken, pensamento neo-republicano italiano, pensiero neo repubblicano italiano, pensiero neo-repubblicano italiano, pensiero neorepubblicano, pensiero neorepubblicano italiano, italian Neo Republican Thought, pensée néo-républicaine italienne , italienische neue Republikanische Denken, pensamento neo-republicano italiano, pensiero neo repubblicano italiano, pensiero neo-repubblicano italiano, pensiero neorepubblicano italiano, Massimo Morigi , pensiero neo repubblicano italiano, Massimo Morigi, eopoliticvsAmicisEtHostibvsMittoMassimoMorigiVitaActivaUcrainaRussiaPuti n.pdf https://archive.org/details/GeopoliticvsChildSiveRepublicanismvsGeopoliticvsA micisEtHostibvsMitto_611 https://archive.org/details/GeopoliticvsChildRepubblicanesimoGeopoliticoUcrai naMassimoMorigi https://ia902305.us.archive.org/18/items/GeopoliticvsChildRepubblicanesimoGe opoliticoUcrainaMassimoMorigi/GeopoliticvsChildRepubblicanesimoGeopolitic oUcrainaMassimoMorigiRussiaPutinRepublicanismvs.pdf https://archive.org/details/GeopoliticvsChildRepubblicanesimoGeopoliticoUcrai naMassimoMorigi_320 https://archive.org/details/RepubblicanesimoGeopoliticoDemocraziaPuraRepub blicanesimoMarxMassimo https://ia801401.us.archive.org/20/items/RepubblicanesimoGeopoliticoDemocraz iaPuraRepubblicanesimoMarxMassimo/RepubblicanesimoGeopoliticoDemocraz iaPuraRepubblicanesimoMarxMassimoMorigi.pdf https://archive.org/details/GeopoliticvsChildSiveRepublicanismvsGeopoliticvsA micisEtHostibvsMitto_308 https://ia802306.us.archive.org/0/items/GeopoliticvsChildSiveRepublicanismvsG eopoliticvsAmicisEtHostibvsMitto_308/GeopoliticvsChildSiveRepublicanismvsG eopoliticvsAmicisEtHostibvsMittoMassimoMorigiVitaActivaMarxismo.pdf https://archive.org/details/ProNovaRePvblicaAedificandaAmicisMittorepubblic anesimo
  • 148. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 148 di 158 1. pensiero neo-repubblicano italiano, Massimo Morigi , pensiero neorepubblicano in Italia, Massimo, Morigi , pensiero neo repubblicano in Italia, Massimo Morigi, pensiero neo-repubblicano in Italia, Massimo Morigi , pensiero neorepubblicano Italia, Massimo Morigi , pensiero neo repubblicano Italia, Massimo Morigi, pensiero neo-repubblicano Italia, Massimo Morigi , pensiero neorepubblicano italiano, pensiero neo repubblicano italiano, pensiero neo-repubblicano italiano , pensiero, neorepubblicano in Italia , pensiero neo repubblicano in Italia, pensiero neo-repubblicano in Italia , pensiero neorepubblicano Italia, pensiero neo repubblicano Italia, pensiero neo-repubblicano Italia, italian Neo Republican Thought, Massimo Morigi, pensée néo-républicaine italienne , Massimo Morigi, italienische neue Republikanische Den ken, Massimo Morigi, pensamento neo-republicano italiano, Massimo Morigi, italian Neo Republican Thought, pensée néo-républicaine italienne , italienische neue Republikanische Denken, pensamento neo-republicano italiano, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, pensiero neorepubblicano, pensiero neorepubblicano italiano, italian Neo Republican Thought, pensée néo-républicaine italienne , italienische neue Republikanische Denken, pensamento neo-republicano italiano, pensiero neo repubblicano italiano, pensiero neo-repubblicano italiano, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, pensiero neorepubblicano, pensiero neorepubblicano italiano, italian Neo Republican Thought, pensée néo-républicaine italienne , italienische neue Republikanische Denken, pensamento neo-republicano italiano, pensiero neo repubblicano italiano, pensiero neo-repubblicano italiano, pensiero neorepubblicano, pensiero neorepubblicano italiano, italian Neo Republican Thought, pensée néo-républicaine italienne , italienische neue Republikanische Denken, pensamento neo-republicano italiano, pensiero neo repubblicano italiano, pensiero neo-repubblicano italiano, pensiero neorepubblicano italiano, Massimo Morigi , pensiero neo repubblicano italiano, Massimo Morigi, pensiero neo-repubblicano italiano, Massimo Morigi , pensiero neorepubblicano in Italia, Massimo, Morigi , pensiero neo repubblicano in Italia, Massimo Morigi, pensiero neo-repubblicano in Italia, Massimo Morigi , pensiero neorepubblicano Italia, Massimo Morigi , pensiero neo repubblicano Italia, Massimo Morigi, pensiero neo-repubblicano Italia, Massimo Morigi , pensiero neorepubblicano italiano, pensiero neo repubblicano italiano, pensiero neo-repubblicano italiano , pensiero, neorepubblicano in Italia , pensiero neo repubblicano in Italia, pensiero neo-repubblicano in Italia , pensiero neorepubblicano Italia, pensiero neo repubblicano Italia, pensiero neo-repubblicano Italia, italian Neo Republican Thought, Massimo Morigi, pensée néo-républicaine italienne , Massimo Morigi, italienische neue Republikanische Denken, Massimo Morigi, pensamento neo-republicano italiano, Massimo Morigi, italian Neo Republican Thought, pensée néo-républicaine italienne , italienische neue Republikanische Denken, pensamento neo-republicano italiano Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, pensiero neorepubblicano, pensiero neorepubblicano italiano, italian Neo Republican Thought, pensée néo-républicaine italienne , italienische neue Republikanische Denken, pensamento neo-republicano italiano, pensiero neo repubblicano italiano, pensiero neo-repubblicano italiano, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, pensiero neorepubblicano, pensiero neorepubblicano italiano, italian Neo Republican Thought, pensée néo-républicaine italienne , italienische neue Republikanische Denken, pensamento neo-republicano italiano, pensiero neo repubblicano italiano, pensiero neo-repubblicano italiano, pensiero neorepubblicano, pensiero neorepubblicano italiano, italian Neo Republican Thought, pensée néo-républicaine italienne , italienische neue Republikanische Denken, pensamento neo-republicano italiano, pensiero neo repubblicano italiano, pensiero neo-repubblicano italiano, pensiero neorepubblicano italiano, Massimo Morigi , pensiero neo repubblicano italiano, Massimo Morigi, https://ia801405.us.archive.org/3/items/ProNovaRePvblicaAedificandaAmicisMi ttorepubblicanesimo/ProNovaRePvblicaAedificandaAmicisMittorepubblicanesi moGeopoliticoMassimoMorigi.pdf https://archive.org/details/RepubblicanesimoGeopoliticoProvaMassimoMorigi.p df https://ia801405.us.archive.org/2/items/RepubblicanesimoGeopoliticoProvaMass imoMorigi.pdf/RepubblicanesimoGeopoliticoProvaMassimoMorigi.pdf https://archive.org/details/GeopoliticvsChildRepubblicanesimoGeopoliticoUcrai naMassimoMorigiRussia https://ia601404.us.archive.org/10/items/GeopoliticvsChildRepubblicanesimoGe opoliticoUcrainaMassimoMorigiRussia/Geopoliticvschildrepubblicanesimogeop oliticoucrainamassimomorigirussiaMarxismo.pdf https://archive.org/details/RepubblicanesimoGeopoliticoRepublicanismoGeopoli ticoGeopolitical https://ia902300.us.archive.org/8/items/RepubblicanesimoGeopoliticoRepublican ismoGeopoliticoGeopolitical/RepubblicanesimoGeopoliticoGeopoliticalRepublic anismGeopolitischeRepublikanismusGeopoliticusRepublicanismusRepubblicane simoRepublicanismRepublikanismusRepublicanismusMassimoMorigi.pdf https://archive.org/details/Geopoliticalrepublicanism.pdfMassimoMorigi.pdf
  • 149. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 149 di 158 pensiero neo-repubblicano italiano, Massimo Morigi , pensiero neorepubblicano in Italia, Massimo, Morigi , pensiero neo repubblicano in Italia, Massimo Morigi, pensiero neo-repubblicano in Italia, Massimo Morigi , pensiero neorepubblicano Italia, Massimo Morigi , pensiero neo repubblicano Italia, Massimo Morigi, pensiero neo-repubblicano Italia, Massimo Morigi , pensiero neorepubblicano italiano, pensiero neo repubblicano italiano, pensiero neo-repubblicano italiano , pensiero, neorepubblicano in Italia , pensiero neo repubblicano in Italia, pensiero neo-repubblicano in Italia , pensiero neorepubblicano Italia, pensiero neo repubblicano Italia, pensiero neo-repubblicano Italia, italian Neo Republican Thought, Massimo Morigi, pensée néo-républicaine italienne , Massimo Morigi, italienische neue Republikanische Denken, Massimo Morigi, pensamento neo-republicano italiano, Massimo Morigi, italian Neo Republican Thought, pensée néo-républicaine italienne , italienische neue Republikanische Denken, pensamento neo-republicano italiano, pensiero neomarxista, pensiero neo-marxista, pensiero neo marxista, Neo Marxist Thought, pensée néo-marxiste , neue marxistische Denken , pensamento neo-marxista, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, pensiero neorepubblicano, pensiero neorepubblicano italiano, italian Neo Republican Thought, pensée néo-républicaine italienne , italienische neue Republikanische Denken, pensamento neo-republicano italiano, pensiero neo repubblicano italiano, pensiero neo-repubblicano italiano, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, pensiero neorepubblicano, pensiero neorepubblicano italiano, italian Neo Republican Thought, pensée néo-républicaine italienne , italienische neue Republikanische Denken, pensamento neo-republicano italiano, pensiero neo repubblicano italiano, pensiero neo-repubblicano italiano, pensiero neorepubblicano, pensiero neorepubblicano italiano, italian Neo Republican Thought, pensée néo-républicaine italienne , italienische neue Republikanische Denken, pensamento neo-republicano italiano, pensiero neo repubblicano italiano, pensiero neo-repubblicano italiano, pensiero neorepubblicano italiano, Massimo Morigi , pensiero neo repubblicano italiano, Massimo Morigi, pensiero neo-repubblicano italiano, Massimo Morigi , pensiero neorepubblicano in Italia, Massimo, Morigi , pensiero neo repubblicano in Italia, Massimo Morigi, pensiero neo-repubblicano in Italia, Massimo Morigi , pensiero neorepubblicano Italia, Massimo Morigi , pensiero neo repubblicano Italia, Massimo Morigi, pensiero neo-repubblicano Italia, Massimo Morigi , pensiero neorepubblicano italiano, pensiero neo repubblicano italiano, pensiero neo-repubblicano italiano , pensiero, neorepubblicano in Italia , pensiero neo repubblicano in Italia, pensiero neo-repubblicano in Italia , pensiero neorepubblicano Italia, pensiero neo repubblicano Italia, pensiero neo-repubblicano Italia, italian Neo Republican Thought, Massimo Morigi, pensée néo-républicaine italienne , Massimo Morigi, italienische neue Republikanische Denken, Massimo Morigi, pensamento neo-republicano italiano, Massimo Morigi, italian Neo Republican Thought, pensée néo-républicaine italienne , italienische neue Republikanische Denken, pensamento neo-republicano italiano, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, pensiero neomarxista, pensiero neomarxista italiano, pensiero neo-marxista italiano, pensiero neo marxista italiano, italian Neo Marxist Thought, pensée néo-marxiste italienne , italienische neue marxistische Denken , pensamento neo-marxista italiano, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, pensiero neomarxista, pensiero neomarxista italiano, pensiero neo-marxista italiano, pensiero neo marxista italiano, italian Neo Marxist Thought, pensée néo-marxiste italienne , italienische neue marxistische Denken , pensamento neo-marxista italiano, pensiero neomarxista, pensiero neomarxista italiano, pensiero neo-marxista italiano, pensiero neo marxista italiano, italian Neo Marxist Thought, pensée néo-marxiste italienne , italienische neue marxistische Denken , pensamento neo-marxista italiano, pensiero neomarxista italiano, Massimo Morigi, pensiero neomarxista in Italia, Massimo Morigi, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Totalitare Kunst, Totalitäre Kunst, Totalitarian Art, Arte totalitaria, art totalitarienne, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Totalitäre Kunst, Totalitarian Art, Arte totalitaria, art totalitarienne, arte totalitaria Italia, arte totalitaria in Italia, arte totalitaria italiana , Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, arte fascista, Faschistische Kunst, Fascist art, art fasciste , Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, arte nazista, nazistische kunst, art naziste, nazist art, nazi art, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, materialismo dialettico, Dialektischer Materialismus, Dialectical materialism, Matérialisme dialectique, materialismo dialéti co, materialismo dialéctico, materialismo dialettico, Diamat, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, materialismo storico-dialettico, materialismo storico, materialismo dialetti co, Diamat, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, materialismo storico-dialettico, materialismo storico, materialismo dialettico, Diamat, materialismo storico-dialetti co, materialismo storico, materialismo dialettico, Diamat, Massimo Morigi , Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, materialismo storico-dialettico, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, materialismo stori co-dialettico , materialismo storico-dialettico, Massimo Morigi, materialismo storico-dialetti co, materialismo storico e materialismo dialettico, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, materialismo storico e materialismo dialettico, materialismo storico, materialismo dialetti co, Diamat, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, materialismo storico, Historischer Materialismus, matérialisme historique, Historical Materialism, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, capitalismo, capitalismo italiano, capitalismo in Italia, capitalismo Italia, capitalisme, Capitalism, Kapitalismus ,Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Turbo capitalismo, Turbo-capitalismo, Turbocapitalismo, Turbo-Capitalism, Turbo Capitalism, Turbokapitalismus, Turbo Kapitalismus, Turbo-Kapitalismus, turbo-capitalisme, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Turbo capitalismo, Turbo-capitalismo, Turbocapitalismo, Turbocapitalismo italiano, Turbocapitalismo in Italia, Turbocapitalismo Italia, Turbo-Capitalism, Turbo Capitalism, Turbokapitalismus, Turbo Kapitalismus, Turbo-Kapitalismus, turbo-capitalisme ,Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Turbo capitalismo, Turbo-capitalismo, Turbocapitalismo, Turbocapitalismo italiano, Turbocapitalismo in Italia, Turbocapitalismo Italia, Turbo-Capitalism, Turbo Capitalism, Turbokapitalismus, Turbo Kapitalismus, Turbo-Kapitalismus, turbo-capitalisme, Turbo capitalismo, Turbo-capitalismo, Turbocapitalismo, Turbocapitalismo italiano, Turbocapitalismo in Italia, Turbocapitalismo Italia, Turbo-Capitalism, Turbo Capitalism, Turbokapitalismus, Turbo Kapitalismus, Turbo-Kapitalismus, turbo-capitalisme , Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Poliarchi a, Polyarchy, Polyarchie, Poliarquia, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Poliarchia, Poliarchia italiana, Poliarchia in Italia, Poliarchia italia, Polyarchy, Polyarchie, Poliarquia, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, postdemocrazia, post-democrazia, Postdemocracy, Post-Democracy, Postdemokratie, Post-Demokrati e, post-démocratie, pós-democracia, post democrazia, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, postdemocrazia, post-democrazia, Postdemocracy, Post-Democracy, Postdemokratie, Post-Demokrati e, post-démocratie, pós-democracia, post democrazia, postdemocrazia, post-democrazia, Postdemocracy, Post-Democracy, Postdemokratie, Post-Demokrati e, post-démocratie, pós-democracia, post democrazia, postdemocrazia, post-democrazia, Postdemocracy, Post-Democracy, Postdemokratie, Post-Demokrati e, post-démocratie, pós-democracia, post democrazia, Massimo Morigi , Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, postdemocrazia, postdemocrazia italiana, postdemocrazia Italia, postdemocrazia in Italia, post-democrazia, Postdemocracy, Post-Democracy, Postdemokratie, Post-Demokratie, post-démocratie, pós-democracia, post democrazia, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Entartete Kunst , Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, https://ia802305.us.archive.org/27/items/Geopoliticalrepublicanism.pdfMassimo Morigi.pdf/Geopoliticalrepublicanism.pdfMassimoMorigi.pdf https://archive.org/details/GeopoliticalRepublicanism https://ia600609.us.archive.org/2/items/GeopoliticalRepublicanism/Geopolitical Republicanism.pdf https://archive.org/details/GeopoliticalRepublicanismMassimoMorigi https://ia600704.us.archive.org/8/items/GeopoliticalRepublicanismMassimoMori gi/GeopoliticalRepublicanismMassimoMorigi.pdf https://archive.org/details/GeopolitischeRepublikanismus https://ia600604.us.archive.org/25/items/GeopolitischeRepublikanismus/Geopolit ischeRepublikanismus.pdf https://archive.org/details/GeopolitischeRepublikanismusMassimoMorigi https://ia600700.us.archive.org/35/items/GeopolitischeRepublikanismusMassimo Morigi/GeopolitischeRepublikanismusMassimoMorigi.pdf https://archive.org/details/RpublicanismeGopolitique https://ia700603.us.archive.org/26/items/RpublicanismeGopolitique/Rpublicanis meGopolitique.pdf https://archive.org/details/RepubblicanesimoGeopoliticoMassimoMorigi https://ia601203.us.archive.org/12/items/RepubblicanesimoGeopoliticoMassimo Morigi/RepubblicanesimoGeopoliticoMassimoMorigi.pdf https://archive.org/details/RepublicanismeGeopolitiqueMassimoMorigi
  • 150. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 150 di 158 Massimo Morigi, opera d’arte totale, opera d’arte total e, Massimo Morigi , opera d’arte totale, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, opera d’arte totale, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Gesamtkunstwerk, opera d’arte total e , Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Gesamtkunstwerk, opera d’arte totale , Entartete Kunst, arte degenerata, Massimo Morigi, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, arte degenerata, Entartete Kunst, Degenerate Art, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, arte degenerata, Entartete Kunst, Degenerate Art, arte degenerata, Entartete Kunst, Degenerate Art, Massimo Morigi, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, arte degenerata , Arte degenerata, Massimo Morigi , Arte degenerata, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, arte degenerata, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Degenerate Art, Degenerate Art, Massimo Morigi, Degenerate Art,, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Degenerate Art , Autore: Massimo Morigi. Principali autori di riferimento: Machiavelli, Marx, Hannah Arendt, Walter Benjamin, Horkheimer, Adorno, Filippo Tommaso Marinetti. Critica neomarxista e neorepubblicana sul paracosmo ideologico nazista del ‘Entartete Kunst per una teoria critica e politica della Vita Activa per la Res Publica, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, avantgarde , Avantgarde, Massimo Morigi , Avantgarde, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, avantgarde , Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, avant-garde , Avant-garde, Massimo Morigi , Avant-garde, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, avant-garde, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, avanguardia, Avanguardia, Massimo Morigi , Avanguardia, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, avanguardia, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Avanguardia artistica , Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Avanguardie artistiche , Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, avanguardie del Novecento , Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Vita Activa , Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, avanguardie stori che, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, avanguardia storica , Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, avanguardie del ’900, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Diamat, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, futurismo, Futurismus, Futurism, futurisme, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, futurismo italiano, futurismo in Italia, futurismo Italia, italienische Futurismus , Italian Futurism, futurisme italien, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, estetizzazione della politica, aestheti cization of politics, political aesthetici zation, politische Ästhetik, ÄSTHETIK DES POLITISCHEN, Aestheti cization of Political Action, esthétiquement de la politique, Esthétique et politique, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, rivoluzione, révolution, Revolução, revolucion, Revolution, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, rivoluzione italiana, rivoluzione in Italia, rivoluzione Italia, révolution italienne, Revolução italiana, revolucion italiana, Italienische Revolution , italian Revolution, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, historismo absoluto, historicisme absolue, absolute historicism, storicismo assoluto, absoluten historismus , Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, espressionismo, Expressionismus, expressionism, expressionisme, Expressionismo. Gesamtkvnstwerk Res Pvblica: saggio scritto da Massimo Morigi incentrato sulla costruzione di una teoria politica basat a sull’estetizzazione della politica. Principali autori di riferimento della filosofia politica di Massimo Morigi, di Gesamtkvnstwerk Res Pvblica e degli altri lavori di Massimo Morigi pure incentrati ad una critica all’estetizzazione del a politica: Machiavelli, Thomas Hobbes, Karl Marx, Giuseppe Mazzini, Nietzsche, Hannah Arendt, Walter Benjamin, Horkheimer, Adorno, Filippo Tommaso Marinetti, Carl Schmitt, Martin Heidegger, Leo Strauss. Nota finale sinteti ca di Gesamtkvnstwerk Res Pvblica e criterio ispiratore di tutti gli scrit i filosofico-politici di Massimo Morigi : romanticismo politico inteso a superare le artificiose e ridicole suddivisioni fra le vari e scienze politiche e orientato verso uno storicismo assoluto e ad una critica neomarxista e neorepubblicana sull’esteti zzazione del a politica per una teoria critica materialistico-dialettica della Vita Activa contro il totalitarismo, per la rivolu zione italiana democratica e nonviolenta , per un rinnovamento del repubblicanesimo italiano e per la Res Publica democratica ed antifascista intesa come Gesamtkunstwerk (opera d’arte total e) politica. Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Repubblicanesimo italiano, Italienische Republikanismus, républicanisme italien, republicanismo italiano, Italian Republicanism, Repubblicanesimo italiano, Italienische Republikanismus, républicanisme italien, republicanismo italiano, Italian Republicanism, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Repubblicanesimo italiano, Repubblicanesimo in Italia, Repubblicanesimo Italia, Italienische Republikanismus, républicanisme italien, republicanismo italiano, Italian Republicanism, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, rivoluzione italiana, révolution italienne, Revolução italiana, revolucion italiana, Italienische Revolution , italian Revolution , Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, marxismo italiano, marxisme italienne, italienischen Marxismus, Italian Marxism, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, fascismo italiano, Italienische Faschismus, fascisme italien, Italian Fascism, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, fascismo in Italia, fascismo italiano, fascismo Italia, fascism in Italy, Faschismus in Italien, fascismo em Italia, fascismo en Italia, fascisme en Italie, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, totalitarismo italiano, italienischen Totalitarismus, totalitarisme italien, italian Totalitarianism, italian totalitarism, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, futurismo italiano, italienische Futurismus , Italian Futurism, futurisme italien , Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, avanguardia italiana, avanguardie italiane, avanguardia italiana del Novecento, avanguardie italiane del Novecento, avant-garde italiana, avant-garde italiana del Novecento, italienische Avantgarde, Italian Avant-garde, avant-garde italienne, Avant garde italienne, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, postdemocrazia italiana, post-democrazia italiana, Italian Postdemocracy, Italian Post-Democracy, italienische Postdemokratie, italienische Post-Demokrati e, post-démocratie italienne, pós-democracia italiana, post democrazia italiana, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, democrazia italiana, Italian democracy, italienische Demokratie, démocratie italienne, democracia italiana, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, democrazia italiana, democrazia in Italia, democrazia Italia Italian democracy, italienische Demokratie, démocratie italienne, democracia italiana, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, democrazia, Democracy, Demokratie, démocrati e, democracia , Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Neomarxismo italiano, neo marxismo italiano, neo-marxismo italiano, Italienische Neue Marxismus, Italian Neo-Marxism, néo marxisme italien , néo-marxisme italien, néomarxisme italien , Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Neomarxismo italiano, neo marxismo italiano, neo-marxismo italiano, neomarxismo in Italia, neo-marxismo in Italia, neo marxismo in Italia, neo marxismo Italia, neo-marxismo Italia, neo marxismo Italia, Italienische Neue Marxismus, Italian Neo-Marxism, néo marxisme italien , néo-marxisme italien, néomarxisme italien , Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, neorepubblicanesimo italiano, neo repubblicanesimo italiano, neo-repubblicanesimo italiano, Italian Neo-Republicanism, italian Neo Republicanism, Italienische Neue Republikanismus, italien néo-républicanisme , italien néorépublicanisme, italien néo republicanisme, italien neo republicanisme, italien neorepublicanisme, italien neo-republicanisme, neo republicanismo italiano , neo-republicanismo italiano , neorepublicanismo italiano , Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, neorepubblicanesimo italiano, neo repubblicanesimo italiano, neo-repubblicanesimo italiano, neorepubblicanesimo in Italia , neo repubblicanesimo in Italia, neo-repubblicanesimo in Italia, neorepubblicanesimo Italia , neo repubblicanesimo Italia, neo-repubblicanesimo Italia, Italian Neo-Republicanism, italian Neo Republicanism, Italienische Neue Republikanismus, néo-républicanisme italien, néorépublicanisme italien, néo republicanisme italien, neo republicanisme italien, neorepublicanisme italien, neo-republicanisme italien , Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, neorepubblicanesimo, neo repubblicanesimo, neo-repubblicanesimo, Neo-Republicanism, Neo Republicanism, Neue Republikanismus, néo-républicanisme, néorépublicanisme, néo republicanisme, neo republicanisme, neorepublicanisme, neo-republicanisme, neo republicanismo, neo-republicanismo, neorepublicanismo , Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, filosofia politica, Political Philosophy, Politische Philosophie, philosophie politique, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, filosofia politica italiana, italian Political Philosophy, italienische Politische Philosophie, philosophie politique italienne, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, filosofia politica italiana, filosofia politica Italia, filosofia politica in Italia, italian Political Philosophy, italienische Politische Philosophie, philosophie politique italienne, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, teoria politica, Political Theory, Politische Theori e, théorie politique, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, teoria politica italiana, Italian Political Theory, italienische Politische Theorie, théorie politique italienne, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, teoria politica italiana, teoria politica italia, teoria politica in Italia, Italian Political Theory, italienische Politische Theorie, théorie politique italienne, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, fascismo in Italia, fascism in Italy, Faschismus in Italien, fascismo em Italia, fascismo en Italia, fascisme en Italie, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, scien za politica, Political Science, Politische Wissenschaft, science politique, Ciencia política, Ciência Política, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, scien za politica italiana, italian Political Science, italienische Politische Wissenschaft, science politique italienne, Ciencia política italiana , Ciência Política italiana, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, scienza politica italiana, scienza politica Italia, scienza politica in Italia, italian Political Science, italienische Politische Wissenschaft, science politique italienne, Ciencia política italiana , Ciência Política italiana , Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, politologia, Politology, Politogie, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, politologia italiana, politologia in Italia, politologia Italia, italian Politology, italienische Politogie, politologie italienne, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, ideologia, ideologia italiana, ideologia in Italia, l’ideologia italiana, Italian ideology, idéologie italienne, italienische Ideologie, Ideologie, ideology, idéologie, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, ideologia, ideologia marxista, marxist ideology, idéologie marxiste, Marxistische Ideologie , Ideologie, ideology, idéologie, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, ideologia, ideologia marxista, ideologia marxista in Italia, ideologia marxista italiana, ideologia marxista Italia, italian marxist ideology, idéologie marxiste italienne, Italienische Marxistische Ideologie , Ideologie, ideology, idéologie, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, ideologia, ideologia repubblicana, ideologia repubblicana italiana, ideologia repubblicana in Italia, ideologia repubblicana Italia, italian Republican Ideology, Italienische Republikanische ideologie, idéologie républicaine italienne, ideologia republicana italiana, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, rivolu zione, rivoluzione repubblicana, Republican Revolution, révolution républicaine , Republikanische Revolution , Revolução Republicana, revolucion repubblicana, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, rivolu zione, rivolu zione repubblicana, rivoluzione repubblicana in Italia, rivolu zione repubblicana italiana, rivoluzione repubblicana Italia, Italian Republican Revolution, révolution républicaine italienne, italienische Republikanische Revolution, Revolução Republicana italiana, revolucion republicana italiana, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, rivolu zione, rivolu zione marxista, Marxist Revolution, révolution marxiste , marxistische Revolution , Revolução marxista, revolucion marxista, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, rivolu zione, rivolu zione marxista, rivoluzione marxista italiana, rivoluzione marxista in Italia, rivoluzione marxista Italia, Italian Marxist Revolution, révolution marxiste italienne , Italienische marxistische Revolution, Revolução marxista italiana, revolucion marxista italiana, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, critica marxista, Marxist Critic, critique marxiste, Marxistische Kritik, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, criti ca marxista, critica marxista italiana, critica marxista in Italia, criti ca marxista Italia, https://ia600508.us.archive.org/28/items/RepublicanismeGeopolitiqueMassimoM origi/RepublicanismeGeopolitiqueMassimoMorigi.pdf https://archive.org/details/RepublicanismoGeopolitico https://ia700405.us.archive.org/21/items/RepublicanismoGeopolitico/Republican ismoGeopolitico.pdf https://archive.org/details/RepublicanismoGeopoliticoMassimoMorigi https://ia701205.us.archive.org/28/items/RepublicanismoGeopoliticoMassimoMo rigi/RepublicanismoGeopoliticoMassimoMorigi.pdf https://archive.org/details/RepubblicanesimoGeopoliticoProva https://archive.org/details/RepubblicanesimoGeopoliticoRepubblicanesimoProv aMassimoMorigiKarlMarx.doc https://archive.org/details/RepubblicanesimoGeopoliticoRepubblicanesimoProv aMassimoMorigiKarlMarx.pdf https://ia601403.us.archive.org/29/items/RepubblicanesimoGeopoliticoRepubblic anesimoProvaMassimoMorigiKarlMarx.pdf/RepubblicanesimoGeopoliticoRepu bblicanesimoProvaMassimoMorigiKarlMarx.pdf ------------- “Repubblicanesimo”; REPVBLICANISMVS GEOPOLITICVS FONTES ORIGINES ET VIA MASSIMO MORIGI GEOPOLITICA GEOPOLITICS GEOPOLITIK MASSIMO MORIGI MARXISMO MARXISMUS
  • 151. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 151 di 158 italian Marxist Critic, critique marxiste italienne, italienische Marxistische Kritik, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, teoria marxista, Marxist Theory, théorie marxiste , marxistische Theorie, teoría marxista, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, teoria marxista, teoria marxista italiana, teoria marxista in Italia, teoria marxista Italia, italian Marxist Theory, théorie marxiste italienne , italienische marxistische Theorie, teoría marxista italiana, SCUOLA DI FRANCOFORTE, TEORIA CRITICA, L’OPERA DARTE NELL’EPOCA DELLA SUA RIPODUCIBILITà TECNICA, ESTETICA, DIALETTICA, dialetti ca dell’illuminismo, estetica, aestheti ca, romanticismo politico, neoromanticismo politico, novecentismo, avanguardie storiche, avanguardia stori ca, politica, politica italiana, piensiero politico, piensiero politico italiano, rivoluzione marxista in italia, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, fascismo, Faschismus, fascisme, Fascism, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, pensiero politico, politica in italia, teoria marxista, pensiero marxista, ideologia, ideologia marxista, ideologia repubblicana, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Neomarxismo, neo-marxismo, Neue Marxismus , Neo-Marxism, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, neo-marxismo, Neue Marxismus, Neo-Marxism, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Neo marxismo, néomarxisme, Neo-Marxism, Neue Marxismus, Massimo Morigi, Karl Marx, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Néomarxisme, néo-marxisme, neomarxismo, Neue Marxismus, Neo-Marxism, Massimo Morigi, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Neo-marxismo, néo-marxisme, Neue Marxismus, Neo-Marxism, Massimo Morigi, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Neo marxismo, neo marxisme, Neue Marxismus, Neo-Marxism, Massimo Morigi,, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Neomarxismo, neo marxisme, neomarxisme, Neue Marxismus, Neo-Marxism, Massimo Morigi, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Neomarxismo, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Neo marxismo, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Neo-marxismo, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Neomarxismo, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Neo marxismo , Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Neo-marxismo, Neomarxismo, Massimo Morigi, Neo marxismo, Massimo Morigi , Neo-marxismo, Massimo Morigi, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Neue Marxismus, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Neue Marxismus, Neue Marxismus, Massimo Morigi, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Neo Marxism, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Neo Marxism, Neo Marxism, Massimo Morigi, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Neo-Marxism, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Neo-Marxism, Neo-Marxism, Massimo Morigi, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, neo-marxismo, neo marxismo, neomarxismo, Neue Marxismus, Neo Marxism, Neo-Marxism, neo marxisme, neomarxisme, neo-marxisme, néomarxisme, néo-marxisme, néomarxisme, neo-marxismo, neo marxismo, neomarxismo, Neue Marxismus, Neo Marxism, Neo-Marxism, neo marxisme, neomarxisme, neo-marxisme, néomarxisme, néo-marxisme, néomarxisme, neo-marxismo, neo marxismo, neomarxismo, Neue Marxismus, Neo Marxism, Neo-Marxism, neo marxisme, neomarxisme, neo-marxisme, néomarxisme, néo-marxisme, néomarxisme, Massimo Morigi, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, neo-marxismo, neo marxismo, neomarxismo, Neue Marxismus, Neo Marxism, Neo-Marxism, neo marxisme, neomarxisme, neo-marxisme, néomarxisme, néo-marxisme, néomarxisme, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, Repubblicanesimo, Republikanismus, republicanisme, républicanisme, Republicanismo, Republicanism, SCUOLA DI FRANCOFORTE, TEORIA CRITICA, L’OPERA DARTE NELL’EPOCA DELLA SUA RIPODUCIBILITà TECNICA, ESTETICA, DIALETTICA, dialettica del ’illuminismo, estetica, aesthetica, romanticismo politico, neoromanticismo politico, novecentismo, avanguardie storiche, avanguardia storica, politica, politica italiana, piensiero politico, piensiero politico italiano, rivolu zione repubblicana, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, criti ca marxista, Marxist Criti c, critique marxiste, Marxistische Kritik, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, criti ca marxista, critica marxista italiana, critica marxista in Italia, criti ca marxista Italia, italian Marxist Critic, critique marxiste italienne, italienische Marxistische Kritik, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, criti ca repubblicana, Republican Critic, critique républicaine, republikanische Kritik, critica republicana, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, critica repubblicana, critica repubblicana italiana, critica repubblicana in Italia, critica repubblicana Italia, Italian Republican Critic, critique républicaine italienne, italienische republikanische Kritik, critica republicana italiana , Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, pensiero neorepubblicano, pensiero neorepubblicano italiano, italian Neo Republican Thought, pensée néo-républicaine italienne , italienische neue Republikanische Denken, pensamento neo-republicano italiano, pensiero neo repubblicano italiano, pensiero neo-repubblicano italiano, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, pensiero neorepubblicano, pensiero neorepubblicano italiano, italian Neo Republican Thought, pensée néo-républicaine italienne , italienische neue Republikanische Denken, pensamento neo-republicano italiano, pensiero neo repubblicano italiano, pensiero neo-repubblicano italiano, pensiero neorepubblicano, pensiero neorepubblicano italiano, italian Neo Republican Thought, pensée néo-républicaine italienne , italienische neue Republikanische Denken, pensamento neo-republicano italiano, pensiero neo repubblicano italiano, pensiero neo-repubblicano italiano, pensiero neorepubblicano italiano, Massimo Morigi , pensiero neo repubblicano italiano, Massimo Morigi, pensiero neo-repubblicano italiano, Massimo Morigi , pensiero neorepubblicano in Italia, Massimo, Morigi , pensiero neo repubblicano in Italia, Massimo Morigi, pensiero neo-repubblicano in Italia, Massimo Morigi , pensiero neorepubblicano Italia, Massimo Morigi , pensiero neo repubblicano Italia, Massimo Morigi, pensiero neo-repubblicano Italia, Massimo Morigi , pensiero neorepubblicano italiano, pensiero neo repubblicano italiano, pensiero neo-repubblicano italiano , pensiero, neorepubblicano in Italia , pensiero neo repubblicano in Italia, pensiero neo-repubblicano in Italia , pensiero neorepubblicano Italia, pensiero neo repubblicano Italia, pensiero neo-repubblicano Italia, italian Neo Republican Thought, Massimo Morigi, pensée néo-républicaine italienne , Massimo Morigi, italienische neue Republikanische Denken, Massimo Morigi, pensamento neo-republicano italiano, Massimo Morigi, italian Neo Republican Thought, pensée néo-républicaine italienne , italienische neue Republikanische Denken, pensamento neo-republicano italiano Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, pensiero neomarxista, pensiero neomarxista italiano, pensiero neo-marxista italiano, pensiero neo marxista italiano, italian Neo Marxist Thought, pensée néo-marxiste italienne , italienische neue marxistische Denken , pensamento neo-marxista italiano, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, pensiero neomarxista, pensiero neomarxista italiano, pensiero neo-marxista italiano, pensiero neo marxista italiano, italian Neo Marxist Thought, pensée néo-marxiste italienne , italienische neue marxistische Den ken , pensamento neo-marxista italiano, pensiero neomarxista, pensiero neomarxista italiano, pensiero neo-marxista italiano, pensiero neo marxista italiano, italian Neo Marxist Thought, pensée néo-marxiste italienne , italienische neue marxistische Den ken , pensamento neo-marxista italiano, pensiero neomarxista italiano, Massimo Morigi , pensiero neomarxista in Italia, Massimo Morigi MARXISM REPUBBLICANESIMO REPUBLICANISM REPUBLIKANISMUS MAZZINI REPVBLICANISMVS GEOPOLITICVS FONTES ORIGINES ET VIA MASSIMO MORIGI GEOPOLITICA GEOPOLITICS GEOPOLITIK MASSIMO MORIGI MARXISMO MARXISMUS MARXISM REPUBBLICANESIMO REPUBLICANISM REPUBLIKANISMUS GEOPOLITICA GEOPOLITICS GEOPOLITIK MASSIMO MORIGI NEO-REPUBBLICANESIMO, NEO-REPUBLICANISM NEUE REPUBLIKANISMUS NEUER REPUBLIKANISMUS NEO-REPUBLICANISMO MARX REPVBLICANISMVS GEOPOLITICVS FONTES ORIGINES ET VIA MASSIMO MORIGI GEOPOLITICA GEOPOLITICS GEOPOLITIK NEO- REPUBBLICANESIMO, NEO-REPUBLICANISM NEUE REPUBLIKANISMUS NEUER REPUBLIKANISMUS NEO-REPUBLICANISMO MARX REPVBLICANISMVS GEOPOLITICVS FONTES ORIGINES ET VIA MASSIMO MORIGI GEOPOLITICA GEO-POLITICA GEO POLITICA
  • 152. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 152 di 158 2. pensiero neomarxista Italia, Massimo Morigi, pensiero neo-marxista italiano, Massimo Morigi,, pensiero neo-marxista in Italia, Massimo Morigi, pensiero neo-marxista Italia, Massimo Morigi,pensiero neo marxista italiano, Massimo Morigi, pensiero neo marxista in Italia, Massimo Morigi, pensiero neo marxista Italia, Massimo Morigi, pensiero neomarxista italiano. pensiero neomarxista in Italia , pensiero neomarxista Italia, pensiero neo-marxista italiano, pensiero neo-marxista in Italia, pensiero neo-marxista Italia, pensiero neo marxista italiano, pensiero neo marxista in Italia, pensiero neo marxista Italia, italian Neo Marxist Thought, Massimo Morigi, pensée néo-marxiste italienne , Massimo Morigi, italienische neue marxistische Den ken , Massimo Morigi, pensamento neo-marxista italiano, Massimo Morigi, italian Neo Marxist Thought, pensée néo-marxiste italienne , italienische neue marxistische Den ken , pensamento neo-marxista italiano, materialismo dialettico, materialismo dialettico in Italia, materialismo dialettico Italia, materialismo dialet ico italiano, materialismo storico, materialismo storico in Italia, materialismo storico Italia, materialismo storico italiano, italienische Dialektischer Materialismus, italian Dialectical materialismus, Matérialisme dialectique italien, materialismo dialéti co italiano, materialismo dialécti co italiano, italienische Historischer Materialismus, matérialisme historique italien, italian Historical Materialism, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, fascismo, Faschismus, fascisme, Fascism, Gesamtkvnstwerk Res Pvblica, Massimo Morigi, arte fascista, arte fascista in Italia, arte fascista Italia, arte fascista italiana, italienische Faschistische Kunst, italian Fascist art, art fasciste italienne, Politicizzazione dell’estetica, Esteti zzazione della violenza, Esteti zzazione del a politica, Politici zzazione dell’esteti ca, Esteti zzazione della violen za, Estetizzazione della politica , Politicizzazione dell’estetica, Esteti zzazione della violenza, Esteti zzazione della politica, Rivolu zione, Révolution, Revolução, Revolución, Revolution, Massimo Morigi, Rivolu zione, Révolution, Revolução, Revolución, Revolution, Massimo Morigi, Rivolu zione, Révolution, Revolução, Revolución, Revolution, Massimo Morigi, Rivolu zione, Révolution, Revolução, Revolución, Revolution, Massimo Morigi, Carl Schmitt, Walter Benjamin, Neomarxismo, Neo marxismo, Neo-Marxismo, Neomarxime, Néo -marxisme, Neo-marxime, Neue Marxismus, Neo-Marxism, Massimo Morigi, Neomarxismo, Neo marxismo, Neo-Marxismo, Neomarxime, Néo -marxisme, Neo-marxime, Neue Marxismus, Neo-Marxism, Massimo Morigi, Neo marxismo, Neo-Marxismo, Neomarxime, Néo -marxisme, Neo-marxime, Neue Marxismus, Neo-Marxism, Marinetti, Futurismo, Avanguardia, Avanguardie, Neue Marxismus, Neo-Marxism, Neorepubblicanesimo, Neo-Repubblicanesimo, Neo Repubblicanesimo, Neue Republikanismus, Neo-Republicanism, Néo-républicanisme, Neo republicanisme, Neo republicanismo, Neo-republicanismo, Neorepubblicanesimo, Neo-Repubblicanesimo, Neo Repubblicanesimo, Neue Republikanismus, Neo-Republicanism, Néo-républicanisme, Neo republicanisme, Neo republicanismo, Neo-republicanismo, Giuseppe Mazzini, Romanticismo poliltico, Massimo Morigi, Karl Marx GEOPOLITICS GEOPOLITIK NEO REPUBBLICANESIMO, NEO REPUBLICANISM NEUE REPUBLIKANISMUS NEUER REPUBLIKANISMUS NEO REPUBLICANISMO REPVBLICANISMVS GEOPOLITICVS FONTES ORIGINES ET VIA MASSIMO MORIGI GEOPOLITICA GEO-POLITICA GEOPOLITICS GEOPOLITIK REPUBBLICANESIMO REPUBLICANISMOM REPUBLIKANISMUS REPUBLICANISMO REPVBLICANISMVS GEOPOLITICVS FONTES ORIGINES ET VIA MASSIMO MORIGI MAZZINI MARX HANNAH ARENDT MACHIAVELLI CARL SCHMITT MARXISMO REPUBBLICANESIMO REPUBLICANISMUS GEOPOLITICUS FONTES ORIGINES ET VIA MASSIMO MORIGI MACHIAVELLI MARX HANNAH ARENDT MACHIAVELLI MARXISMO REPVBLICANISMUS GEOPOLITICUS FONTES ORIGINES ET VIA ;“Repubblicanesimo”; IMPERIALISMO “Repubblicanesimo”; “Repubblicanesimo”; “Repubblicanesimo”; “Marxismo”; “Marxismo”; PARAEIDOLIA “Marxismo”; “Marxismo”; “Marxismo “Repubblicanesimo”;
  • 153. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 153 di 158 Dialettica del postmodernismo è un paper presentato da Massimo Morigi e Stefano Salmi al convegno internazionale “ Encuentros en el Sur – Poder, Comunicaciones y Propaganda” (Sala de Juntas, Edificio Millares Carlo, Campus del Obelisco – Universidad de Las Palmas de Gran Canaria – Desde 25-11-2009 hasta 26-11-2009). Il paper tratta in prospettiva marxista e neorepubblicana del postmodernismo e del poststrutturalismo e giudica questi fenomeni culturali come un ultimo tentativo, portatato avanti da alcune ristrette élite intellettuali, di dissimulare – in parte attraverso meccanismi subliminali ed inconsci agli stessi ideologi postmodernisti e poststrutturalisti – il trauma del Secolo breve rappresentato dal fascismo, dal nazismo e dai regimi totalitari che ne sono seguiti. Oggi, in pieno periodo turbocapitalista e postdemocratico non c’è però più nemmeno bisogno di questa cortina ideologica per celare l’intima natura fascista e totalitaria dell’attuale modo di produzione capitalistico e, infatti, postrutturalismo e postmodernismo in final e di Secolo breve avevano totalmente cessato la loro influenza intellettuale per essere sostituiti nella loro funzione di occultamento dei rapporti di classe da più scaltrite filosofie, vedi il positivismo à la Popper, che nell’attuale fase politico-economica riveste il medesimo ruolo dell’empiriocriticismo, a suo tempo definito da Lenin con il termine di machismo indicando con questo neologismo inteso in senso spregiativo la filosofi a empiriocriticista come falsamente scientifica ed oggettiva e, in realtà, un’ottima scusa per il disimpegno degli intellettuali. Gli autori e i personaggi citati e a cui, comunque, ci si è riferiti direttamente o indirettamente in Dialettica del postmodernismo sono: Hannah Arendt, Karl Marx, Walter Benjamin, Luigi Bonaparte, Carl Schmitt, Machiavelli, Hobbes, Martin Heidegger, Karl Popper, Leo Strauss, Jacques Derrida, Jean Baudrillard, Friedrich Wilhelm Nietzsche, Jean-François Lyotard, Ludovico Geymonat, Lenin (Vladimir Ilyich Ulyanov), Max Horkheimer, Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno, Richard Wolin, Fredric Jameson, Terry Eagleton, Ernst Jünger, Arthur Moeller van den Bruck, Ernst Niekisch, Ludwig Klages, Jeffrey Herf, Paul de Man, Ortwin de Graef, Ernst Mach. Le parole chiave e i concetti trattati di questo paper sono: fascismo, nazismo, nazi fascismo, totalitarismo, marxismo, neomarxismo, neo marxismo, neo-marxismo, repubblicanesimo, neorepubblicanesimo, neo-repubblicanesimo, neo repubblicanesimo, liberalismo, democrazia, liberaldemocrazia, società di massa, classe sociale, lotta di classe, messianismo, antisemitismo, storicismo, postmodernismo, poststrutturalismo, post-strutturalismo, dialettica, positivismo, neopositivismo, empiriocriticismo, machismo, rivoluzione conservatrice, postdemocrazia, post-democrazia, capitalismo, turbocapitalismo, turbo-capitalismo, Vita Activa, Illuminismo, Leviatano, Leviathan, Catechon, Katechon, bestia bionda, Führerprinzip, modo di produzione capitalistico, revisionismo, revisionismo storiografico. Per concludere, la prospettiva lungo la quale si muove Dialet ica del postmodernismo è operare, attraverso un critica radicale di questo fenomeno culturale, una sintesi dialettica fra marxismo e repubblicanesimo per un neo-repubblicanesimo che sappia porre le basi per un’autentica Vita Activa il cui significato ed inveramento altro non è che il rovesciamento degli attuali rapporti di forza politico-economici che – sotto il manto ieratico delle parole “ libertà” e “democrazia”, equivalenti purtroppo, con la loro progressiva perdita di significato, a pure invocazioni magiche – sono la più pura e perfetta espressione dell’ intima natura fascista e totalitaria delle moderne società di massa. fascismo, nazismo, nazifascismo, totalitarismo, marxismo, neomarxismo, neo marxismo, neo-marxismo, repubblicanesimo, neorepubblicanesimo, neo-repubblicanesimo, neo repubblicanesimo, liberalismo, democrazia, liberaldemocrazia, società di massa, classe sociale, lotta di classe, messianismo, antisemitismo, storicismo, postmodernismo, poststrutturalismo, post-strutturalismo, dialettica, positivismo, neopositivismo, empiriocriticismo, machismo, rivoluzione conservatrice, postdemocrazia, post-democrazi a, capitalismo, turbocapitalismo, turbo-capitalismo, Vita Activa, Illuminismo, Leviatano, Leviathan, Catechon, Katechon, bestia bionda, Führerprinzip, modo di produzione capitalistico, revisionismo, revisionismo storiografico, marxismo, neomarxismo, neo marxismo, neo-marxismo, repubblicanesimo, neorepubblicanesimo, neo-repubblicanesimo, neo repubblicanesimo, Massimo Morigi, marxism, neo marxism, neo-marxism, republicansim, neo republicanism, neo-republicanism, Massimo Morigi, Marxismus, neue Marxismus, Republikanismus, neue Republikanismus, Massimo Morigi , republicanismo, neo-republicanismo, marxismo, neo-marxismo, Massimo Morigi , républicanisme, néo-républicanisme, néorépublicanisme, marxisme, néomarxisme, néo-marxisme, Massimo Morigi, marxismo, neomarxismo, neo marxismo, neo-marxismo, repubblicanesimo, neorepubblicanesimo, neo-repubblicanesimo, neo repubblicanesimo, Massimo Morigi, marxism, neo marxism, neo-marxism, republicansim, neo republicanism, neo-republicanism, Marxismus, neue Marxismus, Republikanismus, neue Republikanismus, republicanismo, neo-republicanismo, marxismo, neo-marxismo, républicanisme, néo-républicanisme, néorépublicanisme, marxisme, néomarxisme, néo-marxisme, marxismo, neomarxismo, neo marxismo, neo-marxismo, repubblicanesimo, neorepubblicanesimo, neo-repubblicanesimo, neo repubblicanesimo, Hannah Arendt, marxism, neo marxism, neo-marxism, republicansim, neo republicanism, neo-republicanism, Marxismus, neue Marxismus, Republikanismus, neue Republikanismus, republicanismo, neo-republicanismo, marxismo, neo-marxismo, républicanisme, néo-républicanisme, néorépublicanisme, marxisme, néo-marxisme, marxismo, neomarxismo, neo marxismo, neo-marxismo, repubblicanesimo, neorepubblicanesimo, neo-repubblicanesimo, neo repubblicanesimo, Karl Marx, marxism, neo marxism, neo-marxism, republicansim, neo republicanism, neo-republicanism, Marxismus, neue Marxismus, Republikanismus, neue Republikanismus, republicanismo, neo-republicanismo, marxismo, neo-marxismo, républicanisme, néo-républicanisme, néorépublicanisme, marxisme, néo-marxisme, marxismo, neomarxismo, neo marxismo, neo-marxismo, repubblicanesimo, neorepubblicanesimo, neo-repubblicanesimo, neo repubblicanesimo, Carl Schmitt, marxism, neo marxism, neo-marxism, republicansim, neo republicanism, neo-republicanism, Marxismus, neue Marxismus, Republikanismus, neue Republikanismus, republicanismo, neo-republicanismo, marxismo, neo-marxismo, républicanisme, néo-républicanisme, néorépublicanisme, marxisme, néo-marxisme, marxismo, neomarxismo, neo marxismo, neo-marxismo, repubblicanesimo, neorepubblicanesimo, neo-repubblicanesimo, neo repubblicanesimo, Walter Benjamin, marxism, neo marxism, neo-marxism, republicansim, neo republicanism, neo-republicanism, Marxismus, neue Marxismus, Republikanismus, neue Republikanismus, republicanismo, neo-republicanismo, marxismo, neo-marxismo, républicanisme, néo-républicanisme, néorépublicanisme, marxisme, néo-marxisme, marxismo, neomarxismo, neo marxismo, neo-marxismo, repubblicanesimo, neorepubblicanesimo, neo-repubblicanesimo, neo repubblicanesimo, Ludovico Geymonat, marxism, neo marxism, neo-marxism, republicansim, neo republicanism, neo-republicanism, Marxismus, neue Marxismus, Republikanismus, neue Republikanismus, republicanismo, neo-republicanismo, marxismo, neo-marxismo, républicanisme, néo-républicanisme, néorépublicanisme, marxisme, néo-marxisme , marxismo, neomarxismo, neo marxismo, neo-marxismo, repubblicanesimo, neorepubblicanesimo, neo-repubblicanesimo, neo repubblicanesimo, Machiavelli, marxism, neo marxism, neo-marxism, republicansim, neo republicanism, neo-republicanism, Marxismus, neue Marxismus, Republikanismus, neue Republikanismus, republicanismo, neo-republicanismo, marxismo, neo-marxismo, 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neo-marxismo, repubblicanesimo, neorepubblicanesimo, neo-repubblicanesimo, neo repubblicanesimo, Lenin, marxism, neo marxism, neo-marxism, republicansim, neo republicanism, neo-republicanism, Marxismus, neue Marxismus, Republikanismus, neue Republikanismus, republicanismo, neo-republicanismo, marxismo, neo-marxismo, républicanisme, néo-républicanisme, néorépublicanisme, marxisme, néo-marxisme, marxismo, neomarxismo, neo marxismo, neo-marxismo, repubblicanesimo, neorepubblicanesimo, neo-repubblicanesimo, neo repubblicanesimo, Hobbes, marxism, neo marxism, neo-marxism, republicansim, neo republicanism, neo-republicanism, Marxismus, neue Marxismus, Republikanismus, neue Republikanismus, republicanismo, neo-republicanismo, marxismo, neo-marxismo, républicanisme, néo-républicanisme, néorépublicanisme, marxisme, néo-marxisme, marxismo, neomarxismo, neo marxismo, neo-marxismo, repubblicanesimo, neorepubblicanesimo, neo-repubblicanesimo, neo repubblicanesimo, Karl Popper , marxism, neo marxism, neo-marxism, republicansim, neo republicanism, neo-republicanism, Marxismus, neue Marxismus, Republikanismus, neue Republikanismus, republicanismo, neo-republicanismo, marxismo, neo-marxismo, républicanisme, néo-républicanisme, néorépublicanisme, marxisme, néo-marxisme, marxismo, neomarxismo, neo marxismo, neo-marxismo, repubblicanesimo, neorepubblicanesimo, neo-repubblicanesimo, neo repubblicanesimo, Leo Strauss , marxism, neo marxism, neo-marxism, republicansim, neo republicanism, neo-republicanism, Marxismus, neue Marxismus, Republikanismus, neue Republikanismus, republicanismo, neo-republicanismo, marxismo, neo-marxismo, républicanisme, néo-républicanisme, néorépublicanisme, marxisme, néo-marxisme, marxismo, neomarxismo, neo marxismo, neo-marxismo, repubblicanesimo, neorepubblicanesimo, neo-repubblicanesimo, neo repubblicanesimo, Jacques Derrida , marxism, neo marxism, neo-marxism, republicansim, neo republicanism, neo-republicanism, Marxismus, neue Marxismus, Republikanismus, neue Republikanismus, republicanismo, neo-republicanismo, marxismo, neo-marxismo, républicanisme, néo-républicanisme, néorépublicanisme, marxisme, néo-marxisme, marxismo, neomarxismo, neo marxismo, neo-marxismo, repubblicanesimo, neorepubblicanesimo, neo-repubblicanesimo, neo repubblicanesimo, Max Horkheimer , marxism, neo marxism, neo-marxism, republicansim, neo republicanism, neo-republicanism, Marxismus, neue Marxismus, Republikanismus, neue Republikanismus, republicanismo, neo-republicanismo, marxismo, neo-marxismo, républicanisme, néo-républicanisme, néorépublicanisme, marxisme, néo-marxisme, marxismo, neomarxismo, neo marxismo, neo-marxismo, repubblicanesimo, neorepubblicanesimo, neo-repubblicanesimo, neo repubblicanesimo, Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno , marxism, neo marxism, neo-marxism, republicansim, neo republicanism, neo-republicanism, Marxismus, neue Marxismus, Republikanismus, neue Republikanismus, republicanismo, neo-republicanismo, marxismo, neo-marxismo, républicanisme, néo-républicanisme, néorépublicanisme, marxisme, néo-marxisme, marxismo, neomarxismo, neo marxismo, neo-marxismo, repubblicanesimo, neorepubblicanesimo, neo-repubblicanesimo, neo repubblicanesimo, Jean Baudrillard , marxism, neo marxism, neo-marxism, republicansim, neo republicanism, neo-republicanism, Marxismus, neue Marxismus, Republikanismus, neue Republikanismus, republicanismo, neo-republicanismo, marxismo, neo-marxismo, républicanisme, néo-républicanisme, néorépublicanisme, marxisme, néo-marxisme, marxismo, neomarxismo, neo marxismo, neo-marxismo, repubblicanesimo, neorepubblicanesimo, neo-repubblicanesimo, neo repubblicanesimo, Jean-François Lyotard , marxism, neo marxism, neo-marxism, republicansim, neo republicanism, neo-republicanism, Marxismus, neue Marxismus, Republikanismus, neue Republikanismus, republicanismo, neo-republicanismo, marxismo, neo-marxismo, républicanisme, néo-républicanisme, néorépublicanisme, marxisme, néo-marxisme, marxismo, neomarxismo, neo marxismo, neo-marxismo, repubblicanesimo, neorepubblicanesimo, neo-repubblicanesimo, neo repubblicanesimo, Ernst Mach , marxism, neo marxism, neo-marxism, republicansim, neo republicanism, neo-republicanism, Marxismus, neue Marxismus, Republikanismus, neue Republikanismus, republicanismo, neo-republicanismo, marxismo, neo-marxismo, républicanisme, néo-républicanisme, néorépublicanisme, marxisme, néo-marxisme, marxismo, neomarxismo, neo marxismo, neo-marxismo, repubblicanesimo, neorepubblicanesimo, neo-repubblicanesimo, neo repubblicanesimo, Massimo Morigi, Hannah Arendt, Karl Marx, Walter Benjamin, Machiavelli, Nietzsche, Ludovico Geymonat, Lenin, Carl Schmit , Hobbes, Martin Heidegger, Karl Popper, Leo Strauss, Jacques Derrida, Max Horkheimer, Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno, Jean Baudrillard, Jean-François Lyotard, Ernst Mach, marxism, neo marxism, neo-marxism, republicansim, neo republicanism, neo-republicanism, Massimo Morigi, Hannah Arendt, Karl Marx, Walter Benjamin, Machiavelli, Nietzsche, Ludovico Geymonat, Lenin, Carl Schmit , Hobbes, Martin Heidegger, Karl Popper, Leo Strauss, Jacques Derrida, Max Horkheimer, Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno, Jean Baudrillard, Jean-François Lyotard, Ernst Mach, Marxismus, neue Marxismus, Republikanismus, neue Republikanismus, Massimo Morigi, Hannah Arendt, Karl Marx, Walter Benjamin, Machiavelli, Nietzsche, Ludovico Geymonat, Lenin, Carl Schmit , Hobbes, Martin Heidegger, Karl Popper, Leo Strauss, Jacques Derrida, Max Horkheimer, Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno, Jean Baudrillard, Jean-François Lyotard, Ernst Mach, republicanismo, neo-republicanismo, marxismo, neo-marxismo, Massimo Morigi, Hannah Arendt, Karl Marx, Walter Benjamin, Machiavelli, Nietzsche, Ludovico Geymonat, Lenin, Carl Schmit , Hobbes, Martin Heidegger, Karl Popper, Leo Strauss, Jacques Derrida, Max Horkheimer, Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno, Jean Baudrillard, Jean- François Lyotard, Ernst Mach , républicanisme, néo-républicanisme, néorépublicanisme, marxisme, néomarxisme, néo-marxisme, Massimo Morigi, Hannah Arendt, Karl Marx, Walter Benjamin, Machiavelli, Nietzsche, Ludovico Geymonat, Lenin, Carl Schmit , Hobbes, Martin Heidegger, Karl Popper, Leo Strauss, Jacques Derrida, Max Horkheimer, Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno, Jean Baudrillard, Jean-François Lyotard, Ernst Mach, Massimo Morigi, Stefano Salmi, Hannah Arendt, Karl Marx, Walter Benjamin, Luigi Bonaparte, Carl Schmitt, Machiavelli, Hobbes, Martin Heidegger, Karl Popper, Leo Strauss, Jacques Derrida, Jean Baudrillard, Friedrich Wilhelm Nietzsche, Jean-François Lyotard, Ludovico Geymonat, Lenin, Vladimir Ilyich Ulyanov, Max Horkheimer, Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno, Lotze, Richard Wolin, Fredric Jameson, Terry Eagleton, Ernst Jünger, Arthur Moeller van den Bruck, Ernst Niekisch, Ludwig Klages, Jef rey Herf, Paul de Man , Ortwin de Graef, Ernst Mach, Cartesio, Leviatano, René Descartes, Catechon, Katechon, bestia bionda, postmoderno, postmodernità, postmodernismo, postmodernity, postmodernism, postmodernisme, postmodernité, post-modernismo, post-moderno, post modernismo, post moderno “Repubblicanesimo”; “Repubblicanesimo”; “Repubblicanesimo”;PA “Marxismo”; “Marxismo”; “Marxismo”; “Marxismo”; “Marxismo” “Repubblicanesimo”; “Repubblicanesimo”; “Repubblicanesimo”; “Marxismo”; “Marxismo”; “Marxismo”; “Marxismo”; “Marxismo” , Geopolitics, Romagnolo, Tribuno Romagna, Auctoritas, Romandiola, Forlì, Fondamentalismo, Imperatore, Re te “Repubblica”; impero “République”;i “Republic”; “Republique”; “Republica”; “Republica”; “República”; “Repvbblica”; “Res Publica”; “Res Pvblica”; “Republik”; “Nuova Repubblica”; “Nvova Repvbblica”; “Nova República”; “Nova Republica”; “nueva República”; “ nueva Republica”; “New Republic”; “ Nouvelle République”; “Nouvelle Republique”; “ Neue Republik”; “Nova Re Publica”; “Nova Re Pvblica”; “Politica”; “Politique”; “Política”; “Politics”; “Policy”; “Politik”; “Repubblica Italiana”; “Repvbblica Italiana”; “Italian Republic”; “République italienne”; “Republique italienne”; “ Republica Itáliania”; “Republica Italiania”; “Italienische Republik”
  • 154. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 154 di 158 ef etto tunnel, ef etto tunnel quantico, effetto tunnel quantistico, tunnel effect, tunneling effect, Quantum tunneling ef ect, Quantum tunnel effect, Quantum bilocation, Quantum bilocation effect, bilocazione, bilocazione quantica, bilocazione quantistica, ef etto della bilocazione quantica, Quantum mechanics multi location, Quantum mechanics multi-location, Quantum mechanics multi location, Quantum mechanics multi locations, Quantum mechanics multi-locations, Quantum mechanics multi locations, multi locazione quantica, multi-locazione quantica, multilocazione quantica, multi locazione quantistica, multi-locazione quantistica, multilocazione quantistica, multi locazione, multi-locazione, multilocazione , zoon politikon, polis, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, The Work of Art in the Age of Mechanical Reproduction, Das Kunstwerk im Zeitalter seiner technischen Reproduzierbarkeit, L’OEuvre d’art à l’époque de sa reproductibilité technique, L’oeuvre d’art à l’ère de sa reproductibilité technique, L’opera d’arte nell’epoca della sua rip roducibilità meccanica, Massimo Morigi, Fiat ars - pereat mundus, Aesthetica fascistica I, homo laborans/faber, homo laborans, homo faber, Cappella dei Martiri, Gesamtkunstwerk, opera d’arte totale, empowerment , Res Publica, Ezra Pound, Pound, Morigi, Waldemar George, Filippo de Pisis, Charles Edouard Jeanneret, Le Corbusier, Incipit novus ordo, Arnaldo Carpanetti, Fortunato Depero, Depero, Osvaldo Peruzzi, Ernesto Michahelles, Thayhat, Prampolini, Enrico Prampolini, Ferruccio Vecchi, The Theory of the Avant-Garde, Theory of the Avant-Garde, Renato Poggioli, Peter Bürger, Tertulliano, agorà, De Chirico, Giorgio De Chirico, Raffaello, Raf aello Sanzio, Scuola di Atene, Ciano, Galeazzo Ciano, Gian Galeazzo Ciano, Diario di Ciano, Carrà, Carlo Carrà, Emil Nolde, Omero, Sepp Hilz, Werner Peiner, Oscar Martin Amorbach, Adolf Ziegler, Konrad Hommel, Arno Breker, Ghunther von Hagens, Capitan Harlock, Gianna Nannini, Voltaire, François-Marie Arouet, Lettres Philosophiques, Bacone, Francesco Bacone, Bacon, Francis Bacon, Novum Organum, Phänomenologie des Geistes, fenomenologia dello spirito, Max Horkheimer, Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno, bios politikos, aiesthesis , Angelus Novus, perdono, Wislawa Szymborska, Schwarze Sonne, Fukuyama, Yoshihiro Francis Fukuyama, Francis Fukuyama, Marx, Karl Marx, Avantgarde, mécanique quantique, mecánica cuántica, mecanica quantica, Quantenphysik, quantischen Mechanik, Dialectique quantique, dialectica quantica, quantum dialektiske, dialética cuántica, dialética quantica, quantum dialektische, dialektische, Avanguardia quantica, avanguardi a quantistica, avant-garde quantica, avant-garde quantistica, quantum avant-garde, avant-garde quantique, vanguardia cuántica, quantischen Avantgarde, Futurismo quantico, futurismo quantistico, quantum futurism, quantischen futurismus, quantisch futurismus, futurisme quantique, futurismo cuántico, Filosofia politica quantica, filosofia politica quantistica, quantum Political philosophy, philosophie politique quantique, quantischen politische Philosophie, filosofia politica cuántica, quantisch politische Philosophie, Storia quantica, storia quantistica, storiografia quantica, storiografi a quantistica, histoire quantique, quantum history, Quantenphysikgeschichte, Quanten geschichte, quantischen geschichte, História cuántica, historia quantica, quantisch geschichte, quantisch Geschichtsschreibung, quantischen Geschichtsschreibung, quantum historiography, historiographie quantique, materialismo historico, materialismo histórico, Eteropia quantica, Eterotopia quantistica, quantum heterotopia, quantum heterotopy, hétérotopie quantique, quantischen heterotopie, heterotopia cuántica, heterotopia quantica, quantisch heterotopie, Quantum superposition heterotopia, quantum superposition heterotopy, quantum entanglement heterotopia, quantum entanglement heterotopy, eterotopia quantica, eterotopia quantistica, Superposition quantico-eterotopica, superposition quanto-eterotopica, superposition quantistico-eterotopica, superposition eterotopica-quantica, superposition eterotopica- quantistica, quantico-eterotopica superposition, quanto-eterotopica superposition, quantistico-eterotopica superposition, eterotopica-quantica superposition, eterotopica-quantistica superposition, eterotopica-quantica superposition, eterotopico-quantica superposition, eterotopico-quantistica superposition, eterotopico-quantica superposition, heterotopic quantum entanglement, heterotopian quantum entanglement, heterotopic quantum superpositon, heterotopian quantum entanglement, entanglement eterotopico-quantico, entanglement eterotopico-quantistico, entanglement eterotopico-quantico, entanglement quantico-eterotopico, entanglement quantistico-eterotopico, entanglement quantico-eterotopico, quantico-eterotopico entanglement, quantistico-eterotopico entanglement, quantico-eterotopico entanglement, entanglement quantistico-eterotopico, entanglement quantico-eterotopico, entanglement quantico-eterotopico, quantico-eterotopico entanglement, Quantum observer heterotopia, Quantum observer heterotopy, heterotopian quantum observer, heterotopic quantum observer, eterotopia dell’osservatore quantico, eterotopia del ’osservatore quantistico, materialismo storico quantico, materialismo storico quantistico, quantischen Historischer Materialismus, matérialisme historique quantique, Quantum historical materialism, materialismo historico quantico, materialismo histórico cuántico, materialismo dialettico quantico, materialismo dialettico quantistico, Quantum dialectical materialism, quantischen Dialektischer Materialismus, Matérialisme dialectique quantique, materialismo dialético cuántico, materialismo dialéctico quantico, materialismo storico-dialettico, materialismo storico e dialettico, materialismo storico e materialismo dialettico, historical dialectical materialism, historical-dialectical-materialism, matérialisme historique-dialectique, matérialisme historique et dialectique, Dialektisch-historischer Materialismus, dialektischen und historischen Materialismus, Materialismo Histórico Dialético, materialismo historico dialéctico, materialismo quantico storico-dialettico, materialismo quantico e storico-dialettico, materialismo quantistico storico-dialettico, materialismo quantistico e storico-dialettico, materialismo storico-dialettico quantico, materialismo storico-dialettico quantistico, materialismo storico e dialettico quantico, materialismo storico e dialettico quantistico, materialismo storico e materialismo dialettico quantici, materialismo storico e materialismo dialettico quantistici, materialismo quantico-storico-dialettico, materialismo quantistico-storico-dialettico, quantum historical dialectical materialism, quantum historical-dialectical-materialism, matérialisme quantique-historique-dialectique, matérialisme quantique historique et dialectique, quantischen Dialektisch-historischer Materialismus, quantisch dialektischen und historischen Materialismus, Materialismo cuántico Histórico Dialético, materialismo quantico historico dialéctico, Diamat quantistico, Diamat quantico, quantum Diamat, Diamat quantique, quantisch Diamat, quantischen Diamat, Diamat cuántico, materialismo quantico, materialismo quantistico, quantum materialism, matérialisme quantique, quantisch materialismus, quantischen materialismus, materialismo cuántico, marxismo quantistico, marxismo quantico, quantum marxism, marxisme quantique, quantisch marxismus, quantischen marxismus, marxismo cuántico, neo marxismo quantico, neo marxismo quantistico, neo-marxismo quantico, neo-marxismo quantistico, neomarxismo quantico, neomarxismo quantistico, quantisch neue marxismus, quantischen neue marxismus, quantisch neo marxismus, quantischen neo marxismus, quantisch neomarxismus, quantischen neomarxismus, néo-marxisme quantistique, néomarxisme quantistique, neo-marxismo cuántico, repubblicanesimo quantico, repubblicanesimo quantistico, quantum republicanism, républicanisme quantique, quantischen republikanismus, quantisch republikanismus, republicanismo quantico, republicanismo cuántico, neorepubblicanesimo quantico, neo repubblicanesimo quantistico, neo-repubblicanesimo quantico, neo-repubblicanesimo quantistico, neo repubblicanesimo quantico, neo repubblicanesimo quantistico, quantum neo-republicanism, quantum neo republicanism, néo-républicanisme quantique, néorépublicanisme quantique, quantisch neue republikanismus, quantisch neo republikanismus, quantisch neo-republikanismus, quantisch neorepublikanismus, quantischen neue republikanismus, quantischen neo republikanismus, quantischen neo-republikanismus, quantischen neorepublikanismus, neo-republicanismo cuántico, neo republicanismo cuántico, neorepublicanismo cuántico, neorepublicanismo quantico, neo-republicanismo quantico, neo republicanismo quantico, eterotopia quantica, eterotopia quantistica, quantum heterotopia, quantum heterotopy, hétérotopie quantistique, quantischen heterotopie, quantisch heterotopie, heterotopia quantica, heterotopia cuántica, Sublime, erhaben, sublimis,Sublime eterotopia, sublime heterotopia, sublime heterotopy, sublime hétérotopie , erhaben heterotopie, Sublime eterotopico, sublime eterotopistico, heterotopic sublime, heterotopian sublime, sublime Hétérotopic, aposublime, Eterotopia, heterotopia, heterotopy, hétérotopie, heterotopie, Melnikov, El Lissitzky, Gustav Klutsis, Cappella dei Martiri, Emil Nolde, Teoria estetica, Quarto d’ora di poesia della X Mas, X Mas, Gioventù italiana del littorio, Hegel, Georg Wilhelm Friedrich Hegel, Dialettica, dialettica marxista, dialectique marxiste, marxist dialectics, marxist dialectic, marxist dialectic method, marxistiche dialektik, marxistische dialektik, dialectica marxista, dialéctica marxista, dialettica neomarxista, dialettica neo marxista, dialettica neo-marxista, dialectique néo-marxiste, neo-marxist dialectics, neo-marxist dialectic, neo-marxist dialectic method, neue marxistische dialektik, neo marxistische dialektik, dialéctica neo-marxista, dialectica neo-marxista, dialettica repubblicana, republican dialectics, republican dialectic, republican dialectic method, republikanische dialektik, republikanischer dialektik, dialectique républicaine, dialéctica republicana, dialectica republicana, dialettica neorepubblicana, dialettica neo repubblicana, dialettica neo-repubblicana, neo-republican dialectics, neo-republican dialectic, neo-republican dialectic method, neue republikanische dialektik, neo republikanische dialektik, néo-républicaine dialectique, dialectica neo-republicana, dialectica néo-republicana, dialettica quantistica, quantum dialectics, quantum dialectic, quantum dialectic method, neo marxismus, neomarxismus , Totalitare Kunst, Totalitäre Kunst, Totalitarian Art, Arte totalitaria, art totalitarienne, materialismo dialettico, Dialektischer Materialismus, Dialectical materialism, Matérialisme dialectique, materialismo dialético, materialismo dialéctico, materialismo storico, Historischer Materialismus, matérialisme historique, Historical Materialism, Poliarchia, Polyarchy, Polyarchie, Poliarquia, postdemocrazia, post-democrazia, Postdemocracy, Post-Democracy, Postdemokratie, Post-Demokratie, post-démocratie, pós-democraci a, post democrazi a, estetizzazione della politica, aestheticization of politics, political aestheticization, politische Ästhetik, ÄSTHETIK DES POLITISCHEN, Aestheticization of Political Action, esthétiquement de la politique, Esthétique et politique, Gesamtkunstwerk, Res Publica, Nazismo, Nazionalsocialismo, Nazisme, national-socialisme, Nationalsocialisme, Nazismus, Nationalsozialismus, Nazism, National Socialism, Absoluten Historismus, historismo absoluto, historicisme absolue, absolute historicism, dialectique, dialectics, dialectic, dialéctica, dialética, Diamat, Scuola di Francoforte, Escola de Frankfurt, Escuela de Frankfurt, Teoria critica, Kritische Theorie, Critical Theory, Théorie critique, Dialettica dell’illuminismo, Scuola di Francoforte, Frankfurt School, Frankfurt er Schule, Teoria critica, Kritische Theorie, Critical Theory, Dialectic of enlightenment, Dialektik der Aufkl ärung, Dialectique de l'Illuminisme, Dialettica del ’illuminismo, Scuola di Francoforte, Frankfurt School, Frankfurter Schule, Teoria critica, Kritische Theorie, Critical Theory, Dialectic of enlightenment, Dialektik der Aufklärung, Dialectique de l'Illuminisme, Dialettica dell’il uminismo, totalitarian rule, arte degenerata, teoria marxista, marxist theory, marxistische Theorie, Théorie marxiste, teoria repubblicana, Republican Theory, théorie républicaine, Republikaner Theorie, republikanische Theorie, teoria neo repubblicana, teoria neo-repubblicana, teoria neorepubblicana, neo-republican theory, neo republican theory, 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principio di osservazione, principio di osservazione quantistico, Quantum observer principle, principio di indeterminazione, uncertainty principle, Quantum Zeno effect, Ef etto Zenone quantistico, retrocausalità, retrocausalità quantistica, retracausality, quantum retrocausality, principio di non località, principio di non località quantistica, nonlocality, quantum nonlocality, quantum nonlocality principle, filosofia politica, Political philosophy, philosophie politique, politische Philosophie, , Massimo Morigi, Mao, Aesthetica fascistica, mostra del a rivoluzione fascista del 1932, estetica, aesthetica, tradizionalismo, modernismo, fascio, arte fascista, arte nazista, arte totalitaria, estetica fascista, estetica nazista, avant garde, totalitarismo imperfetto, Ventennio, fascismo italiano, Novecento, novecentismo, Stalin, Piacentini, Marcello Piacentini, Espressionismo, Expressionismus, Expressionism, Expressionisme, Sarfatti, Margherita Sarfatti, Piacentini, Marcello Piacentini, Terragni, Giuseppe Terragni, Libera, Adalberto, Libera, Aesthetica, Fascistica, Aesthetica Fascistica I, neo republicanismo, neo-republicanismo, neorepublicanismo, republicanismo, républicanisme, Republicanisme, marxism, marxisme, neo-repubblicanesimo, neo repubblicanesimo, néomarxisme, néo marxisme, néo-marxisme, neomarxsime, neo marxisme, neo marxismo, neo-marxismo, neo-marxism, neo marxism, neo marxismus, neomarxismus, neue marxismus, totalitarisme, totalitarism, fascism, fascisme, faschismus, nazionalsocialismo, nazional socialismo, nazional-socialismo, nazism, National socialism, nazisme, National socialisme, National socialisme, nazismus, nationalsozialismus, post democrazia, post-democrazia, post democracy, postdemocracy, post-démocratie, postdémocratie, post demokratie, postdemokratie, post democrazia, post-democracia, postdemocraci a, turbo capitalismo, turbo-capitalismo, turbo capitalism, turbo-capitalism, turbocapitalism, turbo capitalisme, turbocapitalisme, 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repubblicanesimo, marxismo, neomarxismo, fascismo, estetizzazione della politica, futurismo, avant-garde, avantgarde, Marinetti, Hannah Arendt, Vita Activa, Leo Strauss, Angelus Novus, Wislawa Szymborska, Vita Activa La condizione umana, Lieta novella, Gesù, perdono, effetto tunnel, effetto tunnel quantico, ef etto tunnel quantistico, tunnel ef ect, tunneling ef ect, Quantum tunneling effect, Quantum tunnel ef ect, Quantum bilocation, Quantum bilocation ef ect, bilocazione, bilocazione quantica, bilocazione quantistica, effetto della bilocazione quantica, Quantum mechanics multi location, Quantum mechanics multi-location, Quantum mechanics multi location, Quantum mechanics multi locations, Quantum mechanics multi-locations, Quantum mechanics multi locations, multi locazione quantica, multi-locazione quantica, multilocazione quantica, multi locazione quantistica, multi-locazione quantistica, multilocazione quantistica, multi locazione, multi-locazione, multilocazione , Sublime, erhaben, 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Materialismus, matérialisme historique, Historical Materialism, Poliarchia, Polyarchy, Polyarchie, Poliarquia, postdemocrazi a, post-democrazia, Postdemocracy, Post-Democracy, Postdemokratie, Post-Demokratie, post-démocratie, pós-democracia, post democrazia, estetizzazione della politica, aestheticization of politics, political aestheticization, politische Ästhetik, ÄSTHETIK DES POLITISCHEN, Aestheticization of Political Action, esthétiquement de la politique, Esthétique et politique, Gesamtkunstwerk, Res Publica, Nazismo, Nazionalsocialismo, Nazisme, national-socialisme, Nationalsocialisme, Nazismus, Nationalsozialismus, Nazism, National Socialism, Absoluten Historismus, historismo absoluto, historicisme absolue, absolute historicism, dialectique, dialectics, dialectic, dialéctica, dialética, Diamat, Scuola di Francofort e, Escola de Frankfurt, Escuela de Frankfurt, Teoria critica, Kritische Theorie, Critical Theory, Théorie critique, Dialettica dell’illuminismo, Scuola di 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Kunst, Paul Joseph Goebbels, Joseph Goebbels, Goebbels, Mussolini, Benito Mussolini, Bottai, Alfredo Bottai, Sironi, Mario Sironi, katechon, catechon, Gesamtkunstwerk, mostra del decennale della rivoluzione fascista, mostra della rivoluzione fascista, mostra della rivoluzione fascista del 1933, premio Cremona, Farinacci, Joseph Conrad, Cuore di tenebra, Heart of Darkness, Totalitarian art, Totalitariske Kunst, Web, Internet, Politicizzazione dell’estetica, estetizzazione della violenza, Benjamin, Walter Benjamin, Machiavelli, Niccolò Machiavelli, Tesi di filosofia della storia, William Shakespeare, Shakespeare, Ariel’s Song, The Tempest, Act 1, Scene 2, The Tempest, Cattolicesimo romano e forma politica, Cattolicesimo romano, Cattolicesimo, Max Horkheimer, Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno, Colin Crouch, Golomstock, paracosmo, teologia, fantoccio ,REPUBLICANISM, MARXISM, REPUBLIKANISMUS, MARXISMUS, NEUE REPUBLIKANISMUS, NEUE MARXISMUS, NEO REPUBLICANISM, NEO MARXISM, TOTALITARISMO, 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Geschichtsschreibung, quantum historiography, historiographie quantique, materialismo historico, materialismo histórico, Eteropia quantica, Eterotopia quantistica, quantum heterotopia, quantum heterotopy, hétérotopie quantique, quantischen heterotopie, heterotopia cuántica, heterotopia quantica, quantisch heterotopie, Quantum superposition heterotopia, quantum superposition heterotopy, quantum entanglement heterotopia, quantum entanglement heterotopy, eterotopia quantica, eterotopia quantistica, Superposition quantico-eterotopica, superposition quanto-eterotopica, superposition quantistico-eterotopica, superposition eterotopica- quantica, superposition eterotopica- quantistica, quantico-eterotopica superposition, quanto-eterotopica superposition, quantistico-eterotopica superposition, eterotopica-quantica superposition, eterotopica-quantistica superposition, eterotopica-quantica superposition, eterotopico-quantica superposition, eterotopico- quantistica superposition, 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materialism, materialismo historico quantico, materialismo histórico cuántico, materialismo dialettico quantico, materialismo dialettico quantistico, Quantum dialectical materialism, quantischen Dialektischer Materialismus, Matérialisme dialectique quantique, materialismo dialético cuántico, materialismo dialéctico quantico, materialismo storico-dialettico, materialismo storico e dialettico, materialismo storico e materialismo dialettico, historical dialectical materialism, historical-dialectical-materialism, matérialisme historique-dialectique, matérialisme historique et dialectique, Dialektisch-historischer Materialismus, dialektischen und historischen Materialismus, Materialismo Histórico Dialético, materialismo historico dialéctico, materialismo quantico storico-dialettico, materialismo quantico e storico-dialettico, materialismo quantistico storico-dialettico, materialismo quantistico e storico-dialettico, materialismo storico-dialettico quantico, materialismo storico-dialettico 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Ästhetik, ÄSTHETIK DES POLITISCHEN, Aestheticization of Political Action, esthétiquement de la politique, Esthétique et politique, Gesamtkunstwerk, Res Publica, Nazismo, Nazionalsocialismo, Nazisme, national-socialisme, Nationalsocialisme, Nazismus, Nationalsozialismus, Nazism, National Socialism, Absoluten Historismus, historismo absoluto, historicisme absolue, absolute historicism, dialectique, dialectics, dialectic, dialéctica, dialética, Diamat, Scuola di Francoforte, Escola de Frankfurt, Escuela de Frankfurt, Teoria critica, Kritische Theorie, Critical Theory, Théorie critique, Dialettica del ’illuminismo, Scuola di Francoforte, Frankfurt School, Frankfurter Schule, Teoria critica, Kritische Theorie, Critical Theory, Dialectic of enlightenment, Dialektik der Aufklärung, Dialectique de l'Illuminisme, Dialettica dell’il uminismo, Scuola di Francoforte, Frankfurt School, Frankfurter Schule, Teoria critica, Kritische Theorie, Critical Theory, Dialectic of enlightenment, Dialektik der 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estetica, aesthetica, tradizionalismo, modernismo, fascio, arte fascista, arte nazista, arte totalitaria, estetica fascista, estetica nazista, avant garde, totalitarismo imperfetto, Ventennio, fascismo italiano, Novecento, novecentismo, Stalin, Piacentini, Marcello Piacentini, Espressionismo, Expressionismus, Expressionism, Expressionisme, Sarfatti, Margherita Sarfatti, Piacentini, Marcello Piacentini, Terragni, Giuseppe Terragni, Libera, Adalberto, Libera, Aesthetica, Fascistica, Aesthetica Fascistica I, neo republicanismo, neo-republicanismo, neorepublicanismo, republicanismo, républicanisme, Republicanisme, marxism, marxisme, neo-repubblicanesimo, neo repubblicanesimo, néomarxisme, néo marxisme, néo-marxisme, neomarxsime, neo marxisme, neo marxismo, neo-marxismo, neo-marxism, neo marxism, neo marxismus, neomarxismus, neue marxismus, totalitarisme, totalitarism, fascism, fascisme, faschismus, nazionalsocialismo, nazional socialismo, nazional-socialismo, nazism, National socialism, 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Filosofia politica quantica, filosofia politica quantistica, quantum Political philosophy, philosophie politique quantique, quantischen politische Philosophie, filosofia politica cuántica, quantisch politische Philosophie, Storia quantica, storia quantistica, storiografi a quantica, storiografi a quantistica, histoire quantique, quantum history, Quantenphysikgeschichte, Quanten geschichte, quantischen geschichte, História cuántica, historia quantica, quantisch geschichte, quantisch Geschichtsschreibung, quantischen Geschichtsschreibung, quantum historiography, historiographie quantique, materialismo historico, materialismo histórico, Eteropia quantica, Eterotopia quantistica, quantum heterotopia, quantum heterotopy, hétérotopie quantique, quantischen heterotopie, heterotopia cuántica, heterotopia quantica, quantisch heterotopie, Quantum superposition heterotopia, quantum superposition heterotopy, quantum entanglement heterotopia, quantum entanglement heterotopy, eterotopia quantica, 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er Schule, Teoria critica, Kritische Theorie, Critical Theory, Dialectic of enlightenment, Dialektik der Aufklärung, Dialectique de l'Illuminisme, Dialettica dell’illuminismo, Scuola di Francoforte, Frankfurt School, Frankfurter Schule, Teoria critica, Kritische Theorie, Critical Theory, Dialectic of enlightenment, Dialektik der Aufklärung, Dialectique de l'Illuminisme, Dialettica dell’illuminismo, totalitarian rule, arte degenerata, teoria marxista, marxist theory, marxistische Theorie, Théorie marxiste, teoria repubblicana, Republican Theory, théorie républicaine, Republikaner Theorie, republikanische Theorie, teoria neo repubblicana, teoria neo-repubblicana, teoria neorepubblicana, neo-republican theory, neo republican theory, théorie néo-républicaine, théorie néo républicaine, neo marxist theory, neo-marxist theory, théorie néo-marxiste, théorie néo marxiste, neue marxistische Theorie, meccanica quantistica, teoria neo-marxista, teoria neo marxista, teoria neomarxista, Quantum 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Nietzsche, Totalitare Kunst, Totalitäre Kunst, Totalitarian Art, Arte totalitaria, art totalitarienne, materialismo dialettico, Dialektischer Materialismus, Dialectical materialism, Matérialisme dialectique, materialismo dialético, materialismo dialéctico, materialismo storico, Historischer Materialismus, matérialisme historique, Historical Materialism, Poliarchia, Polyarchy, Polyarchie, Poliarquia, postdemocrazia, post-democrazia, Postdemocracy, Post-Democracy, Postdemokratie, Post-Demokratie, post-démocratie, pós-democracia, post democrazia, estetizzazione della politica, aestheticization of politics, political aestheticization, politische Ästhetik, ÄSTHETIK DES POLITISCHEN, Aestheticization of Political Action, esthétiquement de la politique, Esthétique et politique, Gesamtkunstwerk, Res Publica, Nazismo, Nazionalsocialismo, Nazisme, national-socialisme, Nationalsocialisme, Nazismus, Nationalsozialismus, Nazism, National Socialism, Absoluten Historismus, historismo absoluto, 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Benjamin, Machiavelli, Niccolò Machiavelli, Tesi di filosofia della storia, Max Horkheimer, Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno, teologia, effetto tunnel, ef etto tunnel quantico, effetto tunnel quantistico, tunnel effect, tunneling effect, Quantum tunneling effect, Quantum tunnel effect, Quantum bilocation, Quantum bilocation effect, bilocazione, bilocazione quantica, bilocazione quantistica, effetto della bilocazione quantica, Quantum mechanics multi location, Quantum mechanics multi-location, Quantum mechanics multi location, Quantum mechanics multi locations, Quantum mechanics multi-locations, Quantum mechanics multi locations, multi locazione quantica, multi-locazione quantica, multilocazione quantica, multi locazione quantistica, multi-locazione quantistica, multilocazione quantistica, multi locazione, multi-locazione, multilocazione , zoon politikon, polis, Massimo Morigi, Fiat ars - pereat mundus, Aesthetica fascistica I, homo laborans/ faber, homo laborans, Stefano Salmi, The Theory of the Avant-Garde, Theory of the Avant-Garde, agorà, Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno, bios politikos, aiesthesis, Angelus Novus, Schwarze Sonne, Marx, Karl Marx, Avantgarde, mécanique quantique, mecánica cuántica, mecanica quantica, Quantenphysik, quantischen Mechanik, Dialectique quantique, dialectica quantica, quantum dialektiske, dialética cuántica, dialética quantica, quantum dialektische, dialektische, Avanguardia quantica, avanguardia quantistica, avant-garde quantica, avant-garde quantistica, quantum avant-garde, avant-garde quantique, vanguardia cuántica, quantischen Avantgarde, Futurismo quantico, futurismo quantistico, quantum futurism, quantischen futurismus, quantisch futurismus, futurisme quantique, futurismo cuántico, Filosofia politica quantica, filosofia politica quantistica, quantum Political philosophy, philosophie politique quantique, quantischen politische Philosophie, filosofi a politica cuántica, quantisch politische Philosophie, Storia quantica, storia 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  • 155. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 155 di 158 marxismo, républicanisme, néo-républicanisme, néorépublicanisme, marxisme, néo-marxisme, marxismo, neomarxismo, neo marxismo, neo-marxismo, repubblicanesimo, neorepubblicanesimo, neo-repubblicanesimo, neo repubblicanesimo, Machiavelli, marxism, neo marxism, neo-marxism, republicansim, neo republicanism, neo-republicanism, Marxismus, neue Marxismus, Republikanismus, neue Republikanismus, republicanismo, neo-republicanismo, marxismo, neo-marxismo, républicanisme, néo-républicanisme, néorépublicanisme, marxisme, néo-marxisme, Machiavelli, marxismo, neomarxismo, neo marxismo, neo-marxismo, repubblicanesimo, neorepubblicanesimo, neo-repubblicanesimo, neo repubblicanesimo, Martin Heidegger, marxism, neo marxism, neo- marxism, Massimo Morigi, Hannah Arendt, Karl Marx, Walter Benjamin, Machiavelli, Nietzsche, Ludovico Geymonat, Lenin, Carl Schmitt, Hobbes, Martin Heidegger, Karl Popper, Leo Strauss, Jacques Derrida, Max Horkheimer, Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno, Jean Baudrillard, Jean-François Lyotard, Ernst Mach, marxism, neo marxism, neo-marxism, republicansim, neo republicanism, neo-republicanism, Massimo Morigi, Hannah Arendt, Karl Marx, Walter Benjamin, Machiavelli, Nietzsche, Massimo Morigi, Ludovico Geymonat, Lenin, Carl Schmitt, Hobbes, Martin Heidegger, Karl Popper, Leo Strauss, Jacques Derrida, Max Horkheimer, Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno, Jean Baudrillard, Jean-François Lyotard, Ernst Mach, marxism, neo marxism, neo-marxism, republicansim, neo republicanism, neo-republicanism, Marxismus, neue Marxismus, Republikanismus, neue Republikanismus, Massimo Morigi, Hannah Arendt, Karl Marx, Walter Benjamin, Machiavelli, Nietzsche, Ludovico Geymonat, Lenin, Carl Schmitt, Hobbes, Martin Heidegger, Karl Popper, Leo Strauss, Jacques Derrida, Max Horkheimer, Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno, Jean Baudril ard, Jean-François Lyotard, Ernst Mach, Marxismus, neue Marxismus, Republikanismus, neue Republikanismus, Massimo Morigi, Massimo Morigi, Hannah Arendt, Karl Marx, Walter Benjamin, Machiavelli, Nietzsche, Ludovico Geymonat, Lenin, Carl Schmit , Hobbes, Martin Heidegger, Karl Popper, Leo Strauss, Jacques Derrida, Max Horkheimer, Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno, Jean Baudrillard, Jean-François Lyotard, Ernst Mach, republicanismo, neo-republicanismo, marxismo, neo-marxismo, Massimo Morigi, Massimo Morigi, Stefano Salmi, Hannah Arendt, Karl Marx, Walter Benjamin, Luigi Bonaparte, Carl Schmitt, Machiavelli, Hobbes, Martin Heidegger, Karl Popper, Leo Strauss, Jacques Derrida, Jean Baudrillard, Friedrich Wilhelm Nietzsche, Jean-François Lyotard, Ludovico Geymonat, Lenin, Vladimir Ilyich Ulyanov, Max Horkheimer, Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno, Lotze, Richard Wolin, Fredric Jameson, Terry Eagleton, Ernst Jünger, Arthur Moeller van den Bruck, Ernst Niekisch, Ludwig Klages, Jef rey Herf, Paul de Man , Ortwin de Graef, Ernst Mach, Cartesio, Leviatano, René Descartes, Catechon, 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  • 156. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 156 di 158 Morigi, Hannah Arendt, Karl Marx, Walter Benjamin, Machiavelli, Nietzsche, Ludovico Geymonat, Lenin, Carl Schmit , Hobbes, Martin Heidegger, Karl Popper, Leo Strauss, Jacques Derrida, Max Horkheimer, Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno, Jean Baudrillard, Jean-François Lyotard, Ernst Mach, Marxismus, neue Marxismus, Republikanismus, neue Republikanismus, Massimo Morigi, Massimo Morigi, Hannah Arendt, Karl Marx, Walter Benjamin, Machiavelli, Nietzsche, Ludovico Geymonat, Lenin, Carl Schmitt, Hobbes, Martin Heidegger, Karl Popper, Leo Strauss, Jacques Derrida, Max Horkheimer, Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno, Jean Baudril ard, Jean-François Lyotard, Ernst Mach, republicanismo, neo-republicanismo, marxismo, neo-marxismo, Massimo Morigi, Massimo Morigi, Stefano Salmi, Hannah Arendt, Karl Marx, Walter Benjamin, Luigi Bonaparte, Carl Schmitt, Machiavelli, Hobbes, Martin Heidegger, Karl Popper, Leo Strauss, Jacques Derrida, 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svolgere il racconto filosofico-politico ( impossibile concepire la dialectica in assenza di traditio ), siamo sideralmente distanti dal suo concetto archeologico e statico della stessa. Il problema in Leo Strauss non è tanto - o non solo - la torsione tradizionalista e conservatrice dello svolgimento del tema della tradizione ( e infatti non a caso Leo Strauss viene considerato un landmark dal neoconservatorismo statunitense ) , ma il fatto che in questo autore, per tanti versi molto significativo perché seppe intendere, anche oltre l’ambito strettamente filosofico- politico, l’insensatezza ed il carattere alienante del mito del progresso ( in un discorso che presenta più di una sotterranea simpatia con la Dialet ica dell’illuminismo di Horkheimer e Adorno e della Scuola di Francofort e ) il pensiero dialettico ( o, più semplicisticamente, il non ragionare per comparti stagni ) fosse del tutto atrofizzato, risultandone alla fine una sorta di contromito dove dimoravano in una sintesi azzardata solo i massimi esponenti del pensiero del mondo classico illuminati dalle fioche luci di pensatori religioso-filosofici islamici ebraici animati da una supposta “ermeneutica del a reticenza”, una “ermeneutica della reticenza” in cui le sconclusionate considerazioni che partendo da questa il Nostro traeva su Machiavelli ( rendendo di pubblico dominio gli arcana imperii del potere politico, il segretario fiorentino - e, al suo seguito tutto il pensiero politico moderno - si sarebbe volontariamente e malvagiamente reso responsabile di un tragico tracollo etico del e società moderne sia sul piano dei comportamenti privati che di quelli pubblici, quasi che la rimozione del problema sia la soluzione, quasi che una nevrosi traslata sul piano culturale e politico-sociale sia un contributo alla tradizione, mentre più propriamente dovrebbe essere chiamata alienazione , una alienazione che nell’attuale sistema capitalistico non opera proprio a favore del recupero dei valori della tradizione) , altro non rivelano tutta la profonda - ed antidialettica nevrosi - che sempre animò il pensiero di Leo Strauss. Oltre che per il suo indiscutibile valore di messa in discussione del mito del progresso, anche - se non soprattutto - per questo lato nevrotico ed alienante, il pensiero di Leo Strauss si presenta paradigmatico dell’attuale stato del pensiero storico e filosofi co e, at raverso il suo rovesciamento, indica la via per uscire dall’attuale afasia antidialettica e postmoderna. Il grande ed incontestabile merito dell’approccio culturalistico è stato quel o di avere fatto emergere soggetti (la cultura giovanile, le donne, le culture non occidentali) che in precedenza, anche in ragione di un marxismo di fatto unicamente rivolto alla critica delle contraddizioni delle società industriali nell’ambito dello scontro di classe dei due suoi principali protagonisti ( il proletariato e la borghesia ), erano stati accuratament e estromessi dal circolo delle narrative storiche. Ora però si tratta di andare oltre questa frammentaria rivalutazione del “mondo dei vinti” perché la sola logica di “ un posto al sole” che dovrebbe essere concesso anche a coloro che uscirono sconfitti dalla storia e dalla narrazione storiografica è assolutamente impotente a porre un argine alla totale perdita di senso - ed anzi per certi versi contribuisce ad aumentarla - che contraddistingue la condizione postmoderna. Questo primo studio ( e quelli che seguiranno ), oltre a voler rendere una resoconto scientifico sull’estetizzazione della politica operata dal fascismo italiano, vuole anche iniziare la riscrittura di un dramma dove la “moralità” non sarà solo nel provvisorio fortunato epilogo (la sconfitta del fascismo) ma, soprattutto, nello svolgersi della dialettica dello scontro fra le pulsioni vitalistiche e libertarie dell’opera d’arte totale così come fu intesa dalle avanguardie e l’interpret azione totalitaria che di questa fu data dalle dit ature del Novecento. Una sorta quindi di “nascita della tragedia” della nostra epoca contemporanea che utilizzando personaggi che furono sconfitti - in questo caso le avanguardie del novecento strumentalizzate e conculcate dal totalitarismo politico ma anche l’analisi marxista la cui odierna disgrazia presso le odierne intellighenzie fa da sfondo all’impotenza politica ed intel ettiva del e stesse -, intende non tanto - o non solo - rivendicare per costoro una sorta di onore delle armi ma costruire una inedita e significativa narrativa e alleanza fra questi, ponendo così le basi per un nuovo repubblicanesimo che nel combattere l’agghiacciante e mortifera afasia postmoderna e postdemocratica sappia recuperare vecchi racconti da cui apparentemente non sembrava esservi più nulla da introiettare e/o progettare rimettendoli al centro di una rinnovato ciclo di saghe e di stor Sull’ analogia/rapporto del e avanguardie artistiche del Novecento e le pulsioni modernizzanti del fascismo cfr. A. Hewitt, Fascist Modernism, Aesthetics, Politics, and the Avant-Garde, Stanford (Calif.), Stanford University Press, 1993 e la sua ricchissima bibliografi a sull’argomento. Sull’errore di identificare il fascismo politico con le spinte libertarie futuriste, fondament ale C. Salaris, Artecrazia. L’avanguardia futurista negli anni del fascismo, Firenze, La Nuova Italia, 1992. In I. Golomstock, Arte totalitaria: nell’ URSS di Stalin, nella Germania di Hitler, nell’Italia di Mussolini e nella Cina di Mao , Milano, Leonardo Editore, 1990, la locuzione “megamacchina totalitaria” viene impiegata diffusamente a significare appunto la costruzione di sistemi totalitari e/o l’utilizzo allo scopo di meccanismi propagandistici che utilizzarono anche le arti figurative e, in particolare, per quanto riguarda l’impiego dell’avanguardia artistica da parte del fascismo, il futurismo. Discorso parzialmente diverso, invece, sul versante opposto della rivoluzione bolscevica, che all’inizio si servì del futurismo e che poi sotto lo stalinismo lo eradicò totalmente e del nazismo per il quale tutta l’arte che non era piat amente figurativa era Entartete Kunst, ovvero arte degenerat a. Tuttavia ritroviamo per la prima volta l’espressione “totalitarian megamachine” in L. Mumford, The Myth of the Machine, v.2, The Pentagon of Power, New York, Harcourt Brace Jovanovich, 1970, dove Lewis Mumford partendo dalla storia antica dell’India, del a Mesopotamia e dell’Egitto e interpretandola alla luce dell’antropologia e della storia delle innovazioni tecnologiche, contesta la comune opinione che la nostra epoca possa definirsi il primo periodo della storia dell’uomo dominato dalla tecnologia in quanto le civiltà antiche prime menzionate inventarono la tecnologia del a megamacchina dell’organizzazione sociale le cui potenzialità totalitarie hanno trovato il loro culmine nell’ odierna civiltà tecnologica che allo schiavo sostituisce i dispositivi meccanici/elettrici/elettronici ma in cui le possibilità di contestazione della moderna “megamacchina totalitaria” sono, come in quelle delle civiltà scomparse, praticamente ridotte a zero. Indubbiamente si tratta di una tesi molto ardita ma che ha l’indubbio vantaggio di posizionare, al di là di ogni ideologismo di destra o di sinistra, il discorso sulla libertà in un campo semantico di rapporto/conflitto con il potere così come viene concret amente esercitato e dei mutevoli strumenti che, a seconda dei casi, sono da esso impiegati, poco importa se si tratta di un potere teocratico, tecnocratico, politico, o ideologico-totalitario come nel caso di cui stiamo discutendo. Cfr. C. Salaris, Artecrazia, cit. Per una storia generale del futurismo, segnaliamo E. Crispolti, Storia e critica del futurismo, Bari, Laterza, 1986. M. S. Stone, The State as Patron: Making Of icial Culture in Fascist Italy, in M. Af ron, M. Antliff (eds), Fascist Visions. Art and Ideology in France and Italy, Princeton (N.J.), Princeton University Press, 1997, p. 216. Su Mario Sironi rivalutato, al di là degli schematismi di certo antifascismo di maniera, come il maggiore pittore del ventennio fascista che, proprio in virtù della sua convinta, disinteressata ( ed ingenua ) adesione al regime, subì, dopo la seconda guerra mondiale, un assurdo ed immeritato ostracismo ( e questo a fronte dello scarso apprezzamento che a più riprese gli manifestò Mussolini e dei conseguenti intermit enti appoggi ottenuti dal regime), cfr. E. Braun, Mario Sironi’s Urban Landscapes: The Fusturist/Fascist Nexus , in M. Affron, M. Antlif (eds), Fascist Visions, cit., pp. 101-133. M. S. Stone, The Patron State. Culture & Politics in Fascist Italy, Princeton (N.J.), Princeton University Press, 1998, p.141. Ibidem. Su Giuseppe Terragni e la sua rivoluzionaria e tragica lezione modernista, costantemente sospesa fra razionalismo architettonico ( creativament e interpretato al di là delle eccessive rigidità architettoniche razionaliste ) e gli stilemi fascisti classico-romani imposti dal regime fascista , cfr. T.L. Schumacher, The Danteum: Architecture, Poetics, and Politics under Italian Fascism, New York, Princeton Architectural Press, 1993. Il dipinto che rappresenta questa disgraziata e af amata “Gioventù italiana del Littorio” è riprodotto a pagina 186 di M. S. Stone, The Patron State, cit. Sulla stridente contraddizione fra la roboante retorica fascista espressiva di una visione onirico-estetica dell’operato del regime e la triste realtà delle condizioni socioeconomiche dell’Italia del ventennio, cfr. S. Falasca-Zamponi, Fascist Spectacle. The Aesthetics of Power in Mussolini’s Italy, Berkeley, University of California Press, 1997. In realtà, nei primi tempi della presa del potere da parte del nazionalsocialismo, non tutti i gerarchi nazisti condividevano l’opinione di Hitler che l’arte che non era piattamente figurativa fosse arte degenerat a. Nel 1933 il ministro dell’informazione e della propaganda popolare Joseph Goebbels cercò di assicurare la sopravvivenza almeno al ’espressionismo tedesco che avrebbe dovuto apportare “sangue nuovo” alla “ rivoluzione spirituale nazista” ( I. Golomstock, Arte totalitaria, cit., p. 97). Tuttavia il tentativo di Goebbels e della rivista Kunst der Nation (che era stata fondata nel 1933 col patrocinio di Goebbels dagli artisti del gruppo Der Norden con lo scopo di dimostrare che l’espressionismo poteva vantare i suoi quarti di nobiltà ariani) fu un totale fallimento: nel 1935 Kunst der Nation venne soppressa e sostituita dalla rivista Kunst der Drit en Reich, il cui scopo era fare da megafono in campo artistico alle idee razziste di Rosenberg e del famigerato Völkischer Beobacther ; infine, a conclusione del processo di estirpazione dalla Germania nazista di ogni forma di arte moderna e d’avanguardia, nel 1937 fu allestita la mostra dell’ Entartete Kunst, mostra dell’arte degenerata, volta a dimostrare che l’arte moderna qualora non rispettasse i canoni di un piatto figurativismo se non era il frutto di un vile imbroglio commerciale era il risultato, appunto, o dell’operato di razze inferiori o di degenerazione mentale. Per ironia della storia accadde così che anche le opere del nazionalsocialista - e per sua sfortuna espressionista - Emil Nolde furono esposte accanto a quelle dell’antifascista Otto Dix. Sulla distruzione delle avanguardie artistiche nella Germania nazista in un procedimento di “ creazione del nemico” del tutto analogo a quello che in scala maggiore fu compiuta sugli ebrei, fondamentali Stephanie Barron, ed., Degenerate Art: The Fate of the Avant-Garde in Nazi Germany (Cat. Exh., Los Angeles), Los Angeles, Los Angeles Country Museum of Art, 1991 e Frank Whitford, “The Triumph of the Banal. Art in Nazi Germany” in Edward Timms and Peter Collier, eds., Vision and Blueprints. Avant-Garde Culture and Radical Politics in Early Twentieth Century Europe, Manchester, Manchester University Press, 1988, pp.252-269. Quando nel 2007 scrivevamo queste parole sulla decomposizione del e liberaldemocrazie occidentali fummo da un lato facili profeti, dall’altro eravamo ben lungi dall’ immaginare quanto l’involuzione delle democrazi e rappresentative in conclamate postdemocrazie potesse correre velocemente (sul concetto di postdemocrazia, fondamentale Colin Crouch, Postdemocrazia, Bari, Laterza, 2003 ). E, per quanto già nel 2007 la salute della democrazia italiana fosse fra le più problematiche di quelle pur terribilmente in af anno delle altre cosiddette democrazi e industriali, non avremmo certo potuto immaginare lo spregevole esito politico del novembre-dicembre 2011 con la nascita del Governo Monti che, al di là dei formalismi procedural-istituzionali che indubbiamente sono stati rispettati nella sua creazione ( ricordiamo solo di passaggio che, contrariamente alla vulgata, il fascismo salì al potere legalmente, non potendosi classificare, de jure, la marcia su Roma come un vulnus rispetto allo Statuto Albertino), si configura come una violenta ristrutturazione e chirurgica riduzione operata sul corpo del a poliarchia che aveva guidato i primi sessant’anni della vita politica dell’Italia postfascista. Detto in altre parole, la conseguenza immediata (ed anche futura) dell’operazione di body modification operata sull’establishment italiano attraverso il governo Monti, è stata quella di avere spazzato via e ridicolizzato nel sentimento popolare l’oligarchia politica e avere messo direttamente in mano all’oligarchia economico-finanzi aria il governo del paese. Al netto quindi del e ingenuità con cui si esprime il sentimento popolare - ed anche i commenti di molto pseudonotisti politici e/o pseudopolitogi - che afferma che è stato inferto un vulnus alla democrazia perché è divenuto primo ministro “uno che non è stato eletto direttamente dal popolo” ( come se l’Italia fosse una repubblica presidenziale anziché parlamentare e non vogliamo a questo punto dilungarci sulla crassa ignoranza della cultura politica italiana sia a livello basso - e ci starebbe pure - che a livello degli opinion leader ), quello che il comune sentire ha ben colto - anche se non altrettanto ben espresso -, è che con la fine dell’oligarchia politica - che per quanto male se ne possa dire e pensare è quel ceto che attraverso la sua funzione di intermediazione/rappresent azione/rappresentanza rispetto alle spinte che vengono dalla cosiddetta società civile rende possibile e credibile il mito e l’ideologia della democrazia - in Italia è anche terminata la pur minima possibilità del corpo elettorale di far sentire la sua voce contro i diretti e violenti desiderata dell’economia capitalistica e delle oligarchie che di questa sono espressione. Quando Colin Crouch impiegando il termine postdemocrazia sviluppò bril antemente la sua analisi sul degrado e decomposizione delle possibilità del corpo elettorale di poter far udire e contare, in opposizione alle tecnostrutture capitalistiche, la sua voce nell’ambito delle democrazie industriali, non avrebbe potuto immaginare un case-study più paradigmatico di quello che si presenta oggi nell’Italia del governo tecnico Monti: una poliarchia che nel restringersi dei gruppi di potere che ne fanno parte disvela la natura del tutto ideologica e paracosmica del ’odierno moderno concetto di democrazi a. ( Concetto che poggia sulla speranza di inveramento dell’ Hegeliano rapporto servo padrone dove la subordinazione del servo si rovescia perché il padrone diviene a sua volta dominato dal servo che prende sempre più coscienza che il padrone è totalmente dipendente dal lavoro dello stesso: se il capitalismo nella sua fase nascente aveva del tutto negato questa dialettica e le rivoluzioni socialiste e le liberaldemocrazie sono stati tentativi rivoluzionari e/o riformisti di inveramento della stessa, l’epoca postdemocratica si contraddistingue non tanto per la negazione di questa dialettica ma, addirittura, per la cancellazione della figura del servo e del padrone, in quanto queste due figure implicano almeno un rapporto antropologico di sottomissione mentre la poliarchia postdemocratica, annichilendo il ceto politico ed il suo ruolo di intermediazione/rappresentazione/rappresentanza, degrada il servo unicamente al ruolo di passivo ed inerte deposito di energia lavorativa, in un rapporto molto simile a quello antico della schiavitù ma che, a differenza della schiavitù del mondo classico, al moderno schiavo viene riconosciuta sul piano personale una libertà virtuale di rifiutare dal ’essere parassitato dall’oligarchia economico-finanziari a : la libertà, cioè, di morire di fame ; una situazione che trova la sua plastica rappresentazione let erari a in Cuore di Tenebra di Conrad, quando Marlowe si imbat e in inerti masse di uomini accatastate disordinatamente e semplicemente lasciate morire dalla compagnia coloniale perché questa aveva risucchiato tutte le loro energie vitali e non erano più di alcuna utilità: “ Forme nere stavano accoccol ate, sdraiate, sedute fra gli alberi, appoggiate ai tronchi, attaccate alla terra, visibili a metà e a metà confuse nella luce incerta, in tutti gli atteggiamenti del dolore, del ’abbandono e della disperazione. Un’altra mina esplose seguita da un lieve fremito della terra sotto i piedi. Il lavoro continuava. Il lavoro! E questo era il posto dove alcuni dei lavoratori si erano ritirati per morire. Morivano lentamente - la cosa era chiara. Non erano nemici, non erano criminali, non erano più esseri di questa terra. Erano solo ombre nere, quei negri ridotti così dalle malattie e dalla fame e giacevano confusament e nel a penombra verdognola. Portati là da tutti i recessi della costa dietro regolare contratto temporaneo, sperduti in un ambiente che non si confaceva loro, nutriti con cibi inconsueti, essi si erano ammalati, erano divenuti inabili alla fatiche; allora gli era stato concesso di tirarsi in disparte e riposare. Quelle forme di moribondi erano libere come l’aria e quasi altrettanto sottili.” [ Joseph Conrad, Cuore di Tenebra, Milano, Feltrinelli, 1982, p. 34]. Una situazione, quindi, nemmeno di schiavitù ma di puro parassitismo di tipo biologico ma dove, a dif erenza del capitalismo della prima rivoluzione industriale, viene riconosciuta al servo la libertà di eleggere una oligarchia politica che non detiene però, de facto, alcun potere nel porre - o anche solo nel progettare in un lontano utopico futuro - un qualsivoglia rimedio al proprio apparentemente manifesto destino di progressiva soggezione/schiavizzazione e morte biologica e/o sociale: a differenza che nel mondo antico e nel primo capitalismo industriale, oltre il danno, come si dice, anche la - orribile - bef a; una condizione che chiaramente dimostra che per restringere ed annullare gli spazi di potere del popolo e dell’illusione di una Vita Activa non è necessario ricorrere alla dittatura e/o ad un sistema totalitario che conculchino direttamente le libertà personali [ sul concetto di poliarchia si rimanda ovviamente a Robert Dahl e a tutta la sua bibliografi a che omettiamo di citare ]. Se il repubblicanesimo che attualmente vuole porsi e proporsi come alternativa al liberalismo saprà indirizzarsi con coraggio verso la problematica dello stato agonico della democrazia nelle cosiddette moderne liberaldemocrazie, darà allora forza e significato alla sua asserzione di volere instaurare la libertà intesa come assenza di dominio. Se invece insisterà con sterile accademismo ad esaltare la sua libertà intesa come assenza di dominio contrapposta alla libertà “liberale” intesa come assenza di costrizione ma in un quadro giudicato - con stolido ed irresponsabile ottimismo - anche se non completamente soddisfacente, di consolidata e realizzata democrazia, non solo si condannerà al ruolo di puro gioco accademico di archeologia del pensiero politico ma metterà anche in ridicolo la più che bimil enaria tradizione della filosofia politica occidentale, che di tutto può essere accusata tranne di non aver manifestato costantemente la volontà di puntare con spietato realismo gli occhi sull’essenza del “momento politico” e non sulle sue manifestazioni epifenomeni che ). Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno, Prismi. Saggi sulla critica della cultura, Torino, Einaudi, 1972, p. 22. Max Horkheimer, Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno, Dialet ica dell’illuminismo, Torino , Einaudi, 1966, p. 11. Nella sua Teoria estetica, Adorno assegna all’arte l’ingrato ruolo di evidenziare la frustrazione che sempre si accompagna all’utopia e, al tempo stesso, l’impossibilità di poterne fare a meno (“ poiché per l’arte l’utopia, ciò che ancora non è, è velata di nero, l’arte stessa resta, con tutta la mediazione, ricordo, ricordo del possibile contro il reale che ha soppresso il possibile; resta cioè qualcosa come il risarcimento immaginario di quella catastrofe che è la storia del mondo, resta la libertà che sotto la signoria del a necessità non è divenuta reale e di cui è incerto se lo diverrà” [T.W. Adorno, Teoria estetica, Einaudi, Torino, 1975, p.194]) ed è in quest’ambito di catastrofe storico-cosmica che, riprendendo l’espressione da Stendhal, Adorno definisce l’arte come “ promessa della felicità”: “ L’esperienza estetica è l’esperienza di qualcosa che lo spirito non avrebbe in anticipo né dal mondo né da se stesso; una possibilità, promessa dalla propria impossibilità. L’arte è la promessa della felicità: una promessa che non viene mantenuta” ( Ibidem ). Il presente scritto, pur in debito con la Scuola di Francoforte e con la Teoria critica, assegna però al “momento estetico” un ruolo non solo di disperata segnalazione dell’utopia ma, bensì, anche di vero e proprio “motore” della storia e di mutamento politico-sociale, una possibilità già adombrata, anche se ormai con profonda sfiducia nelle possibilità umane di generare una reale dialettica positiva, in Dialettica dell’illuminismo, dove la natura di “materia oscura”, magica e primigenia dell’arte viene direttamente collegata con le sue potenzialità di messa in crisi del capitalismo e del a sua ideologia borghese: “ Col progresso dell’illuminismo solo le opere d’arte genuine hanno potuto sottrarsi alla semplice imitazione di ciò che è già. L’antitesi corrente di arte e scienza, che le separa fra loro come “ settori culturali”, per renderle entrambe, come tali, amministrabili, le fa trapassare alla fine, proprio nel a loro qualità di opposti, in virtù delle loro stesse tendenze, l’una nell’altra. La scienza, nella sua interpretazione neopositivistica, diventa estetismo, sistema di segni assoluti, privo di ogni intenzione che lo trascenda: diventa, insomma, quel “ gioco” in cui i matematici hanno fieramente af ermato da tempo risolversi la loro attività. Ma l’arte della riproduzione integrale si è votata, fin dalle sue tecniche, alla scienza positivistica. Essa diventa, infatti, mondo ancora una volta, duplicazione ideologica, docile riproduzione. La separazione di segno e immagine è inevitabile. Ma se è ipostatizzata con ingenuo compiacimento, ognuno dei due principi isolati tende alla distribuzione della verità. L’abisso che si è aperto in questa separazione, è stato individuato e trattato dalla filosofia nel rapporto di intuizione e concetto, e a più riprese, ma invano, essa ha cercato di colmarlo: essa è definita, anzi, proprio da questo tentativo. Per lo più, è vero, essa si è messa dalla parte da cui prende il nome. Platone ha bandito la poesia con lo stesso gesto con cui il positivismo bandisce la dottrina delle idee. Con la sua arte celebrata Omero non ha compiuto riforme pubbliche o private, non ha vinto una guerra o fatto una sola scoperta. Non ci risulta che un folto stuolo di seguaci lo abbia onorato ed amato. L’arte deve ancora provare la sua utilità. L’imitazione è proscritta da lui come dagli ebrei. Ragione e religione mettono al bando il principio della magia. Anche nel distacco dalla realtà, nel a rinuncia del ’arte, esso rimane disonorante; chi lo pratica è un vagabondo, un nomade sopravvissuto, che non troverà mai patria fra coloro che sono divenuti stabili. Non si deve più influire sulla natura assimilandosi ad essa, ma bisogna dominarla col lavoro. L’opera d’arte ha ancora in comune con la magia il fatto di istituire un cerchio proprio e in sé concluso, che si sottrae al contesto della realtà profana, e in cui vigono leggi particolari. Come il primo atto del mago nel a cerimonia era quello di definire ed isolare, da tutto il mondo circostante, il luogo in cui dovevano agire le forze sacre, così, in ogni opera d’arte, il suo ambito si stacca nettamente dalla realtà. Proprio la rinuncia all’azione esterna, con cui l’arte si separa dalla simpatia magica, ritiene tanto più profondamente l’eredità della magia. Essa met e la pura immagine a contrasto con la realtà fisica, di cui l’immagine riprende e custodisce gli elementi. È nel senso dell’opera d’arte, nell’apparenza estetica, essere ciò a cui dava luogo, nell’incantesimo del primitivo, l’evento nuovo e tremendo: l’apparizione del tutto nel particolare. Nell’opera d’arte si compie ancora una volta lo sdoppiamento per cui la cosa appariva come alcunché di spirituale, come estrinsecazione del mana. Ciò costituisce la sua “ aura”. Come espressione della totalità, l’arte pretende alla dignità dell’assoluto. Ciò indusse, a volte, la filosofia ad assegnarle il primato sulla conoscenza concettuale. L’arte comincia, secondo Schelling, dove il sapere pianta l’uomo in asso. Essa è per lui il ‘modello della scienza, e dove è l’arte, la scienza deve ancora arrivare’ [ Erster Entwurf eines Systems der Naturphilophie, parte V, in Werke, Erste Abteilung, II, p. 623]. La separazione di immagine e segno viene, secondo la sua dottrina, ‘interamente abolita da ogni singola rappresentazione artistica’ [ Werke, Erste Abteilung, II, p. 626] . A questa fiducia nell’arte il mondo borghese fu disposto solo di rado. Quando pose dei limiti al sapere, ciò non avvenne, di regola, per far posto all’arte, ma alla fede. Con cui la religiosità militante della nuova età - Torquemada, Lutero, Maometto - ha preteso di conciliare spirito e realtà. Ma la fede è un concetto privativo: si distrugge come la fede, se non espone continuamente il suo contrasto col sapere e la sua concordia con esso. Dovendo fare assegnamento sui limiti del sapere, è limitata anch’essa. Il tentativo della fede, nel protestantesimo, di trovare il principio trascendent e del a verità, senza il quale non c’è fede, come nella preistoria, direttamente nella parola, e di restituire a questa il suo potere simbolico, è stato pagato con l’obbedienza alla let era, e non certo alla lettera sacra. Restando sempre legata al sapere, in un rapporto ostile o amichevole, la fede perpetua la separazione nella lotta per superarl a: il suo fanatismo è il segno della sua falsità, l’ammissione oggettiva che credere solo significa già non credere più. La cattiva coscienza è la sua seconda natura. Nella segreta coscienza del difetto da cui è fatalmente viziata, della contraddizione che le è immanente, di voler fare un mestiere della conciliazione, è il motivo per cui ogni onestà soggettiva dei credenti è sempre stata irascibile e pericolosa. Gli orrori del ferro e del fuoco, controri forma e riforma, non furono gli eccessi, ma la realizzazione del principio della fede. La fede si mostra continuamente dello stesso stampo della storia universale a cui vorrebbe comandare; diventa anzi, nell’epoca moderna, il suo strumento favorito, la sua astuzia particolare. Inarrestabile non è solo l’il uminismo del secolo decimottavo, come è stato riconosciuto da Hegel, ma, come nessuno meglio di lui ha saputo, il movimento stesso del pensiero. Nella conoscenza più infima, come ancora nella più alta, è implicita quella della sua distanza dalla verità, che fa dell’apologeta un mentitore. La paradossia della fede degenera infine nella truffa, nel mito del ventesimo secolo, e la sua irrazionalità in un dispositivo razionale in mano agli assolutamente spregiudicati, che guidano la società verso la barbarie”. [ Max Horkheimer, Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno, Dialettica dell’illuminismo, cit., pp. 26-29]. Quando af ermi amo che le Repubbliche e le Res publicae sono ( e devono essere ) ancorate ad una “ dimensione estetica” che sta a garanzia di quella “promessa di felicità” senza la quale viene svilito e prostituito il concetto stesso di democrazi a, vogliamo assegnare all’utopia un ruolo progressivo che, a nostro parere, può essere possibile solo innervandola del “momento estetico” che, al contrario di un’utopia vissuta regressivamente, agisce hic et nunc nel vissuto personale e sociale, rimettendo, insomma, l’utopia “ con i piedi per terra” ( un momento estetico che però - al contrario che in Adorno - non può essere considerato, quasi come novella cit à di Dio, solo antagonista della storia, né può privarsi - come erroneamente suggerisce Adorno - della tensione verso la Gesamtkunstwerk, snodo costitutivo della natura “sacra” - fondante per Adorno stesso - dell’arte e del suo rapporto dialettico con la dimensione storica, non solo legata alla contemporaneità che vide nascere il termine: “Sotto il verecondo involucro della cronique scandaleuse dell’Olimpo si era già sviluppata la dottrina della mescolanza, della pressione e dell’urto degli elementi, che si stabilì ben presto come scienza e ridusse i miti a creazione della fant asia. Con la netta separazione di scienza e poesia la divisione del lavoro, già operata per loro mezzo, si estende al linguaggio. Come segno, la parola passa alla scienza; come suono, come immagine, come parola vera e propria, viene ripartita fra le varie arti, senza che si possa più ripristinare mediante la loro addizione, sinestesia o “arte totale” ” [ M. Horkheimer, T. W. Adorno, Dialet ica dell’illuminismo, cit., p.26 ] ). Un “rovesciamento” dell’utopia che qualora operato in chiave immanentistica è il vet ore principe delle spinte antitotalitarie e libertarie, quando invece si traduce in pseudomitologie è la via maestra verso il totalitarismo. Come è del resto dimostrato dai due autori del Novecento che, da sponde avverse, vollero innervare la politica e la filosofia del “momento estetico”, contestando “ lo stato delle cose” delle moderne democrazie rappresentative. I due autori che diedero il maggiore contributo in questa direzione furono Martin Heidegger ed Hannah Arendt (mentre il maggior avversario di questa linea “estetizzante” fu indubbiamente il giuspubblicista cattolico e fascista Carl Schmitt, secondo il quale le categorie della politica moderna non sono altro che le categorie teologiche secolarizzate e nella cui teologia politica assume importanza centrale il concetto, di derivazione paolina, di katechon, cioè di ritardatore dell’Anticristo, che tradotto nella realtà politica moderna, è tutto quello che si oppone al mondo sorto dal ’illuminismo e dalla rivoluzione francese. Come si vede, un’impostazione anti Vita Activa, anti estetizzazione della politica e con un’interna insanabile tensione fra la sua esplicita adesione alla politica nazista - denotata da una Gesamtkunstwerk totalitaria che necessitava l’estetizzazione del a passività delle masse estatiche in adorazione del Führer - ed il suo intimo sentire cattolico-romano per il quale la Chiesa romana - cfr. Carl Schmitt Cattolicesimo romano e forma politica, Bologna, Il Mulino, 2010 - è quella istituzione che ha saputo unire le necessarie doti di elasticità e prudenza politica con la capacità di esercitare quell’auctoritas che le deriva dal suo ruolo di essere l’unico rappresentante in terra della trascendenza, unito al fatto di essere, su un piano storico mondano, l’erede dell’universalismo del ’impero romano e della tradizione giuridica della Città Eterna. E’ ovvio che solo in una organizzazione politico-sociale che sapesse riprendere questi tratti medievali della Chiesa nell’esercizio del potere, il ruolo frenatore del katechon poteva essere concepibile ed è altrettanto ovvio che in una società come quella nazista che si presenta, semmai, con i tratti dell’Anticristo in ragione del fatto di non esercitare alcuna prudenza politica e di non riconoscere alcun limite giuridico al suo potere totalitario/estatico/estetizzante, il tentativo di Carl Schmit di divenire l’ideologo del nuovo ordine nazista, cioè di tramutare l’Anticristo nel suo avversario e opposto katechon, fosse destinato al più totale fallimento), ma con esiti diametralmente opposti. Da una parte non solo un appoggio diretto al nazionalsocialismo ma anche, attraverso i nuovi miti della “ terra, cielo, uomini, immortali”, anche il rincrudimento ed occultamento dell’alienazione capitalistica ( mentre in Nietzsche, il precursore e primo architetto del progetto del ’ estetizzazione politica e padre nobile delle avanguardie artistiche, il mito del superuomo faceva chiaramente emergere come in un negativo fotografico la volontà di potenza il imitata che anima il sistema capitalista e, proprio per questo giocare a carte scoperte, la dialettica della sua estetizzazione politica comprende sia la tesi fascista che la sua antitesi libertaria, una dialettica esattamente rispecchiata dalle avanguardi e storiche, coinvolte, da parte futurista, pesantemente con il fascismo, e su un piano più generale, risucchiate nel mito di una Gesamtkunstwerk che troverà il suo cinico interprete sul piano politico con il totalitarismo fascista e comunista ), dall’altro, attraverso l’esaltazione di una Vita Activa, che secondo la Arendt sarebbe stata una condizione esistenziale realmente vissuta nel ’ antica polis greca, la faticosa costruzione di un nuovo ideale regolativo della vita pubblica che prendeva radicalmente le distanze da una visione delle liberaldemocrazie vissute solo in chiave contrattualistica e di una libertà vista solo come assenza di costrizione. Un “mito della polis”, quel o di Hannah Arendt, che, magari con un’operazione filologicamente spericolata ma esteticamente densa e pregnante, precorreva ed interpretava al meglio l’ideale dell’odierno repubblicanesimo della libertà vista come assenza di dominio e capacità di autoprogettarsi all’interno di una comunità politica fortemente coesa e dinamica ( coesa nei suoi obiettivi politici ma non in una esclusivistica protezione del mito delle proprie origini: operazione questa molto cara ai fascismi storici ed oggi anche molto cara, con qualche riverniciatura da parte del neoconservatorismo, ai cosiddetti comunitaristi). Al netto di tutte le mitologie ( ci riferiamo, è ovvio, anche a quelle arendtiane ma, soprattutto, a quelle di occultamento della natura sempre più strettamente ferocemente oligarchica - e, in ultima analisi, omicida a livello individuale e/o sociale per le grandi masse non capitaliste - dell’attuale fase del a poliarchia postdemocratica ), è stato questo il percorso critico sull’estetizzazione della politica che alla luce di un rinnovato materialismo dialettico innervato di storicismo assoluto ha ispirato questo prima riflessione neorepubblicana sui rapporti fra arte e totalitarismo e che guiderà i successivi che seguiranno. Full fadom five thy Father lies, Of his bones are Corrall made: Those are pearles that were his eies, Nothing of him that doth fade, But doth suffer a Sea-change Into something rich, & strange: Sea-Nimphs hourly ring his knell. ding-dong. Harke now I heare them, ding-dong, bell. William Shakespeare, Ariel’s Song ( The Tempest, Act 1, Scene 2 ) ENCONTROS A SUL 2007 LISBOA, 20, 21 e 22 SETEMBRO MASSIMO MORIGI AESTHETICA FASCISTICA I TRADIZIONALISMO E MODERNISMO SOTTO L’OMBRA DEL FASCIO* *Per questa versione del paper immessa in questa fondativa giornata nel Web, mi è d’obbligo fare tre ringraziamenti: alla Biblioteca Oriani di Ravenna, centro di eccellenza italiano ed internazionale della cultura storica, per la pazienza del suo personale alle mie insistenti richieste di documenti, a Giovanni Giorgini, il cui magistero mi ricorda che il liberalismo è una forma di vita culturalmente non statica e che possiede al suo interno forti capacità di emendarsi (anche se non è proprio detto che il sottoscritto e Giorgini concordino sul e forme in cui questo possa avvenire) ed infine, a Ugo Uguzzoni per la sua disponibilità riguardo ad una mia richiesta di precisazioni intorno ad una parola, proveniente da un’altra disciplina, che ho introdotto in questa nuova versione del testo e che penso possieda un promettente campo semantico nell'ambito del a filosofia politica; una richiesta che ad altri sarebbe risultata indubbiamente bizzarra ma che Uguzzoni, per le doti empatiche derivategli dalla sua professione ma, soprattutto, per la sua innata gentilezza, ha esaudito prontamente e con dovizia di riferimenti. In questo triste inverno per la democrazia in Italia ed in Europa, questa apparentemente piccola cortesia è stata personalmente un conforto non da pocoRAVENNA . DIES . NATALIS . SOLIS . INVICTI . ANNO . DOMINI . MMXI . POST . CHRISTVM . NATVM Si dice che ci fosse un automa costruito in modo tale da rispondere, ad ogni mossa di un giocatore di scacchi, con una contromossa che gli assicurava la vit oria. Un fantoccio in veste da turco, con una pipa in bocca, sedeva di fronte alla scacchiera, poggiata su un’ampia tavola. Un sistema di specchi suscitava l’illusione che questa tavola fosse trasparent e da tutte le parti. In realtà c’era accoccolato un nano gobbo, che era un asso nel gioco degli scacchi e che guidava per mezzo di fili la mano del burattino. Qualcosa di simile a questo apparecchio si può immaginare nella filosofia. Vincere deve sempre il fantoccio chiamato “materialismo storico”. Esso può farcela senz’altro con chiunque se prende al suo servizio la teologia, che oggi, com’è noto, è piccola e brutta, e che non deve farsi scorgere da nessuno. Walter Benjamin, I Tesi di filosofia della storia
  • 157. M. MORIGI, REPVLICANISMVS GEOPOLICVS FONTES ORIGINES ET VIA, P. 157 di 158 In quella che è stata definita l’epoca della fine del e metanarrative, è inevitabile il senso di alienazione che attraversa coloro che dovrebbero officiare la narrativa magistra vitae per eccellenza e questo spaesamento risulta essere ancora più profondo quando la storia si imbat e in problematiche la cui tradizione e costruzione teoretica nasce “ altra” rispetto a quella della scienze di Clio In altre parole: l’impiego di una prospettiva “culturalistica” in storiografia può prendere due direzioni. La prima è quella semplicemente di un incremento ed affinazione della strumentazione atta a produrre nuove versioni delle vecchie narrazioni, e questo è sicuramente tanto più necessario ora che le vecchie concezioni economicistiche e/o sociologiche (poco importa se di matrice liberale o marxista) hanno imboccato un (apparentemente) irreversibile viale del tramonto. La seconda, invece, è quella che cerca di farsi direttamente ed esplicitamente carico anche del problema della fine della metanarrative ( in primis, quindi, di quel e di un marxismo meccanicamente e deterministicamente inteso e di un liberalismo che nei due decenni che sono seguiti al a caduta del muro di Berlino si è dimostrato ancora più il usorio nelle sue promesse di felicità del socialismo reale), per narrare e costruire nuovi e più profondi racconti che nel contrasto della postmodernistica afasi a combinino dialetticamente, generando una rinnovata spinta creativa ed af abulatoria, la più che bimillenaria tradizione della filosofia politica occidentale (di cui ora il repubblicanesimo costituisce potenzialmente il nucleo più promet ente di fecondi sviluppi) alla tradizione della Scuola di Francoforte della Teoria critica di analisi delle contraddizioni del a società. Fascismo, avanguardie, novecentismo, modernismo, tradizione possono costituire la traccia per nuovi discorsi non solo ristretti alla comunità dei produttori professionali di storia e di quella (anch’essa molto ridotta) dei loro lettori? E, se vogliamo porre un problema che certamente non af erisce alla prima maniera di scrivere storia (non importa se rivolta a nuovi soggetti come nel caso del culturalismo o focalizzata su protagonisti più tradizionali) ma che certamente ha molto a che fare con la seconda e col tentativo del conferimento di senso oltre il discorso storico strettamente inteso, cosa può dirci a noi afflitti dal postmodernismo un momento fondativo - seppur degenerativo - della nostra storia, il fascismo, dove la generazione di un comune sentire, totalitaristicamente inteso, fu il compito cui si votò e alla fine si immolò il regime? Un racconto che qualora venisse det o ed attentamente ascoltato si presenterà con più significati, perché se dal punto di vista delle pulsioni totalitarie le avanguardi e artistiche europee non furono certamente seconde rispetto ai movimenti politici totalitari del Novecento, in Italia col futurismo siamo in presenza di un’avanguardia il cui esplicito proposito è il suo diretto inveramento nel “momento” politico, all’insegna di una concezione in cui il macchinismo, il nazionalismo e il bellicismo (marciare non marcire!) non erano che gli strumenti per una concezione totalizzante del ’esistenza dove non vi fossero più diaframmi fra vita ed arte, una mancanza di distinzione che fu anche il tratto caratterizzante delle altre avanguardie europee ma che nel futurismo italiano raggiunse i suoi esiti più parossistici e politicamente perniciosi (ed anche gravidi di insegnamenti fino ad oggi quasi occultati e/o non suffi cientemente rischiarati per l’attuale fase postdemocratica, in cui è molto ardito ipotizzare che la terminale crisi di legittimità della rappresentanza politica possa essere superata dai pur generosi apporti e suggerimenti di un neorepubblicanesimo prigioniero di una visione puramente archeologica delle sue origini e che ciecamente disperda le sue immense potenzialità rifiutando di volgersi inclusivamente e creativamente verso i fondamenti critici della tradizione filosofica e filosofi co-politica occidentali ). Con questa nuova versione, i futuristi ( interventisti ante litteram ancor prima di Mussolini), Marinetti ( fondatore di un partito politico futurista, che, anche se con un programma non certo di tipo reazionario - come , del resto , non era esplicitamente reazionario, almeno a livello programmatico, il fascismo sansepolcrista - vedrà il suo leader protagonista nell’assalto assieme ai fascisti della sede dell’ “Avanti” ), Marinetti (volontario nella guerra d’Africa - e addirittura quasi set antenne sempre volontario con la spedizione dell’ARMIR in Russia!) e, infine, il Marinetti repubblichino impenitente ( il suo ultimo lavoro, il Quarto dora di poesia della X Mas ( musica di sentimenti ) fu scritto poche ore prima della morte avvenuta a Bellagio ( Como ) il 2 dicembre 1944 ), sfuggono allora da un piatto ed univoco giudizio di correità nell’edificazione del ventennio totalitario ma con una motivazione della sentenza ben altra rispetto al giudizio di sostanziale inef icacia e sordità del fascismo rispet o al momento artistico e culturale che non fa altro che ribadire vecchi luoghi comuni storiografici. Siamo perciò del parere che la fondazione della megamacchina totalitaria del fascismo ( per usare la terminologia impiegata da Golomstock) non solo meriti un discorso a parte rispetto alle coeve esperienze sovietiche e naziste ( e questo non sarebbe certamente un discorso né molto originale né molto proficuo al punto in cui attualmente sono giunte le “ narrazioni” sul ventennio) ma anche che una più precisa individuazione degli snodi cruciali dei rapporti fra arte e politica nell’edificazione del totalitarismo imperfetto italiano possa essere più utile per l’edificazione di una nuova narrativa della libertà. Al contrario del nazismo e del comunismo sovietico, il fascismo italiano, nonostante che ex post una volta salito al potere avesse cercato di rimediare a questo vizio di origine, nasce, si sviluppa e porta al potere il suo leader Benito Mussolini, in assenza di una sua precisa ideologia, se per ideologia si intende una traditio scritta o verbale alla quale potersi riferire (non ci riferiamo qui ad un insieme di dottrine coerenti ma semplicemente alla mera esistenza delle stesse). Di fatto, dal punto di vista ideologico, come ebbe a sottolineare Togliatti, il fascismo è tutto e il contrario di tutto e l’unico vero legame tra gli aderenti al movimento che compiranno la marcia su Roma era l’odio verso il partito socialista che aveva avversato l’intervento dell’ Italia nella prima guerra mondiale e che per di più costituiva, ai loro occhi, una costante minaccia di instaurazione in Italia di un regime di stampo bolscevico. Nulla di più e nulla di meno. Per un Mussolini giunto al potere, era questo quindi un mandato che, fatta salva - e non era una novità di poco conto rispetto alla tradizione dello stato liberale - la feroce ed extralegale repressione delle espressioni politiche ed organizzative del proletariato in primo luogo e poi anche di quel e della borghesia, lasciava di fatto molti margini di manovra e, infatti, l’instaurazione della dittatura in Italia si configurerà come un (relativamente) lento, progressivo - ma ineluttabile - scivolamento verso forme sempre più autoritarie di governo, fino al definitivo esito dittatoriale del 3 gennaio 1925. Una dittatura che però se aveva idee assolutamente chiare sulla volontà di porre fine allo stato liberale, nel senso che da allora in poi vi sarebbe stato un solo partito politico e le politiche pubbliche sarebbero state di esclusiva pertinenza e responsabilità dell’indiscusso leader di questo partito, non le aveva però altrettanto chiare in merito ai rapporti di questa nuova forma di stato ( non più liberale ma senza una precisa identità ideologica) con quel a che oggi chiamiamo la società civile. È vero che già in un discorso del giugno ’25 Mussolini asseriva “ la feroce volontà totalitaria” del nuovo regime e che di lì a poco avrebbe pronunciato il famigerato aforisma “Tutto nello Stato, niente fuori dallo Stato, niente contro lo Stato” e se possiamo considerare queste dichiarazioni come una sorta di preannuncio (volontario o involontario non sappiamo ma certo acutamente sentito nel profondo del dit atore) di quello che con tutte le forze Mussolini avrebbe tentato di istituire negli anni ’30, cioè un vero e proprio stato totalitario come ce lo descrive la scienza politica, è indubbio che è improprio definire i primi anni di dittatura che seguirono il ’25 come un totalitarismo com